Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

La jordgubbstårta e il posto delle fragole iperuraniche

Mi ero ripromessa di aspettare un po’ a cucinare un altro dolce. Giuro.

So che le mie ricette sono sbilanciate, e che magari avrei dovuto fare qualche bevanda o qualche salsa per riequilibrare un po’ la situazione, ma vedete, io ho una convinzione… Fare i dolci è un esercizio filosofico per affinare la nostra capacità di cogliere l’essenza spirituale del Cosmo.

Avete presente Platone e la teoria delle Idee? Ecco, secondo me nell’Iperuranio esistono milioni di dolci perfetti e immutabili, compiuti in se stessi, incorruttibili e in armonia col tutto. E poi invece, nel mondo terreno, ci sono i dolci reali, quelli incarnati in calorie e cristalli di zucchero, che cercano di imitare i dolci ideali ma hanno sempre qualcosa che non va (troppo cotti, troppo poco cotti, troppo dolci, troppo poco dolci, troppo duri, etc.). E attenzione, questo discorso vale solo per i dolci… gli altri piatti possono essere buoni anche nelle loro varianti più o meno casuali. I dolci no. Dei dolci esiste sempre una e una sola variante chimerica assolutamente perfetta.

Gli uomini poi, che conservano dentro se stessi il ricordo del Grande Padre Dolce del mondo delle Idee, provano a creare dolci che riescano ad essere perfetti come lui, senza però riuscirci mai. L’essere umano è stupido, e sa che sarà impossibile creare un dolce che abbia il sapore e l’aspetto di quello che corrisponde alla sua Idea, eppure, nonostante sia a conoscenza della sua limitatezza, ci prova ugualmente, per quell’animo tutto umano che ti spinge a fare stronzate quando sai benissimo che sono stronzate.

Bene, oltre a ciò, all’interno del genere umano c’è un essere ancora più stupido (ehm… io) che si rifiuta di pensare che creare un dolce iperuranico sia impossibile. Anzi, questa gentile pulzella è addirittura convinta che un giorno ci riuscirà. Che creerà un dolce soprasensibile che si discosti dalla sua monca e deludente entità fenomenica. E quindi inforna e sforna a manetta, perché ci si diverte un casino e perché quando le girano le balle vorticosamente, niente la rilassa di più che impastare, imburrare, infornare e respirare l’aria zuccherosa e calda, gonfia di pensieri piacevoli e di dolci aspettative.

Credo di avere perfino sfiorato il successo una volta nella vita (recentemente, oltretutto), ma non era un dolce svedese, era un upgrade della Sachertorte (sì, è possibile aggiornare perfino lei al giorno d’oggi), quindi chevvoodicoaffà?

E insomma, zero voglia di fare delle stupide salse, che mi impazziscono e poi non so dove metterle perché a me le salse mi stanno sul cazzo. Vi beccate il dolce e state zitti.

Oltretutto vi propongo anche una torta che fa la sua porca figura, la jordgubbstårta, ovvero “torta di fragole“.

Ecco, ma facciamo tipo la ghigliottina di Carlo Conti, no? Io vi do due paroline e voi mi trovate una terza parolina che racchiuda per associazione mentale il senso delle altre due, ok? Fragole e Svezia… Svezia e fragole…

Esatto, Bergman e Il posto delle fragole.

Come succede per la maggior parte dei film e dei libri per gente-di-un-certo-livello, Il posto delle fragole ha una trama abbastanza semplice: vecchio va in macchina a ritirare premio.
E questo perché l’importante non è l’intreccio, ma le seghe mentali che corredano l’intreccio, e lo potete fare davvero per tutti i classiconi. E’ tra l’altro un divertente esercizio per affinare le vostre capacità di sintesi.
Per i libri: Delitto e castigo, Dostoevskij, uomo ammazza due vecchie, poi gli dispiace; Madame Bovary, Flaubert, moglie fa corna a marito perché intrippata sugli Harmony, Furore, Steinbeck, famiglia povera dell’Oklahoma va in California per cercare lavoro, etc.
Oppure per i film: Il Monello, Chaplin, bimbo abbandonato mette la gente nei casini; Umberto D, De Sica (De Sica quello buono eh, non quello cattivo), uomo non riesce a pagare affitto e in più ha cagnolino che complica le cose; Amici miei, Monicelli, quattro amici fanno i cazzoni a giro, etc.

