Fenomenologia del cugi svedese: moda, inglese e kladdkaka

Bene, per la ricetta di oggi devo necessariamente servirmi di un termine vernacolare… E non perche io me la tiri particolarmente sul fatto di essere figlia del Granducato (tipo i Sud Sound System che, diverso tempo fa, col Salento ci hanno davvero trifolato le palle), ma perché questo è un termine intraducibile.

Al pari di poeticità e di espressività dell’altrettanto intraducibile spleen baudelairiano sta la parola cugi. Cugi è un aggettivo per definire chi segue uno stile fideisticamente, qualsiasi stile esso sia. Anche chi con spirito di intransigente militanza dichiara di non volerne seguirne nessuno è tuttavia un cugi, e qui mi sto addentrando in un ginepraio perché cugi in livornese vuol dire tutto e il contrario di tutto.

Uno tra i mille tipi di cugi

Cugi è un modo di essere, di parlare, di muoversi e di esternare le proprie emozioni. Cugi è portare i jeans con il cavallo alle ginocchia per gli uomini e sbavare sulle borse di Gucci per le donne, cugi è ridere sui sui film di Boldi e De Sica (questo per l’esattezza è cugi & squallido), cugi è chiamarsi Deborah o Maicol (in questo caso la cugezza dei genitori ricade sui figli), cugi è ascoltare Vasco Rossi e Ligabue, cugi è litigare sbracciando in modo scoordinato usando espressioni iperboliche che sostengano dialetticamente la pericolosità reale di una minaccia (“Ti do ‘n caRcio ‘n culo ‘e quando la finisci di gira’ i tu’ vestiti so’ passati di moda”). Cugi è raccontare un avvenimento con la manina a megafono appoggiata all’angolo della bocca, cugi è risciacquarsi la bocca di luoghi comuni usati da chiunque utilizzando un tono solenne di chi sta per annunciare una grande verità, un timbro di voce molto grave, e un marcato accento livornese che cerchi malamente di imitare un penoso italiano standard (“Venezia è bellissima ma ‘un ci vivrei mai”, “Sean Connery è meglio ora di ‘vando era giovane”).

Ma soprattutto, cugi è parlare in inglese a sproposito.

Sì, esattamente come faccio io ogni tanto, ma vedete, il mio non essere cugi sta proprio nel fare cose cugi senza voler per forza assumere una sfacciata cugi attitude (anche nel modo in cui scrivo cugi attitude, notate come io non sia cugi pur essendo esteriormente cugi?).
E’ un po’ come i pois, che possono essere pacchianissimi o elegantissimi solo a seconda di come vengono portati, a seconda se l’indossante, o il cugizzante nel nostro caso, possieda quello che comunemente è noto come charme. D’altronde charmant(e)s si nasce, ed io modestamente lo nacqui.

Volete vedere un artifizio retorico di commistione tra significante e significato, così, per puro divertissement? Ecco: koojie, o koojy, stanno per cugi ma sono scritti in modo cugi. Bellino, vero?

Ma sto divagando…

Tornando a noi, perché tutto questo pippone su un termine livornese?
Ecco, perché gli svedesi sono tendenzialmente un popolo di cugi, e io non avevo altre parole per farvelo capire.

Bene, i modi in cui gli svedesi palesano tutta la loro cugezza sono virtualmente infiniti (così come i modi in cui lo fanno i livornesi, state tranquilli), però in particolare due aspetti del cugi wannabe svedese risaltano agli occhi: 1) i vestiti 2) l’uso dell’inglese.

Per quanto riguarda i vestiti, tendenzialmente gli svedesi si vestono puliti e carini, senza accostamenti assurdi o cose che dimostrano che si sono vestiti alla cazzo. O meglio, è più esatto dire che anche quando vanno vestiti in modo assurdo e improbabile (sì sì sì, anche nel caso del calzino-ciabatta), non è mai frutto del caso, loro ci hanno pensato, e questo in un certo senso aggrava la loro posizione.

Ma al di là dell’aspetto qualitativo, che ora vi spiego meglio, se vi piccate di guardarvi intorno e focalizzare la vostra attenzione solo ed esclusivamente sui vestiti della gente, dopo 4 o 5 ore a Stoccolma vi farà male la testa. Eppure insomma, avete trovato tante cose che vi piacciono e che volete comprare anche voi, e allora cos’è che non vi torna?
Sono vestiti TUTTI CAZZO UGUALI.

Niente, non c’è versi, a seconda dell’anno e delle collezioni gli svedesi cambiano in massa i loro outfit (con ritmi più brevi per le donne).

