L’affair Toblerone, la corruzione e i mazariner

Ooooh, cari i miei petalosi amici, ora si parla di qualcosa di ganzo.

Non perché io non abbia precedentemente parlato di cose ganze, ANZI, io sono molto ganza. Ma qui finalmente vi do in pasto qualcosa che voi viKi wannabe di sicuro raccontate in giro non sapendo, o sapendo male, o farcendo di sottoaneddoti.

Ma io che vi voglio bene mi documento e vi ridico tutto.

Ecco, che poi potreste farlo anche voi se non aveste un cazzo da fare come me: andate su Wikipedia, andate su Google, andate sui giornali svedesi (e se non li capite passate per Google Translate) e tutte le manfrine che vi rifilo io ce le avete sotto gli occhi.

Ma io vi semplifico il lavoro, e, tornando al punto di partenza, sono GANZA, quindi ecco perché siete qui a farvi un’inutile cultura.

Dunque, sulla Svezia girano storielline di questo calibro:

  • il ministro Sven Svensson è stato impiccato in piazza per aver appiccicato la gomma sotto un banco in parlamento
  • il re Carlo Gustavo è stato detronizzato per non aver vidimato il biglietto sul tram
  • la deputata Ida Biondonsson è stata legata a una slitta e trascinata da 6 siberian husky per aver pagato in nero il piastrellista

gognaBene, tante di queste storie sono fandonie (queste tre lo sono evidentemente, narrate tramite la figura retorica dell’iperbole), ma in effetti in Svezia non funziona come in Italia: non importa tirare fuori Berlusconi, che tanto con lui è come sparare sulla Croce Rossa, ma per esempio un tipetto come Scajola non esisterebbe.

Perché in Svezia c’è qualcosa che in Italia manca totalmente: la sanzione sociale.

Non che gli stronzi in Svezia non esistano, per carità, quelli purtroppo non hanno nazionalità; ma qui tendenzialmente, e perlomeno a livello politico (perché ad esempio nella sanità se ne sente dire tante) se vieni sgamato con le mani nella marmellata (a parte il singolo ma non meno importante caso del re, perché è bene ricordare che nel 2015 esistono ancora le monarchie), basta.

In Italia tutti, e dico TUTTI, hanno una schiera di giustificatori: evadi le tasse? Non paghi il biglietto della metro? Vai a puttane con i soldi pubblici? Ti ubriachi come una merda e ammazzi qualcuno con la macchina? Costruisci una villa alle falde di un vulcano attivo? Stai pur sicuro che hai il codazzo di gente che ti giustifica, che ti capisce, che chiude un occhio, che “al suo posto lo avrei fatto anche io, poraccio lui che è stato sgamato”. Anche qui, se sei ben inserito, ovviamente, perché se sei negro / zingaro / rumeno / tunisino / comunista poveratté.

Poi l’Italia è il regno del ‘cebenaltrismo‘: rubi migliaia di euro? Eh capirai, c’è chi ruba i milioni! E questo funziona soprattutto sulle grandi opere: la TAV? Ma i treni normali fanno schifo, pensiamo prima ai pendolari. Il ponte sullo stretto? Ma la gente in Sicilia non ha l’acqua potabile, pensiamo prima a quello.

Ora, badate bene, io qui non sto prendendo posizioni né proTAV né proponte, che vi conosco, poi mi scassate le balle. Se pensiamo alle persone prese e levate dal cazzo nel caso della TAV, o a motivi geologico-ambientali per il ponte, io vi sono nel cuore; ma non voler fare cose perché “c’è ben altro”, a me personalmente mi sembra una filosofia della minchia.

Ecco, mi avete fatto alzare la pressione e ho perso il filo del discorso.

La sanzione sociale, dicevamo.sanzionesociale

Ecco, di quella in Svezia ce n’è a bizzeffe. Sei vicino alla fermata e l’autobus è appena arrivato, corri per non perderlo, facendo sì che l’autista ritardi la corsa di 4 secondi netti: NEIN! Tu fare perdere 4 sekunden importantissimen. Tu aspettaren autobus successiven.
Ce la fai miracolosamente, sali sull’autobus e provi a sgamare passando a pipi ritto davanti all’autista senza mostrargli il biglietto: NEIN! L’autista ti richiama e tutta la genten guardaren chi rompere kazzen e fare perdere tempen.
Provi a far stare sul suddetto autobus un passeggino in più, nonostante ne siano previsti soltanto due a veicolo: NEIN! Tu prenderen autobus dopen, perché anche qui tu rompere kazzen.

Ecco, la Svezia non è sicuramente il regno dell’elasticità mentale.

No. Non lo è decisamente.

E ciò da un lato ti fa venire la voglia di prendere i viKi a badilate, ma dall’altro ha vari lati positivi, almeno per quanto riguarda il controllo sulle persone pagate per amministrare la cosa pubblica. Lì se hai culo sgami pesantemente, ma se ti beccano a fare il furbino, anche il microfurbino, hai chiuso. Fai barakken e burattinen e torni a casa tua.

tobleroneE cosa c’entra il Toblerone?

Ora parte la storia di papà Castoro.

Il Tobleroneaffären, ovvero l’affair Toblerone, è uno scandalo politico scoppiato nel 1995 che ha avuto come protagonista la socialdemocratica Mona Sahlin.

In parole povere, nell’ottobre del ’95 è stato reso pubblico che, durante il suo incarico di Ministro del Lavoro, ovvero nel periodo 1990-1991, Sahlin avrebbe ritirato del contante, affittato una macchina a noleggio, regalato una bicicletta alla figlia, e comprato due Tobleroni con la carta di credito che le era stata data per spese lavorative.

In più sono venute fuori 98 multe non pagate, insieme al canone della televisione, e pagamenti regolari in nero alla babysitter.

Ecco, lei si è difesa dicendo che intendeva poi restituirli, che le politiche sui soldi governativi non erano ben chiare, e che comunque non aveva fatto poi niente di grave che altri ministri non avevano fatto.

Che mona la Mona! (Questo è il mio battutone del giorno)

Ad ogni buon conto, questa si è spesa circa 5.500 € dei soldi dei viKicontribuenti per farsi i cazzi suoi, tra cui mangiarsi il Toblerone che dà il nome allo scandalo (poi però a onor del vero dopo le indagini li ha restituiti con gli interessi).

Parentesi polemica: sì, 5.500 € non sono certo cifre italiche, ci si abitua a tutto in questo mondo… ma notate il gusto dell’understatement svedese per indicare le loro cose? Fa figo dire che sono talmente onesti che frustano un ministro per un Toblerone, però c’erano anche macchine, regali, multe e stipendi nello scandalo, non solo un cioccolatino di merda.

Mona Sahlin

Mona Sahlin

Ad ogni buon conto, dalla vicenda è stato tratto un libro e una serie televisiva.

No ma la parte bella arriva ora: il giorno dopo che il caso è scoppiato sono usciti due milioni di sondaggi e interviste secondo cui il 66% degli svedesi volevano Sahlin föra da i ball perché secondo loro era inappropriata e non all’altezza del suo incarico.
Due giorni dopo questo sondaggio lei SI È DIMESSA.
Un giorno dopo le dimissioni sono partite le indagini per frode, peculato e abuso di potere.
Meno di un mese dopo ha dichiarato che non era più il leader del partito socialdemocratico.

Poi è arrivata un’astronave, tripudio di raggi laser e omini strani che festeggiano.

No gente, questa non è fantascienza, questa è la Svezia.

La cosa ancora più divertente è che non fu trovata colpevole a causa di un vizio di forma: le regole sulle carte di credito governative erano effettivamente non chiare e non poteva essere fatta un’accusa formale sulle spese di Sahlin.

