La gräddsås e il magico mondo IKEA

L’IKEA… Cosa sarebbe la Svezia senza l’IKEA?

L’IKEA si presenta tutta bella tranquilla e a tratti paternalisticamente vicina ai clienti (hai ricordato di controllare dove hai parcheggiato la macchina? Ricontrolla o te lo scorderai) nelle periferie di moltissime città italiane. I principi tanto decantati dalla multinazionale giallo blu sono quelli di grande eticità e rispetto dei lavoratori… Ma è davvero così? Non è che ormai MacDonald è diventato nell’immaginario collettivo il paradigma dello sfruttamento folle, mentre IKEA nascondendosi dietro a grandi sviolinate scandinave e legno di betulla fa esattamente le stesse cose ma vantandosi di essere no global friendly?

Ora, io ammetto subito la mia idiosincrasia verso il mondo IKEA: lo stupido letto Fjellse matrimoniale mi si è rotto sotto le chiappe e ciò non ha certo contribuito a farmi amare questa azienda. Prima si sono spaccati due o tre pirulini di legno da incastrare nei buchi (sempre perennemente troppo piccoli), poi si è rotta la stecca al centro della struttura letto, provocando la caduta a domino di doghina per doghina, e poi gli angoli hanno ceduto.

Poi io sono particolarmente coriacea, e gli ho voluto almeno dare una seconda chance, ma sono stata doppiamente frustrata nelle mie aspettative: sono andata tutta bella sorridente (perché in fondo sono svedesi, e ci fidiamo sempre di più, no?) convinta di poter cambiare solo la stecca rotta, ma mi hanno informato che i pezzi non vengono sostituiti, l’unica cosa che si può fare è aspettare che a qualche altro povero stronzo si rompa un letto Fjellse uguale al nostro e sperare che si sia rotto in un altro punto, così IKEA ci farà gentilmente da tramite per lo scambio di pezzi, offrendoci persino di portarceli a casa per la modica cifra di 80 euro (esattamente la cifra che ho invece usato per comprarmi il letto nuovo di Mondo Convenienza).

Bene, grazie a ‘sta minchia, IKEA.

Comunque a parte il fatto che il mio letto è caduto a pezzi, ho molti motivi per avere IKEA sulle balle, ad esempio ideologici: Ingvar Kamprad, aka il signor IKEA, è stato membro del movimento antisemita, nazista, supernazionalista, fascista, Nysvenska Rörelsen, che sostiene in poche parole tutte le puttanate caldeggiate dalle altre centinaia di gruppi associazioni e partiti nazisti in Svezia, e cioè culto del capo, superiorità della razza viKi, negri = merda, mondo brutto ma menomale che la Svezia c’è, etc.

Kamprad visto dai suoi detrattori

Oltre alle idee politiche del fondatore, che alla fine possono interessare poco se avete semplicemente bisogno di un divano, IKEA non ha però una grande reputazione nemmeno per come tratta i lavoratori, al pari di tutti gli altri colossi industriali (ma anche i piccini non scherzano).

In Francia ad esempio pare che IKEA abbia corrotto vari sbirri francesi per farsi fare un bel dossieraggino per ottenere informazioni sensibili sugli impiegati, allo scopo di tenerli meglio per le palle. Comunque proteste sindacali contro il trattamento che IKEA riserva ai suoi schiavetti, e contro gli stipendi ridicoli con cui poi gli schiavetti pretenderebbero pure di campare, ci sono state un po’ ovunque nel mondo, non solo in Francia ma anche in Canada, in Italia, e soprattutto nei paesi del sudest asiatico, dove nelle fabbriche e nei negozi IKEA vengono fatte lavorare donne con orari massacranti per un paio di noccioline al mese. Senza contare che è recentemente stata aperta anche un’inchiesta sul ricorso massiccio ai lavori forzati di prigionieri politici di Cuba e Germania dell’Est.

Anche nel conflitto israelo-palestinese IKEA c’entra: dalle dichiarazioni di un’inviata della Swedish Radio in Israele, IKEA infatti consegnerebbe i mobili negli insediamenti ILLEGALI israeliani ma non nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Insomma, in questo caso lontani dal cuore, lontani dagli occhi. Prima hitleriano, ora amicone dello stato ebraico… E’ così strano? Forse che anche Kamprad quando si tratta poi di fare affari non fa più differenza, o no? Pecunia non olet.

Insomma vabbè, abbiamo capito che l’IKEA è un postaccio. E certo, non perché siano particolarmente stronzi, è la dura legge del profitto (parafrasando un mix di MaRx Pezzali) ma perché siamo abituati a vedere il male supremo nelle multinazionali americane, e quando le stesse cose invece ce le propinano dei biondini vestiti da Playmobil ci sembra che vada tutto bene.

Invece no, e sto scoprendo l’acqua calda, me ne rendo conto, ma si tende a dimenticarci di queste cose quando si vede il free-refill del succhino di bacche e le bandierine svedesi dovunque.

C’è ad ogni modo all’IKEA un angolino che mi fa dimenticare ogni mio attivismo politico o velleità umanitarista, e che mi coccola facendomi pensare che sì, anche se il signor IKEA fosse una merda, anche se i letti fossero incollati con lo sputo di una bengalese al nono mese di gravidanza alla sua quattordicesima ora di lavoro consecutiva per un padrone che sogna segretamente grandi falò di zingari, comunisti ed ebrei, ammesso e non concesso tutto questo…

Uno dei vari manifesti del movimento Boycott IKEA

il ristorantino self-service svedese sarebbe comunque un cazzo di grande posto.

E’ chiaro che non è cibo svedese da gourmet, ma a me le polpette IKEA mi piacciono un casino. Non tanto per le polpette in sé e per sé che alla fine uno se le fa in casa più buone e sa di non averci messo carne di topo muschiato, quanto per la salsettina marrone che ti ci rovesciano sopra a litrate, ovvero la gräddsås.

La gräddsås sì che ti fa dimenticare the dark side of the shopping.

E’ pannosa (grädd = panna; sås = salsa), burrosa, grassosa, carnosa, e sta bene su TUTTO. Ovvio che sulle polpette è la morte sua, così come sulle patate lesse. Però secondo me sta bene anche impastrocchiata nel purè, sul pollo arrosto, sul roast-beef, sui würstel, sulle verdure grigliate, sui fagiolini lessi, sul tacchino al curry, sul riso pilaf con l’agnello, sugli hamburger, sui broccoli e sul cavolfiore bolliti… diciamo pure su ogni cosa che non preveda pesce o pasta.

C’è qualcuno che aggiunge la marmellata di lingon (sempre quella dell’IKEA) dentro la gräddsås stessa, ma secondo me è più buona aggiunta dopo. Comunque io vi do la ricetta base della mamma di Jansson, e le ricette di mamma non si criticano mai, quindi se volete metterci anche la marmellata fate vobis, io non l’ho fatto. Una cosa che invece secondo me si può aggiungere senza problemi è la noce moscata che ci sta sempre bene.

La salsa è molto semplice da fare, l’unica cosa è che serve l’estratto di carne che costa abbastanza. Mi raccomando state attenti che non abbia il sale dentro (io una volta ho usato il cuore di brodo Knorr e ho fatto un casino assurdo perché mi è venuta salatissima), comunque l’estratto di carne si trova al Pam. Se proprio non lo trovate usate pure il cuore di brodo ma aggiungetene pochino alla volta, assaggiate costantemente, eliminate la salsa di soia e non salate nemmeno per scherzo.

La mia parte preferita di quando preparo la gräddsås è poi ripassare con il ditino il fondo della pentola nei punti dove la salsina è più densa e vagamente sbruciacchiata. Un gesto di una sensualità prorompente che vi farà apprezzare da tutti. Vi consiglio di farlo al primo appuntamento con un tipo/tipa che vi piace molto, ma facendo molta attenzione a corredare il ciucciamento del dito con un bello schioccone godurioso. Esprit de finesse.

INGREDIENTI PER 3/4 PERSONE:

  • 4 cucchiai di farina
  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai di estratto di carne
  • 1 cucchiaio di salsa di soia
  • 500 ml di panna fresca
  • sale e pepe q.b.
  • (eventuale latte se volete una salsa più liquida)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro a fiamma bassa e aggiungere la farina. Mescolare bene in modo da togliere i grumi e aggiungere la panna, l’estratto di carne e la salsa di soia. Continuare a cuocere a fiamma bassissima e aggiustare di sale e di pepe a seconda del gusto. Potete variare la consistenza della salsa aggiungendo più farina per una salsa più densa, o latte per una salsa più liquida. Esprit de finesse.

