Finché la barca Vasa lasciala andare: plankstek, musei e scontri culturali

La plankstek. Bona. Strabona. Eccessivamente ricoperta di bearnaisesås ma, a parte questo, bona.

E poi bellina da morire. Infatti, a mio modesto parere, se preparate una cenetta romantica e servite la plankstek al/lla vostro/a ciccipuccioso/a, guadagnerete tanti punti.
Ecco, magari la bearnaisesås e la birra le lasciamo ai baVbaVi, io vi consiglio di sostituire la salsa con un semplice giro d’olio a crudo (olio bono, non quello del Lidl) e la birra con un Brunellino, perché se fate una cenetta romantica, la dovete fare per bene. Altrimenti se avete i braccetti da T-Rex, Chianti, ché tanto cascate sempre bene. Comunque anche il vino bianco ci sta benissimo.

In realtà non è un piatto particolarissimo… è un’entrecôte cotta nel forno, però è servita in un modo talmente figo che alla fine diventa un piatto con una sua dignità formale.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Dunque, innanzitutto è una ricetta di derivazione transilvano-ungherese. Ispiratore della svedese plankstek è infatti il fatányéros, ovvero un gran casino di carni varie servite su una specie di tagliere di legno.

I viKi hanno mantenuto l’uso dell’affare di legno su cui servire il cibo, ma hanno introdotto delle stilosissime modifiche, come usare soltanto una raffinata costata di manzo invece che le carcasse di tutta la Vecchia Fattoria al completo, e creare una guarnizione di verdure di accompagnamento troppo carina, ovvero pomodorini al forno, patate duchessa tutto intorno al piatto, e fagiolini (o a volte asparagi) legati da una striscina di bacon. Sfizioso, n’est-ce pas?

Poi sì, essendo Germa, hanno anche dovuto smerdare il tutto versandoci sopra un litro di salsa bernese. Dilusione forte, dilusione di diludendo.

Erano riusciti addirittura a metabolizzare un’altra tradizione gastronomica, farla propria apportando modifiche ed avere come risultato un piatto serio… e poi si sono emozionati e hanno rovinato ogni cosa. Come gli spettacoli dei bambini piccoli, no? che magari sono stati bravissimi fino quasi alla fine, ma prima dell’ultima scena iniziano a piangere tutti proprio per la tensione di essere stati bravi.

Ce l’ho messa anche io la salsa bernese, perché ho voluto fare un blog di cucina svedese, e ora pedalo. Però voi non fatelo, davvero.
Poi io dovevo fare la spesa velocemente e non ho trovato la costata, quindi ho preso il filetto, ma quello è un problema mio.

La prima volta che ho scoperto la plankstek ero a Stoccolma, ed era una giornata uggiosa. Era una delle primissime volte che andavo in Svezia, forse addirittura la seconda, e quel giorno due cose non mi piacquero.nobirra

La prima: avevo bisogno di vino per la plankstek. Era proprio un richiamo della natura. Io la birra con la carne buona non la bevo, mi dispiace, non ce la faccio.
E allora volevo una bottiglia di rosso.
Bene, un vino discretamente buono che qui al ristorante costa al massimissimo 12-15 euro lì ne costava 35. Per cui per la modica cifra di 22 euro presi il vino più economico. Ma pensavo che fosse tipo vino della casa, qualcosa di non eccelso ma bevibile…
Nein.
Odore di smalto per unghie e sapore di acido trifluorometansolfonico. E soprattutto, e io questo non glielo perdonerò mai, TAPPO A VITE.
Ora io lo so che c’è chi dice che il tappo a vite sigilla come il sughero (anzi, forse meglio), e quindi si potrebbe usare anche quello. Ma io sono una reazionaria. Io in una boccia di vino ci voglio un cazzo di pezzo di sughero. Lo screw cap mi sa di lambruscaccio della Coop da 1,80 per due litri di bottiglia.

La seconda: il museo Vasa.

Ora, mi spiego meglio. Non è che il museo Vasa non mi piacque. Ma è la sproporzione tra la sostanza e l’immagine che si vuole dare che mi ha lasciato basita.

Ecco, io credo che la cultura media (ma diciamo pure la fascia mediocre, più che quella media) della Svezia e dell’Italia siano opposte l’una all’altra. In Italia siamo abituati a cospargerci il capo di cenere per tutto, anche su cose per cui dovremmo gongolare. In Svezia sono abituati a glorificare tutto, anche cose per cui dovrebbero tacere.

Esempio, prendete una ventina di persone a caso in Italia e chiedete: “Com’è il sistema sanitario nel tuo paese?”. Io credo che risponderanno tutti “Una merda”, nonostante sia il secondo migliore del mondo per qualità dopo quello francese, e allo stesso tempo uno tra i meno costosi.

Se la stessa domanda la fate in Svezia credo che vi risponderanno in media “Il migliore del mondo”, nonostante sia messo molto male.

Ognuno dei due approcci ha lati positivi e lati negativi.

L’approccio italico è intellettualmente vivace, in un continuo dibattito dialettico tra ciò che il potere costituito propone e ciò su cui invece il singolo deve essere vigile, prima di ogni altra cosa. L’individuo non deve farsi fregare da “loro”.
Questo approccio stimola l’autoanalisi e anche l’intelligenza, però non porta assolutamente a niente.
A posto con la propria coscienza combattiva (quella del “Ahaaaa, lo sapevo io!”) quando trovano falle nel sistema (e se le cerchi le trovi sempre, anche in Svezia), gli italiani si adagiano e adattano alla fallacia, vanno allo stadio, guardano Barbara d’Urso e bona lì.

L’approccio svedese è intellettualmente morto. La palestra cerebrale del “cerco sofisticamente di capire tutto e il contrario di tutto”, ho i sensi all’erta e il mio spirito critico prude incessantemente, è completamente assente. Mamma Svezia fa bene anche quando fa male, piccinina e io viKi faccio l’accordo con lei di non cagare troppo la minchia e non andare a cercare gli scheletrini negli armadi IKEA.
Ma se mamma Svezia si azzarda a fare troppo la furba e uno scandalo viene fuori anche se io non ho voluto indagare, e io capisco che l’immagine del mio mondo Polly Pocket fatto di cagnolini col pelo di Perlana e bambine su biciclette rosa è messa in discussione, non va assolutamente bene. I panni sporchi si lavano in famiglia, non ci sono cazzi. Perché io a come appare mamma Svezia nel mondo ci tengo, e tanto. E quindi alla fine sviluppo un senso civico sereno, magari anche illuso e paraculo, ma che alla fine mi permette di vivere in un paese che complessivamente funziona (per gli svedesi almeno, per gli immigrati non ne sarei così sicura).

Il Vasamuseet

Il Vasamuseet

Ecco, il Vasa rappresenta tutto questo.

Sostanzialmente la storia del museo Vasa è questa:

“Nel ’600 costruiscono un galeone per il re Gustavo II Adolfo Vasa (discendente peraltro di quello che sta sempre di tra i coglioni, ovvero quello che si preoccupa per il carico di biscotti in mare, che non ha inventato il glögg ma si dice comunque che lo abbia fatto, che sobilla i bifolchi svedesi per combattere i danesi, che ha dato il nome ai crackers, insomma, un regale Chuck Norris svedese) e lo costruirono con le chiappe.

Nel 1628 la Regalskeppet Vasa, ovvero questo sproporzionato barcone, salpa, e appena tira un po’ di vento affonda durante il viaggio inaugurale.

Nonostante affondata a una profondità di circa 30 metri, la nave è stata recuperata soltanto nel 1961.

I lavori di restauro, fatti da dio solo sa chi, hanno per circa una ventina d’anni previsto l’uso di borace e acido borico, che hanno mangiato il legno, e tantissime parti hanno dovuto essere ricostruite. Poi hanno capito che stavano rovinando tutto.

Si è deciso di fare un museo per questa nave nel 1981, che è stato inaugurato soltanto 10 anni dopo.

15 euro di biglietto, 12 per gli studenti.”

Ecco, voi come lo commentate tutto questo? Io lo definirei: figure di merda all’ennesima potenza.

Schermata 2013-05-18 a 16.42.30Ecco, ora invece vi copio la storia del galeone così come descritta dalle didascalie del museo Vasa:

“Stoccolma è degna di essere visitata anche solo per ammirare il Vasa.

Il 10 agosto 1628, una flotta di navi da guerra reali salpò dal porto di Stoccolma. Tra esse giganteggiava il Vasa, da poco varato e battezzato in onore della dinastia regnante. La solenne circostanza fu sottolineata con la salva sparata dai cannoni del vascello, che sporgevano dai portelli aperti su entrambe le murate.

Mentre il maestoso vascello si faceva largo lentamente verso l’imboccatura del porto, una raffica di vento levatasi all’improvviso lo investì in pieno. Il Vasa ondeggiò, tuttavia riuscì a raddrizzarsi nuovamente. Ma nulla potette contro una seconda raffica folgorante, che lo piegò su uno dei suoi fianchi. L’acqua penetrò attraverso i portelli dei cannoni aperti. Il Vasa colò a picco sul fondo, portando con sé almeno 30, forse 50, delle 150 persone a bordo.

Dopodiché, ci vollero 333 anni prima che il Vasa rivedesse la luce.

A quel punto l’attenzione si riversò completamente sulla conservazione del vascello. Un relitto rimasto sommerso così a lungo non poteva essere lasciato senza le cure appropriate. Altrimenti, con il passare del tempo, sarebbe caduto inevitabilmente a pezzi. All’inizio, mentre gli esperti studiavano il metodo di conservazione più adatto, il Vasa veniva spruzzato regolarmente con acqua dolce. Infine, il conservante scelto fu il glicole polietilenico (PEG), un prodotto cereo idrosolubile che penetra lentamente nel legno sostituendo l’acqua.

A causa dell’inquinamento, le acque del porto di Stoccolma erano ricchissime di zolfo. Lo zolfo si infiltrò nel legno del Vasa nei lunghi anni d’immersione. Oggi lo zolfo reagisce con l’ossigeno formando acido solforico. Quest’acido attacca il legno, tuttavia è assolutamente innocuo per i visitatori del museo [no ecco, ora, sicuramente qui sarà in concentrazioni tali da essere innocuo, però tengo a specificare che l'acido solforico non è innocuo per nessuno, nemmeno per i visitatori del museo Vasa].

I bambini entrano gratis, forti sconti per gli studenti.”

Ecco capite allora che non è tanto la realtà delle cose, ma come uno se le racconta. E loro se le raccontano bene, data l’impressionante quantità in Svea Rike di musei del menga, cosa che ha notato anche il mio amico dok, che è stato poi l’ispiratore di questo post e lo ringrazio di questo.
[E già che sono in fase di ringraziamenti, un grazione speciale va a Gianluca per la foto, a Denise per la composizione, e a Lorenzo & Marco per aver mangiato].

Addirittura una mia amica svedese quando siamo andate insieme al Vasa ha avuto il coraggio di dirmi: “Il Vasa è bellissimo, sono contenta che ci andiamo perché questo è un museo unico, scommetto che in Italia di queste cose non le trovi…”. Con tanto di strizzata d’occhio.

carotaE però ha ragione lei, minchia! In Italia trovo gli Uffizi, il Palazzo Ducalela Galleria Borghese e altri milioni di cose che neanche noi del Belpa conosciamo, da quante ce ne sono (ad esempio io ho scoperto molto recentemente, troppo recentemente, che qui a Livorno, oltre a mestizia ed ignoranza, ci sono anche un Beato Angelico e un Vasari), ma la capacità di valorizzare ogni cosa che capita a tiro non la trovo, non la troverò mai.
Il riuscire a trasmettere bellezza e a raccontare una storia interessante su pochi elementi concreti, o comunque su elementi di poco valore, e non solo, ma far persino pagare alla gente 15 euro per starla anche ad ascoltare questa storia, in Italia non esiste.

L’Italia è il paese a cui crolla la Schola Armaturarum con decorazioni e ornamenti del primo secolo dopo Cristo; la Svezia è il paese che te la pompa a mille per una nave che ha fatto due metri e è andata giù come un povero stronzo con un sasso al collo.

Chissà poi alla fine chi lo vince questo Kampf der Kulturen

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per le patate duchessa:

  • 1 kg. di patate farinose
  • 2 dl. di panna fresca
  • 10 gr. di burro
  • 2 tuorli
  • 15 gr. di Västerbottensost grattugiato (sostituibile con Parmigiano)
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.
  • noce moscata q.b.