Capite la specularità con l’Italia?

Qui l’illecito neanche c’era! Ma la gente ti manda a fanculo, e te che lo sai te ne vai, piano piano.

Da noi la gente ruba altro che 5.000 €, ma magari rubassero tutti 5.000 € e se li spendessero in Tobleroni! Da noi la gente ruba i miliardi, subiscono i processi, vengono accusati, gli importa una bella sega perché tanto in galera ci vai giustappunto, come dicevamo poc’anzi, se sei negro, e la gente TI RIVOTA. C’è davvero gente, sentita con queste cazzo di orecchie, che dice “povero Craxi”!

Ecco, le leggi sono espressione dei popoli, i popoli sono i risultati delle leggi. A volte invece tra legge e popolo c’è una discrepanza totale.

E badate bene, io non sono del parere che “mandiamoli tutti a fanculo”, “i politici sono tutti ladri”, “il pesce puzza dalla testa”. Queste cose le lascio ai grillini. Io sono del parere che secoli e secoli di sfiducia istituzionale, iniziata con Garibaldi e la Sicilia, a dimostrazione che l’Italia era già fottuta prima ancora di nascere, ci hanno davvero messo nella merda. E a me stare in Svezia nel complesso piace, per tante ragioni, però mi monta su un nervoso quando penso che l’Italia sarebbe un cazzo di Belpaese per davvero, e anche la cultura italiana avrebbe tanti lati positivi di forza uguale e contraria a quella svedese, se non ci piacesse sguazzare nel letame.

mafiaPerché sì, ci piace proprio tanto.
Perché se le merdate le fa qualcuno che ti sta accanto o che hai votato non sono più merdate.

E secondo me giustificare un amico che è un testa di cazzo, ma sai, è amico, si chiama mafia, non si chiama amicizia. Poi chiaro, ognuno fa le sue puttanate, ti si perdona se ti sei trovato in un momento buio. Ma se fai le furbate e vai a giro bello felice e tranquillo sentendoti stocazzo allora no. Allora non sei mio amico. Allora prenditi il Toblerone dell’affair Toblerone e mettitelo dove ben sai, a nome di tutta la collettività. A nome di una che è andata a rifinire in un paese dove mangiano gli spaghetti col ketchup e tassano il vino, pur di non vedere la corruzione e lo scempio che hanno trasformato l’Italia in una barzelletta.

E ora che sono bella incazzata ma orgogliosa del mio sproloquio, passo alla ricetta di quest’oggi, che è a base di mandorla, come la mandorla che è nel Toblerone.

Sono dolcetti chiamati mazariner (mazarin al singolare), il loro nome deriva dal cardinale Giulio Mazzarino e non ho capito proprio perché. Anzi, se lo sapete fatemi sapere!

INGREDIENTI PER CIRCA 20 MAZARINER

Per l’impasto:

  • 255 gr. di farina 00
  • 75 gr. di zucchero
  • 1 cucchiaino raso di lievito
  • 175 g. di burro
  • 1 tuorlo

(Vi serviranno circa 20 formine tonde di carta per muffin, o di alluminio)

Per il ripieno:

  • 150 g. di mandelmassa
  • 100 g. di burro
  • 50 gr. di zucchero a velo
  • 2 uova
  • 30 gr. di fecola di patate
  • la scorza di un limone
  • 1 cucchiaio di succo di limone

Per la glassa:

  • 70 gr. di zucchero a velo
  • 3 cucchiaini d’acqua
  • 1 cucchiaino di succo di limone

PREPARAZIONE

Preparare l’impasto lavorando gli ingredienti per non troppo tempo. Formare una palla, avvolgerla di pellicola e mettere in frigo per una mezz’ora.

Infarinare un piano, stendere l’impasto con un mattarello e formare 20 palline. Mettere le palline in ogni formina e schiacciare fino ad avere una base spessa circa mezzo centimetro, con bordi piuttosto altini.

Preparare il ripieno mescolando la mandelmassa, lo zucchero a velo e il burro abbastanza grossolanamente. Aggiungere le uova, la fecola di patate, la scorza di limone e il succo di limone.

Mettere il ripieno nelle formine su cui avrete messo l’impasto.

Cuocere per 35 minuti a 175°C nel ripiano più basso del forno, che avrete precedentemente riscaldato.

Appena saranno cotti fare raffreddare e preparare la glassa.

Mettere un cucchiaio circa di glassa su ogni mazarin. Attenzione: mettere la glassa solo quando si saranno raffreddati bene!

Mazariner pronti! Foto di Gianluca La Bruna

Mazariner pronti! Foto di Gianluca La Bruna

Buon appetito!

I.

Pappaledighet, mammi, parità dei sessi. Essere padri in Svezia e mandelmassa.

Ciao cari i miei turisti della democrazia, come state? Oggi si parla di paternità.

Non ho mai voluto scrivere sulla paternità in Svezia per pure questioni ideologiche. Perché ho sempre pensato che “oh, in ogni parte di mondo conosciuto i figlioli si fanno in due, anche se poi si soffre solo noi femmine; anzi, proprio in virtù delle sofferenze gravidiche, il tu’ figliolo appena è nato te lo puppi”.

Però adesso che sono mmmadreee, e sono una terrona in viKilandia, ammetto che ci faccio molto caso alle abitudini genitoriali. E soprattutto alle differenze.

dottorepanciaDunque innanzitutto, e ciò vale per madri e padri, qui la situazione è molto più shanti che in Italia. Ammetto che i controlli sanitari durante la gravidanza in Svezia lasciano molto a desiderare. Ne ho già parlato qui, e io non sono assolutamente ipocondriaca, né a Livorno si dice “fiósa”, ovvero una che scassa la minchia sulle sue condizioni di salute. Niente affatto. Mi presento dal dottore con il mio teschio in mano o solo se sono già entrata in rigor mortis, altrimenti i dottori non li bazzico.

Però una sola ecografia in 9 mesi a 18 settimane, e nessuno che ti voglia ginecologicamente ispezionare la frilli, a me sembra significhi che il sistema sanitario svedese ha i braccini eccessivamente corti. E in questo la gravidanza nel Granducato, come ho a suo tempo affermato quando ho ottenuto il titolo di duchessa, caa in testa alla Svezia e porta tre.

Però una volta che il nano è sfornato, scusate ma qui è molto più a misura d’uomo.

A mio modesto parere ad un infante servono tre cose per crescere bene: buona salute, buone abitudini e buon ambiente psichico. Quest’ultimo secondo me è molto importante e direttamente proporzionale alla rompicoglionite da cui sarà affetta in futuro la vostra progenie.

In Italia vige la paranoia. Coprire il bimbo con 38 gradi all’ombra perché il ‘colpo d’aria’ è sempre in agguato; cremine dovunque su ogni pippolo perché potrebbe essere una rarixima malattia tropicale che anche dr. House avrebbe problemi a diagnosticare; il bimbo deve essere sempre di tra i coglioni perché va monitorato a vista, tante volte morisse nel secondo in cui non lo stai guardando; se il bimbo piange, tragedia, va preso in collo perché ha bisogno di attenzioni.