Gräddsås pronta!

Buon appetito!

I.

La fisksoppa e gli svedesi insospettabili

Ecco, a chi mi avesse detto che la zuppa di pesce era un piatto tipico svedese, gli avrei francamente riso in faccia. Nel senso, io sono livornese, e come direbbe Lino Banfi, sarebbe come parlare di chèzzi a casa dell’inchezzèto.

E invece questi biondacci ci stupiscono ancora una volta…

E vi dirò di più… a me questa fisksoppa (sì ok, vuol dire “zuppa di pesce”, c’era veramente bisogno?!) mi è piaciuta assai, e mi sbilancerò se aggiungo che mi è piaciuta ancora più del cacciucco.

Tra l’altro, approfitto dell’occasione per ricordare ai non-livornesi che a noi livornesi non piace questo dialogo: “Sei di Livorno? Ah! Il CaCiucco”. Bene. NO. Cacciucco ha due “c” innanzitutto, e poi avete anche rotto. Sì lo so, io approfitto dei miei post per litigare con il mondo, ma tanto il blog è mio e faccio quello che mi pare.

Dicevamo… gli svedesi hanno la capacità di essere onnipresenti.

Il cuoco Olaf del Muppet Show

L’ incontro con la Svezia nella vita psichica dell’italiano medio, però, passa attraverso varie fasi evolutive, e avviene più o meno in questo modo: 1) Prima infanzia: “Budibudibudibudi” (cuoco svedese dei Muppets, di cui si ignora la provenienza) 2) Età prescolare: “ma i monti che sorridevano a Heidi erano in Svizzera o in Svezia?” (si insinua il dubbio) 3) Adolescenza pre-ormone: “Seee that giiiirl, watch that sceeeene, diggin’ the daaancing queeeeen” (dai sì, gli Abba sono svedesi, no? Richiesta di conferme) 4) Adolescenza post-ormone: “Svezia = figa” (certezza matematica. Ora si sa dov’è la Svezia, si impara l’inno a memoria, e si programma ogni vacanza che dio mette in terra in questi iperborei luoghi, dove tanto le ragazze non la sganceranno mai) 5) Età adulta: “Vado a vivere da solo” (fase della rassegnazione esperta: mi compro i mobili all’IKEA mangiando le aringhe del self-service e comprando le patatine alla Bottega Svedese, e sì che conosco la Svezia se mi mangio anche le polpette con la marmellata, cribbio).

Per un motivo o per un altro dunque si inizia ad avere la consapevolezza che nel mondo esiste un paese chiamato Svezia.

Quello che però la maggior parte delle persone ignorano è che gli svedesi si espandono silenziosamente nel mondo, soprattutto nel cinema e nella musica leggera.

Questo sarà un post atipico, perché mi impegnerò a sgominare la banda di svedesi in incognito che stanno segretamente tentando di appropriarsi dello showbiz.

Partiamo dal cinema… Volete partire da quelli facili facili? E va bene, vi accontento:

Ingrid Bergman, Anita Ekberg e Greta Garbo, e con questi tre mostri sacri vi ho già spiazzato. Ma per chi mi prendete? Posso fare cotanta presentazione per spararvi tre nomi che sapevate benissimo essere viKi?

C’è anche il buon Max von Sydow, il prete dell’Esorcista che si faceva svomitazzare sulla sciarpetta, Peter Stormare, uno dei nichilisti del Grande Lebowski, e Alexander Skarsgård, famoso (dice, ma io sono out) per essere il vampiro Eric in True Blood, ma conosciuto modestamente da me solo per il video della canzone Paparazzi di Lady Gaga (dove infatti all’inizio lei parla in uno svedese molto approssimativo).

Alexander Skarsgård che si spupazza Lady Gaga

Ancora non siete stupiti, eh? Volete passare agli attoroni con sangue svedese nelle vene? Preparate i pop corn: Matt Damon, Kirsten Dunst, Melanie Griffith, Jake Gyllenhaal (e di conseguenza la sorellina Maggie), Val Kilmer, Brandon Lee, Michelle Pfeiffer, Julia Roberts, Uma Thurman.

E’ anche vero che gli attori americani famosi (tranne l’indianone di Qualcuno volò sul nido del cuculo e pochi altri) discendono necessariamente da qualche europeo, e se si calcolassero gli americani di discendenza irlandese o italiana avremmo sorprese ben più grosse. La Svezia all’epoca era un paese molto povero, e l’emigrazione verso il Nuovo Mondo fu cospicua, basti pensare che anche in Titanic c’è la scena degli emigrati svedesi (dai, la scena del biondo che perde a poker e fa per dare un cazzottone a Di Caprio dicendogli Förbannade usling! Ma come si fa a dare del “maledetto bastardo” a Jack Dawson?).

MA.

Io ho sempre dei ma.

Pensiamo alla musica leggera… qui non vi frego, e a parte la cantante degli Evanescence, il cantante dei Pennywise e i fratelli Wilson dei Beach Boys, che vi dico così en passant, vi metto solo viKi 100%.

Allora vabbè, gli Abba, già detti, Ace of Base (“aaall that she wants is another baby she’s gone tomorrow boy”), Alcazar (“cryyying at the discotheque”), The Ark (“it takes a fool to remane sane”), Avicii (“ooooh sometiiiiiiimes”), The Cardigans (“love me love me say that you love me”), Caesars (“you feel iiiit running through your boooooooooones, and you jerk it out”), Eagle-Eye Cherry -lui ve lo metto qui sotto- (“saaaaave tonight and fight the break of dawn cooooome tomorroooow”), Emilia (“I’m a big big girl in a big big world”), E-Type (“campioooone, campiooooone”), Europe (“it’s the fiiiiinal countdoooown”), The Hives (“yeeeeeeeh, I was right all aloooong”), Andreas Johnson (“sheeeeeee’s bringing me in, checking me out, making me gloooorious”), Meja (“it’s all about the money, it’s all about the dandandararandan”), Rednex (“where did you come from where did you go, where did you come from Cotton-Eye Joe”), Roxette (“it must have been love but it’s oooover nooooow”), Wannadies (“youuu and meee awaaay and forever”), etc.

Senza contare tutto lo scenario heavy metal dove la Svezia domina, ma di cui io non so assolutamente un piffero… dovrei chiedere ai miei compagni di corso di svedese che almeno all’apparenza sembrano gasati di metal. Nel caso vi faccio sapere.

Comunque visto che ormai ho iniziato e per fermarmi dovete sopprimermi, sapete che anche Ray Bradbury aveva origini svedesi? E anche (rullo di tamburi) i Bush!

Comunque me ne sarò scordati almeno un milione, quindi fatemi sapere se ne trovate qualcun altro, li smaschereremo un giorno…

Tutto ‘sto pippone micidiale per dirvi che la zuppa di pesce non mi sembrava en svensk klassiker, ma invece lo è… e Sua Biondezza, bellino, me l’ha preparata quando stavo morendo di tonsillite/tosse/febbre/mal di testa a letto. CHE OMO!

Comunque credo sia facile da fare, anche se nei miei deliri febbrili non ho visto un belino. Ma me la sono fatta raccontare e l’ho mangiata, per cui posso raccontarla anche a voi e quantomeno garantirvi che è ottima. Secondo me poi è anche un piattino elegante da presentare a una cenetta. Fa effettivamente la sua porca figura tutto impiattato con la panna acida sopra e l’aneto.

Ah devo anche comunicarvi una cosa: è stata usata la panna acida del supermercato stavolta, e non regge il confronto. Fatela voi con la mia ricetta, che è meglio (magari dimezzate le dosi, perché ve ne serve solo uno/due cucchiai a piatto).

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 50 gr. di burro
  • 2 spicchi d’aglio
  • un porro
  • una cipolla
  • 1 lt. circa di brodo di pesce (fatto un po’ col dado e un po’ con le teste di gamberi messe a bollire)
  • 1 bicchiere di vino bianco
  • 4 pomodori tagliati a pezzi
  • 2 patate tagliate a cubetti
  • 1 dl di panna fresca
  • circa 200 gr. merluzzo
  • circa 300 gr. di salmone
  • 180 gr. di gamberi
  • un bel po’ di aneto
  • 4-8 cucchiai di panna acida
  • sale e pepe nero q.b.

