Un Gotländsk Saffranspannkaka per Pippi Calzelunghe

La ricetta di oggi è una tipica ricetta regionale del Gotland.

I faraglioni del Gotland

Il Gotland è un bell’isolone del mar Baltico, che pare sia bellissimo, ma io non ci sono mai stata, quindi presumo lo sia ma non so dirvi niente di più. So che il suo paesaggio prevede una specie di faraglioni tipo Capri che sono molto belli, e che ha un casino di specie di orchidee e altre strane piante che crescono solo lì.

L’unica cosa che so per certo sul Gotland comunque, in virtù della mia condizione esistenziale di nerd, è che in quest’isola è parlato un dialetto svedese molto particolare, conosciuto come gutnico, che si ritiene essere la lingua germanica rimasta più vicina al gotico, ormai scomparso.

Un esempio di gutnico è presente nella Gutasaga, una saga sulla storia del Gotland che, come tutte le saghe, inizia più o meno con: “Io sono Pdorrr, figlio di Kmerrr, della tribù di Istarrr, della terra desolata di Kfnirrr”, etc.

Il gutnico è considerato come un ceppo linguistico a sé stante, proprio per degli esiti propri che si discostano dalle altre lingue scandinave antiche; comunque della dissertazione tra lingua e dialetto non sto a parlare, anche perché non c’è nessun criterio linguisticamente scientifico che stabilisca quando una lingua è una lingua e quando è un dialetto (cari i miei amici sardi e friulani)… e come il simpaticone Noam Chomsky sostiene: “Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito”.

Bene, a parte per il gutnico (che non se lo caga nessuno a dire la verità, nonostante, a stretto livello personale, infilare la parola “gutnico” in una frase mi faccia sentire una spanna sopra gli altri), il Gotland è famoso per la sua celeberrima abitante, Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump, ovvero Pippi Calzelunghe.

Pippi Calzelunghe con scimmia

Per la serie “storie di vita vissuta”, la Pippi fu la prima delusione d’amore di mio fratello, che da piccolo adorava la serie e voleva sposarsi con lei… finché mio cugino gli disse che l’attrice (Inger Nilsson) ormai era già vecchia perché la serie era degli anni ’70. Dopo aver meditato l’impiccagione e aver pianto per mesi, mio fratello se ne fece una ragione e bona lì.

Pippi Calzelunghe (che somiglia vagamente al calciatore John Arne Riise) è il personaggio letterario più conosciuto di Astrid Lindgren, famosa scrittrice svedese di libri per l’infanzia, in onore della quale nel 2002 la Svezia ha istituito un premio di circa 540.000 euro per la letteratura per bambini e per ragazzi. Pippi è una simpatica ragazzina protofemminista: è fortissima, ricchissima, e vive da sola a Villa Villacolle alla facciaccia di tutti, soprattutto a quella dei suoi vicini, due gemellini obbedienti e diligenti, che però non hanno il becco d’un quattrino e devono tornare a casa da mammeta. L’ordine costituito prova a più riprese a infilarla in un orfanotrofio, ma la nostra libertaria lentigginosa semplicemente non ci va. Ha un cavallo e una scimmia che ogni tanto solleva così a caso per far vedere quanto è muscolosa e ganza, e mangia un sacco di schifezze. Insomma, stacci di lusso.

Come nascono poi tutte le storie più belle, le vicende di Pippi erano raccontate da Astrid Lindgren alla figlia prima di addormentarsi. Una volta che si era rotta una gamba e si annoiava a casa, la nostra Astrid decise di raccogliere tutte le storie di Pippi e di farne un libro, lo propose qua e là, e nel ’45 il libro venne pubblicato (e poi nel tempo tradotto in un centinaio di lingue).

Ovviamente, dopo avervi raccontato la storia di Bamse in questo post, avrete capito che gli svedesi hanno tempo da perdere sul criticare i libri per bambini, e anche Pippi non ha fatto eccezione: è immorale, insegna a non obbedire, sfida l’autorità, è emotivamente disturbata, etc. Cose su cui non vale la pena soffermarci, no?

Oltretutto, Pippi, ragazzina solitaria, stramba e forte, si dice abbia influenzato Stieg Larsson per il suo personaggio di Lisbeth Salander, e in effetti nella trilogia questo richiamo è più volte esplicitato, così come quello tra Mikael Blomkvist, protagonista sempre della trilogia di Millennium, e il semi-omonimo Kalle Blomkvist, altro personaggio di Astrid Lindgren, detective bambino molto intelligente, protagonista di una miniserie di libri per l’infanzia.