Per il resto:

  • 4 costate di manzo da 200 gr. circa l’una
  • sale
  • pepe nero
  • 15 gr. di burro
  • 140 gr. di fagiolini
  • 4 strisce di bacon
  • 4 pomodorini
  • un cucchiaino di olio d’oliva
  • 8 cucchiaiate abbondanti di bearnaisesås
  • prezzemolo
  • dragoncello

PREPARAZIONE

Preparare le patate duchessa: sbucciare e tagliare le patate a pezzetti piccoli e bollirle in acqua salata già bollente per circa 15 minuti.
Scolarle bene e spiaccicarle tutte. Aggiungere la panna e il burro e mescolare energicamente fino ad ottenere un purè abbastanza liquido ma non troppo. Aggiungere i tuorli ed il formaggio grattugiato e aggiustare di sale, pepe e noce moscata.

Cospargere la carne di sale e di pepe su entrambi i lati e scottarla nel burro per circa 30 secondi per lato in una padella già calda.
Mettere in un piatto la carne e farla riposare sotto la carta d’alluminio.

Preriscaldare il forno a 250 °C.

Sbollentare i fagiolini nella padella ancora imburrata dove avete passato la carne per una decina di minuti. Fateli riscaldare e divideteli in quattro gruppi. A questo punto avvolgete una fettina di bacon attorno ad ogni gruppo (magari cercando di fare un nodino, così non verrà via).

Con uno stuzzicadenti fare qualche buchino nei pomodori.

Adesso dovrete fare in modo di comporre i piatti in due teglie che saranno anche i piatti di portata, per cui prendete due teglie piccoline che possano andare nel forno ma che siano anche gradevoli esteticamente parlando.
Se non ce le avete potete comporre un finto piatto dentro la carta da forno, cuocerlo e poi servirlo pari pari nel piatto. Sarà bruttissimo avere la carta da forno nel piatto ma insomma, vi accontentate.
Se poi avete proprio la piastra di legno lavica, o di ghisa, o di sale rosa, etc. siete troppo avanti e componete tutto lì (in questo caso fate scaldare una decina di minuti anche la piastra).
Se è troppo complicato per voi cuocere e servire nello stesso posto, fate le patate duchessa a parte e aggiungetele al piatto di portata solo in un secondo momento. Io ho fatto così, ad esempio.

Componete la teglia in questo modo: aggiungete il pezzo di carne, sopra al pezzo di carne mettete i pacchettini di fagiolini e il pomodorino al lato (io vi dico come dovrebbe essere, ma poi invece ho fatto come mi pareva).

Inserire il purè in una sac-à-poche e comporre dei fiocchetti di patata (come quelli che si fanno con la panna) tutto intorno alla carne.

Cospargere i pomodori e i fagiolini con un pochino d’olio e mettere nel ripiano più alto forno.

Lasciare finché le patate non avranno un bel colore dorato (circa 20 minuti).

Cospargere la carne con due belle cucchiaiate di salsa bernese, prezzemolo tagliato fine e dragoncello, e servire immediatamente.

Buon appetito!
I.

Äggtoddy, finlandssvenska e dolcissimi Mumin

Io sono quella delle ricette postate a cazzo. Infatti questa è una bevanda pasquale.

Kevin McKidd, aka Tommy, aka dottor Hunt

Kevin McKidd, aka Tommy, aka dottor Hunt

L’äggtoddy è una bevanda molto dolce a base di uovo e cognac (ma c’è anche chi ci mette rum, o whisky o calvados o, Sacré Bleu, lo analcolizza), ed è sostanzialmente la stessa cosa dell’eggnog, bevanda natalizia, non pasquale, diffusissima in Canada e Stati Uniti, della cui esistenza so grazie a Big Bang Theory, How I Met Your Mother, Grey’s Anatomy, e altre mille serie yankee che mi guardo con eguale ingordigia nelle mie segrete stanze, quando smetto di essere una persona seria e piango per l’Alzheimer della moglie del dottor Webber.

Tra l’altro, mi sono sentita particolarmente deficiente per non aver riconosciuto subito nel dr. Hunt il povero Tommy di Trainspotting, voi lo avevate notato?

Grey’s Anatomy a parte, l’äggtoddy può essere servito molto caldo, molto freddo con ghiaccio dentro, molto alcolico, molto dolce, molto speziato, insomma, potete modificare la ricetta come vi pare, tenendo comunque presente che l’uovo e il cognac tendono ad aumentare in modo sproporzionato la forza gravitazionale che attira il grasso sottocutaneo della vostra panza al terreno. Quindi andateci piano ché se no poi strisciate come le bisce.

Tempo fa un tipo svedese mi fece notare che gli italiani passano molto, moltissimo tempo a parlare della loro digestione, forse ve lo avevo già accennato, e difatti in tutte le pagine Wikipedia in lingue a me note non c’è il minimo accenno alle difficoltà digestive che l’äggtoddy provoca se non, naturalmente, in quella italiana.

Dai via, provate ad andare per strada e chiedere a caso alla gente: “Ti piacciono i peperoni?“. Secondo un mio umile pronostico, su dieci persone 6 risponderanno con “Molto, ma non li digerisco bene”, 3 con “Molto, e li digerisco senza nessun problema”, e soltanto una reagirà con un “Sì/No”.
Oppure fate anche caso al fatto che se in un caldo pomeriggio estivo si parla di anguria, nel gruppo ci sarà sempre il saccente che informa gli altri con un tono di voce reso più acuto da un rovente autocompiacimento: “Eppure sembrerà strano, ma l’anguria è sorprendentemente indigesta“, tra gli “uuuuuh” sorpresi degli astanti.

Bene, Wikipedia italiana avverte che l’äggtoddy si digerisce male, e quindi ecco, visto che voi siete italici, io vi ho avvertito.

Tutte le varie cose che possono essere infilate nell'äggtoddy

Tutte le varie cose che possono essere infilate nell’äggtoddy

Come vi dicevo prima, le varianti sono infinite. La costante sono sempre tuorli e zucchero, ma le altre cose le mettete a caso.

Innanzitutto l’äggtoddy può essere alcolico o analcolico, ci si può aggiungere latte o acqua o un po’ di salsa di vaniglia, ci si può mettere del cacao o delle arance candite, della cannella, della noce moscata, dei pezzettini di mela o delle fragole o altre bacche. A volte ci si mette anche il bianco dell’uovo montato a neve a parte.

Altre varianti note sono: quella con panna montata, quella con mandorle tostate, quella con fiocchi di cocco, e quella con le caramelle dentro, per i bambini pare. A me l’idea di infilare le caramelle in un bicchiere di uova e latte mi avrebbe rovesciato lo stomaco anche a 5 anni, ma i bimbi viKinghi non sentono cazzi.

Una variante che ha un suo statuto istituzionale, come dimostrato da un nome tutto per sé, è l’Hobbel Bobbel, che è la variante più sgrausa di tutte, perché è composta da uova e zucchero e servita a temperatura ambiente. That’s it.

Ma per quanto sia, come potete notare, una variante inutile e pallosamente fastidiosa, la Hobbel Bobbel a noi ci interessa molto perché ci permette di affrontare un discorso serio che riguarda la linguistica (vi mancava vero?), però dai, in modo meno noioso di altre volte.

Dunque la Hobbel Bobbel fu inventata negli anni ’60-’70 nell’Uusimaa (in svedese Nyland), una regione della Finlandia meridionale che fino non molto tempo fa era una zona in cui si parlava quasi soltanto lo svedese. Poi col tempo i finlandesi si sono giustamente rotti le balle di essere i deficienti obbligati a parlare la lingua dell’invasore, e per evitare di finire come i Celti, hanno ripreso le penne e ora parlano in finlandese che è un piacere.

Apertura estiva di una discoteca di tendenza in Osterbotten

Apertura estiva di una discoteca di tendenza in Osterbotten

Lo svedese di Finlandia (o finlandssvenska) indica l’insieme dei dialetti svedesi parlati in Finlandia come lingua madre dagli svedesi di Finlandia. Questi dialetti vengono racchiusi sotto un’unica denominazione perché sono fondamentalmente intercomprensibili, tranne alcuni dialetti dell’Ostrobotnia (o Österbotten) che non li capisce una sega di nessuno, né svedesi, né finlandesi, né finlandosvedesi. Tanto capirai, in Ostrobotnia fa troppo freddo per parlare.

Il finlandosvedese è considerato una lingua ufficiale ed è parlato dal 5% circa dei finlandesi come madrelingua, e da quasi tutta la popolazione delle isole Åland, ufficialmente sotto la Finlandia, tecnicamente autonome, praticamente svedesi.

Lilla My

Lilla My

Un personaggio finlandosvedese particolarmente simpatico fu Tove Jansson, una scrittrice e pittrice che inventò i Mumin, libri per bambini con protagonisti dei troll bianchi col nasone particolarmente pacioccosi attorno ai quali ruotano altri personaggi, di cui il mio preferito è Lilla My, perché è esattamente come me: piccola, casinista e sempre incazzata.

In Finlandia dedicati ai Mumin troviamo un parco a tema vicino a Turku, e un museo tutto per loro a Tampere. E io vorrei tanto andare in entrambi questi posti, però siccome devo mantenere un certo decoro devo aspettare di sgravare una creatura o rapirne una già sgravata da qualcuno, così posso dire che ho portato il pupo a divertirsi, mentre invece mi faccio fare le foto con i pupazzoni.

Tornando alla nostra ricetta, ve ne do una abbastanza basilare però stilosa, ovvero ci aggiungo una spruzzatina di panna e delle stecche di cannella per guarnire, comunque se voi volete aggiungere o togliere cose fate pure, se poi inventate qualcosa di particolarmente cazzuto fatemelo sapere. Però ecco, l’alcol ce lo metto, quello sì, cribbio.

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 2 tuorli
  • 4 cucchiai di zucchero a velo
  • 2 cucchiai di cognac
  • 2 bicchieri di latte intero caldo
  • 3 o 4 cucchiaiate di panna montata
  • 4 stecche di cannella

PREPARAZIONE:

Sbattere i tuorli con lo zucchero finché non diventano spumosi. Bollire il latte e versarlo lentamente sopra i tuorli mescolando continuamente. Aggiungere il cognac.

Aggiungere panna montata e guarnire con un paio di stecche di cannella per bicchiere.

Äggtoddy pronto!

Äggtoddy pronto!

Buon appetito!

I.

Ärtsoppa med fläsk: di piatti estivi obesi e letteratura.

Un po’ di cuRtura ogni tanto ci vole.

E quindi tocca anche affrontare argomenti ignoti ai più (l’incolta plebaglia che tanto affligge questo mondo).pesantezza

Per arrivare agli argomenti per gente-di-un-certo-livello però partiamo dal piatto, che è una zuppa di piselli gialli con porco e mostarda. Sì, un altro di quei piattini leggeri e facili da digerire, ché dopo cena vi sembrerà di avere le pareti dello stomaco foderate di osmio e alzarsi risulterà essere un’impresa titanica.

C’è una spiegazione soddisfacente alla pesantezza di tale wiwanda, comunque.

Vabbè, è un piatto antichissimo, precristiano, previchingo (quando i viKi non erano ancora viKi, che tenerezza), pretutto. Consumato prevalentemente d’estate, quando i piselli gialli crescono a manetta. Capito? Altro che caprese, al Nord non sentono cazzi.

Come ben sapete, arrivò il Cristianesimo anche lì. E chissà perché ma le religioni, soprattutto quelle monoteiste, partono dall’idea che dio (o Dio, non ho ancora capito quanto la mia ideologia si scontri con l’ortografia) invece di pensare a come risolvere carestie, epidemie, guerre, etc. tenga molto a cuore a cose come “tra i quadrupedi, mangiare soltanto ruminanti con lo zoccolo spaccato”, “tagliarsi un pezzetto di pene”, “fare una giratina alla Mecca ogni tanto”, etc.

Per il dio cristiano è importante (anzi lo era, poi deve essersi distratto) che il venerdì ci si tenga leggeri e si “mangi di magro”.

E allora è nata l’astuta tradizione di sfondarsi il giovedì, così il venerdì puoi anche non mangiare perché il tuo corpo è ancora provato dal cibo del giorno prima.

Mentre a Roma ciò si traduce con gli gnocchi, in Svezia abbiamo la ärtsoppa med fläsk (“zuppa di piselli con porco”).