PREPARAZIONE

Mettere a bollire le teste e i gusci dei gamberi in un litro d’acqua con un po’ di vino, sale, pepe e un dado di brodo di pesce. Lasciar bollire per 30 minuti.

In una pentola molto capiente far soffriggere il porro, l’aglio e la cipolla nel burro. Aggiungere il brodo e un po’ di vino bianco.

Aggiungere le patate e i pomodori tagliati a cubetti. Quando le patate sono cotte (ma abbastanza durine) abbassare la fiamma, aggiungere la panna fresca e lasciar cuocere per un paio di minuti.

Salare il merluzzo e il salmone e poi aggiungerli al brodo insieme ai gamberi, e far cuocere per circa 5 minuti. Attenzione a non cuocere troppo il pesce.

Salare e pepare secondo i gusti, togliere dal fuoco e servire con una o due cucchiaiate di panna acida e abbondante aneto.

Fisksoppa pronta!

Buon appetito!

I.

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (non ve li descrivo, tanto farò anche questi, così vi rimane la curiosità) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.

Avanti popolo! Bamse e gli honungsflarn.

Aujourd’hui il piatto che vi propongo sono gli honungsflarn, ovvero dei buonissimi biscottini al miele

E’ una ricetta elementare, anche perché non c’è il lievito, quindi non c’è la menata di aspettare, coprire, non fare casino nella stanza dove lievita la pasta, etc. Si mischia, si inforna, si mangia. Olé.

Con lo zucchero a velo non si creano grumi, e il miele poi non li rende troppo dolci, resta come retrogusto ma senza essere stucchevole, e in più fa sì che la pasta sia morbida ed elastica e facile da lavorare.

Occhio alla cottura! Come tutti i biscotti che si rispettino, può capitare che in un forno bastino 2 minuti, in un altro 6, e così via. Ovviamente dipende anche dallo spessore, ma secondo me dipende anche dai forni. Comunque basta affidarsi alla prova empirica guardando la cottura per la prima infornata, registrare e ripetere. Io una mandata l’ho bruciata, ma mi consolo perché è un’inevitabile certezza: almeno qualcuno uscirà carbonizzato, fatevene una ragione, (tanto la ricetta che vi scrivo è per 97 biscotti -contati uno per uno-, quindi anche se 7 o 8 vanno a puttane, ci può stare, no?).

Bene, dopo avervi dato i classici consigli di tipo materno, ovvero intrinsecamente inutili, della serie: “non perdere le chiavi”, “se hai fame mangia”, and so on, and so on (infanzia difficile), vi passo a parlare dell’ingrediente principale, ovvero il miele.

Mia madre (quella di cui parlavo sopra, quella dei consigli superflui come i peli sotto le ascelle) mi ha attaccato la paranoia del miele italiano. Da Chernobyl infatti non si è più ripresa, povera donna. No, no… non nel senso che ha una coda di macaco in mezzo agli occhi o i denti sui gomiti, ma nel senso che per il miele c’è andata in crisi, e quindi dall’86 compra solo miele 100% italiano, e siccome io ho la capacità di farmi attaccare le paranoie come l’influenza, lo compro anche io. Grazie mamma per un’altra turba mentale che ho aggiunto alla lista per colpa tua.

Ma tralasciamo i drammi familiari e continuiamo sull’argomento miele.

Un dolcissimo svedese intrippato con il miele è Bamse, Världens starkaste björn, ovvero l’orsetto più forte del mondo.

Bamse fu creato negli anni ’60 da Rune Andréasson, ed ebbe subito un grande successo: è un piccolo orsetto marrone, che diventa il più forte del mondo quando mangia il Miele del Tuono della nonna (Farmors dunderhonung), e lo fa sempre per aiutare i deboli contro i potenti. Bamse vive su una collina (tra l’altro disegnata da Andréasson dopo una vacanza in Italia e dopo essere stato folgorato da Taormina) con i suoi amichetti (tra cui un gattino tanto carino che si chiama Jansson come il mio fidanzato).

Bamse con il suo Miele del Tuono

Comunque può sembrare un banale fumetto per bambini ma non lo è: la serie nel tempo ha trattato di argomenti molto seri, come bullismo, razzismo, abuso sui minori, disabilità, alcolismo, traffico d’armi, xenofobia, etc. schierandosi apertamente su posizioni antimilitaristiche, animaliste, di responsabilità sociale, di eguaglianza, contro l’ignoranza e i falsi miti (es. ha apertamente criticato l’astrologia), e sull’importanza della conoscenza per combattere gli affamatori del popolo.

Uno dei cattivi sarebbe infatti un topo ricchissimo e avido, simbolo del capitalismo, che compie ogni azione per soldi, e va da sé che le azioni che compie sono sempre nefande (amo la parola ‘nefando’) e dirette contro i poveri animaletti abitanti della collina, che chiedono così aiuto al Che GueBamse.

"Bene, se non fate come dico io, chiudo la galleria. Arrivederci!". Vediamo qui rappresentato un fenomeno noto come serrata, dove il padrone chiude baracca e burattini e si rifiuta di cacciare soldi se gli operai non accettano tutto quello che lui vuole. In Italia (ma non in Svezia) la serrata è fortunatamente un illecito sindacale (art. 28 Statuto dei Lavoratori).

Quindi i fremiti del ’68 colpirono duramente (e giustamente, direi) anche il fumetto, e Bamse iniziò ad essere visto come un cospiratore, come un sobillatore: fu apertamente ‘accusato’ di essere un comunista, perché i suoi slogan come Många små svaga tillsammans kan besegra den starke, “tanti piccoli e deboli possono distruggere il forte”, facevano temere la ridente socialdemocrazia, che per colpa di uno stupido orsetto vedeva smascherate tutte le sue stronzate nell’armadio (o forse erano scheletri).

Addirittura studenti universitari scrissero tesi per affermare questo orientamento politico di Bamse, orsetto rosso che esaltava i regimi comunisti (ecco però, voi immaginatevi questi professori poverini, che dovevano mettersi a discutere una tesi su uno pseudo Topolino… io avrei bocciato tutti senza pietà), etc…. Povero Bamse, mammamia.

Nel 1988 ci fu un altro albo che fece scandalo: si voleva condannare l’uso di droga, e si presentarono tre figure chiamate Eragord, Nifrom e Nioreh (leggetele un po’ al contrario) che offrivano una strana bevanda fatta di fiori alla tartarughina, che dopo aver bevuto iniziava a volare su nuvole rosa e ad avere la cosiddetta botta del giaguaro, sostanzialmente. Allora ci fu una sollevazione popolare di genitori incazzati (tipo quella dei Simpson “perché nessuno pensa ai bambiiiiiniiiiii?”), insegnanti incazzati, tutti incazzati.

Comunque nel 2004 Andréasson morì, e Bamse, come da prevedere, si annacquò, per la buona pace della classe dirigente svedese. Addirittura il suo creatore aveva assolutamente proibito che Bamse avesse una schiera di merchandising con il suo marchio, per evitare che fosse commercializzato, mentre invece oggi abbiamo: dentifrici, spazzolini, shampoo, balsami, creme solari, chewing gum, un gioco per Game Boy, un gioco per PC, un gioco per Nintendo DS/DSi, una sala per bambini in una grande catena di hotel svedesi, una collezione di vestiti del marchio Lindex,  e… al colmo dell’umiliazione, la catena svedese di fast-food chiamata Clock (che non ha retto alla concorrenza dei colossi yankee e ha chiuso), aveva addirittura il Bamse Meal… Che bruttissima fine… Un po’ come Gorbaciov che pubblicizza Pizza Hut.

Bene, dopo questa storia tristissima di crollo di ideali, e omologazione del primo mondo, e logica del potere e del denaro, passo a illustrarvi la ricetta di oggi.

Le quantità prendetele con le molle, perché dipende dalla consistenza che volete per la pasta, io ad esempio ho aggiunto della farina, regolatevi un po’ a occhio, tanto i biscotti sono buoni sempre. Ah, se non volete passare i prossimi 4 giorni a mangiare honungsflarn potete anche dimezzare le dosi.