Ecco. No. Un bimbo cresciuto così cresce male. E se cresce scassaballe te lo sei voluto.

helenlovejoyIo e il mio ragazzo (tra l’altro, dice che quando hai un figlio il tuo partner va chiamato ‘compagno’ perché ‘ragazzo’ sta male… a me ‘compagno’ mi sa di vecchia fricchettona coi peli sotto le ascelle, quindi continuo a chiamarlo ‘ragazzo’) siamo stati l’estate scorsa ad un matrimonio. Il matrimonio si è tenuto nell’unica chiesa non fresca in Italia, e fuori c’era una pinetina con un bel venticello, dove all’ombra si stava abbastanza freschi (compatibilmente con la fine di luglio a Livorno). Il nano dormiva nel passeggino, noi cosa facciamo ovviamente? Lo lasciamo dormire beato all’ombra con l’arietta sollazzante e gli uccellini cinguettanti, ed entriamo nella fornace ardente per vedere il matrimonio.

Scandalo.

Capannello di gente preoccupata perché “ommioddio un bimbo da solo, chi sono quegli scriteriati che non se lo sono suturato addosso?! Povera creaturina!”. E hai voglia a spiegargli che è NORMALE, ti senti sempre gli sguardi di disapprovazione sul collo. Disapprovazione che, va da sé, io rivolgo ai loro paranoici metodi educativi che creano bimbi insicuri e divorati dall’ansia.

Questo accade in Italia. In Svezia vai a fare shopping e lasci la carrozzina fuori.

Ma si sa, in Italia ci sono gli zinghi che notoriamente rubano i pupi (irony alert).

E vabbè.

congestionebagnoIn Italia ci sono pediatri che dicono che la piscina ai bimbi fa male per il cloro, che rischiano i funghi, che rischiano le malattie, che rischiano di prendere freddo quando escono, che rischiano la congestione… Ecco a tal proposito, quelle tre ore de mmmerda che vi facevano aspettare dopo pranzo al mare, vi ricordate? Le tre ore in cui fantasticavate stragi di massa solo per poter fare un cazzo di tuffo?

Bene, quelle tre ore non servivano a NIENTE. Nessuna evidenza scientifica di pranzo + acqua = morte con cui ci hanno fatto terrorismo psicologico da piccoli. Basta evitare di mangiare il cinghiale in umido a Ferragosto per poi cospargersi di ghiaccio mezz’ora dopo, ma con un tramezzino e una susseguente sciacquata di palle in 30 centimetri di mar Mediterraneo no, non c’è nessun rischio di morte prematura.

Il bimbo ha la tosse? Pediatra. Il bimbo ha un puntino rosso? Pediatra. Il bimbo piange? Pediatra. Il bimbo ha una crosticina? Pediatra.
Esami clinici inutili, visite continue, peso del bimbo continuamente monitorato per vedere se cresce, radiografie ad minchiam. Gesoo.

E poi lo svezzamento! Dio che ansia! Pesche no, ciliegie no, cipolle no, aglio no, funghi no, pesce no, crostacei no, spezie no, pepe no, erbe aromatiche no. Ogni nuovo cibo che si vuole introdurre va sottoposto al pediatra che fa pollice verso tipo imperatore romano e stabilisce le sorti del pranzo del vostro nano.

Qui col cazzo.

Qui il concetto è che col bimbo ti devi divertire, e lui verrà su bene. Se piange lo deve fa’, è il suo lavoro. La cosa importante è stare coi bimbi ma non annullarsi per loro. Quello sì che fa male, malissimo. E io non potrei essere più d’accordo.

E la cosa che comunque va specificata, è che queste paranoie dannose in Italia ce le hanno essenzialmente le madri. Ed è concesso loro questo comportamento perché alla fine delle fatte fini i figlioli ce li hanno loro sul groppone.donnaschiava

Li nutrono loro, li lavano loro, li mettono a letto loro, etc. I padri ci giocano ogni tanto, fanno due boccacce, due versi, e poi tornano a leggere il giornale.
Mi verrebbe da chiedermi come funziona nelle coppie omosessuali con figli, ma mi scopro così ingenua a volte.

Che in realtà il congedo di paternità c’è anche in Italia. Obbligatorio è un giorno. UN GIORNO. In Svezia sono 60 giorni inalienabili che entrambi i genitori devono obbligatoriamente prendere a stipendio pieno.

Un giorno vuol dire chiamare i parenti, fumare una decina di sigari, andare al baretto a sbicchierare. Ecco cosa fa un padre italiano obbligatoriamente.
E questo è già stato un ‘passo avanti’ introdotto dalla legge Fornero, perché prima non c’era nemmeno questo giorno.

Ah, le scosse culturali.

In Italia dal 2000 con la legge Turco i padri possono stare a casa da 6 a 7 mesi però beccandosi il 30% dello stipendio, che ecco, se sei un metalmeccanico forse forse a occhio non ti conviene.

Ma la questione è culturale.

Sia durante la gravidanza, fino a poco prima di partorire, sia una settimana dopo aver avuto il nano io ho continuato ad andare all’università perché stavo benone, ero solo grassa prima, e solo un po’ stordita dopo, ma stavo alla grandona. La mattina il mio ragazzo stava col pupo perché è un fotografo, e lavora principalmente il pomeriggio e la sera, quindi i nostri orari erano perfetti.

fotografobimboLa gente (italiana) lo trovava divertente.
Ahahah! E cosa fai? Fai da mangiare? Stai col bimbo? Lo culli? Fai il baby-sitter? Fai il mammo?
No, né baby-sitter né mammo. Esiste una parola per indicare tutto ciò: padre.

Mammo? Siccome stai con il bimbo sei una madre ma siccome hai il pisello hai la desinenza in -o? Stiamo scherzando?

Ecco, la cultura comunque si cambia con la coercizione, secondo me. O con la pecunia. Dovrebbe essere obbligatorio o economicamente incentivato stare a casa. Anche perché magari una donna dopo la gravidanza un pochino si vuole riposare, e se la lasciate con un infante sola a casa non si riposa molto. Poi, e quello è anche carattere, ma è anche cultura, diventa ansiosa. E questo cocktail micidiale può diventare tragico: la donna si sposa col figliolo, la coppia non tromba più, il figliolo ti limita l’esistenza invece di accrescertela, e si vive male.

Ho sentito dire che l’arrivo di un figliolo metta a dura prova la coppia. Boh. A me non è successo. Fare le cose insieme, dividere il carico del lavoro e godersi insieme i momenti di tenerezza secondo me invece è stato un collante. E non avere l’ansia soffocante intorno anche.

In Svezia (e anche in Danimarca, Bea e Eli rimembrate ancora?) è pieno di babbi che vanno a fare jogging con la carrozzina, che vanno a prendere un caffè con gli amici col pupo, che vanno al parco con un libro e il pupo, che vanno ai corsi di massaggio neonatale, etc. Probabilmente sono in pappaledighet, ovvero in congedo di paternità.

Allora, la maternità consiste in 7 settimane prima del parto e 7 settimane dopo. Il padre sta 10 giorni insieme alla madre, appena nato il nano.

Poi ci sono i 480 giorni di congedo parentale, di cui 60 appannaggio esclusivo del padre. Il resto dei giorni la coppia se li gestisce come vuole, e poi ci sono i soldi che vengono dati per aiutare i genitori a affrontare le spese che il nuovo nano comporta.

Per nascite gemellari e bambini malati, dipendentemente dalla malattia, ci sono giorni e soldi in più.

Se la donna e l’uomo prendono lo stesso numero di giorni di congedo, ovvero 240 stecchiti a testa, lo stato ti manda un bell’assegno di 2000 e passa euro perché la tua famiglia si sta battendo per le pari opportunità. Yeah.