Salsiccione di ärtsoppa orgogliosamente mostrato da una viKi con gusti discutibili per quanto riguarda gli smalti per unghie

Salsiccione di ärtsoppa orgogliosamente mostrato da una viKi con gusti discutibili per quanto riguarda gli smalti per unghie

E ormai voi espertoni di cibo svedese sapete che nei viKimarket c’è la versione already made in salsiccione: voi tagliate salsiccione, versate in pentolo, appoggiate su piastra elettrica (perché nel nord Europa hanno paura del fuoco e preferiscono sprecare energia elettrica), e sbranate.

Qui nel Belpa invece se la volete ve la fate, ma via, non ci vuole una laurea in Fisica molecolare e atomica, è un piatto facile.

Il consumo della ärtsoppa è noto fino dal 1200, ma con il cavolo al posto del fläsk. La prima testimonianza dell’aggiunta del maiale risale a un giovedì del 1577, quando la ärtsoppa med fläsk fu servita al re Erik XIV Vasa, che soffriva di manie di persecuzione e ammazzava gente a caso, condita con una bella spolverata di arsenico. E tanti saluti allo spostato Erik.

Nel 1700 iniziò poi la curiosa tradizione di berci dietro il punsch svedese caldo, che è un liquore tipo grappa, a base di arrack, un a specie di rum prodotto in India e Sri Lanka e diffuso in Svezia proprio nel ’700 dalla Compagnia svedese delle Indie Orientali fondata a Göteborg.

Nel 1800, siccome si pensava che una zuppa di legumi con una quantità spropositata di porco in tutti i modi e le maniere e intervallata da gozzate di rum fosse troppo delicata per un vero viKistomaco, si decise di aggiungere dei pancakes alla fine del pasto, o pannkakor, con panna e marmellata. Che vi farò molto presto, perché li amo.

Ed ecco che il tradizionale pasto del giovedì fu pronto nella forma che conosciamo oggi. Pasto che viene servito nelle scuole e nelle caserme della Svezia, spero vivamente per la loro salute non ogni giovedì.

E ora l’argomento culturale.

August Strindberg (1849-1912)

August Strindberg (1849-1912)

Questo piatto era in assoluto il cibo preferito di August Strindberg, drammaturgo e scrittore svedese che, per quanto geniale, evidentemente non aveva poi tutto questo gusto culinario, perché la ärtsoppa sarà anche buona, per carità, ma è pur sempre una stupida zuppa di piselli.
Ma vabbè, Strindberg aveva altre qualità. Basti pensare che il piatto preferito di John Lennon erano i cornflakes, e allora, che ci volete fare.

Sostanzialmente Strindberg ricopre da solo TUUUUUUTTA la letteratura svedese, perché la sua opera completa consta di ben 50 volumi e tratta praticamente tutti i generi letterari conosciuti. Se non tutti quasi tutti.

Studiò ogni cosa (medicina, filologia, recitazione, teosofia, etc.) e fece ogni cosa (pittore, scultore, chimico, fotografo, etc.). Si sposò circa una dozzina di volte e litigò con chiunque.

Era un mezzo matto, alla fine, che ha scritto capolavori della letteratura non solo scandinava, ma mondiale, come La stanza rossa (a volte tradotto con La camera rossa), Il padre, Danza di morte, La sonata degli spettri, e moltissime altre cose che ho studiato all’università e che ho poi dimenticato anche grazie all’alcol usato per festeggiare i miei esami (segno evidente che quindi un tempo queste cose le ho sapute).

Comunque per farvela molto breve, avete presente un nordico con una penna in mano? Di cosa potrà mai scrivere?
Precisamente. Di drammi interiori, lotte psichiche, crudeltà, corruzione di animi, figa (eh oh, c’è anche quella tra gli argomenti più eviscerati in letteratura), conflitti edipici, spiritualità, morale, analisi culturale, interpretazioni artistiche, metariflessioni, metariflessioni sulle metariflessioni e bla bla bla.

E fra una tragedia umana e l’altra il solerte Strindberg ci dava di zuppa e porco, che definì addirittura gudamat, “cibo degli dei”. Me cojoni.

Ho provato a usarlo come garanzia, magari vi ha convinto.

Secondo il mio modesto parere la ärtsoppa è buona, ok, ma sì insomma, è una zuppa di piselli. E io sono toscana, per cui di zuppe ne so un casino. Ecco, comunque eviterei di servirla con alcol à gogo e pancakes dopo, perché io personalmente ci tengo a vivere, però come piatto unico secondo me ci sta tutta. Poi se ve la sentite osate.

Piselli gialli (che a quanto pare esistono veramente)

Piselli gialli (che a quanto pare esistono veramente)

Forse rivedrei il fatto che si tratta originariamente di un piatto estivo. Quello sì. Insomma, meglio non morire di infarto mentre si risalgono gli scogli dopo una giornata la mare.

Anche perché sticazzi dei piselli gialli, io li ho usati verdi perché quelli gialli non li ho trovati da nessuna parte, e stavolta non mi sono fermata di fronte ad un’infruttuosa ricerca all’Ipercoop, ma sono andata perfino in due negozi di granaglie, di cui uno al mercato centrale.

Non erano a conoscenza dell’esistenza dei piselli gialli.

INGREDIENTI PER 3/4 PERSONE:

  • 300 gr. di piselli gialli secchi
  • 1 litro d’acqua
  • 1/2 carota
  • 1 cipolla gialla e 1/2
  • 150 gr. di pancetta (non a fette, ma un pezzettone intero)
  • 1 pizzico di timo
  • 1 pizzico di maggiorana
  • 1 foglia di alloro
  • un casino di pepe nero
  • 6-8 fette di pane di segale croccante
  • mostarda con i semini

PREPARAZIONE:

Mettete i piselli secchi in una pentola di acqua fredda, coprite con un coperchio e lasciate una notte.

Risciacquate i piselli, metteteli in una pentola con un litro d’acqua, e mettete sul fuoco.

Tagliate carota e cipolla e aggiungete ai piselli. Mettete anche il pezzettone di pancetta nella pentola.

Coprite, cuocete a fuoco molto basso per un’ora e mezzo, togliete il pezzettone di pancetta e frullate tutto con il frullino a immersione.

Tagliate il pezzo di pancetta a cubetti e metteteli di nuovo in pentola.

Servite la zuppa con un paio di fette di pane di segale croccante su cui avrete spalmato abbondante mostarda.

Ärtsoppa med fläsk pronta!

Ärtsoppa med fläsk pronta!

Buon appetito!

I.

Våfflor, copimismo e religioni del cazzo

piastra

La mia bellissima piastra

Non c’è stato niente da fare, ho deciso di fare un altro dolce. Sono sotto tesi e in carenza d’affetto, in Toscana piove as usual, fa freddo e quindi i maglioni nascondono il fatto che io sia grassa, e in più ho comprato una fantastica piastra per waffel, che mi implorava di essere immediatamente usata non appena avessi barbaramente distrutto l’imballaggio.

E chi sono io per dire no ad una piastra per waffel? Nessuno, quindi famo ‘sti waffel.

In Svezia i waffel si chiamano våfflor.

E comunque vedo su Wikipedia che in Italia sono conosciuti anche come gaufre, che sono ‘parenti prossimi’ dei pancake, e della stessa famiglia di crêpe, canestrelli, tegole dolci (che non so cosa cazzo siano), e se seccati si trasformano in wafer e coni gelato.

Non avevo idea che ci fosse una classificazione linneana dei biscotti a cialda. Si impara sempre qualcosa.

In Svezia ad ogni modo i våfflor hanno la tipica forma a 5 cuoricini uniti in modo da sembrare un fiorellone, che è peraltro la forma della mia piastra nuova di zecca, perché io se devo fare le cose le faccio per bene, cribbio.

E’ dal 1600 che nelle case svedesi si cucinano i våfflor, e siccome ve l’ho sempre detto che gli svedesi sono pedanti, ogni variante dei våfflor in svedese non si limita a chiamarsi “variante di våffla“, ma ha uno stupido nome. Io ora non sono una grandissima esperta di våfflor, per cui non vi sto a ammorbare con le differenze tra varianti e rispettivi nomi anche perché non lo so, però fidatevi che è così.

Ma anche un’altra cosa tipicamente viKi è strettamente legata ai våfflor: il fatto che il calendario svedese preveda un cazzo di giorno del våffla, il Våffeldagen, che è il 25 marzo.

C’è un giorno per tutto in Svezia. Un po’ come la leggenda metropolitana sulla Svizzera, che se lavi la macchina un giorno che non sia il sabato subisci un ostracismo sociale, perché il “giorno di lavamento macchina” è il sabato. Cose che noi terroni non riusciamo a concepire neanche con uno sforzo psichico sovrumano.

Sì lo so, stavolta sono stata puntuale, nonostante normalmente vi posti le ricette di Natale a febbraio o cose così, ma tanto voi capitate su questo blog solo perché cercate i “culi di maiale svedesi” (per approfondimenti sulle vostre ricerche, vedi qui), quindi spero che mi perdonerete.

By the way, il 25 marzo si mangiano i våfflor per festeggiare l’Annunciazione, ovvero il momento in cui l’arcangelo Gabriele è andato da Maria a dirgli “Cara, ti devo parlare. Puntini di sospensione”. Prima volta in cui il discorsetto viene fatto da un uomo a una donna (sì ok, gli angeli non hanno sesso, ma questo si chiama Gabriele). Che sì, insomma, ciò ha anche senso, perché poi Gesoo è nato il 25 dicembre, quindi la Vergine in stato interessante 9 mesi di gestazione se li è fatti. Cosa che invece non torna se si festeggia l’Immacolata Concezione l’8 dicembre, per cui la Madonna dovrebbe aver avuto una gravidanza o di 17 giorni (roba che nemmeno gli orsetti russi) o di 382 (ovvero più di un anno di dolori articolari, nausee, pesantezza e astensione da alcol&cicchini, essendo oltretutto vergine… inculata maxima).

Ma poi invece pare che l’8 dicembre si festeggi qualcos’altro, in realtà, qualcosa sul peccato originale di Maria che non mi ricordo e non ho voglia di cercare. Anche perché, ecco, ce ne frega qualcosa? No, bene.

Comunque, alla fine delle fatte fini, quel giorno i viKi mangiano våfflor, bella per loro.

Potete cucinarli anche senza l’apposita piastra, e li fate tipo crêpe, però la cosa bella di avere una piastra per våfflor è che vengono tutti bellini uguali che sembrano fatti con il CTRL+C; CTRL+V.

E agli svedesi il copia e incolla piace parecchio, tanto che hanno una religione che celebra proprio questo.

No, non ho bevuto, dico davvero.

Allora, dovete sapere che in Svezia le confessioni religiose hanno cospicui sgravi fiscali (tipo l’esenzione IMU de’ noantri), e ciò a parere mio, ed evidentemente non solo mio, non è per niente giustino.

No, perché se io sono una cazzo di organizzazione atea ma promuovo cose ganze tipo, che so, ripetizioni gratuite a ragazzini che vanno male a scuola, corsi di cucito a ex galeotti, lezioni di shàolínquán a vecchiette aggressive, etc. non risparmio il becco d’un quattrino, in compenso se ululo al cielo che un’entità invisibile ma che permea l’universo risolverà tutti i miei problemi se porgo l’altra chiappa, ho aiuti economici.

Isak Gerson

Isak Gerson

Allora uno studente di filosofia molto gggiovane e astuto, tale Isak Gerson, ha voluto creare una nuova religione per avere anche lui un alleggerimento delle tasse. Non che non lo avesse anche prima, essendo tesoriere anche del Movimento degli Studenti Cristiani di Svezia (sì, esiste davvero), ma evidentemente ne voleva un po’ di più.

Per cui si è inventato un nuovo credo, e lo ha chiamato kopimism, in italiano “copimismo” (dall’inglese copy-me). Evidentemente il buon Isak doveva essere un nerdone di quelli seri, insomma: tesoriere degli studenti cristiani, particolarmente cesso e particolarmente genialoide = la sua vita sociale doveva limitarsi alle pippe su internet, e infatti proprio dall’informatica (no, non dalle pippe) ha preso ispirazione.

La religione copimista infatti si propone di diffondere ogni tipo di informazione per via telematica, si oppone al copyright in ogni sua forma e incoraggia ogni tipo di pirateria su ogni tipo di medium.

Inizialmente le richieste del movimento di essere riconosciuto come comunità religiosa furono rigettate diverse volte da persone dotate di buon senso. Però spesso il buon senso e la legge sono due cose diverse. E alla fine hanno dovuto riconoscerlo.