Sono buonissimi cosparsi di honungsnötter, ovvero miele + noci, mandorle, nocciole, arachidi, anacardi (insomma, la frutta secca che si mangia a Natale). Sostanzialmente prendete le nötter (ovvero la frutta secca) che volete, le fate a pezzi piccoli ma non troppo, tipo granella, e poi aggiungete il miele finché non ha la consistenza che vi piace. Io non l’ho aggiunta ai biscotti perché sono una deficiente e me lo sono dimenticata, ma voi fatelo perché secondo me ci sta benissimo (consiglio fuori tema: provate la honungsnötter anche su macedonia e gelato alla vaniglia).

Questi biscottini sono ottimi da servire con tè e caffè e anche con il gelato, se li fate sottilissimi come una cialdina. I golosi svedesi raccomandano anche questa simpatica soluzione: prendere biscotto 1, spalmarlo di nutella o marmellata, prendere biscotto 2, sovrapporre biscotto 2 a biscotto 1 farcito = mini sandwich di biscotto.

Come sono creativi questi svedesi!

INGREDIENTI PER 97 BISCOTTI:

  • 200 gr. di burro
  • 125 gr. di zucchero a velo
  • 250 gr. di farina
  • 4 cucchiai colmi di miele
  • 2 uova
  • 5 cucchiaini di zenzero

PREPARAZIONE:

Riscaldare il forno a 200 °C.

Far sciogliere il burro in un pentolino e aggiungere tutti gli ingredienti. Rovesciare su un piano infarinato e lavorare bene la pasta con le mani.

Stendere la pasta in uno strato sottilissimo e fare dei biscottini con una tazzina da caffè.

Mettere su carta da forno e sopra una teglia e infornare. Cuocere per 3-5 minuti, girare i biscotti e cuocere per altri 3-4 minuti.

Far raffreddare.

Honungsflarn pronti!

Buon appetito!

I.

Lo svamptoast, le insalate sataniche e i personaggioni dell’arte culinaria

Per la ricetta di oggi, mi sono basata su, ho preso ispirazione da, ho copiato il signor Per Morberg.

Per Morberg

Morberg, cintura nera di judo, è un attore svedese che ha interpretato, tra le altre cose, Joakim Wersén, il boss del detective Martin Beck nella serie televisiva Beck–Lockpojken.

Il detective Beck è il protagonista di questa serie, tratta dai gialli scritti dalla coppia Sjöwall – Wahlöö, molto apprezzati dal pubblico e dalla critica perché particolarmente attenti a denunciare questioni sociali e a criticare l’autorità statale svedese, schierandosi apertamente contro scelte politiche discutibili e contro primi ministri come Erlander e Palme. Utilizzare il giallo come specchio di denuncia di una società conosciuta solo per i superficiali aspetti di benessere è ciò che ha reso poi famoso il giallo nordico nel mondo (stesso stile di Larsson, Mankell, Roslund & Hellström, & co.)

Bene, Morberg oltre ad avere la faccia da serial-killer, e oltre a recitare, è anche un cuoco. E’ un matto assurdo, non si capisce in realtà se faccia il matto o se sia matto davvero, comunque se lo incontrassi in un vicolo poco illuminato penso che avrei paura. Accoltella cose, urla, lancia altre cose, si arrabbia, sembra un cocainomane, e probabilmente lo è anche, chissà. Comunque ci piace.

Paolo Roberto che fa il figo rivendicando le sue origini italiane, pur mangiando un inguardabile piatto di spaghetti con il cucchiaio...

In Svezia ad ogni modo è frequente passare dal cinema, agli sport violenti, alla musica, etc. per finire ai fornelli. E tendenzialmente i cuochi svedesi sono davvero dei gran personaggioni.

Un altro esempio del genere è Paolo Roberto (sì, se si fosse chiamato Sven Gustavsson sarebbe stato più chiaro che stavo parlando di uno svedese), anche lui passato dalla boxe, al cinema, ai fornelli e anche lui con un ruolo di spicco in un film tratto da un giallo nordico, e che giallo! Paolo Roberto interpretava se stesso in La ragazza che giocava con il fuoco, secondo film tratto dal secondo libro della trilogia Millennium di Stieg Larsson.

Plura Jonsson che cucina vestito da sera

Nella TV svedese appare come cuoco anche Plura Jonsson, patito di hockey, blogger, mezzo scrittore, e soprattutto cantante e leader del gruppo rock Eldkvarn, attivo dagli anni ’70. Questo simpatico panzone nel suo programma di cucina invita artisti dello scenario musicale svedese, se la canta, se la suona e se la mangia, come dimostrato peraltro dalla sua circonferenza corporea, che misura poco meno della linea dell’equatore.

Ma i geni assoluti della cucina svedese a mio parere rimangono i ragazzi del Regular Ordinary Swedish Meal Time, un fenomeno youtube, in cui dei pazzi scatenati cucinano piatti svedesi in modo bestiale. Vi linko il video dell’Insalata Satanica con aggiunta di pasta scotta, così vi fate due risate anche per quello, ma vi consiglio di guardarveli tutti!

Bene, comunque Per Morberg mi ha insegnato a fare lo Svamptoast, piatto che mi ha sempre ispirato ma che non avevo mai avuto occasione di mangiare.

E’ praticamente un toast di funghi, anzi, E’ un toast di funghi (svamp “fungo”, toast “cassapanca”, ah che simpaticona, no “toast”), dove i funghi vengono cotti in padella con burro e panna, e poi adagiati su fette di pane tostato e imburrato.

Sono ottimi da servire tipo bruschette, e se volete farne una versione vegana potete anche cuocere tutto nell’olio ed eliminare anche la panna. Comunque io vegana non lo sono mai stata e mai lo sarò, e la grassata me la sono fatta molto volentieri. It’s up to you.

Sono buoni quando avete ospiti (ma anche no) come aperitivino per spilluzzicare qualcosa, oppure anche da servire come antipasto (come ho fatto io, ammesso che ve ne freghi qualcosa).

Vi do sempre il solito consiglio nel caso voleste atteggiarvi a svenski d’origine controllata: usate i kantareller, in italiano gallinacci, o galletti, o finferli, o gialletti, o garitule (stupidi geosinonimi provocati dai nostri stupidi 8000 dialetti). Sono quei funghi carini gialli fatti a fiorellino, in Svezia vanno un sacco perché ce ne sono tantissimi, infatti i mercati svedesi, sia per tutte queste scatole piene di galletti, che per quelle piene di lingon e di mirtilli, sono sempre coloratissimi.

Comunque sia va da sé che più i funghi sono buoni, più lo svamptoast è buono, e comunque, anche se usate funghi così e così, ricordatevi il potere magico del grasso animale sottoforma sia di burro che di panna: rende buona ogni cosa.

INGREDIENTI PER 5 TOAST

  • 40 gr. di funghi secchi (o circa 350 gr. di funghi freschi)
  • 5 fette di pan Carrè (è più carino se tagliate via i bordi)
  • 1 cipolla bianca
  • 250 ml. di panna fresca
  • 50 gr. di burro
  • sale
  • pepe
  • prezzemolo fresco

PREPARAZIONE

In caso si usino funghi secchi, lasciarli ammollare in acqua fredda per 40 minuti.

Soffriggere la cipolla in circa 30 gr. di burro, scolare bene i funghi, salarli, peparli, e aggiungerli al soffritto. Dovranno essere morbidi e perdere il loro liquido, quindi dovranno stare almeno 15 minuti, forse anche di più, dipende dai funghi. Assaggiateli ogni tanto.

Nel frattempo fate tostare le fette di pane finché non sono belle croccanti ma non sbruciacchiate, e imburratele molto con il resto del burro.

Aggiungere la panna ai funghi in cottura e fate proseguire finché non avranno raggiunto la morbidezza desiderata.

Quando saranno pronti mettere i funghi sulle fette di pane e cospargere con prezzemolo fresco.

Svamptoast pronto!

Buon appetito!

I.

Sua Biondezzas hjortgryta med svamp, Stormaktsporter e considerazioni sulla vita alcolica dei viKi.

Seconda volta che piazzo il biondo ai fornelli a fini bloggistici… e stavolta devo ammettere che ha superato se stesso.

La ricettina che ha proposto è infatti stata un simpatico stufato di cervo alla birra scura e funghi* (sì, mi considero una donna fortunata, in effetti), ed è uscita una cosa assolutamente superlativa. Sì ok, ora basta con questi complimenti o si gonfia come un tacchino.

Ammetto che da bisbetica quale sono ho sollevato perplessità sul cucinare la carne in una lattina di Guinness, io, quella che il vino è un esempio di civiltà romana che voi baVbaVi neanche vi sognate; ma Jansson mi ha (giustamente?) mandata a cagare.