Perchè sì, in Svezia non è vero che sono più padri che prendono il congedo rispetto alle madri, questa è una gran cazzata: due anni fa eravamo ancora a quote 25% dei giorni uomini e 75% donne.
Però la tendenza è sempre più verso il 50 e 50, vedete? Coercizione e quattrini aiutano a cambiare la cultura.

babbofiglioNon so come funzioni per le coppie omosessuali, ripeto. Però io e il mio ragazzo portiamo due volte alla settimana il nano ad una cosa che si chiama öppna förskola, che sarebbe una specie di asilo gratis in cui te vai col bimbo senza prenotare niente, ti presenti con bimbo e vai; e lì ci sono due signore, che credo siano ostetriche in pensione, che cantano con la chitarra e i nanetti le guardano estasiati. Bene, una canzoncina fa: “Ciao sono con mamma e babbo, che bello avere mamma e babbo; ciao sono solo con mamma/babbo, che bello avere solo mamma/babbo; ciao sono con mamma e mamma/babbo e babbo, che bello avere mamma e mamma/babbo e babbo”.

Oh, può darsi che siano le solite cugiate svedesi del politically correct, che qui non mancano di certo eh (tipo vedi questo articolo); però a me questa è piaciuta. Perché si parte da ‘ste cazzatine qui, dai nani, dalle canzoncine, dalle pubblicità. Perché queste cose ti scavano nel cervello molto più del ‘reato di omofobia’.

Per quanto riguarda i lavori di casa, gente, non ne sto neanche a parlare, perché se passi la tua vita a fare da massaia al tu’ marito non è un problema mio, è un problema, problemone, tuo. E qui sì, sono tendenze culturali, ma secondo me non servono tante politiche, serve rispondere un “Alza le chiappe!” ogni tanto, lavarsi solo la propria roba, cucinare solo per sé, e vedere se quell’altro capisce.

Comunque, la ricetta di oggi è una cazzata facile da cucinare, che perfino tu, uomo lasciato solo, puoi fare! La mandelmassa, una pasta di mandorle alla base di mille dolcetti svedesi (tipo i favolosi semlor) e non. Bona anche infilata nei cornetti. Anche spalmata sul pane, tiè.

INGREDIENTI PER 400 GR. DI MANDELMASSA:

  • 200 gr. di mandorle
  • 200 gr. di zucchero
  • mezza tazzina da caffè di latte intero

PREPARAZIONE:

Pelare le mandorle e frullarle nel frullino. Aggiungere lo zucchero nel frullino e frullare per parecchio tempo, circa 5 minuti, fino a raggiungere un composto compatto e tiepido.

Aggiungere il latte e mescolare.

Mandelmassa pronta! Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabrunaphotography.com

Mandelmassa pronta! Foto di Gianluca La Bruna – www.gianlucalabrunaphotography.com

Buon appetito!

I.

Did you think I’d crumble? Did you think I’d rabarberpaj? Oh no, not I, I will survive! Lagom e rabarbaro.

No invece “Oh yeah, I”, ma mi piaceva che rabarberpaj ci stesse così bene in metrica, e poi il gioco di parole con crumble, insomma… No è vero che se spieghi le battute o le rovini o significa che non erano divertenti già da prima (come questa), ma tant’è, non avevo pensato a titoli migliori.

Ariecchime con mesi di ritardo, as usual. Sono incostante. Sempre stata. Vi rivogo sempre le solite scuse, ma la verità è che sono incostante.

Però torno con il botto, perché ho fatto la rabarberpaj, che non avevo mai neanche assaggiato, figuriamoci cucinato, e oh, è BONA! Forse ho ecceduto con la cannella e sapeva solo di cannella, ma se voi evitate di farvi prendere dall’entusiasmo e ce ne mettete meno penso rimarrete piacevolmente stupiti da questo dessert.

Innanzitutto da quando sono emigrata in Sverige ho scoperto diverse cose, tra cui che il rabarbaro è una pianta. Scegliete pure il vostro commento a questo fact of the day:
a) Nooo ma dai, è una pianta?
b) Grazie al cazzo, mi ci volevi te

Oh, io non lo sapevo e non me ne vergogno. Έτσι, δεν γνωρίζω.

Rabarbaro

Rabarbaro

L’unica cosa più vicina al rabarbaro che avevo mai avuto il dispiacere di assaggiare da piccolissima erano delle caramelle che piacevano tanto a mio babbo ma che secondo me sapevano di cerume, e quindi non mi ero poi più interessata alla faccenda.

Comunque sia, è una pianta erbacea perenne, di cui si mangia il picciolone rosso. Fate conto di avere un sedanone rosso. Quello è il rabarbaro.
Pare abbia proprietà digestive e purificanti. Si possono mangiare anche le foglie come succedaneo degli spinaci (non è una bellissima parola, “succedaneo”?) ma l’uso è fortemente sconsigliato (da Wikipedia, almeno, da dove proviene la mia scienza) perché pare contengano un casino di acido ossalico che fa venire cose simpatiche come irritazioni intestinali e calcoli renali (e qui si torna al mio odio per le cugiate del “naturale fa bene”, al centro di buona parte dei miei folli sproloqui).

Il dolce è un crumble, che in svedese si dice smulpaj, ovvero, per voi digiuni di Masterchef, una base di frutta cosparsa con un impasto friabile che durante la cottura diventa croccante mentre il sotto resta morbidoso e marmellatoso (per soddisfare la vostra curiosità sull’argomento “cose svedesi uguali a cose americane ma con nomi viKinghi invece che anglosassoni”, leggete qui).

È un dolce molto buono, se non altro perché è dolce.
Mi spiego meglio: la cioccolata sa di cioccolata, le fragole sanno di fragole, e via dicendo con altre tautologie. Se vi dessi un pezzo di kläddkaka riconoscereste la cioccolata, se ve ne dessi uno di jordgubbstårta riconoscereste le fragole, etc.

Bene, il rabarbaro secondo me non sa di un cazzo.

Con questo non voglio parlar male del mio dolce, eh, che è venuto buonissimo, ma ecco, si sentiva lo zucchero, il burro, cannella, la vaniglia della vaniljsås con cui ho cosparso il dolce, etc. Ma il sapore del rabarbaro, se proprio dovessi descriverlo, dé… non l’ho capito molto bene.

Non stucchevole, ovviamente non salato… direi lagom.

E voi direte, e che minchia è lagom?
È IL concetto svedese. Talmente intrinsecamente legato alla cultura viKi che mi meraviglio di non avervene ancora parlato, probabilmente perché io sono la persona meno lagom del pianeta.

Lui non sta bevendo lagom

Lui non sta bevendo lagom

Etimologie popolari vedono in lagom una contrazione da laget om, originariamente “intorno al gruppo”: i Vichinghi (quelli originali, infatti lo scrivo senza la K) si sedevano in cerchio e bevevano idromele da un pittoresco cornino, lagom era la quantità giusta da bere per non fare le bestie (lo si sa, come ci tenevano all’etichetta i Vichinghi, nessuno mai).
In realtà, fidatevi della linguista, l’etimologia deriva da un arcaico dativo plurale della parola lag, “legge”, traducibile con “secondo la legge [comune]”.

Si può tradurre in italiano con “abbastanza“, “medio”, “sufficiente”, “equilibrato” e corrispettivi avverbi. Né troppo né troppo poco, quindi.

Ma troppo o troppo poco di cosa?

Di tutto.

È un concetto filosofico difficilmente traducibile in italiano. ‘Morigeratezza’ dà più l’idea di qualcosa di morale, ‘appropriatezza’ dipende da un contesto, ‘conformità’ rientra anche nel lagom ma è in realtà un altro concetto.

È la misura ottimale. Di ogni cosa.

È la porzione che ti fai al buffet per non fare la figura del porcello, è il modo in cui racconti ad un amico di un tuo successo lavorativo in modo da non apparire tronfio, è la cottura della bistecca che chiedi al tuo amico che sta cucinando, è il modo in cui esulti quando vedi una partita accanto a qualcuno che tifa per l’altra squadra, il modo in cui giochi a calcetto con gli altri anche se pensi che tutte le tue azioni sarebbero maradonesche.
Non si ostenta, non si enfatizza.