Villa Villekulla a Visby

Nel libro Pippi, non si sa come né perché, approda a Visby, la maggiore città del Gotland, ed è lì che si ambientano le sue avventure. Visby è sito patrimonio dell’UNESCO in quanto borgo medievale meglio conservato in Scandinavia… dovrò andarci prima o poi. Oltretutto c’è la Villa Villacolle dove la serie fu girata, quindi un tour triste della Casa di Pippi prima o poi me lo farò. Io AMO i tour tristi.

Senza dubbio a Pippi sarà capitato nella vita di mangiare il Gotländsk Saffranspannkaka, piatto tipico dell’isola, ovvero un dolce di riso, mandorle e zafferano da servirsi tradizionalmente con panna fresca montata e marmellata di salmbär, che sarebbe una variante tutta gotlandese del blåhallon, bacca della stessa radice della mora di rovo.

Siccome Wikipedia non mi dà la traduzione esatta in italiano di blåhallon, ho usato la marmellata di more, presumendo che sì insomma, tutte le bacche alla fine sanno di bacche. Inoltre molte ricette ammettono la sostituzione del salmbärssylt, ovvero la marmellata di questa particolare bacca, con mirtilli, o more, o lamponi, o fragole, etc. Quindi, cvd ho sempre ragione io.

La ricetta non è difficile, è solo un po’ noioso aspettare che la sbobba di riso si raffreddi dopo la cottura, perché io ci ho messo un pomeriggio.

Praticamente dovete prima fare un porridge di riso, in svedese chiamato risgrynsgröt, a cui poi aggiungere gli altri ingredienti.

E’ un piatto singolare già da solo. Innanzitutto è molto buono anche senza essere usato come base per il saffranspannkaka (ad esempio, servito caldo sui Pavesini deve starci benissimo), ma poi ha una storia interessante alle spalle.

E’ un piatto natalizio, e non solo in Svezia, ma anche in Danimarca e Norvegia. In Danimarca ad esempio usa aggiungere a questo porridge una mandorla intera, e chi se la ritrova nel piatto si becca un regalo in più, il regalo della mandorla.

La cosa strana (e, a mio modesto parere anche ai limiti del disgustoso), è che questa dolciata assurda (latte, riso papposo, zucchero e cannella), viene servita così normalmente tra i piatti principali del buffet di Natale. Ovvero voi vi fate un bel piattino con: aringhe alla cipolla, prosciutto e mostarda, porridge di riso dolce, polpettine, salmone, etc. Sembra il gioco del “trova l’intruso”, ma tragicamente non lo è…

Io ho provato questa esperienza perché sono curiosa ed è più forte di me azzardare cose no limits. In effetti la sensazione era proprio come ve la immaginate: un sapore che non c’entrava un cazzo con il resto. Però preso da solo a me piace un casino. E’ tipo budino di riso, e io ci ho fatto colazione per tutte le mie vacanze di Natale in Svezia.

Sbobbone di riso bell’e pronto

Diciamo che gli svedesi se la ripassano meglio perché in Svezia questa sbobba viene venduta in dei bei salsiccioni preconfezionati (i viKi non hanno tempo da perdere, e nei loro super-supermercati trovano sempre tutto bell’e pronto), mentre io ho dovuto amorevolmente farlo solo per voi.

Comunque, come vi ho già detto non è difficile, è solo palloso doverlo mescolare e poi, e anche questo l’ho già detto, farlo raffreddare.

In teoria il riso da usare sarebbe il mai sentito nominare “riso glutinoso“, credetemi che la buona volontà per trovare questo tipo di riso ce l’ho messa tutta, ma non l’ho trovato. Ho quindi preso un riso lungo, orientale e profumato che non era il Basmati, ma il riso Jasmine. Il sapore del porridge era uguale a quello che ho mangiato in Svezia, quindi evidentemente andava bene.

Comunque sostanzialmente una volta raffreddato mischiate tutti gli altri ingredienti e infornate. Il risultato è un dolce morbido, niente affatto secco, e strano, perché lo zafferano lo rende innanzitutto giallo e quindi carino, e poi, insomma, lo zafferano nei dolci secondo me è avanti. Anche un altro tipicherrimo dolce svedese prevede l’uso di zafferano, ma non ve lo dico adesso sia perché non è stagione, e poi perché non voglio spararmi tutte le mie cartucce subito.