Anche perché alla fine, se riesci a sfruttare la legge per fare liberamente i cazzi tuoi, vuol dire che è la legge il problema più grande, perché è fatta col chiulo. Condono docet.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Poi oltre ai soldi c’è anche la questione sottile della “protezione delle comunità religiose” in Svezia, e farsi riconoscere come religione per questa ghenga di tangheri che si definiscono “copimisti” vorrebbe dire anche ottenere una sorta di protettorato continuando a esercitare (e molto probabilmente lucrare su) la pirateria.

Che poi alla fine a me la pirateria mi sta anche simpatica in linea di massima, però è un po’ come il discorso Megavideo, no? Io diffondo materiale soggetto a copyright, però te lo rovino un pochino, e se te lo vuoi tutto per benino mi paghi… ecco, che differenza c’è allora tra te e una mayor? Voglio dire, se ci lucri sopra mi stai sul cazzo, perché dietro a espressioni pompose di “libertà dell’informazione”, “intelligenza collettiva”, “patrimoni intellettuali universali” si nasconde in fondo in fondo, uno stronzone come gli altri.

Poi ci mancherebbe, magari i copimisti sono solo una banda di gonzi, ma io sono dell’idea che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci s’azzecca, quindi diffido.

Per essere definiti comunità religiosa i copimisti si sono dovuti inventare simboli, liturgie e credo, e quindi i loro principi sono: “Copio dunque sono”, “Copiare è cosa buona e giusta”, “L’informazione è sacra e la copiatura è il suo sacramento”. Il credo da pronunciare è: “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti”. I simboli sacri sono CTRL+C e CTRL+V.

No ma gente, non sto esagerando stavolta, eh. E’ davvero così.

Matrimonio copimista: notare la maschera del 'prete', il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Matrimonio copimista: notare la maschera del prete, il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Il 28 aprile dell’anno scorso a Belgrado si è celebrato il primo matrimonio della Chiesa missionaria del Copimismo (che a questo punto vuol dire che è sbarcato anche in Serbia, a dimostrazione del fatto che l’erba più fertile sono le stronzate apocalittiche).

Che poi è il discorso che facevamo l’altra volta sulla Chiesa anglicana, no? Io capisco che uno ci prova a inventarsi una religione per fare i cavoli suoi, nel caso di Enrico VIII divorziare, per esempio, ma è la gente che ci crede che mi sdubbia.

Sì ecco, come si fa a meravigliarci di come ideologie pericolose e folli prendano piede nel mondo, se c’è anche solo un gruppetto che crede in cose come il copimismo?

Bah, comunque, lasciando perdere i malati mentali, i våfflor sono buonissimi, e io sono molto orgogliosa della mia nuova piastra.

E del mio ateismo.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 VÅFFLOR:

  • 125 gr. di burro
  • 270 gr. di farina
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 100 ml di latte intero
  • 500 ml di panna fresca
  • 2 uova
  • 2 dl di acqua fredda di frigorifero
  • 20 cucchiaiate abbondanti di lamponi e marmellata di lamponi (o fragole, o mirtilli, o frutti di bosco, o more)
  • frutti di bosco vari a piacere

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro e farlo raffreddare. Mischiare farina, lievito, zucchero e vanillina in una terrina e aggiungere il latte e 1 dl di panna (il resto andrà poi montato per farcire i våfflor).

Sbattere brevemente le uova e aggiungerle al composto. Aggiungere il burro.

Aggiungere lentamente l’acqua fredda e mischiare.

Coprire e lasciare riposare per una ventina di minuti.

Riscaldare la piastra per våfflor, o una per crêpes, o una padella antiaderente, imburrarla e versare una mestolatina di impasto. Far dorare.

Montare la panna rimasta e versare su ogni våffla un paio di cucchiaiate di panna, un paio di marmellata, e cospargere di lamponi (o le bacche che avete usato).

Våfflor pronti!

Våfflor pronti!

Buon appetito!

I.

Plat du jour: Bearnaisesås. Lavarsi le cul, parlare usando il français ed emettere sjtrani sjuoni.

Salsa molto stronza da cucinare, la bearnaisesås non è un piatto svedese. E questo ve lo sparo così all’inizio perché ci sarà sicuramente tra voi qualche fastidioso saccente che avrà pensato con la faccia di Yao Ming: “Bitch please, la salsa bernese è bernese e non svedese”.bitch-please-meme-generator-bitch-please-51d085

Ed io questo sollo, ma ciò che ignorate voi testine, è che in Svezia la salsa bernese la infilano dappertutto. Al MacDonald i viKi ci inzuppano le patatine, la schiaffano sull’insalata, sui funghi, sulla carne, sul pesce, sui gamberi, ci si lavano i denti, la usano come abbronzante, le svedesi se la ritrovano nelle perette di Tantum rosa, insomma, è una maledizione.

E’ talmente una maledizione che una volta un viKi (simpatico, un po’ tardo ma simpatico) mi disse: “Ah sei toscana? Bello, io sono stato a Firenze, e mi ricordo che ho chiesto la bistecca alla fiorentina ma mi sono meravigliato… non c’era sopra la salsa bernese“…
Ecco, in quel momento (lasciando perdere la mia reazione che prevedeva il brandire una croce e gridargli contro “Vade retro”) ho effettivamente capito che gli svedesi non si pongono il problema di assaporare. Perché se senti il bisogno di una qualsiasi salsa sulla fiorentina vuol dire che sei geneticamente differente. Come i cani di Pavlov: ciotola rossa = bava; carne = bearnaisesås.

E a proposito di ciò notiamo subito come infatti la bearnaisesås sia componente eccelsa di molti piatti italiani farlocchi. Non solo della bistecca alla fiorentina: tra tutti facciamo un minuto di silenzio per la generica bearnaise-pasta, le specifiche bearnaise-lasagne e l’abominevole bearnaise-pizza. Oh yes.

Bearnaise -pasta, -pizza e -lasagne

Bearnaise -pasta, -pizza e -lasagne

Quindi capite che anche se tecnicamente questa salsa non è svedese-svedese, è svedese di adozione, come tantissimi piatti di tantissime cucine, la nostra compresa.
Lo sapete come si dice sia nata la carbonara, no? Pare da uova in polvere e bacon essiccato che i soldati americani seminavano ovunque durante la liberazione. Dunque, come vedete, c’è chi crea un superlativo primo piatto da scarti yankee, e chi crea la bearnaise-pizza. Il mondo è bello perché è vario.

La salsa bernese non è di Berna, cosa che pensavo fino a ieri, ma del Béarn, area dell’Aquitania, nella Francia sud-occidentale, famosa per la grande tradizione gastronomica e per aver dato i natali, tra gli altri, al sociologo Bourdieu, allo stilista Courrèges e al generale napoleonico che diventò poi il re Giovanni Carlo XIV di Svezia dando origine alla stirpe dei Bernadotte, famiglia reale svedese che, come vedete, è sempre in mezzo ai coglioni (chi è interessato ad approfondire la questione del viKitrono può leggere qui).

Ma gli svedesi non hanno preso dalla Francia solo la salsa bernese e Sua Maestà.
Diciamo che a partire dalla metà del XVII secolo un po’ tutti in Europa, non solo i viKi, hanno subito il fascino dei nostri cugini con l’r moscia, nella cosiddetta “gallomania“, sviluppatasi a causa della centralità politica, della potenza militare, della forza economica, della capacità innovativa del sistema tecnologico e scientifico e del prestigio culturale e letterario del paese in cui si compra il pane, ce lo si strofina sotto le ascelle e ce lo si mangia.

E allora ecco che accendiamo l’abat-jour, diamo il biberon ai bimbi e cerchiamo di rispettare il bon-ton mentre sorseggiamo con tutto il nostro charme una flûte di champagne dall’ottimo bouquet e dal fine perlage (parola che oltretutto è stata bellamente inventata, dato che il perlage i francesi lo chiamano effervescence).

Questo è probabilmente l'uso che i viKi fanno del bidet quando sono in vacanza in Italia

Questo è probabilmente l’uso che i viKi fanno del bidet quando sono in vacanza in Italia

Potrei anche aggiungere che ci laviamo il culo nel bidet, però quella è tragicamente una cosa che facciamo solo noi del Belpa.
I viKi non lo hanno mai fatto e anzi, tornando al leitmotiv del sono-svedese-e-ti-prendo-per-il-culo-per-cose-per-cui-dovrei-solo-tacere, una di loro ha addirittura osato esordire con “Ahahahah! Ma te lo usi davvero quel coso?” e io: “Ovviamente, e se fossi in te non sghignazzerei tanto, cara la mia sudicia” e lei: “Guarda che noi in Svezia ci facciamo la doccia tutti i giorni”.

Ommmmmmmm… Irenenonusareilcoltellocomeshurikennnnnnnn… Ommmmmmmm….

Bene cari viKi (ma non solo), dovete sapere che ANCHE NOI TERRONI CI FACCIAMO LA DOCCIA TUTTI I GIORNI. Basta con il mito che se hai il bidet non ti fai la doccia. Non sostituisce la doccia, quel cazzo di bidet, nel senso, avete mai visto una casa italiana senza doccia? No, noi ci facciamo la doccia e IN PIU’ ci laviamo il culo. E lo rivendichiamo con orgoglio. Fatevene una ragione. Ed è inutile che ridacchiate, non sentitevi ganzi, perché siete dei puzzoni.

Ecco, scusate, mi lascio prendere molto dall’argomento “bidet“.

Comunque, i viKi almeno non lo hanno mai avuto, i francesi a dire la verità ce lo hanno avuto, anzi, lo hanno persino inventato (come dimostra il calco linguistico con cui designiamo l’oggetto in questione), quindi un tempo si sono anch’essi lavati le pudenda reiterate volte al giorno, però poi hanno smesso. E questo rende la loro posizione più grave. Meglio essere nati zozzi o avere deliberatamente scelto di abbandonare la pulizia?

Ma sto andando off-topic come sempre.

Dicevo. Il fatto che la Francia fosse trendy un casino, ha portato ad una quantità impressionante di gallicismi in moltissime lingue, tra cui lo svedese.

Dovete sapere che in svedese c’è un suono molto simpatico, il temibile sj-ljudet [ɧ], ovvero una consonante fricativa dorsopalatale velare sorda, che esiste solamente nello svedese (e anche nel kölsch, a dire la verità, un insieme di forme dialettali della lingua ripuaria, appartenente al gruppo del tedesco centrale, parlato circa da 250.000 persone nella città di Colonia e dintorni).

Ecco, in svedese però questo fonema, a differenza che nel kölsch, può essere realizzato tramite un numero potenzialmente infinito di foni.
Ci tenete davvero alla spiegazione della differenza tra fono e fonema? Perché se fosse per me, io potrei andare avanti delle ore, ma poi questo blog non lo leggerebbe più nessuno… Dai, faccio veloce: il fono è il suono scientifico, quello che davvero si produce o si ascolta; il fonema è invece una specie di ‘immagine virtuale’ di quel suono anche se realizzato in diversi modi. L’esempio classico in italiano è la r moscia come difetto di pronuncia (o rotacismo): anche se realizzata diversamente è percepita comunque come una r.
Per cui è come se tutti gli italiani facessero la come cazzo vogliono e fosse comunque percepita da tutti come r. Già ci sono un sacco di r mosce in giro, quella snob a V, quella francese, quella che abolisce del tutto il suono ‘r’, quella dura tedesca, quella a G che di solito hanno i giornalisti del Tg5, etc. Però rientrano tutte nei difetti di fonazione. Questo fonema in svedese invece funziona come se tutti avessero stabilito che si può fare un po’ come cazzo ci pare, anzi, non è “come se”, è proprio così.

Ecco, i linguisti su questa oscillazione del sj nello svedese ci sono andati in paranoia. Alcuni hanno cercato di ricostruire ogni cazzo di singolo fono in cui questo fonema è prodotto, con l’uso di simboli fonetici piuttosto bizzarri, come [fˠʷ], [x̞] o [x̟]. Ma sono solo alcuni dei miliardi di suoni che vengono associati a questo fonema.

Io ho provato ad ascoltare i viKi attentamente, per carpire il segreto di questo suono, mi ci sono intrippata, e sono giunta alla conclusione che ogni svedese articola questo suono in più o meno 5 diversi modi a seconda della circostanza, della parola, e del tasso alcolico nel suo sangue; e dal momento che gli svedesi sono 9 milioni, la mia ricerca empirica dimostra che ci sono 45 milioni di modi di articolare questo suono.