Ecco, è il godersi le cose ma con una trave nel culo, per come lo definirei io.

Tempo fa vidi un video di una portoghese emigrata in Svezia che raccontava una scena che l’aveva sconvolta.
Supermercato. Madre con bimbo di circa 6-7 anni. La madre chiede al bimbo di prenderle le cipolle, e il bimbo chiede “quante?”. La madre risponde “lagom” e il viKinfante corre sorridente con la bionda chioma a prendere le cipolle.
LO SA.
Sa quante sono lagom cipolle, lo sa, ce lo ha nel corredo genetico.
La ragazza portoghese si chiede nel video: ma non dovrebbe dipendere da cosa devi cucinare? Quante cazzo sono lagom cipolle? 2,3,10, 20? Ditemelo! Credo che ci abbia perso il sonno su questo.

Dal parrucchiere immagino sia tutto più semplice. Io non ci sono mai andata dal parrucchiere in Svezia, perché una piega costa come una tiara di diamanti, ma immaginatevi come deve essere facile: non più scene come “vorrei una spuntatina leggera qui dietro, però magari davanti me li fai scalati, e poi me li sfiletti un po’ sulle lunghezze, sai tipo Rachel di Friends? Ecco, però un pochino più corti con un ciuffetto laterale sai tipo quella cantante di quel gruppo, dai come si chiamano? Dai quelli della canzone che fa la la la la la, capito?”, che poi comunque esci, ti specchi nel finestrino della prima macchina che vedi e ti sembra di essere Malgioglio.

“Lagom è meglio”

No, qui mi immagino che entri, ti siedi, il parrucchiere ti dice: “come volere taglien?” e te “lagom“. Tiè, pulita. Gli dai il tuo bravo milione di euro e sono tutti contenti.

Però lagom è essenzialmente il concetto che in medio stat virtus.

C’era una barzelletta che io e le mie eleganti amichette ci raccontavamo da piccole: una signora entra al ristorante e dice “vorrei un bicchiere d’acqua, né troppo calda, né troppo fredda, ma SMUACK al punto giusto, poi un piatto di pasta né troppo cotta, né troppo al dente ma SMUACK al punto giusto, e poi una fettina di carne, né troppo al sangue, né troppo cotta, ma SMUACK al punto giusto”; il cameriere allora le risponde “senta signora, lei m’ha fatto du’ palle così, né troppo mosce, né troppo dure ma SMUACK al punto giusto“.

Questa amena facezia, che ci concedeva alla tenera età di 6 anni il lusso di pronunciare la parola “palle” (dimostrandovi tra l’altro che non sono cresciuta tra l’alta nobiltà), riassume però in un certo senso lo spirito italiano per le cose SMUACK al punto giusto.

Gli italiani non sono lagom. Non ci pensano nemmeno.

Anzi, anche solo a livello nazionale noi italiani siamo sicuramente all’opposto, almeno per come funziona il nostro paese: si muore per una tonsillite da qualche parte, si viene operati con le tecniche migliori (e gratis) da un’altra; ci si compra una laurea in un’università da una parte, e si studia nella scuola migliore da un’altra. E guardate che non sto facendo il facile (e non veritiero) gioco dei Nordici e Sudici che ultimamente va un casino (anche qui, abbiamo Salvini ma anche Gino Strada), perché di pozze di sfacelo e ignoranza nella ridente Padania ce ne sono a bizzeffe.

Ma noi italiani non abbiamo uno standard, le oasi felici sono a macchia di leopardo, se caschi bene caschi benissimo, se caschi male, ciaone.
In Svezia non hanno una media luccicante tanto come vorrebbero far credere al mondo, ma più dell’Italia sì.

La Svezia è pallosamente lagom.

Non mi fraintendete, secondo me la società ideale è quella senza nessuna prevaricazione, e una società in cui io arraffo di più e te rimani a becco asciutto non mi piacerebbe per niente. Va da sé, non mi piacerebbe neanche una società in cui è il mio becco a rimanere asciutto, per cui una ripartizione salomonica è, secondo il mio umile parere, ontologicamente sinonimo di giustizia.

Però, a parte che ecco, da parte di un paese che ha un cazzo di re con una cazzo di corona e un cazzo di scettro, il concetto di lagom mi sembra quantomeno divertente, e poi secondo me questo concetto in Svezia rischia di creare mostri.

È un po’ lo stesso discorso dell’appiattimento delle differenze di cui vi ho parlato tempo fa a proposito dell’ideologia del gender.
Ottima cosa l’uguaglianza, le pari opportunità, etc. ma creare bambole e bamboli senza wulwe né piselli se no i bambini e le bambine pensano che oVVoVe, siamo diversi, ecco, no. Qui si esagera. No Merchandising. Editorial Use Only. No Book Cover Usage. Mandatory Credit: Photo by Moviestore Collection / Rex Features (1555426a) Antz Film and Television

L’auspicarsi una popolazione fatta di individui simili, dove menti brillanti cercano di non dare troppo nell’occhio, dove si aspira al livellamento, è malato, e fascista, e pericoloso.

Se non credete a me guardate Z la formica, in quel cartone c’è più verità di quanta ne troviate da gente che si crede di sinistra ma ha in realtà il cervello pieno de mmmerda.

Beh, in realtà io vivo a Malmö, e qui, vi dico la verità, l’ideologia del lagom non è assolutamente così evidente.
Qui è pieno di immigrati, creativi, folli, bianchi, gialli, neri, e anche fascisti, nazisti, etc.
Ma via, benvengano i nazisti se sopportare loro mi porta anche ad una società variegata, non omologata, imperfetta ma brulicante: “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva il Presidente Mao.

INGREDIENTI PER CIRCA 6 PERSONE:

  • 3 sedanoni di rabarbaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 1,5 cucchiai di fecola di patate
  • 1 cucchiaino raso di cannella
  • 200 gr. di burro
  • 240 gr. di farina
  • 40 gr. di fiocchi d’avena
  • vaniljsås
  • lamponi e foglioline di menta per guarnire

PREPARAZIONE: Accendere il forno a 200°C e togliere il burro dal frigorifero. Tagliare il rabarbaro in pezzetti di circa mezzo centimetro di spessore e mettere i pezzetti in una teglia di circa 25 cm di diametro. Spolverare con 100 gr. di zucchero, fecola e cannella. In una terrina mescolare burro, farina, il resto dello zucchero e i fiocchi d’avena. Mischiare con le mani fino ad ottenere un impasto brignoccoloso con cui cospargerete la teglia dove avete messo il rabarbaro. Cuocere a metà forno per circa 25-30 minuti, fino a quando la ricopertura avrà un bel colore dorato. Servire cospargendo di vaniljsås e guarnire con qualche lampone e qualche fogliolina di menta.

Rabarberpaj pronta! - Ph. Gianluca La Bruna

Rabarberpaj pronta! – Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito! I.

Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

Gimme! Gimme! Gimme! A knäck after midnight

Non si può avere un blog sulla Svezia senza affrontare l’argomento Abba.
No, no, no, no, non si può.
E allora vai col nuovo articolo, anche e soprattutto perché l’ho promesso a Irene F., compagna adolescenziale di concerti e richieste di autografi di dubbio gusto, persa negli anni e poi ritrovata all’isola d’Elba.