Insomma vedete? Eppure vi ho comunque preso dei capolavori.

Bene, anche a Bergman interessa come dire le cose, più che cosa dire, che poi in ogni linguaggio artistico, secondo me, il come e il cosa sono la stessa faccenda, ma vabbè.
Ad ogni modo se escludete Il Settimo Sigillo, dove un omino gioca a scacchi con la morte (e quindi basterebbe già solo l’intreccio a definire il film ‘geniale’, anche se la conversazione tra i due fosse basata su discorsi-Facebook tipo “in Spagna protestano e noi in Italia a comprare l’i-Phone”), noterete come Bergman da un intreccio base tiri fuori meditazioni estreme, problemi esistenziali, scontri con il passato, rielaborazioni di vita, e tutte queste cose pese che vi lasciano con quella strana voglia che aveva la Rettore…

…no animali, non la voglia del cobra, quella della lametta.

Quindi, immaginatevi il viaggio del vecchietto ne Il Posto delle Fragole, soprattutto quando decide di far salire tre giuovinciuelli a bordo della sua macchina, che lo mettono prepotentemente a confronto con la sua passata giovinezza, che non c’è più, non tornerà più, basta, finito (e qui, appunto, intanto uno si prepara un bel nodetto scorsoietto che non si sa mai, può sempre servire).

In macchina c’è anche la nuora con cui lui ha un bellissimo rapporto ma che non se la ripassa benissimo col marito (ovvero il figlio del professore), poi a un certo punto c’è una coppia pallosa che litiga e che viene buttata fuori dalla macchina, insomma, umanità varia ed eventuale che compone, assieme ai ricordi di affetti passati e amori sbiaditi, un mosaico di vita che stimola il professore alla riflessione esistenziale.
E però insomma, caro prof. Isak Borg, tu ci potevi anche pensare prima, no? Dal momento che hai 350 anni ormai con i bilanci ti ci puoi anche pulire il chiulo.

Bo, forse è questa quella che chiamano ‘la saggezza della vecchiaia‘… ripensare alle cazzate fatte da giovani, sapere come risolverle e come comportarsi facendo sì che non siano cazzate, ma non poter più farci nulla proprio in quanto vecchi.
Se sei giovane fai cazzate perché sei giovane, se sei vecchio sai come non fare cazzate ma non fai più una sega perché sei vecchio.

Mi sto deprimendo, torniamo alle fragole.

Fragoline & Fragolone

Ecco, perché il film si chiama Il posto delle fragole?
Dunque, innanzitutto c’è un misunderstanding nella traduzione, perché il titolo vero e proprio letterale sarebbe Il posto delle fragoline di bosco (Smultronstället = smultron “fragoline di bosco” + stället = “luogo”).
Però convenite con me che avrebbe perso davvero di poeticità, sarebbe stato un po’ come avere, che so, Il tempo delle Granny Smith o La piressia ondulante del sabato sera: noi siamo il paese di Leopardi, dell’indeterminatezza, della poetica dell’indefinito e del nebuloso. A noi il tecnicismo, il linguaggio sintetico, il lessico univoco e preciso, ci stanno sul cazzo, va bene?!

E comunque “smultronstället”, oltre a essere il posto dove la cugina andava a raccogliere le fragoline (e che il professore ricorda perché insomma, “non c’è cosa più divina…”), in svedese è espressione idiomatica per indicare un momento del passato a cui si guarda volentieri per poterlo rivivere con il pensiero, una specie di rifugio mentale.

Insomma, niente a che vedere con le nostre jordgubbar, banalmente “fragole”.
In svedese moderno letteralmente sarebbero i “vecchietti di terra” (jord = “terra”; gubbe “vecchietto”), però è un’etimologia anacronistica, perché la parola risale al primo ‘800, quando gubbe significava “zolla”… Non so perché le abbiano definite “zolle di terra” le fragole,  davvero, non ne ho idea.