Ah, vi informo che stavolta NON ho montato la panna né a mano né con il frullatore, ma con le fruste elettriche come tutti i cristiani, evitando così di rovinare un’altra volta il trackpad del Mac, che non era il caso, come feci con la mia primissima ricetta, quella dei semlor

Non sapete quante me ne fa passare questo blog.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PERSONE:

Per il risgrynsgröt:

  • 4 dl. d’acqua
  • 175 gr. di riso Jasmine
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 400 gr. di latte intero
  • 1 stecca di cannella
  • 1 cucchiaino di cannella in polvere
  • 40 gr. di burro

Per il resto dell’impasto:

  • 4 uova
  • 100 gr. di zucchero
  • 50 gr. di mandorle affettate
  • 0,5 gr. di zafferano
  • (eventualmente aggiungere dai 50 ai 100 gr. di latte se il composto fosse troppo denso)

Per farcire:

  • circa 300 ml. di panna fresca
  • 8 belle cucchiaiate di marmellata di more

PREPARAZIONE:

Mescolare acqua, riso, sale e burro in una pentola larga e portare a ebollizione. Bollire con il coperchio per 10 minuti a fuoco basso.

Togliere dal fuoco e aggiungere il latte, la cannella e portare nuovamente a ebollizione.

Fare bollire poi a fuoco bassissimo con il coperchio per circa 40 minuti e mescolare abbastanza spesso (fate attenzione a non bruciarlo se no fa schifo).

Far raffreddare (preparandovi a invecchiare nel tempo che il composto raffredda).

Una volta raffreddatosi il risgrynsgröt, preriscaldare il forno a 175°. Imburrare bene una pirofila rotonda discretamente grande e aggiungere al risgrynsgröt raffreddato le uova, lo zucchero, le mandorle e lo zafferano. (Diluire con un pochino di latte se vi sembra troppo denso).

Mettere tutto nella pirofila imburrata e infarinata e cuocere nel forno per circa 40 minuti, o comunque finché non abbia un bel colore giallo scuro.

Lasciar raffreddare un pochino e servire con panna fresca montata con un pochino di zucchero e marmellata di more.

Gotländsk Saffranspannkaka pronto!

Buon appetito!

I.

Le älgfärsbullar e il test dell’alce

Nonsolopolpette, ma anche polpette, no?

Anche se le polpette che voglio proporvi oggi non sono delle banalissime polpettacce IKEA style ma delle polpette d’alce, ovvero le älgfärsbullar.

Inizio subito confidandovi nella mia immensa ignoranza che sono andata per un momento in tilt su questa fondamentale questione grammaticale: un alce/un’alce/gli alci/le alci? Bene, prima il buon senso e poi il dizionario mi hanno detto che alce è maschile a meno che non si specifichi che è una donna-alce… Appreso questo mi sono allora venuti i dubbi su un ape/un’ape seguendo lo stesso criterio, ma poi ho pensato: cucinerò mai un’ape per voi? No, quindi chi se ne frega.

Lo so, per voi sarà più o meno impossibile trovare macinato d’alce in Italia, per cui provate ad usare il cervo o il capriolo. Comunque per la ricetta che vi do, l’alce può essere tranquillamente sostituito da ogni tipo di selvaggina, perché serve un sapore forte. Poi è ovvio, non è la stessa cosa, ma insomma, arrangiatevi.

Io ho usato l’alce perché Sua Biondezza mi ha portato un chilo di älgfärs (macinato d’alce) da usare per cucinare qualcosa per il blog, e mezzo chilo lo abbiamo usato, l’altro mezzo è ancora in freezer, ma troverò una bella ricetta per voi.

Alce

L’alce, skogens konung, ovvero “il re della foresta”, è un animale apparentemente dolce e pacioccoso, con le corna piatte, gli occhioni sensibili e la faccia tanto simpatica. Bene SCORDATEVELO.

E’ un po’ come gli orsetti lavatori in Canada, no? Che uno è convinto che siano tanto carini e morbidosi, e si sconvolge quando apprende che lì è buona abitudine sparargli in mezzo agli occhi per mandarli via. E non perché i canadesi siano spietati, ma perché pare che queste bestiacce mordano, facciano un casino assurdo e attacchino le malattie… orsetti fetidi più che lavatori.