Ovviamente dipende molto anche da che parte della Svezia si viene: nel nord il suono è articolato più o meno come la nostra <sc> però con la punta della lingua sollevata che tocca quasi il palato ([ʂ]), nel sud invece si può sentire pronunciato simile alla scatarrata olandese ([ɧx]).

Addirittura alcuni linguisti sostengono che, dato che il fono [ɧ] indica due punti di articolazione (velare sarebbe nella gola, e dorsopalatale sul palato), si dovrebbe fare un suono su due punti diversi della bocca, e per questi linguisti le consonanti ‘doppiamente articolate’ non esistono. Quindi è tutta immaginazione.

Con questo ci si può orientare un po'

Con questo ci si può orientare un po’

Ma in realtà gli svedesi sono capaci di fare suoni alieni, per cui secondo me sono anche capaci di fare fricative quintuplamente articolate così, a richiesta. E magari contemporaneamente fanno i giocolieri con una decina di polpette IKEA.

Allora vi faccio sentire qualche esempio di diverse articolazioni, però siccome non avevo molta voglia di ascoltarmi 45 milioni di registrazioni, ve ne metto solo qualcuna. Tutti questi omini che parlano sono madrelingua, quindi se qualcosa non vi torna rifatevela con loro.

Allora, abbiamo la parola själ (“anima”), la parola själv (“stesso”), la parola skär (“scalpello”) e la temibile parola sjuksköterska (“infermiera”).
Ci si fanno anche degli scioglilingua, ad esempio con sju sjösjuka sjömän (“sette marinai con il mal di mare”), che io ho trovato solo nella sua forma breve ma che in realtà è più lungo: sju sjösjuka sjömän sköttes av sju sköna sjuksköterskor (“sette marinai con il mal di mare sono curati da sette belle infermiere”).

Come avrete notato il suono sj non si scrive solo <sj>, perché sarebbe troppo facile, e i viKi sono caccosi, non gli va che la loro lingua sia troppo intuitiva o che ci sia una corrispondenza tra grafia e scrittura, sarebbe troppo semplice. Voi però finora avete visto solo <sj> e <sk>, ma sappiate che si può scrivere in moltissimi altri modi.

Quindi, ricapitolando: oltre ad essere un fonema che si può realizzare attraverso millemila foni, si può anche scrivere attraverso millemila grafemi. E questo fa sì che lo svedese appartenga di diritto alle cosiddette lingue confusedove possiamo avere 50 scritte diverse ma che si pronunciano nello stesso modo, vedi il francese e la stessa pronuncia di vingt, vain, vin, vint, o una parola che non si può minimamente supporre come si pronuncerà, e l’inglese qui vince a mani basse: perché la doppia in blood è diversa da quella in good? E heart/beard/heard? E poi, provate un po’ a scazzare come si pronunciano indict, gunwale, ere, sword o choir.

E questo modo di scrivere in tanti modi diversi quello stupido suono sj, è strettamente collegato al discorso sul prestito dal francese di cui vi parlavo prima, perché gli svedesi per fare i fighi hanno deciso che tutti i gallicismi che in francese hanno il suono j, o ch, o finiscono con -tion, -sion, o altre regoline di cui so una sega, devono avere quel maledetto suono.

E questo ha ovviamente accresciuto notevolmente il numero dei modi in cui il suono sj si scrive.

Alcuni ne hanno contati una sessantina, ma in realtà è difficile da stabilire, perché i linguisti non concordano mai su nulla, e poi perché ci sono migliaia di dialetti che pronunciano con questo suono anche altri grafemi.
Comunque qualche esempio: <ch> (champinjon), <dsk> (gudskelov), <g> (gélé, e anche <rsg> in krusbärsgélé), <gi> (religiös), <i> (motion), <j> (journalist, e anche <rj> in superjournalist), <rsi> (version), <rsk> (försköna), <rskj> (förskjuta), <stj> (stjärna, e anche <rsstj> in pappersstjärna e <rstj> superstjärna), <sch> (schema), <sh> (Shanghai), <si> (television), <ski> (Nordenskiöld), <skj> (skjuta), <ssi> (passion), <ssj> (hässja), <stg> (gästgiveri), <sti> (Kristianstad), <ti> (station), <xi> (reflexion), <xj> (Växjö), e altri.

Ecco, questo era giusto per darvi un assaggio di fonetica svedese che, com’è noto, è uno degli argomenti più cercati sul web. Google mi informa che è al terzo posto nelle ricerche degli italiani dopo “tette di Belen” e “migliori gol della Juve”.

Quindi se vi capitasse mai di avere davanti un viKi incazzato che vi punta una pistola alla tempia minacciandovi di spararvi in mezzo agli occhi (come si fa con gli alci) se non pronunciate bene una parola, sappiate che quando vedete una parola svedese palesemente di origine francese che finisce con -ion, o che ha delle ch, delle sh, delle j a caso, state sicuri che dovete fare quel suono strano.

A volte mi chiedo come potreste continuare a vivere senza di me.

Tornando alla nostra salsa, è una menata, vi avverto. Dovete mescolare mentre aggiungete cose e molto probabilmente vi impazzirà. O forse lo fa solo con me che non so cucinare.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PERSONE:

  • 200 gr. di burro leggermente salato
  • una tazzina da caffè di aceto di vino bianco
  • una tazzina da caffè di vino bianco
  • 1 scalogno
  • due cucchiai di dragoncello tritato
  • due cucchiai di cerfoglio tritato (o prezzemolo, dato che il cerfoglio non si trova)
  • abbondante pepe nero
  • 4 tuorli
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Sciogliete il burro in un pentolino e fate raffreddare.

Portate a ebollizione l’aceto e il vino in cui avrete messo lo scalogno tagliato molto sottile, un cucchiaio di dragoncello, un cucchiaio di cerfoglio e una bella spolverata di pepe.

Fate bollire per circa 10-15 minuti, dopodiché filtrate e conservate il liquido.

A bagnomaria mettete a cuocere il liquido filtrato, sbattete leggermente i tuorli e aggiungeteli mescolando continuamente con una frusta.

Aggiungere a poco a poco il burro e continuare a mescolare finché la salsa non risulta spumosa.

Fate raffreddare continuando a mescolare con la frusta e aggiungete un cucchiaio di dragoncello e uno di cerfoglio.

Aggiustate di sale.

Bearnaisesås pronta!

Bearnaisesås pronta!

Buon appetito!

I.

Warning: explicit content! La svampsås e le ricerche più malate nelle stats di nonsolopolpette

Vi posto una ricetta svedese, come sempre, ma a differenza delle altre volte oggi non vi parlo della Svezia. Sì perché è un periodo in cui tutti fanno un po’ come cavolo gli pare, tipo il papa che si dimette, e allora lo faccio anche io.

No in realtà è perché devo condividere con voi qualcosa da molto tempo ed è giunto il momento.

Forse lo sapete già, ma se non lo sapete ve lo spiego…

Dalle statistiche del mio blog riesco a vedere tante cose interessanti su voi poveri stolti che capitate su nonsolopolpette.

So chi sono i miei followers (e a proposito, grazie), so quali sono i vostri post preferiti, so su quali immagini cliccate più spesso (un giorno di questi ci metterò un culo, così giusto per vedere quanti clic si becca), so la media dei visitatori al giorno e il totale dei visitatori di sempre, so tutto.

Tiè, vi ci piazzo un'altra foto di alce, così mi becco un casino di altri viewers in più. E la aggiungo anche nei tag.

Tiè, e io vi ci piazzo un’altra foto di alce, così mi becco un casino di altri viewers in più. E aggiungo anche “alce” nei tag.

So quali sono le tag che hanno riscosso più successo, e incredibilmente “alce” vince a mani bassissime su tutte le altre, perfino su “fika” e “fika svedese”. Senza l’alce questo blog non se lo inculerebbe nessuno. Non lo avrei mai detto.

So anche da che parte del mondo venite.

Ecco, a tal proposito vorrei ringraziare i viewers più esoticamente assurdi di tutti: cari pakistani, kenioti, portoricani, bosniaci, filippini, canadesi, taiwanesi, abitanti degli Emirati Arabi Uniti (che si chiameranno come? Emiratini? Emiratarabiunitesi? Emiratioti?), etc.: cosa ve ne frega dei vaneggiamenti italiani di una deficiente sulla Svezia e la cucina svedese?!
Voglio dire, io vi ringrazio sentitamente, ci mancherebbe, ma mi chiedo davvero che cosa vi abbia portato qui. Insomma, se volete darmi una spiegazione potete scrivermi un’email quando volete, mi farete solo felice.

Ma la cosa in assoluto più divertente è vedere attraverso quali ricerche Google voi approdate qui.

Io mi diverto in molti modi strani: scrocchiarmi una scapola facendomela uscire da sotto il braccio; staccare l’etichetta della birra cercando di non lasciare neanche un micropezzettino sulla bottiglia; aspettare che i miei gatti abbiano finito di leccarsi completamente, intingere un ditino nell’olio e poi tempestarli di ditate così che devono rincominciare tutto da capo, etc.

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Ma niente al mondo mi fa divertire di più che leggere le vostre ricerche.

Perché scopro innanzitutto che c’è tanta gente malata, e vabbè, questo si sa. Ma ciò che mi rende orgogliosa è che questa gente malata capita tutta sul mio blog! Che onore!

E allora io vi dico qualche ricerca che mi è particolarmente piaciuta.

Divido per sezioni di utenti e specifico che cosa questi individui abbiano cercato:

1) Amanti di pratiche “sessuali” (chiamiamole così) varie: “shitting nella vasca da bagno video”, “palline di carne dentro la vagina”, “salto dell’alce nel sesso” (io conoscevo quello della quaglia), “rimming fatto da donne italiane”, “gusto il cazzo come salsiccia” (occhio a non mordere, però), ”figa e la pioggia dov’è”, “bei culi con leggins”, “olio di senape si può mangiare sul pene” (boh, se ce lo metti e poi te lo mangi, direi di sì, però fai caa’), “noce moscata nella figa”, etc.

2) Altri sessuomani a cui interessa in particolar modo la Svezia: “culi di maiale svedesi”, “youporn svedese con uomini di colore”, “la figa pelosa di una svedese”, “svedesi cazzo piccolo”, “concorso per la fica pelosa svedese più bella” (esiste davvero?!), “cazzi mosci svedesi”, etc.

3) Polemici: “svedesi di merda”, “ikea e una merda” (been there, done that), “ikea = sfruttamento”, “svedesi razzisti”, “Stoccolma quartieri ghetto”, “letto ikea rotto” (e mo’ so cazzi tua), “svedesi se la tirano”, “basta svedesi xenofobi”, etc.

4) Surrealisti: “cosa manca allo sciacquone l’acqua o il vino” (giuro), “patito aneto nela” (qui leggiamo anche del dadaismo), “merdone animale”, “festa re fagiolo jeans”, ”droga svedese biscotti”, “lumini tutti”, “donne estremamente pellose che pisano” (surrealsessuale con refusi), etc.

5) … Perché?: “cinghiali stilizzati”, “quadro elettrico per scania”, “mangiare con gli occhi massimo alberini” (ma cu minchia è Massimo Alberini?), “rinfrescarsi in ammollo”, “vorrei cambiare la mia pagina di facebook dalla lingua araba all’italiano perché non conosco l’arabo” (non fa una piega), “qual è la canzone che fa tomorroooooooooooow” (grazie per l’acuto scritto, comunque se cercavi la fastidiosa canzone cantata dall’altrettanto fastidiosa bambina nel musical Annie, prova qui), “sfigati che scatenano litigi”, “come sbucciare le patate lesse” (seriously?), etc.

In particolare vorrei chiedere a chi ha cercato “uomo bello e muscoloso” se ne ha trovato uno e se è disposto/a a concederlo in comodato d’uso, e a “cerco motosega per tagliare a metà il maiale” se ha trovato qualcuno che gli/le ha dato quello che cercava dopo aver specificato che voleva motosegare a metà un suino.

Son cose che fanno pensare.

E soprattutto vorrei dire a colei che ha cercato “sono una cazzona” che ha tutta la mia stima. Questo è un pensiero che rivolgo spesso a me stessa, ma a cercare conferme o consolazioni su internet non ci avevo mai pensato. Se ne vuoi parlare sono qui.