Comunque questa torta sarebbe sostanzialmente una gräddtårta (“torta di panna”) nella sua variante notevolmente più famosa, che prevede le fragole. Potete però sostituire le fragole e la marmellata di fragole con altri frutti di bosco, o anche fare accostamenti un po’ più azzardati tipo… bo, ananas, kiwi, non lo so, sperimentate. Anche con le pesche deve essere buona.

Importante: vi serve la vaniljsås per questa ricetta, quindi pensateci prima quando fate la spesa. Dimezzate la ricetta della vaniljsås che vi ho dato io usando comunque un uovo (più densa è e meglio è). Anzi no, ci ho ripensato, vi sfido a usare mezzo uovo, voglio proprio vedere come fate.

E così, giusto per concludere, vi butto lì due cosette solo per mostrarvi che io la cultura la so: il professore de Il posto delle fragole è magistralmente interpretato da Victor Sjöström, attore e regista, padre del cinema svedese, maestro dello stesso Bergman, che in gioventù aveva diretto tra le altre cose Il carretto fantasma, un film muto degli anni ’20 bellissimo, fatto con delle tecniche strainnovative per l’epoca, e tratto da un libro di Selma Lagerlöf. Bellissimo anche il libro.

INGREDIENTI PER 8 PERSONE:

Per la base della torta:

  • 4 uova
  • 150 gr. di zucchero
  • 60 gr. di farina
  • 70 gr. di fecola di patate
  • 1 bustina di lievito in polvere

Per il primo ripieno (oh yes, ne ha due):

Per il secondo ripieno:

  • 1 dl. di panna fresca
  • 100 gr. di marmellata di fragole
  • 250 gr. di fragole tagliate a pezzettini

Per guarnire:

  • 3 dl. di panna fresca
  • circa una decina di fragole
  • due manciate di gocce di cioccolato bianco

PREPARAZIONE:

Far riscaldare il forno a 175 °C.

Imburrare e infarinare una tortiera di circa 26 cm. di diametro.

Sbattere le uova con lo zucchero e aggiungere poi farina, fecola e lievito. Mescolare finché l’impasto non sarà omogeneo e infornare nella parte bassa del forno.

Far cuocere per circa 40 minuti.

Togliere la torta dal forno e farla raffreddare sotto un canovaccio.

Tagliare la torta in tre strati, facendo i due tagli di modo che le parti siano più o meno grandi uguali (vi conviene tagliare tutto intorno con un coltello ben affilato e poi quando i bordi sono tagliati, tagliare via il centro).

Cospargere lo strato più basso di vaniljsås.

Appoggiate il secondo strato sulla torta e cospargetelo di marmellata di fragole. Passate i pezzettini di fragola nel mixer e aggiungete anche quelli, e poi anche la panna ben montata.

Aggiungere l’ultimo strato cospargendo di panna l’intera torta, lati compresi.

Tagliare via la parte verde alle fragole, tagliarle a metà e guarnire la torta come preferite. Cospargere poi di gocce di cioccolato bianco.

La torta è strapiù buona se la servite dopo 5/6 ore di frigorifero.

Jordgubbstårta pronta!

Buon appetito!

I.

Fenomenologia del cugi svedese: moda, inglese e kladdkaka

Bene, per la ricetta di oggi devo necessariamente servirmi di un termine vernacolare… E non perche io me la tiri particolarmente sul fatto di essere figlia del Granducato (tipo i Sud Sound System che, diverso tempo fa, col Salento ci hanno davvero trifolato le palle), ma perché questo è un termine intraducibile.

Al pari di poeticità e di espressività dell’altrettanto intraducibile spleen baudelairiano sta la parola cugi. Cugi è un aggettivo per definire chi segue uno stile fideisticamente, qualsiasi stile esso sia. Anche chi con spirito di intransigente militanza dichiara di non volerne seguirne nessuno è tuttavia un cugi, e qui mi sto addentrando in un ginepraio perché cugi in livornese vuol dire tutto e il contrario di tutto.