Ora, è vero che uno agli alci gli spara anche perché con un alce ci si sfamano 9 persone per 73 anni, ma sto divagando. Il punto è: orsetti lavatori e alci sono cattivissimi.

Lasciamo perdere gli orsetti lavatori di cui non me ne frega nulla in questo momento, ma gli alci, loro sì: lo sapevate che le mamme-alci sono gli animali che uccidono più persone in Canada? Cosa non si fa per i picciriddi. Wikipedia mi fa anche notare che sì sì! Uccidono più persone del grizzly americano! E effettivamente quando senti dire che un pacioccone uccide più di un grizzly, ti poni dei dubbi no?

E anche in Svezia gli alci fanno dei bei danni: siccome in inverno la loro dieta è povera di sodio, vanno ai bordi delle strade per ciucciarsi il sale che i solerti biondi hanno messo per sciogliere il ghiaccio, e allora BAM! Lo becchi con la macchina, e sei morto, prima di tutto perché pesano veramente tanto, e poi perché hanno le gambe lunghe, per cui te lo ritrovi proprio ad altezza-te, e quindi hai poche speranze di cavartela.

Attenti all’alce

Ecco perché i viKi piazzano per le strade i cartelli “Attento all’alce“, che sono diventati un famosissimo simbolo della Svezia, tanto che ogni anno ne spariscono centinaia (gli svedesi a questo proposito tengono a precisare che sono i turisti tedeschi a rubarli).

E allora gli svedesi hanno progettato il “test dell’alce” per valutare la stabilità delle macchine in caso di incontro fortuito con grosso animale peloso. Questo test è da un po’ di tempo che c’è, ma diventò abbastanza famoso quando nel 1997 la Mercedes-Benz classe A fece una figura meschina ribaltandosi quasi subito.

In sostanza il test funziona così: strada asciutta, guidatore molto bravo, manichini in tutti i posti, macchina a pieno carico. Si deve effettuare praticamente uno ‘slalom’ tra due ostacoli (che dovrebbero rappresentare un alce isterico che corre via spaventato davanti alla vostra macchina), sterzando bruscamente da un lato e poi dall’altro, aumentando gradualmente la velocità finché la macchina perde aderenza o cappotta. Una buona macchina arriva ai 70 km orari, una macchina con i controcazzi anche a 80.

La vincitrice dell’ultimo test (tenuto lo scorso dicembre) è la Citroën Xantia Activa V6 -99, che ha perso aderenza a ben 85 km/h, seguono poi 6 diversi modelli di Porsche dagli 82 agli 81 km/h. Le macchine meno resistenti all’alce sono invece la Mazda BT-50 Double Cab e la Ford Ranger Double Cab XLT Limited a pari merito (54 km/h). Anche la Citroën C4 Picasso HDi ha fatto 54 km/h, però era su strada bagnata, quindi aveva l’handicap.

Comunque vabbè, non è che è un test che devi fare per forza, lo fanno in Svezia, in Canada, in Russia e in posti dove gli incontri con gli alci sono frequenti. Per cui per voi italiani che volete comprarvi una macchina: ‘sticazzi del test dell’alce.

Tornando alle nostre polpette e lasciando perdere i test dell’alce, vi dico subito che è una ricetta molto facile e servono poche cose: alce ovviamente, burro come sempre, un uovo e bacche di ginepro.

Importantissimo però è servirle con la gräddsås, il potatismos e la marmellata di lingon, che come vi ho già detto qualche tempo fa, può essere sostituita con la marmellata di visciole.

INGREDIENTI PER CIRCA 16 POLPETTE:

  • 500 gr. di macinato d’alce
  • 8 bacche di ginepro
  • 1 uovo
  • 30/40 gr. di burro per cuocere la carne
  • sale
  • pepe bianco
  • gräddsås
  • potatismos
  • marmellata di visciole

PREPARAZIONE:

Prendere un po’ a pugni il macinato per ammorbidirlo e aggiungere un uovo e le bacche di ginepro spezzettate. Salare e pepare a piacere.

Scaldare il burro nella padella e lasciare rosolare le polpette a fuoco abbastanza basso finché non saranno belle marroni su tutti i lati.

Impiattare accompagnandole con il potatismos, la marmellata e la gräddsås. La salsa potete anche cospargerla direttamente sopra.

Älgfärsbullar pronte!

Buon appetito!

I.

Di potatismos, viKi-scuola e bandiere.