Prova provata della follia dei miei viewers

Prova provata della follia dei miei viewers

Oltretutto vi sembrerà una puttanata (e infatti vi metto un bello screenshot perché se no non mi credete), ma il primo viewer di stasera, appena passata la mezzanotte, ha appena cercato “ragazza svedesa va dal prete per avere lezione di pornno“, quindi capite che questi individui bazzicano sul mio blog abbastanza spesso.

So di essere volgare, a tratti. Tratti larghi. Tratti larghi e frequenti.

Comunque potete dire quello che vi pare, ma io di “culi di maiale” e di “cazzi mosci” non ne ho mai parlato, cribbio.
Nel senso, magari con le mie amiche ne ho anche parlato, ma non ho mai scritto niente in proposito su di un blog.

Per cui se questo post ti sembra troppo volgare, cara la mia intelligenza collettiva, fatti un esamino di coscienza, perché ho solo rivelato quello che tu cerchi nel web (per qualcuna di queste ricerche, anche più di una volta, per giunta! Vedi gli “svedesi cazzo piccolo”, che a quanto pare riscuotono un discreto successo).

cavolinobruxellesTralasciando i cazzi piccoli, la ricetta di oggi (ammesso che non vi sia passata la fame a causa di qualcuna delle ricerche di cui sopra) è la svampsås = ”salsa di funghi” (svamp = “fungo”; sås = “salsa”), che sta bene sulla bistecca, sul pollo, sulle costolette d’agnello, insomma, su roba carnosa. Ma secondo me sta di lusso anche sui tortini di verdure, sul riso Basmati usato come contorno, e sulle verdure bollite, come i fagiolini, le patate o i cavolini di Bruxelles, che, piccolo inciso, fanno SCHIFO! Come si può voler mangiare qualcosa che puzza di cassonetto organico estivo? SCHIFO.

Se sostituite i funghi a caso con i finferli, avrete fatto una kantarellsås. Non vi sto a attaccare il solito pippone su come i finferli siano un must del viKifood, se vi interessa leggete qui e qui.

Le ricette svedesi consultate, poi, sostengono veementemente che la svampsås si possa usare anche come condimento per spaGetti o lasanGe, ma ormai avete capito, no? Cosa si fa con i viKi che pontificano su piatti di pasta? Li si ignora con disprezzo, bravi.

E bravi lo siete a prescindere, perché è così che ci si comporta nel 99,9% dei casi, ma non vorrei che una volta tanto ci avessero azzeccato. Io questa salsa non l’ho provata nella pasta, a dire la verità, però boh… forse se si frulla un pochino meno e ci si lascia qualche pezzetto… vuoi vedere che ci sta anche bene? Magari meglio la pasta corta. O i tortellini.

Boh, vedete voi.

Comunque sì, ora vi scrivo la ricetta, però prima lasciatevi dire due paroline sulle vostre ricerche Google: davvero, ripigliatevi.

INGREDIENTI PER 8 PERSONE:

  • 80 gr. di funghi secchi (o circa 400 gr. di funghi freschi)
  • 1 cipolla gialla
  • 35 gr. di burro
  • 1 cuore di brodo Knorr di carne (28 gr.)
  • una puntina di senape di Digione (ma proprio una puntina infinitesima)
  • 3 cucchiai di Porto (o Sherry o Marsala)
  • pepe nero q.b.
  • 500 ml di panna fresca
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Mettere i funghi secchi in ammollo per 40 minuti (in caso di funghi freschi sciacquarli e basta).

Tagliare a pezzettini molto piccoli i funghi e la cipolla gialla  e metterli a soffriggere nel burro per circa 10 minuti.

Aggiungere il cuore di brodo, la senape, il Porto, una spolverata di pepe nero e la panna. Frullare con il frullino a immersione e lasciar cuocere per 15 minuti.

Servire calda o fredda, a piacere.

Svampsås pronta!

Svampsås pronta!

Buon appetito!

I.

Il caso Assange, le democrazie fasulle e il Flygande Jacob

Il piatto di oggi si chiama Flygande Jacob, letteralmente “Jacob volante”, perché il suo inventore, Ove Jacobsson, lavorava nel trasporto aereo.

Dagli ingredienti non sembrerebbe un piatto svedesissimo, cosa che invece è, ma uno molto più esotico: è infatti un pasticcio di pollo con banane e arachidi, ingredienti che fanno pensare a lidi lontani, come l’Australia ad esempio.

Ecco sì, sembra un piatto australiano, australiano come Assange.

Assange che in Svezia ha avuto i suoi bei problemini.

Dunque, il nostro Julian è sempre stato un gran simpaticone; uno che vuole sputtanare gli scheletrini nascosti nell’armadio delle più potenti nazioni del mondo.

julian-assange-2012Tramite grandi doti di hacker e una fitta rete di collaboratori piuttosto loquaci, Assange ha infatti reso di dominio pubblico documenti diplomatici segreti, principalmente statunitensi.

Sul suo sito WikiLeaks, ha messo in piazza i resoconti degli ambasciatori, rivelando al mondo i comportamenti privati di moltissimi capi di Stato, rapporti ufficiali e soprattutto ufficiosi tra potenze, e tante succose opinioni americane sugli uomini di potere di tutto il pianeta.

Ciò ha ovviamente provocato sdegno da parte dei signoroni in doppiopetto (tranne del buon Chávez, che infatti il doppiopetto lo indossa raramente, che si è congratulato con WikiLeaks per il coraggio dimostrato e ha invitato i, cito, “delinquenti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti” a dimettersi. CHE GRANDE!).

Ecco, questo biondissimo giustiziere del 21esimo secolo non poteva ovviamente avere vita facile, perché rompe davvero il cazzo a tutti. E come si fa a fermare un meccanismo che una volta messo in moto produce un effetto valanga di sputtanamento globale?

Per fermare reazioni apocalittiche serve una forza sovrumana, e la quantità di energia dell’elemento inibitore necessaria a bloccare la reazione innescata, va calibrata effettuando un’analisi in negativo, ovvero valutando la forza di ciò che è in grado di provocarle, queste reazioni apocalittiche.

Bon, di solito ciò che provoca effetti distruttivi pari alla forza dell’uragano Katrina elevata a infinito è una cosa anche piuttosto comune nel mondo (circa un 3,5 miliardi di esemplari), e per designarla si usa una piccola parola di quattro lettere e due sillabe.

La figa.

Quando c’è un gran casino, un cambiamento improvviso di condizioni primarie, una reazione totalmente imprevedibile, la prova del nove è quasi sempre la stessa: cherchez la femme.

Più precisamente les femmes, in questo caso, perché per rendere il tutto ancora più esplosivo, oltre a una figa qui ne sono presenti due in competizione. Appartenenti a due femministe per giunta. In un paese con leggi del cazzo. Paese occidentale, quindi galoppino degli Stati Uniti.

Julian, non ti poteva andare bene, su, hai azzardato troppo. La prossima volta ti suggerisco una serata a base di pippe e film di Eva Henger. No woman? No cry!

Ma lui niente.

Anna Ardin, la viKistronza1

Anna Ardin, la viKistronza1

Conosce, letteralmente e biblicamente, prima una tipa, autrice, tra l’altro, di scritti del calibro di “come castrare il vostro ex se vi ha fatto incazzare” o “distruggere per sempre la vita di un uomo solo perché non vi vuole più tra le balle”, e poi anche un’altra.

In fin dei conti è belloccio, è famoso, è un giornalista con i counterdicks e non sta facendo niente di illegale. Giusto?

Sbagliato.

Julian si dimentica del consiglio della mamma-che-vuole-fare-l’amica (“mi raccomando nini, proteggiti sempre”), lascia il gondone a casa, e decide di cavalcare a pelo come al Palio di Siena.

Ecco, questo può sembrare un dettaglio morboso ma è fondamentale ai fini della storia, perché nel diritto penale svedese il sesso consensuale non protetto è assimilato allo stupro, anche dal punto di vista dell’erogazione della pena. Oh yes, sistema giudiziario libero e selvaggio.

Praticamente le due stronzone, una volta saputo che Assange aveva avuto un rapporto sessuale con entrambe, si sono imbelvite (le famose cagnette a cui è stato sottratto l’osso di deandreiana memoria).

Sostanzialmente è andata così:

Assange incontra a Stoccolma la viKistronza1, che dopo averlo invitato a casa sua e esserselo spupazzato, dà una festa in suo onore e proprio alla festa twitta: “Che bello essere sbronzissima qui con Assange che è un gran bel manzo!”. Messaggio che poi cercherà di cancellare.

Poco dopo la festa della viKistronza1, Assange chiama la viKistronza2, che aveva avuto modo di conoscere in quei giorni, ma con cui ancora non aveva compicciato niente. La viKistronza2 si gasa con gli amici di come lui ci provi con lei e di come lei voglia farselo (pare oltretutto dalle testimonianze che gli amici le abbiano detto “Ma sì vai, lui ci sta a bestia, portatelo a casa e dominalo”, cosa che lei ovviamente fa).

Sofia Wilén, la viKistronza2

Sofia Wilén, la viKistronza2

Ecco, the day after the fattaccio, viKistronza2 si pente di aver fatto sesso non protetto, e come un’adolescente dopo un festino di classe turbolento chiama viKistronza1 (che sapeva aver ospitato Assange, senza sospettare però un rapporto di trombamicizia) confidandosi.

Le due scoprono di aver fatto sesso con lo stesso uomo a poche ore di distanza e si incazzano.

Ecco, una donna normale a questo punto può reagire in due modi: 1) E sticazzi? Avevo voglia di farmi una sacrosanta scopata, me la sono fatta e ci sono stata di lusso. Quello che fa lui con le altre non mi riguarda. 2) Ma pensa te che stronzone, mi ha illusa, io credevo di piacergli davvero, invece poi va con tutte le zoccolette che gli capitano a tiro, la prossima volta me la cucio e ci penso bene prima di invitare un piacione in casa mia.

Ma non loro.

Loro decidono per il V per Vendetta, V per ViKi, V per Vagina, V per Vendetta della ViKi Vagina.

Vanno a una stazione di polizia dove c’è una poliziotta amica della viKistronza1 che consiglia alle due isteriche di denunciare Assange per stupro, dal momento che non ha usato il preservativo, e dal momento che la legge sulle molestie sessuali in Svezia è stata scritta da Luca Giurato.

Ecco, io credo che una volta che si è risaputo in giro che c’era di mezzo Assange, i servizi segreti svedesi abbiano confabulato con quelli americani, abbiano pagato profumatamente le due femministe-dei-miei-coglioni, e abbiano montato su un casino spaventoso, rendendosi conto del culo che avevano avuto: eccola l’australe comare che sputtana tutti su pubblica piazza, ora ti si fa passare la voglia.

conformityMi ricordo che parlai con un paio di viKi di questa faccenda, i quali risposero “Eh ma se loro hanno detto che lui le ha violentate, sarà vero”… questo per farvi capire come funziona la mentalità viKi. Io credo che neanche i berlusconiani dicano “Eh, ma se lui pensava che Ruby era la nipote di Mubarak, sarà stato vero”.

No, mi rifiuto di crederlo.

Io credo che la nostra mentalità sia più “E’ ricco, potente, si vuole trombare le diciassettenni e se lo beccano spara cazzate per salvarsi il culo. Lo farei anche io”. Ma di sicuro nessuno crede a queste fregnacce, neanche chi le giustifica.

La dolce e ridente Svezia, democratica come era democratico il duce (e sì, anche se è antonomastico io “duce” lo scrivo minuscolo) ha approfittato di una situazione d’oro per levarsi un sassolino particolarmente rompicoglioni dalla scarpa, sicuramente perché gli americani, amiconi degli svedesi (basti vedere l’adesione al programma NATO Partnership for Peace, dove “peace” è un eufemismo che significa “war”) avranno detto: “Biondi, fate un po’ qualcosa perché a noi Assange ci sta sul cazzo”.

Senza contare che, come Assange stesso ha fatto notare, tutto questo casino è scoppiato quando WikiLeaks stava per pubblicare un bel malloppone di documenti sull’Afghanistan (dove la Svezia ha le sue brave truppine, peraltro).

Ecco, ma io ora voglio dire… si sa che stiamo in un mondo di merda, governato da un sistema di merda, non c’è nessuna novità.
Ma che tu biondomondo voglia prendere per il culo tutti dicendo che sei pacifico, socialdemocratico, buono quant’altri mai, ecco… piantala. Sei uguale a tutti gli altri. Quindi che tu faccia il visino contrito per il sequestro di Abu Omar a me mi sta anche bene, perché è una cosa che fa schifo, ma poi non cercare di nasconderti dietro ad uno stupro che non c’è mai stato, perché le due viKivaKKe erano straconsenzienti.