Dunque, ognuno di noi conosce almeno una canzone degli Abba. Forse non proprio ognuno di noi, ma molti (me inclusa) si ritrovano talvolta sotto la doccia a cantare “Fernandooooo” usando la cornetta come microfono.Abba

I ritornellini degli Abba ti si piantano nel cervello in un modo tale che neanche una lobotomia sarebbe d’aiuto.

Perfino Madonna ha ceduto al fascino degli Abba riproponendo un campionamento di una loro canzone (quella che ha citato anche la sottoscritta per il titolo di questo post) nella sua Hung Up, leitmotiv della mia ubriachezza molesta la notte di Capodanno del 2005 sotto la porta di Brandeburgo assieme a tre miei amici.
Ma credo che i cazzi miei vi interessino in misura limitata, quindi torniamo a parlare degli Abba.

Gli Abba nascono nel lontano 1970, quando Agnetha Fältskog & Björn Ulvaeus, e Benny Andersson & Anni-Frid Lyngstad decidono di formare una band composta da una doppia-coppia canterina; la struttura chiastica con cui vi ho detto i loro nomi serviva a contenere la spiegazione sul perché del nome Abba, ovvero le iniziali delle due coppiette, anche se pare che il nome Abba sia stato anche un furbo stratagemmino usato per far sì che i loro album fossero sempre ai primi posti nei negozi di dischi.

Ad ogni modo, vuoi per lo stratagemmino, vuoi per due bionde mezze ignude che si sgolano su un palco, vuoi per le tutine di lustrini (indossate sia dalle summenzionate bionde, sia dai mariti), gli Abba hanno venduto oltre 375 milioni di dischi in tutto il mondo, e sono considerati tra i gruppi più influenti del pop internazionale.

Ecco, io personalmente non credo che gli Abba siano propriamente i Mozart del pop, quelli sono i Beatles (dei primi tempi, perché dopo abbandonano il pop per darsi alla genialità). Penso che la viKiband abbia inventato poco e che musicalmente non sia poi particolarmente creativa. Ma nessuno come loro trasmette energie positive sul mondo, questo va riconosciuto. Se il mondo è una merda, come è, una canzone degli Abba ti dà una carica diocristo, che poi vai a manetta.

E quindi a me stanno davvero simpatici.

Bene, per tornare alla loro storia personale, le coppiette si sfasciarono dopo poco e alla fine il gruppo si sciolse. Fu proposta loro una reunion nel 2000 per una tournée che avrebbe fruttato ai 4 biondi circa un miliardo di dollari… evidentemente non avevano problemi economici perché hanno rifiutato per “non deludere i fan”. No, bravi eh, per carità. Io per un miliardo di dollari prendevo la macchina e li mettevo sotto, i miei fan, ecco forse perché di fan non ne ho e vivo in un sereno anonimato.

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

Ad ogni modo, gli Abba furono i pionieri di tutto un filone di svedesi travestiti da anglosassoni che portò e continua a portare alla Svezia diversi soldini nell’esportazione di musica in tutto il mondo. Vi avevo già scritto questo post che parlava di svedesi insospettabili, ma vi rinfresco la memoria nel campo musicale: Ace of BaseRednexRoxetteThe CardigansEuropeAlcazar, The Ark, Meja, Eagle-Eye Cherry, The Hives, Emilia, e altri ottocento milioni che mi sto dimenticando.

Comunque, per tornare agli Abba

L’incontro primordiale nasce dai due uomini, che negli anni ’60 suonano entrambi in due gruppi non particolarmente affermati, ma comunque con un loro seguito; i due iniziano a collaborare musicalmente insieme nei tempi morti e continueranno per sempre, anche dopo la fine degli Abba, a dimostrazione del fatto che i veri amici non ti lasciano mai, la figa prima o poi sì.

Agnetha nel frattempo era già conosciuta per aver fatto la Maddalena nella versione svedese di Jesus Christ Superstar. Sì perché gli svedesi sono come gli americani, devono avere la loro versione di tutto, se no non capiscono.
Era particolarmente famosa in Germania e cantava spesso in concerti hippy svedesi. Durante uno di questi, tra un acido e un’ascella pezzata, aveva conosciuto Björn e se lo era sposato qualche anno dopo, per la gioia delle rivistacce sceme di viKigossip che documentarono maniacalmente il matrimonio un po’ come hanno fatto con la principessa Vittoria ai tempi nostri (se vi interessa sapere di più su quest’ignobile storia leggete qui).

Frutto dell'amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l'incendiaria

Frutto dell’amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l’incendiaria

Anni-Frid, l’unica non svedese del gruppo (perché come dimostrano gli Aqua, una topa norvegese ci sta sempre bene), si fece conoscere un po’ di più nella serata in cui in Svezia cambiò il senso di marcia automobilistico da sinistra a destra. Gli astuti governanti infatti quella sera organizzarono grandi concerti e spettacoli televisivi per convincere le persone a restare a casa davanti allo schermo evitando così di far loro prendere la macchina per poi spiaccicarsi nei pali.

Qualche tempo dopo, ad un concerto hippy anche lei, conobbe Benny e ecco gli Abba pronti e impacchettati.

Poi c’è stato il revival Abba anni ’90 grazie anche al musical Mamma mia! che io non ho visto perché nutro un odio profondo per ogni genere di musical. Ho provato a vedere anche Hair e Jesus Christ Superstar. No, non ci riesco. Se canti e balli, mi stai sul cazzo.
Però ammetto che è un problema mio.

I miei solerti lettori mi hanno giustamente ricordato che a Stoccolma l’anno scorso è stato creato: ABBA The Museum. Nasce come mostra itinerante e diventa un museo stabile, rientrando nel novero dei musei “non c’ho un cazzo da far vedere, beccati questo”, di cui la Svezia è piena, e di cui ho già parlato a proposito della famosa nave Vasa.
In questo museo, pensate, potete cantare e ballare in una cabina con ologrammi degli Abba indossando anche un’ologrammica tutina imbarazzante, e scaricare la vostra ignobile performance per poi condividerla sui social network per meglio esporvi al pubblico ludibrio.
Il mio modesto consiglio (poi fate come volete) è: andate a Copenhagen, compratevi una chilata di erba buona, portatevela a Stoccolma, fumatela prima di entrare e infilatevi nella cabina ologrammica. E poi mandatemi i vostri video e io li posto qui. Per favore.

Tornando a noi, normalmente si ritiene che gli Abba abbiano inventato uno stile. Sono ricordati sicuramente più per i completini che per i loro nomi di battesimo.
Si pensa spesso (credo almeno, io di solito non penso che le rivoluzioni siano fatte coi vestiti, ma nazionalpopolarmente lo si crede): “hanno voluto dare un segnale di rottura pur seguendo l’onda degli anni ’70”, “liberavano il corpo liberando anche ciò che lo comprimeva”, “i colori dei tessuti con cui si fasciavano rappresentavano gioia e serenità”.

Bene, no.

Gli Abba si vestivano da cazzoni per non pagare le tasse.

È una dura verità da accettare, ma è così. È difficile accettare che l’Italia sia fuori dai mondiali, che John Lennon sia stato ucciso, che Roberto Bolle sia gay, e quindi provate a ingoiare un po’ di Xanax e a mandare giù anche questa.

Il solerte Benny ha addirittura detto: “Nessuno si vestiva male come noi, ci vestivamo da idioti solo per non pagare le tasse”. Capito? Al vostro amico Benny le frange luccicose che voi trovate tanto sovversive FACEVANO CAGARE!!

costumiabbaSì perché in Svezia c’era (o forse c’è ancora, non so) una legge per cui i costumi di scena potevano essere detratti dalle tasse, e per qualificare un vestito come “costume di scena”, questo avrebbe dovuto suscitare una reazione del genere: “Cara viKiagenzia delle Entrate… Ti pare che io normalmente vo a giro con questa merda addosso?”.