Ma diciamoci la verità, l’opposizione alcolica tra noi terroni e Germaland non è solo quella vino VS birra, è anche sull’uso che si fa di cotante fermentazioni, o più che altro sulla quantità in cui esse vengono ingurgitate…

Prendiamo ad esempio un test situazionale apparentemente banale: è sabato sera, vi infighettate sconfinando nella metrosessualità (maschi), o nel richiamo allo stupro di gruppo (femmine), e uscite con i vostri amici. Bevete per fare i sympa e arrivate al punto di sbavare il kebab che vi siete comprati (anche se non vi ricordate di averlo fatto) davanti a persone appena conosciute, cadendo malamente sul marciapiede reiterate volte e pisciando allegramente a idrante, stile Benigni nel Piccolo Diavolo.

Il giorno dopo aver fatto tutto ciò un italiano medio pensa: “Bene, è giunto il momento di emigrare, ora prendo un bell’atlante astronomico e scelgo un altro sistema solare su cui sbarcare, perché sul mio non ho più nessuna credibilità sociale”.

Il viKi no. Il viKi si è cazzo divertito! Il viKi non vede l’ora di rifarlo.

Il viKi si rifiuterà di bere vino a pranzo per tutta la settimana (perché bere un bicchiere di vino a pranzo è da alcolizzati), per essere poi tutto felice di strisciare tra pozze di vomito e altri escrementi umani il sabato sera.

De gustibus non disputandum est (disse il gatto che si leccava il c***, come aggiunse Confucio)…

Tra l’altro, Tacito li aveva inquadrati nel suo De origine et situ Germanorum: verso il 100 d.C. infatti i Germa bevevano già un casino. Andavano matti per una sostanza chiamata cervogia, ovvero orzo e avena fermentati (quindi una specie di bisnonna della birra, ma senza luppolo). La cervogia era a basse gradazioni alcoliche rispetto al vino romano, ecco anche perché i Germa ‘tazzavano’ di più (ringrazio per il termine la mia amica milanese Mate).

Antica testimonianza che dimostra l'amore dei Germa verso la cervogia

Tacito allora la pensò bene, e suggerì di presentare l’amico Vino agli amici Germa, di modo che iniziassero a trincare questa bevanda, molto più alcolica di ciò a cui erano abituati, e non rompessero troppo le balle all’Impero perché troppo sbronzi per farlo.

Insomma, la stessa brillante idea che hanno avuto i coloni nei riguardi dei nativi americani: tu dare me terra, io dare te whiskey e poi tu andare a cagare in riserva. E ciao ciao Indiani d’America.

Ecco, Tacito però non aveva capito con chi aveva a che fare… Nel senso, questi non si fermano davanti a niente, sono capaci di mettere il ketchup negli spaghetti, di indossare le ciabatte con i calzini sotto, e di mangiare aringhe decomposte da mesi! Non poteva andarti bene, cara Urbe, e i Germa ti hanno fatto il chiulo. Bisogna saper ammettere quando si è inferiori.

Comunque sia, tralasciando gli aneddoti storici, la birra scura nello stufato è stata una rivelazione. La carne resta morbida e succosa e il sugo viene bello densino e corposo, e non sa di birra per niente. Io penso che sia stato davvero il miglior spezzatino che abbia mai mangiato, e anche i nostri ospiti a cena lo hanno spazzolato (con somma soddisfazione di Sua Biondezza).

Il procedimento è abbastanza semplice ma anche piuttosto lungo. Insomma, non è un piatto che si improvvisa.

Innanzitutto bisogna trovare il cervo, cosa che io ho fatto nei banchi dei surgelati della mia musa ispiratrice Ipercoop (era una carne buonissima, comunque). E poi bisogna lasciarla stufare per diverse ore, e lasciarla riposare una notte, quindi armatevi di pazienza, tenendo presente che sarete ben ricompensati.

Se proprio uno vuol fare lo svedese, la birra migliore da usare sarebbe la Stormaktsporter del birrificio Närke Kulturbryggeri di Örebro, un’Imperial Stout che si è presa il massimo del punteggio su www.ratebeer.com. Due degli slogan di questo birrificio sono “Öl är konst!” (Birra è arte) e “Öl är politik!” (Birra è politica): contro l’omologazione dell’industria delle birre, questo rivoluzionario e sovversivo birrificio si è schierato contro lo sfruttamento capitalistico del sistema, specializzandosi in una produzione artigianale di qualità per ritrovare il gusto autentico della birra. Dei socialisti etilici, insomma. Però questa birra al supermercato è molto più difficile da trovare del cervo, e la Guinness andava benissimo. Basta comunque che sia una porter/stout.

Sempre per essere veri svedesi, ricordatevi di servire il piatto con purè e marmellata di mirtilli rossi (o lingon), questi sì da prendere all’Ikea, perché pare che fuori dall’Ikea non si trovino. Una volta, in mancanza di meglio, ho usato la marmellata di visciole, che sono una specie di ciliegie più acide e amare, e il sapore era simile, quindi va bene anche quella.

Io ho usato lingon al whiskey, che sta particolarmente bene con la cacciagione, ma tanto in Italia non si trova, quindi ve lo dico solo a mo’ di “Haaa-haaa” alla Nelson dei Simpson.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

  • 500 gr. di bocconcini di cervo
  • una cipolla
  • mezza carota
  • un sedano
  • 8 bacche di ginepro
  • qualche cucchiaio d’olio
  • cuore di brodo (Knorr) di manzo
  • 40 gr. di funghi secchi
  • 90 gr. di burro
  • 33 cl di birra porter/stout
  • prezzemolo
  • un cucchiaio di farina
  • sale
  • pepe nero

PREPARAZIONE

Mettere i funghi secchi in una bacinella con dell’acqua (dovranno stare in ammollo per circa 40 minuti).

Soffriggere in 30 gr. di burro e qualche cucchiaio d’olio la cipolla, il sedano e la carota in una pentola capiente.

A parte salare e pepare la carne e poi scottarla in altri 30 gr. di burro a fiamma alta. Non soffriggere tutta la carne allo stesso tempo, altrimenti il liquido che la carne rilascia farà ‘bollire’ la carne, che invece deve rigorosamente scottare per prendere colore (no colore, no sapore).

Aggiungere la carne al soffritto e versare la birra lentamente.

Mentre la birra evapora preparare mezzo litro di brodo di carne con il cuore di brodo e aggiungere allo stufato.

Triturare le bacche di ginepro (preferibilmente in un mortaio) e aggiungerle insieme a sale e pepe.

In un’altra padella ancora, passare nei restanti 30 gr. di burro i funghi ammollati e salarli. Poi aggiungerli allo spezzatino insieme a una parte dell’acqua dove erano stati fatti precedentemente ammollare.

Cuocere per circa due/tre ore a fuoco basso (controllate: la carne deve essere morbida, però se ci sta troppo si sfa, calcolate che la carne di cervo è più morbida di quella di manzo, per cui deve stare un po’ meno), coprire e lasciar riposare una notte.

Il giorno dopo, aggiungere un cucchiaio di farina per far addensare il tutto e cuocere per altri 30/40 minuti a fuoco basso.

Spolverare con prezzemolo tritato.

Hjortgryta med svamp pronto!

Buon appetito!

I.

*Hjort (cervo) gryta (stufato) med (con) svamp (fungo).

Bersi una blåbärssoppa dopo aver fatto la Vasaloppet: oh yes, very very viking.

Orbene, siamo alla prima ricetta vegana del blog, e ciò grazie al contributo di un amico che mi ha fatto notare che non ci avevo ancora pensato. Ora c’è. Tiè.

Per rimanere in tema di consigli di amici, la BEA (tu non te la caverai con l’anonimato) ha osato dirmi che le mie foto fanno cagare…

Innanzitutto ha ragione, però ho non una, non due, ma trèèè scuse:

1) questione di struttura: non ho una macchina fotografica at the moment, e le foto che faccio sono fatte con il mio telefono antidiluviano.