Ed è la stessa situazione. Ovvero siamo paesi con una sovranità farlocca, perché quando la CIA ci si mette ni’mmezzo ecco che stiamo tutti boni a pecora (vi ricordate la storia per cui l’aeroporto di Arlanda, vicino a Stoccolma, veniva bellamente usato dall’agenzia di spionaggio americana per la deportazione di sospetti terroristi islamici, no? Tutto il mondo è paese).

E anche te popolazione svedese, ogni tanto pigia play, perché il tuo governo è una merda come quello di tutti gli altri paesi del mondo, dal momento che è il sistema il problema e non le ‘mele marce’ come ogni tanto vogliono farci credere.

Bradley Manning, la gola profonda di WikiLeaks. Torturato con isolamento, incatenamento e deprivazione di sonno dalle autorità militari statunitensi.

Bradley Manning, la gola profonda di WikiLeaks. Torturato con isolamento, incatenamento e deprivazione di sonno dalle autorità militari statunitensi.

Ma la cosa ancora più ridicola, è che Assange, che si trovava in Gran Bretagna quando è stato arrestato (Gran Bretagna, altro paese noto per essere democratico fino, pensate, dai tempi in cui colonizzava tutto il mondo), quando la Svezia ha chiesto l’estradizione, ha anche detto: “Va bene, io in Svezia ci vengo, e mi sottopongo anche a questo grottesco processo per uno stupro che non ho commesso, però voi garantitemi che non mi mandate a viva forza negli Stati Uniti perché lì, sapete com’è, per lo spionaggio rischio la sedia elettrica o la tortura, come Bradley Manning”.

No, la Svezia non ha garantito proprio un bel nulla, perché gli Stati Uniti devono aver detto: “cara Svezia, siccome il massimo che puoi fare è catapultarmi addosso tutte le tue polpettine di merda, mentre io con una sola delle mie armi nucleari ti polverizzo la popolazione prima che tu abbia finito di dire ‘libreria Billy’, vedi di farmi avere l’australiano appena ci metti le mani sopra”.

E allora Assange ha bussato alle porte dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra chiedendo asilo politico. L’Ecuador lo accoglie, gli prepara un tè e un bagno caldo e gli concede lo status di rifugiato politico (anche perché diciamocelo, un po’ di ruggine con gli yankees ce l’ha, e quindi Assange all’Ecuador gli garba parecchio).

Gli inglesi allora cosa fanno? Minacciano un blitz all’interno dell’ambasciata! Roba da fantascienza! Nel senso, una violazione estrema del diritto internazionale all’immunità delle sedi diplomatiche, e per cosa poi? Per due tardone di ‘sta minchia che frignano come i coccodrilli pentendosi di non sapersela tenere nelle mutande?! Ma c’è chi davvero ci crede a queste puttanate?

Comunque sia, anche la regina Betty Boop deve essersi resa conto che era un po’ troppo dichiarare guerra all’Ecuador, e quindi ora Assange è lì, rinchiuso, che aspetta che questo mondo diventi un po’ più ragionevole per poter mettere il naso fuori.

Aspetta e spera, Julian.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 500 gr. di filetti di pollo
  • 150 gr. di bacon
  • 2 banane
  • 250 ml di panna fresca
  • 2 dl di salsa chili
  • 85 gr. di arachidi sgusciate e salate
  • 400 gr. riso Basmati
  • 200 gr. di insalata

PREPARAZIONE:

Fare a pezzettini abbastanza piccoli il pollo e il bacon e passarli per qualche minuto in una padella antiaderente.

Quando la superficie dei pezzettini è abbastanza dorata metterli in una pirofila e ricoprirli di rondelline di banana.

Montare la panna, mischiarla alla salsa chili e versarla nella pirofila in modo da ricoprire tutto.

Spolverare con le arachidi.

Cuocere nel forno precedentemente riscaldato a 225 °C per circa 15 minuti.

Servire con riso al vapore (o bollito) e insalata fresca.

P.S. consiglio: secondo me se lo fate superpiccantissimo è più buono.

Flygande Jacob pronto!

Flygande Jacob pronto!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part VII and last); rödbetssallad, Kalle Anka e viKisteria collettiva

E con oggi chiudo la rubricaEn riktig svensk jul” senza aver cucinato tutti i piatti must del biondo Natale, perché mi sto annoiando. A parlare di Natale la mia vena polemica si sta smosciando, e ciò non va bene per niente.
Quindi in culo al Natale, a parlarvi degli altri piatti del viKijul ci penserò l’anno prossimo.

Però vi avevo lasciato a metà di un discorso nel post precedente… vi avevo detto che i viKi alle 15 stecchite del 24 dicembre si piazzano davanti alla televisione, no? E non vi avevo però detto cosa guardano, per obbligarvi a leggere questo molto poco ispirato post (ma tornerò agguerrita, don’t worry).

Bene, allora svelo l’arcano.

Gli svedesi il giorno di Natale si rincoglioniscono a guardare gli spezzoni Disney.

unapoltronaperduePer carità, non ci sarebbe niente di male in astratto… voglio dire, io continuo a diffidare delle persone che non piangono nella scena in cui la mamma di Dumbo se lo coccola tutto attraverso le sbarre della prigione.

Il problema è che è dal 1959 che gli spezzoni sono sempre gli stessi.

Ora, anche noi abbiamo i nostri problemi con Mediaset che sotto Natale ci vomita addosso Una poltrona per due e Mamma ho perso l’aereo, per carità. Però le differenze sono sostanzialmente due: 1) non è che quel giorno stecchito, a quell’ora stecchita, c’è inevitabilmente Una poltrona per due alla televisione, certo come la morte. Boh, magari è il giorno dopo rispetto all’anno precedente, magari un paio d’ore prima… tanto, ad ogni modo, non se lo caga nessuno. E qui si va diretti al punto 2) noi non ci rincoglioniamo in massa a guardare i filmega di Natale. I viKi invece sì.

Io mi chiedo cosa spinga un essere umano adulto e sano di mente ad attendere spasmodicamente una cosa che vede da quando è nato. Però è una domanda che mi faccio un po’ troppo spesso quando rifletto sulla Svezia e sulle bionde abitudini… dovrei forse arrendermi all’evidenza che i viKi sono particolarmente strani, e rinunciare al volerli capire, perché ci vado in paranoia.

Perché appunto, i singoli cartoni sono anche carini, ma mi turba molto la coazione a ripetere che sta alla base di questo curioso fenomeno. E anche il suo carattere massivo.

Non sto esagerando, eh… la media è del 40% di tutta la popolazione svedese. Il 40% è cazzo tanto. Escludete i neonati, i non vedenti, i rincoglioniti, e magari anche chi invece di guardare Paperino tromba, ad esempio (che quasi di sicuro avrà origini straniere).
Secondo me vi rimane un 52% della viKipopolazione. E allora fate che un 10% è sbronzo e non ce la fa neanche a tenere in mano il telecomando (è sempre una percentuale da calcolare nelle statistiche svedesi) e un 2% invece si è sanamente rotto i coglioni e lo boicotta.

tvaddictPensate che nel 1997 più della metà della popolazione si è seduta in poltrona a guardare le strisce Disney. Doveva essere un anno in cui non si aveva un particolare cazzo da fare, perché più della metà è una cifra immane. Sono più di 4,5 milioni di biondi immobili davanti a una televisione, tipo suricati in posizione di guardia.

Questo speciale di Natale Disney si chiama Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul (“Paperino e i suoi amici augurano buon Natale”), detto familiarmente solo Kalle Anka, ed oltre ai microcartoni Disney, contiene anche qualche pezzo di Biancaneve e i sette naniCenerentolaLilli e il vagabondoIl libro della giunglaRobin Hood. Poi ogni anno ci aggiungono anche un pezzetto di un Disney nuovo, e quella è l’unica cosa che cambia.

Ecco, secondo me è una cosa disarmante… Posso capire i microcartoni, anche se sono sempre gli stessi. Ma pezzi di film a merda, no. Se io fossi un bimbo svedese protesterei: o mi metti un cazzo di film intero, o mi metti le strisce. Ma i pezzi a caso dei film sono frustranti.

Altra cosa disarmante è il doppiaggio.
Lo so che siete più ganzi di noi perché sottotitolate tutti i film invece di doppiarli, e io per questo davvero vi stimo tanto.
E so anche che siccome i bambini da voi imparano a leggere a 7 anni (con tanto di studi su come faccia male insegnare ai bimbi a leggere prima, e io per questo invece non vi stimo proprio per niente… ecco poi perché nei dottorati di ricerca assumono un casino di italiani e pochissimi svedesi…) voi i cartoni invece li doppiate.

Ma se dovete doppiare, almeno fatelo per bene, Cristo santo. Lo so che siete Germa, ed esprimere le emozioni non è la cosa che vi riesce meglio… ma se magari cambiate un po’ il tono di voce non vi dico sempre, ma almeno nelle coppie minime come allegro/triste, forse il cartone risulta anche più piacevole da guardare, no?

Comunque oh, se ogni anno sbavate sulla tele, vuol dire che vi piace anche così, quindi sto zitta.

Tra l’altro quando negli anni la televisione svedese ha adombrato la temibile possibilità che lo show fosse lievemente cambiato o spostato, ci sono state sommosse popolari, barricate, guerra civile, cadaveri per strada, episodi di antropofagia, etc. etc. quindi è una cosa che DEVE esserci.

kalleankaAlcune frasi di questi cartoni sono diventate persino di uso comune. Addirittura nel Nordiska Museet, la sezione sulle tradizioni ha uno schermo che proietta Kalle Anka (e a proposito di questo, come il mio amico dok mi ha suggerito, un post intitolato “musei del cazzo” io ve lo devo scrivere).

Quindi sì insomma, se fate una vacanza in Svezia sotto Natale, e alle 15 del 24 dicembre non vedete anima viva per strada, sappiate che stanno guardando tutti Paperino. E io vi consiglio caldamente di guardarlo anche voi insieme a qualche viKi a caso, perché potrete avere l’occasione di fare uno studio sociologico: questi biondi impettiti rideranno a battute già sentite ogni anno, reciteranno assieme all’incapace doppiatore frasi che conoscono fin dalla nascita, vi zittiranno in malo modo se oserete fiatare.

Una curatrice del suddetto museo del cazzo, tale Lena Kättström Höök, ha detto: “alle 15 del pomeriggio non potete fare nient’altro perché la Svezia è chiusa. Quindi anche se non lo volete guardare, non potete chiamare nessun altro o fare nient’altro, perché nessuno sarà insieme a voi“… Questa frase sembra quasi minacciosa, oltre che folle.

E per concludere, io vi posto il video dell’ultimo Kalle Anka, così se non avete proprio niente da fare ci date un’occhiata. I commenti li lascio a voi. Io mi limito a ribadire un: in culo al Natale.

La prossima volta si cambia scenario.

Ah, e comunque sia la ricetta di oggi è un’insalata di barbine rosse, grassa, grassissima, ma bona.

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

  • 400 gr. di barbine rosse al vapore (quelle che si comprano già fatte)
  • 120 gr. di maionese
  • 1 dl. di panna acida
  • 1 cucchiaio di mostarda delicata
  • 1 cucchiaino scarso di sale
  • 1 spolverata di pepe nero
  • 1 piccola cipolla rossa
  • 2 mele rosse

PREPARAZIONE:

Mescolare in una terrina la maionese, la panna acida, la mostarda, il sale e il pepe.

Tritare la cipolla finissima, e sbucciare e tagliare le mele a quadratini abbastanza piccoli. Mettere dentro alla salsa.

Sbucciare le barbine, tagliarle a pezzetti che abbiano più o meno la stessa dimensione dei pezzetti di mela, aggiungere al composto e mescolare finché tutto non ha un bel colore rosa.

Mettere in frigo e far raffreddare per almeno un paio d’ore prima di servire.

Rödbetssallad pronta!