Uno tra i mille tipi di cugi

Cugi è un modo di essere, di parlare, di muoversi e di esternare le proprie emozioni. Cugi è portare i jeans con il cavallo alle ginocchia per gli uomini e sbavare sulle borse di Gucci per le donne, cugi è ridere sui sui film di Boldi e De Sica (questo per l’esattezza è cugi & squallido), cugi è chiamarsi Deborah o Maicol (in questo caso la cugezza dei genitori ricade sui figli), cugi è ascoltare Vasco Rossi e Ligabue, cugi è litigare sbracciando in modo scoordinato usando espressioni iperboliche che sostengano dialetticamente la pericolosità reale di una minaccia (“Ti do ‘n caRcio ‘n culo ‘e quando la finisci di gira’ i tu’ vestiti so’ passati di moda”). Cugi è raccontare un avvenimento con la manina a megafono appoggiata all’angolo della bocca, cugi è risciacquarsi la bocca di luoghi comuni usati da chiunque utilizzando un tono solenne di chi sta per annunciare una grande verità, un timbro di voce molto grave, e un marcato accento livornese che cerchi malamente di imitare un penoso italiano standard (“Venezia è bellissima ma ‘un ci vivrei mai”, “Sean Connery è meglio ora di ‘vando era giovane”).

Ma soprattutto, cugi è parlare in inglese a sproposito.

Sì, esattamente come faccio io ogni tanto, ma vedete, il mio non essere cugi sta proprio nel fare cose cugi senza voler per forza assumere una sfacciata cugi attitude (anche nel modo in cui scrivo cugi attitude, notate come io non sia cugi pur essendo esteriormente cugi?).
E’ un po’ come i pois, che possono essere pacchianissimi o elegantissimi solo a seconda di come vengono portati, a seconda se l’indossante, o il cugizzante nel nostro caso, possieda quello che comunemente è noto come charme. D’altronde charmant(e)s si nasce, ed io modestamente lo nacqui.

Volete vedere un artifizio retorico di commistione tra significante e significato, così, per puro divertissement? Ecco: koojie, o koojy, stanno per cugi ma sono scritti in modo cugi. Bellino, vero?

Ma sto divagando…

Tornando a noi, perché tutto questo pippone su un termine livornese?
Ecco, perché gli svedesi sono tendenzialmente un popolo di cugi, e io non avevo altre parole per farvelo capire.

Bene, i modi in cui gli svedesi palesano tutta la loro cugezza sono virtualmente infiniti (così come i modi in cui lo fanno i livornesi, state tranquilli), però in particolare due aspetti del cugi wannabe svedese risaltano agli occhi: 1) i vestiti 2) l’uso dell’inglese.

Per quanto riguarda i vestiti, tendenzialmente gli svedesi si vestono puliti e carini, senza accostamenti assurdi o cose che dimostrano che si sono vestiti alla cazzo. O meglio, è più esatto dire che anche quando vanno vestiti in modo assurdo e improbabile (sì sì sì, anche nel caso del calzino-ciabatta), non è mai frutto del caso, loro ci hanno pensato, e questo in un certo senso aggrava la loro posizione.

Ma al di là dell’aspetto qualitativo, che ora vi spiego meglio, se vi piccate di guardarvi intorno e focalizzare la vostra attenzione solo ed esclusivamente sui vestiti della gente, dopo 4 o 5 ore a Stoccolma vi farà male la testa. Eppure insomma, avete trovato tante cose che vi piacciono e che volete comprare anche voi, e allora cos’è che non vi torna?
Sono vestiti TUTTI CAZZO UGUALI.

Niente, non c’è versi, a seconda dell’anno e delle collezioni gli svedesi cambiano in massa i loro outfit (con ritmi più brevi per le donne).