Classico esempio di viKi-Lei: notare stronzo in testa, sciarpona, giubbottino di pelle corto e cosce fasciate

Dal punto di vista della moda femminile: il primo anno che bazzicavo la Svezia erano le camicie a quadri lunghe con leggins neri sotto e ballerine a dominare, poi iniziarono le gonne a vita alta portate sopra la maglietta, poi i vestitini stretti sotto il seno tipo tutù, poi i leggins tipo di pelle, poi le magliette con le spallone rigonfie alla “momenti più neri degli anni ’80”, poi i giubbottini di pelle corti con sciarpa tutta vaporosa annodata in un modo che non ho mai capito, e poi l’orrido leopardato (che sembrava che la Svezia fosse stata invasa da uno stuolo di maîtresses). MUST: cosce fasciatissime (anche se hai le gambe simili a quelle di un mammut ibernato, è uguale, prima regola della Svezia: seguire la moda anche se quell’anno va qualcosa che ti sta di merda -vedi le sagre di culi cellulitici durante l’estate 2009 quando mi resi tragicamente conto che andavano gli shorts, che schifo amisci-). ACCONCIATURA: cipollotti fatti tirando tantissimo i capelli in cima al cranio, pettinatura che ho ribattezzato “stronzo in testa”, anche se sfortunatamente tale denominazione non ha preso piede nei saloni più fashion.

Classico esempio di viKi-Lui: notare ciuffosessuale, scollo a V su pettino di pollo, maglione larghettino, pantalone germa troppo corto alla caviglia

Dal punto di vista della moda maschile invece non ho notato grandi cambiamenti nel tempo, solo qualcuno, perché me ne importava poco, e poi perché da questo punto di vista gli uomini di ogni nazionalità dimostrano di avere più cervello delle donne (ribadisco: da QUESTO punto di vista), ma comunque le costanti sono: jeans attillati stretti alle caviglie meglio se Cheap Monday (con marca bene in vista, perché l’importante è essere cugi), Converse All Star rigorosamente sempre anche con neve alta 47 m., camicie strette a quadrettini piccoli molto accollate in stile british, cardigan o maglie con scolli improbabili a V che aprono una vista panoramica su petti bianchicci e implumi e, a tratti, nei momenti di festa, papillon (ve lo avevo già detto così en passant qui del papillon, ma non posso fare a meno di stupirmi, scusate). MUST: le camicie devono essere strette e accollate, le maglie al contrario larghe e mostrare il pettorale (anche qui vale il discorso di cui sopra: se avete il fisico di Piero Fassino, andate lo stesso petto-in-fuori-pancia-in-dentro incontro alla sorte). ACCONCIATURA: ciuffi strani tra emo e metrosexual con possibilmente tanto tanto gel. Ah, l’anno scorso c’è stata un’esplosione di basette, ma non so dirvi se siano ancora in o meno.

Oooooh, finalmente chiuso il discorso moda, dal momento che non me ne frega un sontuoso cazzo.

Molto più divertente è il discorso sull’inglese.
Usare frasi a caso in inglese è, diciamolo, una cugi-tendenza che sta dilagando ovunque in Europa, per il motivo che tutti conosciamo, ovvero il dominio del modello americano (eeeh, ma verranno i cinesi a levarvi le ruzze, e chissà come sarà divertente infilare parole cinesi random in una conversazione, non vedo l’ora che i miei nipoti lo facciano).

In Svezia però il fenomeno ha del parossisistico e una conversazione può svolgersi così (le parti in svedese saranno sostituite da parti in italiano per rendere la conversazione di comprensione immediata):
Due viKiamiche. Viki-x si avvicina a viki-y.
Viki-x: “Hi lady! Come stai?”
Viki-y: “Bene sweetie, tu? Ma hai litigato con Viki-z o what’s the deal?”
Viki-x: “Sì, ci ho litigato perché è una fucking bitch
Viki-y: “Keep your head high, è solo colpa sua. Oh shit! Sono in ritardo, scappo!”
Viki-x: “Call you later Viki-y. Ciao!”

Cosa mi manda ai matti è lo shit. Allora, non è mia intenzione stracciarvi le balle con questioni di linguistica, per quanto sia una cosa che mi garberebbe assai, ma due paroline sullo shit devo dirvele.

L’imprecazione è la parte del discorso meno controllabile, quella che se state per 15 anni a Londra o a Berlino continuate a pronunciare “MERDA”, perché magari avete chiuso la portiera della macchina lasciandoci un dito dentro, perché avete rovesciato il caffè sul divano bianco appena comprato, o perché vi siete dimenticati di avere un appuntamento con Jude Law che vi ha aspettato nudo in vasca da bagno, poi si è rotto e se n’è andato… ehm… vabbè sto fantasticando un po’ troppo, il punto è: non si impreca mai in un’altra lingua, perché non è naturale, perché viene dalla pancia, perché non si programma l’inserimento di un “cazzo” in una frase, sale in bocca e basta. E’ più o meno come contare velocemente a memoria, chi di voi lo fa spontaneamente in un’altra lingua? Io credo nessuno.
Da ciò ne deriva che nell’ordine dei prestiti linguistici, l’imprecazione tendenzialmente non si trova.