Ecco perché i colori sgargianti, le vertiginose zeppe e tutte le mise degne dei migliori Cugini di Campagna.

Oltretutto il caro Benny aveva già avuto dei disagi con il fisco biondo, dal momento che pare avesse evaso tipo 10 milioni di euro.

Quindi, nulla, a parte queste storiacce, il piatto che vi illustro oggi non c’entra in realtà un cazzo con gli Abba, con l’evasione fiscale, con luglio, con l’estate, ma era un ottimo monosillabo che stava nella metrica del mio titolo.

Lo knäck è un dolcetto tradizionale tipico del Natale svedese (se volete altre ricette natalizie tipiche svedesi cercate “en riktig svensk jul” su questo blog) e deve il suo onomatopeico nome al fatto che quando lo mangiate vi sembrerà di tornare nel Medioevo per essere sottoposti alla tortura dello schiacciatesta, perché basta un morso di queste caramelle per frantumarvi gli alveoli dentari.
Si può porre rimedio aggiungendo molto latte alla ricetta e cuocendoli un po’ meno, però ecco, agli svedesi piace così.

Però se ciucciate e non mordete è buono. Sa di mou, anche se ho letto che è più precisamente un toffee, anche se poi non ho mai capito la differenza tra le due cose.

Dentisti del mondo, ringraziatemi per aver postato questa ricetta.

INGREDIENTI PER 10-15 KNÄCK:

  • 90 gr. di zucchero
  • 170 gr. di miele (o di sciroppo d’acero)
  • 2 dl di panna fresca
  • 90 gr. di granella di mandorle (o di nocciole). Se non la trovate già pronta spezzettate tutto voi con un coltello affilato.

* Servono 10-15 stampini da minicupcake!

PREPARAZIONE:

Mischiare lo zucchero, il miele e la panna in una pentola dal fondo spesso (così non si brucia tutto).

Portare a ebollizione mescolando e abbassare il fuoco appena bolle.

Far cuocere per 20-30 minuti finché diventa appiccicoso e marroncino (il tempo dipende da quanto è grande la pentola).

Per vedere se è pronto fare quella che gli svedesi chiamano kulprovet (hehe), che non è la prova del culo: prendere un bicchiere pieno di acqua fredda e un pezzettino piccolissimo di impasto bollente con un cucchiaino. Buttare l’impasto nell’acqua fredda e se si riesce a formare facilmente una palletta vuol dire che è pronta.

Spegnere il fuoco, aggiungere la granella di mandorla.

Versare tutto negli stampini da minicupcake facendo molta attenzione, perché il caramello bollente fa effetto napalm.

Mettere in frigo e far raffreddare per un paio d’orette.

Si conservano per un paio di mesi a temperatura ambiente.

Buon appetito!

I.

♫ Malmö è mille culure, Malmö è mille paure ♫: la skånsk äppelkaka

Prima o poi sarei tornata.

La Svezia è come quando ti prude la mano che ti hanno amputato anni prima. E ora ho nostalgia di Svezia.

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Sono scomparsa dalle polpette per una serie di ragioni, più importante tra tutte quella che mi sono trasferita a Malmö per un’estate. Doveva essere la svolta della mia vita lavorativa ma non lo è stata.

In compenso è stata una svolta per miliardi di altri motivi: ho iniziato a capire lo skånese, ho conosciuto un sacco di persone splendide, ho fatto un bellissimo viaggio on-the-road in Norvegia, mi sono sentita a casa e lontanissima da casa nello stesso istante, ho avvistato un cucciolo di alce con babbo alce e mamma alce, sono stata vittima di mobbing, ho avuto amici svedesi, croati, costaricani, siriani, greci, mauriziani, americani e perfino pisani, sono entrata in dipendenza da Breaking Bad, mi sono innamorata, ho avuto un viKimolestatore telefonico, ho ascoltato tantissima musica nuova, ho scoperto di non aver bisogno di cose di cui pensavo di aver bisogno, mi sono sentita davvero felice e serena.

Il lavoro non l’ho trovato, vuoi per il momento sfavorevole (mi sono trasferita a giugno), vuoi perché il mio svedese quando sono andata era molto più scarso di quando sono tornata, poi il contratto d’affitto è scaduto; e per farla breve io sono tornata con le pive in valigia a Livorno.

Il fatto che mi trovassi in Svezia in effetti non ha un diretto nesso logico con il fatto che abbia completamente ignorato il blog fino a questo momento, ma come avete letto sono stata molto molto molto impegnata.

Ammetto che quando sono tornata in Italia ho gridato un “SUCAAAA” mentale a Malmö, alla Svezia, ai biondi e ai pallini sulle a, ma anche questo fa parte dell’epifania da cui sono stata colpita, perché ora invece mi manca. Ora il Belpa mi ha stancata, vedo un’Italia in crisi nera, un paese in pieno Medioevo economico e culturale, una mentalità con cui continuerò a scontrarmi per l’eternità (e certo vivere in una città gretta, ignorante e mediocre non aiuta).

Ho avuto avventure e disavventure a Malmö, quindi sono stata contenta di tornare pensando alle disavventure, e ora sono nostalgica perché penso più che altro alle avventure, lo riconosco. Le cose stanno sempre nel mezzo.home

Però cercando di astrarre lo sguardo riesco a capire che il punto è sostanzialmente che ormai quello è come se fosse una specie di altro mondo che ho imparato a conoscere negli anni, ad amare, a odiare, a tollerare, comunque sia è mio.

La Svezia per me è l’Italia alla fine. Certo, io nel mio intimo penso in italiano, mangio in italiano (e menomale), mi incazzo in italiano, e rido in italiano. Però so come si pensa in svedese, come si mangia, come ci si incazza e come si ride. Non è un approccio che nel mio processo cognitivo attivo mi riesce naturale, no, ma mi risulta familiare, questo sì.

Perché io, è vero, sono fondamentalmente un’inquieta, ma poi alla fine penso anche che non sentirsi a casa da nessuna parte è come sentirsi a casa dappertutto, in un certo senso.

Insomma, mi sono sorpresa a riflettere su cosa sia “casa”. E credo che casa sia il posto dove quasi osmoticamente ti confondi nei comportamenti degli altri, non ti stupisci quasi per niente, né nel bene né nel male, capisci il mondo che ti circonda, lo ami a tratti e ancora più spesso lo detesti.

Nessuno a Malmö poteva supporre che io non fossi svedese, tranne forse per i capelli scuri, ma potevo essere di seconda generazione. Non ho scritto “turista terrona” in fronte, non porto marsupi obsoleti che gli italiani in viaggio risfoderano da bauli anni ’80, non cerco di far passare 10 kg in più di bagaglio all’aeroporto e non fumo dove è vietato fumare.

Tutti mi hanno sempre parlato subito in svedese, mai in inglese. È solo dopo che sanno che sono un’outsider che fanno gli stronzi.

"Nazionalista?" "Ma certo che sì!"

“Nazionalista?” “Ma certo che sì!”

Perché sì, diciamocelo, gli svedesi hanno tante qualità, ma in media sono delle grandi facce di merda, nazionalisti, saccenti, paternalisti, senza contatto con la realtà, servi di un regno fasullo senza neanche rendersene conto. Ostentatamente ingenui ai limiti del bischero, perché forzati a pensare che essere sospettosi nel loro mondo non serva.

Invece serve. Nel loro mondo come nel mio, e questo perché, checché se ne dica e ci si raccontino cazzate, di mondo uno ce n’è. E uno soltanto.