Classico esempio di viKi-Lei: notare stronzo in testa, sciarpona, giubbottino di pelle corto e cosce fasciate

Dal punto di vista della moda femminile: il primo anno che bazzicavo la Svezia erano le camicie a quadri lunghe con leggins neri sotto e ballerine a dominare, poi iniziarono le gonne a vita alta portate sopra la maglietta, poi i vestitini stretti sotto il seno tipo tutù, poi i leggins tipo di pelle, poi le magliette con le spallone rigonfie alla “momenti più neri degli anni ’80”, poi i giubbottini di pelle corti con sciarpa tutta vaporosa annodata in un modo che non ho mai capito, e poi l’orrido leopardato (che sembrava che la Svezia fosse stata invasa da uno stuolo di maîtresses). MUST: cosce fasciatissime (anche se hai le gambe simili a quelle di un mammut ibernato, è uguale, prima regola della Svezia: seguire la moda anche se quell’anno va qualcosa che ti sta di merda -vedi le sagre di culi cellulitici durante l’estate 2009 quando mi resi tragicamente conto che andavano gli shorts, che schifo amisci-). ACCONCIATURA: cipollotti fatti tirando tantissimo i capelli in cima al cranio, pettinatura che ho ribattezzato “stronzo in testa”, anche se sfortunatamente tale denominazione non ha preso piede nei saloni più fashion.

Classico esempio di viKi-Lui: notare ciuffosessuale, scollo a V su pettino di pollo, maglione larghettino, pantalone germa troppo corto alla caviglia

Dal punto di vista della moda maschile invece non ho notato grandi cambiamenti nel tempo, solo qualcuno, perché me ne importava poco, e poi perché da questo punto di vista gli uomini di ogni nazionalità dimostrano di avere più cervello delle donne (ribadisco: da QUESTO punto di vista), ma comunque le costanti sono: jeans attillati stretti alle caviglie meglio se Cheap Monday (con marca bene in vista, perché l’importante è essere cugi), Converse All Star rigorosamente sempre anche con neve alta 47 m., camicie strette a quadrettini piccoli molto accollate in stile british, cardigan o maglie con scolli improbabili a V che aprono una vista panoramica su petti bianchicci e implumi e, a tratti, nei momenti di festa, papillon (ve lo avevo già detto così en passant qui del papillon, ma non posso fare a meno di stupirmi, scusate). MUST: le camicie devono essere strette e accollate, le maglie al contrario larghe e mostrare il pettorale (anche qui vale il discorso di cui sopra: se avete il fisico di Piero Fassino, andate lo stesso petto-in-fuori-pancia-in-dentro incontro alla sorte). ACCONCIATURA: ciuffi strani tra emo e metrosexual con possibilmente tanto tanto gel. Ah, l’anno scorso c’è stata un’esplosione di basette, ma non so dirvi se siano ancora in o meno.

Oooooh, finalmente chiuso il discorso moda, dal momento che non me ne frega un sontuoso cazzo.

Molto più divertente è il discorso sull’inglese.
Usare frasi a caso in inglese è, diciamolo, una cugi-tendenza che sta dilagando ovunque in Europa, per il motivo che tutti conosciamo, ovvero il dominio del modello americano (eeeh, ma verranno i cinesi a levarvi le ruzze, e chissà come sarà divertente infilare parole cinesi random in una conversazione, non vedo l’ora che i miei nipoti lo facciano).

In Svezia però il fenomeno ha del parossisistico e una conversazione può svolgersi così (le parti in svedese saranno sostituite da parti in italiano per rendere la conversazione di comprensione immediata):
Due viKiamiche. Viki-x si avvicina a viki-y.
Viki-x: “Hi lady! Come stai?”
Viki-y: “Bene sweetie, tu? Ma hai litigato con Viki-z o what’s the deal?”
Viki-x: “Sì, ci ho litigato perché è una fucking bitch
Viki-y: “Keep your head high, è solo colpa sua. Oh shit! Sono in ritardo, scappo!”
Viki-x: “Call you later Viki-y. Ciao!”

Cosa mi manda ai matti è lo shit. Allora, non è mia intenzione stracciarvi le balle con questioni di linguistica, per quanto sia una cosa che mi garberebbe assai, ma due paroline sullo shit devo dirvele.