Sto latitando in questo periodo, perché voi pensate che io sia una nullafacente (che in realtà poi è anche vero), però cari miei sappiate che anche i nullafacenti attraversano il periodo-sessione-d’esami, e in quei periodi è meglio sospendere l’autocompiacimento verso le proprie stronzate e fare qualcosa di utile.

Vabbè ok, la mia resipiscenza è durata come un gatto sull’Aurelia, dato che mi sono appena messa a scrivere ‘ste cazzate.

E quindi alé, si parte, e oggi parliamo del (o della) potatismos, o meglio del purè di patate. Potatis = patate; mos = purea.

Potrei anche non insegnare a nessuno a fare il purè, e sembrerei meno ridicola, ma siccome quello italiano non l’ho mai fatto (l’unica al mondo, aggiungerei) metto la ricetta lo stesso perché sia mai che quello svedese sia diverso. Si vede che sono poco creativa in questi giorni, vero?

Vi giuro, la prossima ricetta sarà meno inutile. D’altronde scusate, esiste anche il purè nel mondo, poverino. E poi in Svezia lo infilano praticamente nel biberon ai bambini, quindi è un must della cucina viKi. (Ah, attenzione, in Svezia è altresì molto frequente aggiungerci il ketchup, io vi prego, se mi volete un pochino di bene, di non farlo).

Ho pensato giorni e giorni ad un argomento da collegare al purè per questo post… e non ho trovato niente. Dei mille modi di chiamare le patate ve ne ho parlato qui, così come dell’Accademia della patata… Ho fatto le solite battutine idiote sulla patata (così come non mi sono persa neanche la fika, tranquilli), e mi sono detta da sola di essere una grande simpaticona.

Per cui ora mi guardo intorno mestamente e ammetto con tutto il candore di questo mondo che non riesco a pensare a niente da dirvi che si possa ricollegare al purè. Vuoto totale. Encefalogramma piatto.

In realtà vorrei tanto parlare di una cosa che non c’entra proprio nulla con le patate, e a tal proposito vi sbatto in faccia il fatto che l’altra sera la mia amica Gemma mi ha detto di fottermene di cercare collegamenti e mi ha consigliato di fare un po’ come cazzo mi pare. Quindi con la benedizione della Gemma vi parlerò della scuola svedese.

Sì, scuola svedese & purè di patate, avete sentito bene. Se c’è qualcosa che non vi torna, andatevi a leggere il blog di Benedetta Parodi e non mi rompete le scatole, io so quello che faccio.

Quali sono le prime associazioni mentali quando pensate alla scuola in Svezia? Bene, non ne ho idea, ma so di sicuro che saranno sbagliate

Schemino della scuola dell’obbligo svedese

Il sistema scolastico svedese infatti somiglia molto a quello italiano, quindi è inutile che vi fate tante pippe mentali su come potrà mai essere la scuola nel regno del Welfare. E’ più o meno la stessa zuppa, anche se nettamente diversa è la scansione dei livelli scolastici all’interno della sua durata complessiva. In Italia (cosa ve lo dico a fare?) abbiamo 5 anni di elementari, 3 anni di medie, 5 anni di superiori. In Svezia invece 3 anni di livello inferiore, 3 anni di livello medio, 3 anni di livello superiore, 3 anni di ginnasio.

Eh sì, in Svezia si studia un anno meno, e si entra a scuola a 7 anni. Immagino la pacchia per i ragazzini.

Nei primi anni di scuola elementare e media le differenze tra Svezia e Italia sono minime. Maestro unico alle elementari, scuole private con finanziamenti dallo Stato, maestre donne sia per tradizione sia perché i salari sono più bassi, etc. Cose a cui siamo abituati anche noi terroni, insomma…

Cosa a cui non siamo abituati invece sono: 1) non è la scuola a decidere di bocciare un bambino, ma i genitori (LOL) 2) si può avere come insegnante il proprio genitore (altro LOL).

La scuola superiore invece è abbastanza diversa: non c’è un aula fissa ma ci si sposta di aula in aula a seconda della lezione. In realtà questo lo facevo anche io, però non vale, perché io ho fatto un Istituto d’Arte, e quindi ero figa. Tutti gli altri che non hanno avuto l’onore di essere fighi come me hanno avuto l’auletta sgrausa con sopra scritto il nome della classe. Ben vi sta.

Altra cosa FONDAMENTALE: non c’è l’esame di maturità! E yuhuuuu, altra pacchia.

Immaginatevi adesso di avere un fischietto tricolore al collo. E ora vergognatevi pure.