Rödbetssallad pronta!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part VI): revbensspjäll. Costolette e buffet pantagruelici

Namasté amici-ci, la ricetta natalizia che vi propongo oggi sono le costolette di maiale, o revbensspjäll.

ribs

E’ un piatto estremamente semplice da preparare, e anche bono a bestia, e (ma questo vale un po’ per tutto ciò che ho cucinato) non è necessario farlo a Natale, lo potete fare quando vi pare, anche quando avete una cena romantica alle viste, perché la cottura lenta nel forno fa sì che le costolette rimangano belle tenerine e si stacchino facilmente dall’osso, senza mettervi di fronte al dubbio cocente del “lascio mezzo porco attaccato all’osso e sembro una persona civile, o mangio sgranocchiando la costola con le mani e perdendo ogni rimasuglio di sex appeal ma godendo spasmodicamente?”.

Allora, giunta a questo punto della rubrica natalizia, mi rendo conto che io non vi ho spiegato una sega di come funzioni nella pratica il Natale nel biondomondo. Sono una pessima blogger, chiedo venia.

Per cui procedo.

Come vi avevo già detto secondo i viKi il giorno di Natale è il 24. Hanno fretta.

La mattina del 24 si fa colazione, si fa un pranzo leggero e si cucina tutto il giorno per prepararsi ad ingurgitare una quantità abnorme di roba durante la Julafton, ovvero la “sera di Natale”, il cui esito è sempre ubriachezza molesta, molto spesso un Salto Angel di vomito, spesso un bypass gastrico e in qualche caso morte.

natalecomunista

Ah ecco, parentesi… io non so se si va in chiesa la sera del 24 o il giorno del 25, perché non ho mai assistito ad una messa in vita mia, né al Sud né al Nord, e quindi quando ho fatto il Natale in Svezia non ho partecipato a niente di religioso.
E’ stato già uno shock festeggiarlo, il Natale, dato che sono stata allevata da due alquanto tediosi marxisti ortodossi, per cui nella mia famiglia neanche abbiamo l’albero.

Però i viKi ci vanno anche loro a messa, non crediate che siano cose da terroni: come vi ho spiegato qui i viKi sono un popolo discretamente baciapile.

E comunque via, penso che ormai saprete che se cercate un bollettino teologico avete nettamente sbagliato blog, io vi parlo di cibo, di alcol e di generiche trivialità, scherzo coi fanti e lascio stare i santi, quindi se volete sapere quando si va in chiesa per il viKiNatale cercate meglio su Google, che siete fuori strada.

Bene, a proposito di non religione stavamo parlando di Natale. Curioso.

Allora, durante la sera del 24, che se siete stati attenti ricorderete essere il dopparedagen (per questo stomachevole motivo), si prende un bel tavolone di quelli lunghi e ci si piazzano sopra 6 o 7 tonnellate della roba che si è cucinato per tutto il giorno, in quello che si chiama julsmörgåsbord “buffet di Natale”, o julbord “tavolo di Natale”.

Il buffet di Natale comprende obbligatoriamente pane di segale di ogni forma e consistenza, aringhe marinate (che vi ho già fatto qui e qui, ma ce ne sono altri milioni di tipi), il prosciutto di Natale, la tentazione di Jansson, il salmone con la salsa di senape, le costolette di maiale che vi faccio oggi, le famose polpettine, l’insalata di barbine rosse, il leverpastej, il risgrynsgröt (di cui vi ho parlato qui), i prinskorvar che sono würstel piccini fritti nel burro (oh yes) e serviti con la senape, fagioli neri e pancetta, patate lesse come se non ci fosse un domani, e altre milioni di cose che ora non mi vengono in mente.julbord

Io non so se vi cucinerò tutto, di sicuro non vi farò i würstel fritti nel burro sia perché non so fare i würstel, sia perché voglio arrivare a 30 anni senza che mi schizzino le coronarie. Le altre cose proverò a farvele, ma se un giorno smetto è perché mi sono rotta le balle di fare la roba di Natale, e allora aspetterete l’anno prossimo.

Come spesso nelle occasioni di viKifesta in cui ci sono più piatti presenti in tavola che cinesi nel mondo, si cena in piedi e ci si serve con ognuno il suo piattino (e il suo bicchierino soprattutto, perché si deve anche trincare di molto, obviously).

Il pomeriggio della vigilia, comunque, oltre a cucinare come matti, c’è un appuntamento IMPERDIBILE, alle 15:00 stecchite.

A quell’ora ogni viKi si rincoglionisce e corre davanti alla televisione, che nemmeno un 14enne su Youporn.

E per vedere cosa?

Questo non ve lo dico, ve lo dico la prossima volta così avrò un altro argomento di cui parlare.

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

  • 1 kg di costolette di maiale
  • 2 cucchiaini di sale
  • 1/2 cucchiaino di pepe nero
  • 1/2 cucchiaino di zenzero in polvere
  • 1/2 cucchiaino di maggiorana in polvere
  • 1/2 cucchiaino di pepe di Caienna
  • (15-20 piccole patate lesse per servire, ma potete usare anche un altro contorno)

PREPARAZIONE:

Accendere il forno a 175 °C.

Mescolare in una ciotolina il sale, il pepe, lo zenzero, la maggiorana e il pepe di Caienna e cospargere le costolette.

Mettere le costolette su una griglia avendo cura di mettere sotto la griglia una teglia capiente per raccogliere il grasso che si scioglierà.

Far cuocere per un’ora e mezzo, rigirando le costolette di tanto in tanto.

Servire con delle patate lesse su cui avrete versato il sughetto che si sarà raccolto nella teglia (mai detto che fosse un piatto dietetico).

Revbensspjäll pronte!

Revbensspjäll pronte!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part V): gravad lax, svedesi enormi e rimNing (non rimming)

E come potrebbe mancare il salmone all’appello…

Infatti non manca, eccolo qui.

Vi dico la verità, mi sono abbastanza annoiata di fare le ricette di Natale, anche perché ormai l’ebbrezza delle feste (se mai ce n’è stata una) è finita, visto che siamo a gennaio inoltrato.

Però io sono abbastanza autistica, e finché non vi ho fatto almeno le ricette più importanti, mi tocca continuare. E il problema è che i viKi non sentono cazzi.

Voi pensate che “Italiani Zempre manCiare”: e il capitone, e i cappelletti in brodo, e il pandoro, e via così… ma non avete idea di cosa possono fare gli svensKi.

Io in Svezia

Io in Svezia

A parte che sono strutturalmente più grossi, e quindi ci vuole più materia per riempirli (per darvi un’idea delle viKidimensioni, quando le ragazze formato-Shrek ci provavano con il mio biondo, io e il mio possente fisico di un quarto di sega le lasciavamo sempre fare con rassegnazione), e adding to that, oltre a sfondarsi di cibo fino al punto in cui le pareti degli organi interni tirano a bestia, si deve bere.

Quindi il viKi-Natale è il trionfo dell’edonismo, si beve, si mangia, si ribeve, si rimangia, si collassa, si vomita per rimangiare, si ribeve di nuovo, si ricollassa, etc.

Ça va sans dire, en riktig svensk jul durerà ancora per un po’. A meno che non vi siate rotti proprio i maroni e allora me lo dite e io la pianto. Finché non protestate, lo prendo come un silenzio-assenso.

Che poi sì, queste sono cose che non è detto che dobbiate cucinare per forza a Natale, no? Nel senso, noi non siamo viKi, e quindi non pensiamo “Piatto di Natale, ja? Io cucina a Natale”, no noi siamo della Casa della Libertà e facciamo un po’ come cazzo ci pare (Brigitte Bardot-Bardot ♫).

Tornando a noi, il gravad lax (lax = salmone; gravad = continuate a leggere che ci arrivo) è buonissimo e arrogantemente facile da preparare, sebbene si debba aspettare la marinatura per circa 48 ore.

La marinatura è simile al rimning, di cui vi avevo parlato l’altra volta qui.

Ecco, piccolo inciso… Cercavo notizie più specifiche sul rimning e Google mi ha detto “Ma sei proprio sicura che invece non cercavi il rimming?” e mi è comparsa tutta una schiera di risultati di gente gioiosa di praticare l’anilingus e ancor più gioiosa di darne testimonianza…rimming A parte, fate caa’ (livornese per “fate cagare”, in dialetto rendeva di più). E poi tengo a specificare che sono due cose diverse, quindi non pensate che io vi dica parole porno a caso, intendevo rimNing, con la N.
Non sapevo neanche dell’esistenza del rimming (sai quanti viewers mi becco con questo tag, adesso? Io ce lo strametto).
Vi garantisco che niente delle cose che cucino ha avuto una preparazione che abbia previsto un contatto ravvicinato tra una lingua e un bucio di…

Vabbè, continuiamo.

Come vi avevo detto, il rimning prevede una marinatura con sale e zucchero. Il gravning invece, tecnica di conservazione alla base del gravad lax, anche.

Documentandomi, io sinceramente non ho capito che minchia di differenza ci sia.

Però boh, qualche differenza ci sarà.

Ecco, è molto importante stare attenti alle proporzioni tra sale e zucchero, se no si rischia la morte per avvelenamento da cibo, che non è mai simpatica.
No scherzo, magari non si muore, però vomitare fluorescente per 5 giorni è altrettanto molesto, quindi no panic, seguite la mia ricetta, e via. Se poi vomitate uguale, io non sono responsabile.

In realtà la storia di questa tecnica di conservazione risale al Medioevo, quando i pescatori per conservare il salmone lo sotterravano (grav in svedese sarebbe infatti “fossa” o “tomba”… ve l’ho detto che questa stupida lingua è uguale all’inglese).

Magari potrebbe essere che prima si sotterrava e quindi era usato il gravning, poi si è smesso e ora si usa il rimning, ma per tradizione i piatti che venivano seppelliti continuano a essere definiti come risultato di un gravning, anche se all’atto pratico sono il risultato di un rimning

Bo, vabbè, ma anche chi se ne frega.

Knäckebröd

Knäckebröd

Questo salmonuccio viene preferibilmente servito su una fetta di knäckebröd, pane croccante di segale, ovviamente imburrata, e la sua salsina viene cosparsa sopra il salmone. Oppure può anche essere mangiato senza il pane, l’importante è che ci sia la salsina.

La salsina si chiama hovmästarsås (“la salsa del maître“), ma è talmente inscindibile dal gravad lax che viene anche detta semplicemente gravlaxsås, quindi è necessaria.

Io credo che la salsa si possa usare un po’ così su quello che capita, tipo patate lesse, tacchino, salsicce, pesce a caso, crostacei… boh, è senape alla fine, quindi vedete un po’ voi.

Vi giuro, prossimamente vi parlerò del Natale svedese, magari a Pasqua, chissà… Tanto DeWitt ha scoperto che ai fini della descrizione dell’universo la variabile tempo è utile come i capezzoli negli uomini, per cui spero mi perdonerete.

INGREDIENTI PER 6/7 PERSONE

Per il salmone:

  • 2 pezzi di  filetto di salmone da circa 250 gr. l’uno
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di sale
  • aneto come se non ci fosse un domani
  • un pizzico di pepe bianco

Per la salsa:

  • 2 cucchiai di senape delicata
  • 2 cucchiaini di senape di Digione
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 2 cucchiaini di aceto
  • 2 dl di olio di semi di girasole
  • 3/4 mazzi di aneto
  • un pizzico di sale
  • fettine di limone per guarnire

PREPARAZIONE:

Mettere un sacco di aneto sul fondo di una pirofila e appoggiarvi sopra un filetto di salmone facendo sì che la pelle rimanga a contatto con l’aneto e la parte rosa sia verso l’alto.

Cospargere con un cucchiaio di sale, uno di zucchero, poco pepe bianco e un sacco di aneto.
Cospargere la parte rosa dell’altro filetto di salmone di nuovo con sale, zucchero e pepe e appoggiarla sull’altro filetto, di modo che le due parti rosa si tocchino, con l’aneto nel centro.

Coprire con la pellicola e lasciare in frigo per un paio di giorni. Ogni 7-8 ore girare i filetti e togliere l’acquetta che si sarà formata.

Prima di servire sciacquare abbondantemente sotto l’acqua fredda e asciugare con la carta assorbente.

Tagliare a fettine molto sottili.

Preparare la salsa al momento di servire mettendo in una ciotola la senape, lo zucchero, il tuorlo e l’aceto.
Mischiare e aggiungere l’olio a filo, girando lentamente e sempre nello stesso verso.

Sminuzzare l’aneto con una mezzaluna e aggiungerlo alla salsa sempre continuando a mescolare. Aggiustare di sale.

Guarnire con fettine di limone.

Gravad lax!

Gravad lax pronto!

Buon appetito!

I.