2) questione di sovrastruttura: non ho una baita di legno piena di servizi di piatti strafighi, né un balcone con vista su campagne lussureggianti, come la maggior parte dei foodblogger ha. Vivo in una casa di studenti la cui padrona di casa non vuole verniciare i muri, e dal mio balcone si apre uno squarcio di Germania dell’Est, come dimostro con un’altra foto mediocre. E’ anche difficile fare belle foto in queste circostanze…

Il panorama sovietico che si può ammirare dal mio balcone

3) questione di formazione: purtroppo non ho passato la fase ‘fotografia’. Intendiamoci… di fasi intellettualoidi, sinistroidi, anarcoidi, e tutti gli -oidi che vi vengono in mente, ne ho passate parecchie: abbonamento al manifesto, fare le sciarpe ai ferri, dipingere quadri astratti, fare un corso di francese, comprarmi una kefiah, etc. Ma la fase classica del sono-una-ragazza-affascinante-quindi-mi-compro-una reflex-per-fotografare-in-diagonale-i-marciapiedi-per-mostrare-il-mio-animo-sensibile, mi manca. Ergo non ho idea di come cazzo si faccia una bella foto. Ognuno ha le sue croci.

A parte le premesse doverose, garantisco che d’ora in avanti proverò a fare foto migliori, infatti mi sono impegnata per questa ricetta e ho deciso di cucinarla a casa dei miei, che possiedono un romantico giardinetto, per fare le foto lì. Cari amici, la foto di un bicchiere tra le piante è segno della mia maturazione artistica. Sì.

Ohhhh, mi sono levata un peso.

Ora posso passare a parlare dell’argomento di oggi, ovvero la Vasaloppet.

La Vasaloppet è una maratona sciistica di ben 90 km che si tiene nel marzo di ogni anno tra Sälen e Mora, due cittadine della Dalecarlia (o Dalarna, la regione più svedese della Svezia, che ci ha regalato il cavallino rosso, un sacco di cantanti folk e di gruppi heavy metal). Wikipedia mi informa che è la più vecchia, la più lunga e la più grande gara di sci di fondo del mondo, quindi buon per loro.

Vasaloppet

La Vasaloppet è nata nel 1922, 402 anni dopo che il re Gustavo Vasa aveva fatto lo stesso tragitto cercando di scappare dai danesi cattivi. Praticamente il re danese Cristiano III, che governava all’epoca anche la Svezia, era stanco degli svedesi che rompevano (già allora) con nazionalismi e snobismi vari, per cui disse così: “Allora cari i miei svedesini, facciamo pace e vi offro una cena da me, così la smettiamo con tutte queste storie, ok?”. Gli svedesi, che a quanto pare non brillavano per acume, ci andarono; Cristiano allora li chiuse dentro il castello e per tre giorni massacrò i lamentosi nobili svedesi, compiendo quello che è conosciuto come il bagno di sangue di Stoccolma.

Il nostro Gustavo vide la mala parata e fece come il Leone Svicolone, fuggendo per la Dalecarlia. Andò a Mora e cercò di convincere i cittadini a rivoltarsi. I cittadini però in quel preciso momento non ne avevano molta voglia, e Gustavo allora se ne andò cercando di raggiungere la Norvegia. Giunto a Sälen però venne raggiunto dai cittadini di Mora di cui sopra, che avevano cambiato idea e ora volevano ribellarsi, a patto che Gustavo guidasse la rivolta, cosa che in effetti fece. Poi diventò re, la Svezia indipendente, e buona camicia a tutti.

Il Vasaloppet celebra appunto questo percorso, per commemorare l’indipendenza della Svezia e il re Vasa (per intenderci, lo stesso che ha dato il nome sia alla nave affondata circa dieci secondi dopo essere stata varata, sia ai crackers fatti di compensato e calcinacci).

Questa gara sciistica fa parte di una combinazione di gare a giro per la Svezia, la partecipazione alle quali permette di ottenere il titolo “en svensk klassiker“, ovvero “un classico svedese”… Me cojoni! Per diplomarsi da classico svedese oltre ai 90 km di sci di fondo, devi anche andare in bici per 300 km, nuotare per 3 km  e correre per 30 km. Io preferisco fare un altro svensk klassiker, mangiando carne di porco e bevendo birra. Mica scema.

E comunque, tutta questa storiellina per arrivare a dire che dopo questi 90 km, per rifocillare i poveri biondoni infreddoliti e stanchi, viene tradizionalmente servita la nostra blåbärssoppa calda, ovvero una zuppa di mirtillo che può essere servita calda bollente o fresca gelata.

Si può bere d’inverno per riscaldarsi e d’estate per rinfrescarsi, e può anche essere servita così com’è come dessert leggero, oppure bella calda su una torta di mele o sul gelato per un dessert maialoso, a voi la scelta. Secondo me per esaltare la freschezza della frutta si possono anche aggiungere delle foglie di menta, la ricetta originale non lo prevede però.

E’ davvero semplice da preparare, l’unica cosa è che i mirtilli che si trovano qui (almeno all’Ipercoop di Livorno) sono belli grandi e blu ma sanno di poco… La cosa migliore sarebbe prendere i mirtilli piccoli, oppure magari invece che con la frutta, farla con il succo di mirtillo, quello al 100% senza zucchero che lascia tutti i denti neri. La prossima volta userò quello.

I mirtilli comunque fanno bene all’occhi (dice mio padre), combattono i disagi gastrointestinali e sono ricchi di energia. Se di energia poi ne volete à gogo, potete fare il blåbärsshot, ovvero 50% blåbärssoppa, 50% vodka e sopra panna montata, e vai che si vola.

Le dosi che vi do sono quelle che ho usato io. A me è venuta molto densa, assaggiatela e se non vi convince aggiungete succo di mela per diluirla. Se invece la volete più densa aggiungete la fecola.

INGREDIENTI PER UNA DECINA DI BICCHIERI:

  • 625 gr. di mirtilli
  • 600 ml d’acqua
  • 2 cucchiai di zucchero (preferibilmente di canna)
  • 2 cucchiai di fecola di patate
  • 2 tazzine da caffè di succo di mela
  • granella di nocciola per guarnire

PREPARAZIONE

Lavare i mirtilli e metterli in una pentola, aggiungere acqua, zucchero e succo di mela, e cuocere a fuoco basso per un bel po’, finché i mirtilli si sono ammorbiditi.

A parte mescolare la fecola di patate con una tazzina d’acqua e aggiungerla ai mirtilli in cottura.

Con un frullino a immersione frullate tutto e aggiustate la consistenza come preferite.

Servite calda o fredda e aggiungete sopra una spolveratina di granella di nocciola.

Blåbärssoppa pronta

Buon appetito!

I.

I piccoli piaceri della vita: colazione al Pressbyrån con caffè e kanelbullar.

Se vi capiterà di camminare per le strade di qualunque città svedese, vi troverete ad incrociare almeno un migliaio di volte un Pressbyrån. Il Pressbyrån è una specie di tabacchino però più grande, dove non si comprano solo sigarette, ma in generale i generi che lo svedese medio ritiene di prima necessità, tra cui:

1) giornali = gli svedesi leggono un casino, dovunque e in qualunque condizione hanno sempre un libro o un giornale in mano, cosa che me li rende alquanto simpatici

2) banane = non ho una spiegazione soddisfacente per questo curioso fenomeno, ma ho notato che è molto frequente vedere gente che mangia banane per strada dopo averle estratte da un oggetto creato all’uopo, il portabanane, un coso imbarazzante a forma di vibratore che ho regalato per Natale a un sacco di gente (tra cui mia madre, che lo nasconde quando ha ospiti perché, cito, “si vergogna”)

3) caramelle = o godis. La Svezia è il paese che consuma più caramelle al mondo: 17 KG L’ANNO A PERSONA (questo vuol dire compresi neonati, vecchi, malati, etc.)! Il 25% dello zucchero assunto da uno svedese medio proviene dalle caramelle, e i kg di zucchero consumati procapite all’anno in Svezia sono 50, ovvero 3 volte la quantità raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi chiedo quanto sia alta la percentuale di dentisti in Svezia. Se ce ne sono pochi vi consiglio un mestiere sicuro

4) hot dog = occhio alle foto del Pressbyrån che ingannano, sono grandi più o meno come un cucchiaino

4) caffè con dolcetto = dove il caffè è il mitico caffè spiscioso nordico, al quale ormai sono ahimé assuefatta, e dolcetto sta per “dolcetto”. La combo costa 20 corone (come si vede nel cerchiettino rosso fatto modestamente da ego, mei, mihi, me, me) ovvero circa 2,25€.