Gli svedesi infatti, che sono dei gran furboni, usano lo shit quando l’imprecazione ha il minor grado di naturalezza possibile.
E io questa cosa la so perché sullo shit mi ci sono incaponita, e li ho studiati come fanno gli etologi che dietro un albero osservano gli scimpanzé che si spulciano e prendono appunti (gli etologi prendono appunti, non gli scimpanzé).
E ho notato che: se uno svedese cade di testa in una buca per strada, difficilmente userà shit, se tagliando il pane si pota un mignolo, difficilmente userà shit, etc. Userà fan magari, o se è davvero incazzato e/o avvilito il volgarissimo fitta, ma di sicuro mai l’inglese, perché, nonostante siano viKi, hanno comunque anche loro reazioni spontanee.
Ma se uno svedese comunica di essere in ritardo, o commenta un episodio spiacevole di qualcun altro, o informa di aver dimenticato qualcosa, o ad ogni modo esprime al mondo esterno una consapevolezza che è sorta in lui in un momento precedente alla volontà di trasporre questa consapevolezza dall’ordine emotivo interiore all’ordine verbale esteriore, bene, in quel caso usa shit.

E perché lo fa?

Perché lo svedese è internamente, atavicamente, profondamente cugi! E quindi, caro il mio viKi, se vuoi che te la dica in un cugi-modo che mi faccia sentire parte della vostra cugi-cerchia: you can kiss my linguistic ass, perché la mia ricerca sperimentale dimostra scientificamente la tua cugezza.

E, per venire alla ricetta di oggi, il fatto che i dolci svedesi siano praticamente la stessa zuppa dei dolci americani (carrot cake, cheesecake, cinnamon rolls, pancakes, etc.), per quanto ciò sia probabilmente dovuto al fatto che gli svedesi sono emigrati in massa negli Stati Uniti (e quindi l’origine sia tutta viKi), mi fa inevitabilmente pensare ai cugi.

La torta di oggi, infatti, la kladdkaka (letteralmente “torta appiccicosa“) può essere descritta come una torta al cioccolato con un libidinoso cuore tutto appiccicoso (per l’appunto), la cui perfetta traduzione cugi potrebbe essere senza ombra di dubbio brownie.

Anyway, it’s fucking good.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PORZIONI:

  • 100 gr. di burro
  • 2 uova
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 5 cucchiai abbondanti di cacao amaro
  • 200 gr. di farina
  • 500 ml di panna fresca
  • 150 gr. di marmellata di frutti di bosco

PREPARAZIONE:

Scaldare il forno a 175 °C.

Sciogliere il burro in un pentolino. Mentre il burro raffredda separare i tuorli dagli albumi e montare gli albumi a neve insieme allo zucchero.

A parte mescolare i tuorli, la vanillina, il cacao con un mixer alla velocità più bassa e aggiungere la farina setacciata. Aggiungere il burro e poi, delicatamente, gli albumi montati.

Mescolare delicatamente fino ad ottenere un impasto liscio e abbastanza liquido e versare in una tortiera rotonda di circa 20 cm di diametro imburrata e infarinata.

Cuocere per circa 30 minuti nel centro del forno. Per una torta ancora più appiccicosa ridurre il tempo di cottura di 5 minuti.

Quando la torta è pronta lasciare raffreddare e servire con panna fresca montata e marmellata di frutti di bosco.

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Kladdkaka pronta!

Buon appetito!

I.

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  1. Io preferisco la grafia ‘coogie’ che fa veramente cugi, oppure ‘cugy’ che invece mi sa più di saccente che li guarda – giustamente – dall’alto in basso. Però il gel deve essere una caratteristica germa, visto che anche qui in Olanda ci vanno giù pesante. Si vocifera che sia in Olanda che in Norvegia (paesi freddi ma piovosi) la popolazione locale usi aggiungere lo spray idrorepellente, il che spiega come mai non si bagnino neanche sotto piogge torrenziali.

    • Sì, l’ho notato anche in UK… Le ragazze soprattutto. Con quella pioggerellina stronzissima e continua io avevo i capelli tipo cane Puli, loro invece belli liscioni e soffici tipo pubblicità Pantene. Vacche.

  2. Alcune curiosità sulla cugitù, cugezza, cugitudine o cougyness nordica.
    I tatuaggi? Sono diffusi?
    I jeans sono usati tanto come da noi o meno?
    Le scarpe, dunque, in casa non si portano, d’estate è in voga il sandalo con i calzini (ohiohi), d’inverno le scarpe di tela. Non c’è allora il gusto per le belle scarpe, al top artigianali o anche solo di bella fattura? È vero che anche da noi il virus delle scarpe da ginnastica ha contagiato molti ragazzi ma, quando si raggiunge la maturità, si sviluppa spontaneamente un culto per le belle scarpe. E in effetti le scarpe di qualità sono il sale del vestiario, o no?

  3. Mah tatuaggi direi più o meno come da noi… piercing ne ho notati un po’ meno… jeans a sfare, dovunque, a qualunque età e su qualsiasi fisico (vedi sopra).
    Belle scarpe mah, se Henning Mankell ha scritto un romanzo che si chiama “Scarpe italiane”, direi che ti ha già risposto lui 😉

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