L’imprecazione è la parte del discorso meno controllabile, quella che se state per 15 anni a Londra o a Berlino continuate a pronunciare “MERDA”, perché magari avete chiuso la portiera della macchina lasciandoci un dito dentro, perché avete rovesciato il caffè sul divano bianco appena comprato, o perché vi siete dimenticati di avere un appuntamento con Jude Law che vi ha aspettato nudo in vasca da bagno, poi si è rotto e se n’è andato… ehm… vabbè sto fantasticando un po’ troppo, il punto è: non si impreca mai in un’altra lingua, perché non è naturale, perché viene dalla pancia, perché non si programma l’inserimento di un “cazzo” in una frase, sale in bocca e basta. E’ più o meno come contare velocemente a memoria, chi di voi lo fa spontaneamente in un’altra lingua? Io credo nessuno.
Da ciò ne deriva che nell’ordine dei prestiti linguistici, l’imprecazione tendenzialmente non si trova.

Gli svedesi infatti, che sono dei gran furboni, usano lo shit quando l’imprecazione ha il minor grado di naturalezza possibile.
E io questa cosa la so perché sullo shit mi ci sono incaponita, e li ho studiati come fanno gli etologi che dietro un albero osservano gli scimpanzé che si spulciano e prendono appunti (gli etologi prendono appunti, non gli scimpanzé).
E ho notato che: se uno svedese cade di testa in una buca per strada, difficilmente userà shit, se tagliando il pane si pota un mignolo, difficilmente userà shit, etc. Userà fan magari, o se è davvero incazzato e/o avvilito il volgarissimo fitta, ma di sicuro mai l’inglese, perché, nonostante siano viKi, hanno comunque anche loro reazioni spontanee.
Ma se uno svedese comunica di essere in ritardo, o commenta un episodio spiacevole di qualcun altro, o informa di aver dimenticato qualcosa, o ad ogni modo esprime al mondo esterno una consapevolezza che è sorta in lui in un momento precedente alla volontà di trasporre questa consapevolezza dall’ordine emotivo interiore all’ordine verbale esteriore, bene, in quel caso usa shit.

E perché lo fa?

Perché lo svedese è internamente, atavicamente, profondamente cugi! E quindi, caro il mio viKi, se vuoi che te la dica in un cugi-modo che mi faccia sentire parte della vostra cugi-cerchia: you can kiss my linguistic ass, perché la mia ricerca sperimentale dimostra scientificamente la tua cugezza.

E, per venire alla ricetta di oggi, il fatto che i dolci svedesi siano praticamente la stessa zuppa dei dolci americani (carrot cake, cheesecake, cinnamon rolls, pancakes, etc.), per quanto ciò sia probabilmente dovuto al fatto che gli svedesi sono emigrati in massa negli Stati Uniti (e quindi l’origine sia tutta viKi), mi fa inevitabilmente pensare ai cugi.

La torta di oggi, infatti, la kladdkaka (letteralmente “torta appiccicosa“) può essere descritta come una torta al cioccolato con un libidinoso cuore tutto appiccicoso (per l’appunto), la cui perfetta traduzione cugi potrebbe essere senza ombra di dubbio brownie.

Anyway, it’s fucking good.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PORZIONI:

  • 100 gr. di burro
  • 2 uova
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 5 cucchiai abbondanti di cacao amaro
  • 200 gr. di farina
  • 500 ml di panna fresca
  • 150 gr. di marmellata di frutti di bosco

PREPARAZIONE:

Scaldare il forno a 175 °C.

Sciogliere il burro in un pentolino. Mentre il burro raffredda separare i tuorli dagli albumi e montare gli albumi a neve insieme allo zucchero.

A parte mescolare i tuorli, la vanillina, il cacao con un mixer alla velocità più bassa e aggiungere la farina setacciata. Aggiungere il burro e poi, delicatamente, gli albumi montati.

Mescolare delicatamente fino ad ottenere un impasto liscio e abbastanza liquido e versare in una tortiera rotonda di circa 20 cm di diametro imburrata e infarinata.

Cuocere per circa 30 minuti nel centro del forno. Per una torta ancora più appiccicosa ridurre il tempo di cottura di 5 minuti.

Quando la torta è pronta lasciare raffreddare e servire con panna fresca montata e marmellata di frutti di bosco.

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Kladdkaka pronta!

Buon appetito!

I.