Pressbyrån in tutto il suo splendore (nel cerchietto rosso la combo kaffe+dolcetto)

Per prendere il caffè con il dolcetto dovrete necessariamente avere un incontro ravvicinato del terzo tipo con un macchinario enorme che ricorda i computer di Star Trek, e fare anche tutto da soli e velocemente, oltretutto, perché dietro di voi si sarà già formata una fila di biondi impazienti che sbufferanno e vi guarderanno male.

La macchina infernale per il caffè

Innanzitutto, occhio alla tazza di carta: dovete prenderne soltanto una facendo attenzione a non sfilarne un centinaio che schizzeranno tipo proiettili sulla suddetta fila di biondi, e vi assicuro che non è cosa facile (storie di vita vissuta).

Una volta preso il caffè, se volete metterci un pochino di latte, troverete accanto a voi un banco frigo (anche questo si vede nella foto) dove sono in vendita latte, yogurt, succhi di frutta, bibite, etc., e in cui se fate attenzione noterete un cartone di latte già aperto. Io le prime volte mi scandalizzavo pensando “ma guarda te la gente che ruba sorsi di latte, che oVVoVe!”, poi ho capito che è per metterlo nel caffè (eh sì, è difficile essere me).

Per quanto riguarda il dolcetto avete diverse scelte: 1) brioscina burrosissima, penso il miglior cornetto del mondo, però attenti a mangiarlo tenendolo per metà dentro il sacchetto di carta perché fa un casino di briciole, e voi non volete fare i soliti italiani e sporcare il biondomondo, vero? 2) brioscina burrosissima con upgrade di chicchi di cioccolato, io preferisco la versione solo burro, però anche quella cioccolatosa non è male 3) soltanto a Natale ci saranno i lussekatter ovvero dolcetti natalizi allo zafferano, buonissimi 3) KANELBULLAR, le mitiche, le uniche, girelle alla cannella (kanel “cannella” + bulle “dolcetto arrotondato”).

Scegliete il dolcetto che preferite e infilatelo nel sacchettino che troverete davanti a voi. Ci sono delle apposite pinze per prendere i dolcetti, che gli svedesi del resto non usano mai perché adorano toccare tutto con le manacce sudicie, ma io la uso sempre perché sono una signora (e anche perché così finalmente posso dire un “che oVVoVe” con Vagione, cVibbio!).

Tornando alla nostra ricetta, i kanelbullar sono uno dei dolcetti più orgasmici che la cucina svedese propone. Anzi, no: cazzata. I dolci svedesi sono tutti egualmente orgasmici. Però questi hanno la cannella, per cui sono perfetti con un teino nei pomeriggi di inverno, o la mattina appena svegli per dare una botta di glicemia all’organismo e iniziare la giornata con il sorrisone.

Mentre cuociono nel forno profumano tutta la casa di cose buone, di cannella, di cardamomo… così chi vi viene a trovare viene invaso da immagini dolcissime di nonne ciccione e sorridenti con le mani sporche di farina; e si possono benissimo pucciare nel latte a colazione finché non diventano belli gocciolosi (come il pandoro la mattina del 27 dicembre, quando si è indurito un pochino: chi non lo ha mai provato è uno sfigato).

Altra cosa fantastica dei kanelbullar, meno sognante e più pratica: si possono surgelare. Anzi, in Svezia li vendono anche al supermercato già belli e surgelati, così la domenica che avete tempo vi svegliate belli tranquilli, li schiaffate nel microonde, e alé.

Sono anche molto semplici da preparare, il che non guasta.

INGREDIENTI PER 15 KANELBULLAR

Per la pasta:

  • 25 gr. di lievito di birra
  • 75 gr. di burro
  • 250 gr. di latte
  • 60 gr. di zucchero
  • 1 pizzico di sale
  • un cucchiaino di cardamomo
  • 420 gr. di farina

Per il ripieno:

  • 50 gr. di burro
  • 60 gr. di zucchero
  • un cucchiaio di cannella

Per guarnire:

  • un uovo
  • 40 gr. di granella di zucchero

PREPARAZIONE:

Pasta lievitata

Spezzettare il lievito in una ciotola. In un pentolino far sciogliere il burro e aggiungere il latte, fino a far arrivare

il tutto a 37°C (fate sempre la solita prova del ditino).

Versare un pochino nella ciotola con il lievito finché il lievito non si scioglie, poi aggiungere il resto.

Pasta stesa con una boccia di Falanghina accanto per farvi capire le misure

Aggiungere sale, cardamomo e zucchero. Aggiungere la farina piano piano, facendo attenzione a non metterne troppa altrimenti la lievitazione ne risentirà, e lavorare fino ad ottenere un impasto liscio e morbido.

Coprire con un panno, e lasciare riposare per 45 minuti in un luogo fresco e asciutto e lontano dalla luce diretta del sole (ad es. il forno spento). Nel frattempo preparare il ripieno facendo sciogliere il burro in un pentolino e aggiungendo lo zucchero e la cannella.

Rotolo di pasta con ripieno dentro

Passati i 45 minuti lavorare la pasta ancora un po’ per eliminare le bollicine d’aria che si saranno create durante la lievitazione.

Fare un rettangolo con la pasta lungo più o meno mezzo metro e alto più o meno 20 cm. A questo punto spennellare il ripieno sopra il rettangolo e arrotolarlo.

Rondellina tagliata

Tagliare delle rondelle spesse circa un centimetro e mezzo e appoggiarle ben distanziate tra loro su una teglia coperta con carta da forno.

Coprire e far riposare ancora per 30 minuti.

Nel frattempo far riscaldare il forno a 225 gradi.

Passati i 30 minuti sbattere l’uovo e spennellarlo sopra ogni rotolino, e cospargere con la granella di zucchero.

Cuocere nel forno per 10-12 minuti, o comunque finché i kanelbullar non saranno belli dorati.

Kanelbullar pronti!

Buon appetito!

I.

Bakad potatis med skagenröra

Quello di oggi è un altro piatto di ‘pesce‘, anche se il sapore del pesce non è che si senta più di tanto, è più il sapore della salsetta grassa a rendere buono il tutto, come sempre.

Le bakad potatis in realtà possono essere riempite con molte cose, quelle più frequenti sono: skinkröra (cremina con prosciutto), bacon, kycklingröra (cremina con pollo), pollo al curry e skagenröra. Ho scelto lo skagenröra perché avevo voglia di postare un piatto di pesce, e perché sono le mie preferite dopo quelle con il pollo al curry, ma Sua Biondezza mi ha proibito di inserire il pollo al curry su un blog di cucina svedese (ecco, ma dovrebbe essere un indiano a risentirsi dell’accostamento, non uno svedese, cribbio), quindi beccatevi lo skagenröra.

Lo skagenröra è un insieme di gamberetti, maionese, e aneto nella ricetta originale. In realtà poi nel tempo ci si è aggiunto limone, panna acida e uova di pesce (se usate quelle di storione siete raffinati, se usate quelle di salmone siete ganzi, se usate quelle di lompo siete dei purciari, oppure non avete trovato le altre due varietà e avete preso le uniche che il Pam vi proponeva, oppure fate finta di non aver trovato le altre varietà perché siete dei purciari ma vi vergognate ad ammetterlo).

Il nome skagenröra deriva da un paesino di pescatori della Danimarca, ma i danesi, che pure cucinano molto meglio degli svedesi, o almeno così si dice, non c’entrano nulla, perché il piatto lo ha inventato Tore Wretman, un cuoco svedese d’origine controllata e garantita, che è morto poverino (nel senso, poverino ma era nato nel ’16, alla fine non lo ha strozzato la balia).

Il buon Tore

Si dice che questo piatto sia nato allorché Wretman durante una regata ha introdotto tutto ciò che era nella stiva della barca dentro un pentolino e lo ha servito a cena, e gli ha dato il nome del paesino che in quel momento si trovava di fronte alla barca, ovvero Skagen. Può essere, anche se in questo caso uno svedese che decide di chiamare un piatto che ha appena inventato con un nome che ricordi qualcosa che provenga dalla Danimarca va lodato, visto che di solito gli svedesi non hanno i danesi molto simpatici (poverini, a me invece mi sembrano dei personaggioni).

Comunque, in realtà questa poltigliaröra è molto più famosa spalmata sul pane, quindi potete usarla anche come antipasto di pesce: prendete del pan carré, soffriggete del burro in una padella e mettete il pan carré a cuocere in padella da una parte e dall’altra finché sfrigola. A quel punto mettete lo skagenröra sul toast e avrete fatto un altro piatto svedese: lo Skagentoast, antipasto molto diffuso.