La fine della scuola (detta studenten) in Svezia infatti consiste semplicemente in: mettersi un cappellino da marinaio in testa (studentmössa: Wikipedia mi dice che mössa vuol dire toque… boh, ai mi’ tempi si chiamava “cappello”), fare casino, sbronzarsi (strano), molto frequente è finire la giornata con delle celebrazioni in chiesa (eh sì, questi problemi ce li hanno anche lassù), e poi altrettanto comune è vestirsi da damerini anacronistici per il ballo di fine anno. Sì, la puttanata americana del ballo di fine anno c’è anche in Svezia, e il mio Jansson l’ha fatto. Ve lo dico solo perché se lo incontrate dovete prenderlo per il culo per questo, davvero, se lo merita 😉

Altra cosa della festa di fine scuola: ognuno si porta addosso da qualche parte, ci addobba la propria casa, ci farcisce le torte, e si tatua anche sulla pelle, magari, l’onnipresente bandiera svedese. Sì, in Svezia ti abituano fin da piccolo a questa associazione pavloviana: festa = Svezia. Poi uno si meraviglia che sono nazionalisti a manetta, per forza, da quando sei nato ti installano nel cranio un chip giallo e blu. Comunque della storia delle bandiere in-tutti-i-modi-in-tutti-i-luoghi-in-tutti-i-laghi, ne riparleremo presto, perché è un discorso che merita approfondimento.

Tizio che si trascina addirittura il bandierone a giro.

Non vi sto invece a parlare del livello qualitativo della scuola perché 1) scio segam 2) dipende troppo da città e città e da scuola e scuola 3) allo stesso modo che in Italia ci sono punte di scuole buonissime e punte di scuole di merda 4) non ne ho voglia.

La cosa di cui vi voglio invece parlare è del periodo in cui si va a scuola.

Dunque, l’anno scolastico inizia il 20 Agosto! Poveracci! E’ anche vero che se non hai l’estate cosa te ne frega di stare a romperti a casa? Meglio la scuola. Finisce il 15 giugno anche da loro, ma hanno più feste durante l’anno scolastico. Pasqua, Natale e fin qui ci siamo. E poi Ascensione, Pentecoste, vacanze di primavera (una settimana a fine febbraio) e vacanze d’autunno (una settimana a fine novembre).

E parliamo così delle vacanze di autunno… Anche in Danimarca i ragazzetti a scuola hanno questa settimana di kazzing estemporaneo, e indovinate da cosa viene? Dalla raccolta delle patate!! E così frego la Gemma e vi trovo anche l’aggancio con la ricetta.

Praticamente da che mondo e mondo, i bambini in Europa hanno lavorato fino all’altro giorno, no? E in tutte le scuole d’Europa nel periodo dei raccolti a scuola i bambini non ci andavano, perché stavano a π/2 a vangare la terra. Ecco, se da noi i bimbi raccoglievano il grano, mettiamo, in Svezia i bambini raccoglievano le patate.

Quindi questa vacanza venne introdotta nelle scuole per permettere ai bambini di raccogliere le patate senza perdere le lezioni. Che dolci, vero?

E da qui, facendo un altro volo pindarico, vi posso anche dire che per il purè NON si devono usare le patate fresche, ma preferibilmente quelle farinose (tanto andate tranquilli perché in Italia le patate del supermercato fanno tendenzialmente cagare e sono tutte farinose), altrimenti il purè sembra dentifricio.

Questa perla di saggezza viene dalla Jansson superiora, ovvero la mmmadreeee di Sua Biondezza, che in cucina ne sa una più del diavolo, e tra l’altro mi ha recentemente dato una ricetta spettacolare, tipica di un posto spettacolare. Devo ancora farla, quando la smetto di non-studiare ve la faccio.

Dai, dopo una ricetta pallosa come il purè, dovevo stuzzicarvi un po’…

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 12 patate
  • 50 gr. di burro
  • 250 ml di latte intero
  • 50 ml di panna fresca
  • sale
  • pepe bianco
  • noce moscata

PREPARAZIONE:

Sbucciare le patate e bollirle normalmente. Magari fatele a pezzetti prima, così ci vuole meno tempo (vedi: consigli pleonastici).

Asciugare le patate e rimetterle in pentola, schiacciarle e aggiungere il burro, il latte e la panna.

Aggiustare di sale, di pepe e di noce moscata.

Potatismos pronto/a!

Buon appetito!

I.