C’è una variante nella zona di Göteborg. Sì perché nella West-Coast svedese non c’è né Hollywood, né Tupac e il gangsta rap, in compenso ci sono un casino di granchi, e quindi la loro versione dello skagenröra prevede l’aggiunta anche di pezzetti di granchio. Se lo avessi saputo prima lo avrei fatto ben volentieri, ma ormai il piatto l’ho già cucinato, e avendone fatti miiillllle chili non ho nessuna intenzione di rifarlo aggiungendo il granchio. Mi fido però che sia buono.

Oltre a bakad potatis e toast, un altro simpatico posto dove mettere lo skagenröra è l’avocado, levate il nocciolo e ci mettete questa cosa qui, e secondo me fate anche uno strafigurone. E poi, è vero che l’avocado non è proprio un frutto da circolo polare artico, però gli svedesi lo hanno introdotto in modo massiccio nella loro dieta (talvolte anche facendo mistini che è meglio non divulgare per la salute pubblica), quindi con l’avocado potete anche fare i fighetti nordici.

INGREDIENTI PER 8 PERSONE:

  • 8 patate enormi, le più grosse che riuscite a trovare
  • 800 gr. di gamberetti sgusciati
  • diversi ciuffetti di aneto
  • 2 dl di maionese
  • 1 cucchiaino di sale
  • 1 pizzico di pepe nero
  • 1 cucchiaio di succo di limone
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 tazzina di birra
  • 1/2 cucchiaino di semi di anice
  • 2 cucchiai di cipolla rossa tagliata fine
  • 150 gr. uova di lompo (tre barattolini piccoli)

PREPARAZIONE:

Accendere il forno a 225 °C e mentre scalda sciacquare, spazzolare e asciugare le patate, senza togliere la buccia. Bucherellarle e cuocerle al centro del forno per circa un’ora(dipende dal forno).

Gamberetti a pezzi

Skagenröra

Nel frattempo mettere a bollire un litro d’acqua, con un bel po’ di sale (due pugni), un cucchiaio di zucchero, una tazzina da caffè di birra, mezzo cucchiaino di semi di anice e un ciuffetto di aneto.

Appena l’acqua bolle mettere i gamberetti e farli bollire solo per 2-3 minuti massimo, e appena scolati immergerli immediatamente in acqua fredda per farli rimanere morbidi.

Tagliare i gamberi in pezzi abbastanza piccoli e mescolarli con l’aneto, la maionese e la panna acida e le uova di lompo. Insaporire con sale, pepe, succo di limone e cipolla.

Patata con taglio a X

Lascia riposare un pochino la salsa nel frigorifero.

Visione artistica della patata scavata

Quando le patate sono pronte toglierle dal forno e tagliare una X in ogni patata,

premendo poi l’interno della patata dentro la patata stessa, in modo da scavare un buco che andrà riempito con la salsa di gamberi.

Dopo aver riempito ogni patata con lo skagenröra (facendolo strabordare un po’) mettere un ciuffetto di aneto in ogni patata per guarnire.

Bakad potatis con skagenröra pronte!

Buon appetito!

I.

Potatissallad feat. David Jansson

Questa ricetta mi è stata gentilissimamente suggerita da David Jansson. Questo Jansson non è della stessa stirpe dell’inventore dell’omonimo piatto natalizio a base di aringa, comunque in Svezia hanno tutti lo stesso cognome: mai vista una partita della nazionale svedese? Si chiamano tutti Andersson, non capisco come fanno i cronisti svedesi a farsi capire.

By the way, questo Jansson qui, a.k.a. Sua Biondezza, è il mio viKingfidanzatino, ed è oggi molto orgoglioso di comparire su questo blog.

Diciamo che cucinando la sua potatissallad (che come ogni tanto ripete presuntuosamente “ha fatto piangere generazioni”) David ha conquistato tutti i miei amici, e portato la cucina svedese alla ribalta durante un’improbabile cena natalizia (con tanto di albero addobbato per l’occasione) celebrata a Pisa il 17 febbraio di qualche anno fa.

Di potatissallad nella cucina svedese ce ne sono tantissime, però la sua è spaziale, e non lo dico soltanto perché così solleticando l’ego testosteronico la cucinerà lui, ma perché è vero, e le mie amiche possono confermare.

Lo so che all’apparenza può sembrare che gli ingredienti siano stati messi insieme in modo totalmente casuale, e probabilmente è così, però è il risultato è quello che conta, e Jansson ha superato la prova.

L’insalata di patate in Svezia viene usata spesso per accompagnare le polpette, ma… nonsolopolpette -umorismoumorismoumorismo-.

La prima volta che l’ho mangiata, ed è stato subito amore, è stato durante una festa alcolica svedese, chiamata Valborg.

Ho scoperto su Wikipedia un secondo fa che il nome italiano di questa festa è “Notte di Valpurga” (anche se in Svezia è festeggiata più che altro di giorno). Comunque sia sarebbe la festa per l’arrivo della primavera, e viene celebrata il 30 aprile. Eh… poveracci, lì la primavera arriva dopo.

Durante Valborg ho visto e fatto cose che voi italiani non potete neanche immaginare: mi hanno svegliato alle 8 del mattino con champagne e fragole e vodka orange, sono andata in un parco enorme e ho visto masse di biondi barcollanti che orinavano accanto al chiosco degli hotdog, mentre altri biondi COMPRAVANO quegli hot dog (questo infatti mi è sembrato ancora più strano), poi mi hanno portata in un posto dove devi tirarti lo champagne addosso, e un viKingo ENORME deve aver capito male come funzionava e mi ha tirato addosso tutta la bottiglia intera (tagliandomi mezza caviglia), poi mentre mi tenevo un fazzolettino sulla caviglia una ragazza mi ha dato un bacio appassionato sotto una pioggia di champagne… Insomma, un’esperienza lisergica tipo Dumbo e i rosa elefanti. Lo so che descritte così sono scene di barbarie nuda e cruda, ma penso di non essermi mai divertita così tanto in tutta la mia vita…

…il giorno dopo, il parco dove era successo tutto questo era una distesa di rifiuti, e penso che anche gli spazzini non si siano mai divertiti così tanto in tutta la loro vita. Vi metto anche una foto perché se no non ci credete.

Valborg: the day after...

Ma insomma, tornando alle nostre patate… La potatissallad è usata spesso come piatto diciamo “da battaglia”, perché la vendono già pronta nelle scatoline di plastica al supermercato (dove ci sono tipo 7 ripiani refrigerati che ospitano solo potatissallad), quindi è comoda da portare in giro, e per questo a Valborg è molto usata: per pranzo infatti viene fatto un pic-nic in un grande parcone (tempo permettendo, io sono stata fortunatissima), e tutti si portano barbecue usa e getta, e la potatissallad accompagna i würstel (o korv) di quasi ogni persona.

Ora, so che dirvi che un piatto mi è piaciuto tantissimo dopo una mattinata iniziata con un vodka orange non vi fa pensare a niente di buono, ma ho avuto occasione di mangiarla tante altre volte, anche da sobria. Giuro!

Comunque è facile da preparare: l’unica menata è fare aspettare una notte la panna acida, per cui potete pensarci una notte prima e seguire la mia ricetta, o comprarla già pronta. Si dice però che il giorno dopo la potatissallad sia ancora più buona, perché tutti gli ingredienti si mischiano completamente. Può darsi, a me non mi è mai arrivata al giorno dopo.

Scrivo la ricetta di Sua Biondezza, ma potete aggiungere cosa volete, state pur sicuri che ogni variante inventerete in Svezia l’hanno già inventata. E HA UN NOME.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

700-800gr. di patate

2 mele

8 ravanelli

1 dl di maionese

2 dl di panna acida

1 porro

1 mazzetto piccolo di erba cipollina

qualche ciuffetto di aneto

2 cucchiaini di senape

Sale e pepe a piacere

PREPARAZIONE:

Bollite le patate e fate raffreddare.

Mentre le patate raffreddano mescolate la panna acida, la maionese e la senape. Tagliate tutto a pezzi e buttate dentro (il porro tagliatelo particolarmente fine).

Guarnire con un ciuffetto di aneto e servire con tutto quello che volete.

Potatissallad pronta!

Buon appetito!
I.