Ovviamente parlo della media degli svedesi, non tutti e non sempre si comportano in questo modo, ma nei grandi numeri è così, e comunque sia questi lati emergono anche in persone adorabili e intelligenti, quindi è una questione culturale.

Quando ero una ragazzina ebbi anche io la fase di idolatria del Nord Europa, ed ero convinta di cose che sparavo a caso senza conoscere, cose che avevo sentito dire e ripetevo per dare aria ai denti, cose che si sono rivelate dei buchi nell’acqua: la libertà sessuale, la religione non invadente, la cordialità. Se ci penso ora mi viene da ridere, sono forse i tre flop più mastodontici su cui mi sono imbattuta nel regno di Svezia.

E mi sono arrabbiata da morire con la Svezia per aver deluso così tanto le mie adolescenziali aspettative. È subentrato un odio acuto per aver constatato che erano sessualmente bigotti, religiosamente rompicoglioni e palpabilmente xenofobi.

Poi un giorno che ero in treno e ho sentito la vocetta che mi annunciava la nästa station ho avuto una rivelazione.

Io in un certo senso appartengo anche a quel posto, io e la Svezia ci conosciamo da tanto, e bene. Ci siamo reciprocamente presentate i nostri lati migliori e i nostri lati peggiori.

Ho creduto che col tempo avrei imparato ad apprezzare, o almeno ad ignorare, il lato odioso della Svezia, ma la verità è che non lo farò mai. Così come non riuscirò mai a non odiare il casino italiano, l’incapacità di pensare agli altri, di metterci d’accordo perfino quando stiamo collassando economicamente, politicamente e moralmente, l’andare oltre le regole “perché mi va”, “perché sono più furbo”.keepcalmitaly

E l’ho sempre saputo, e sempre lo saprò, che dietro le università diroccate e fatiscenti del paese dove sono nata vengono formati gli studenti migliori d’Europa, che al primo anno di triennale hanno frequentato un corso che in Svezia nemmeno gli Emeriti riescono a seguire, visto che al dottorato in matematica fanno ancora le tabelline.

Però questi studenti eccelsi dall’Italia se ne vanno, e se ne vengono in Svezia, dove se non paghi le tasse non giri in motoscafo con un troione che ha 40 anni meno di te, ma vai in galera. E non in una galera sovraffollata, malata e cupa, ma in una galera dove non sarai libero, ma sei pur sempre un cazzo di essere umano.

Uscito dalla galera in Svezia poi ti mancheranno persone genuine e ospitali, che ridono quando non c’è niente da ridere, e non perché sono stupide, ma forse perché lo sono troppo poco, a patto che si possa essere troppo poco stupidi a questo mondo; troverai persone talmente politically correct che escludono più categorie di quante apparentemente ne includano.

Ti mancheranno persone che ti vogliano far sentire a casa, uno/a di loro, che imbraccino una chitarra in un ristorante per cantare tutti insieme mentre gli spaghetti al dente fumano ancora sul tavolo.

Ma non si vive solo di schitarrate, si vive anche di treni di pendolari puliti e puntuali, di piste ciclabili, di file alle poste veloci e sorridenti, di burocrazie facili e snelle, di salari dignitosi. Si vive di un sacco di cose, a pensarci bene…

E insomma, meditando su tutto questo ho capito che casa è un posto dove ti senti talmente te stesso che riesci a raggiungere vette di odio e vette di amore che non avresti mai pensato di poter raggiungere. Chi è che ti fa più incazzare al mondo, infatti? I tuoi, di solito.

E soprattutto casa è il posto per cui provi una nostalgia incredibile, che neanche lo sapevi, ma che ti arriva come una secchiata d’acqua in faccia non appena senti dei suoni che dopo molta fatica hanno finalmente un significato.

E quindi sì, alla fine questa Svezia del cazzo è casa.

Quindi poi, tornando al vero scopo di un foodblog, io la ricetta di oggi la dedico a Malmö proponendovi la skånsk äpplekaka, una torta di mele particolarmente sbriciolosa, che come dice il nome proviene dal Sud della Svezia.

Ma visto che questo post è talmente smelencio che mi si stanno cariando i denti, sento il bisogno irrefrenabile di aggiungere qualcosa sulla scia del “siamo tutti figli dell’universo”, “amalgamiamoci tutti insieme” e “siamo tutti fratelli”…

Pisa merda.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 100 gr. di pangrattato normale
  • 100 gr. di pangrattato integrale (meglio sarebbe di segale)
  • 50 gr. di granella di mandorle
  • 400 gr. di purea di mela
  • 50 gr. di zucchero di canna
  • 90 gr. di burro
  • 4 mele
  • un cucchiaio raso di cannella in polvere
  • un cucchiaino di cardamomo in polvere
  • vaniljsås

PREPARAZIONE:

Ungere una teglia (di circa 20 cm di diametro) e preriscaldare il forno a 200 °C. Mettere da parte circa 10 gr. di burro che serviranno alla fine.

Sciogliere il burro in un pentolino. Spegnere il fuoco, aggiungere il pangrattato, 2 cucchiaini di zucchero, la cannella, il cardamomo, la granella di mandorle e mescolare bene.

Sbucciare le mele e tagliarle a fettine abbastanza sottili.

Nella teglia mettere metà del pangrattato dorato nel burro, metà della purea di mela e metà delle mele tagliate.

Fare un ulteriore strato di pangrattato/purea/mele e spolverare l’ultimo strato con lo zucchero rimasto e qualche fiocchetto di burro.

Cuocere per circa 30 minuti e servire con abbondante vaniljsås calda.

Buon appetito!

I.

Våfflor, copimismo e religioni del cazzo

piastra

La mia bellissima piastra

Non c’è stato niente da fare, ho deciso di fare un altro dolce. Sono sotto tesi e in carenza d’affetto, in Toscana piove as usual, fa freddo e quindi i maglioni nascondono il fatto che io sia grassa, e in più ho comprato una fantastica piastra per waffel, che mi implorava di essere immediatamente usata non appena avessi barbaramente distrutto l’imballaggio.

E chi sono io per dire no ad una piastra per waffel? Nessuno, quindi famo ‘sti waffel.

In Svezia i waffel si chiamano våfflor.

E comunque vedo su Wikipedia che in Italia sono conosciuti anche come gaufre, che sono ‘parenti prossimi’ dei pancake, e della stessa famiglia di crêpe, canestrelli, tegole dolci (che non so cosa cazzo siano), e se seccati si trasformano in wafer e coni gelato.

Non avevo idea che ci fosse una classificazione linneana dei biscotti a cialda. Si impara sempre qualcosa.

In Svezia ad ogni modo i våfflor hanno la tipica forma a 5 cuoricini uniti in modo da sembrare un fiorellone, che è peraltro la forma della mia piastra nuova di zecca, perché io se devo fare le cose le faccio per bene, cribbio.

E’ dal 1600 che nelle case svedesi si cucinano i våfflor, e siccome ve l’ho sempre detto che gli svedesi sono pedanti, ogni variante dei våfflor in svedese non si limita a chiamarsi “variante di våffla“, ma ha uno stupido nome. Io ora non sono una grandissima esperta di våfflor, per cui non vi sto a ammorbare con le differenze tra varianti e rispettivi nomi anche perché non lo so, però fidatevi che è così.

Ma anche un’altra cosa tipicamente viKi è strettamente legata ai våfflor: il fatto che il calendario svedese preveda un cazzo di giorno del våffla, il Våffeldagen, che è il 25 marzo.

C’è un giorno per tutto in Svezia. Un po’ come la leggenda metropolitana sulla Svizzera, che se lavi la macchina un giorno che non sia il sabato subisci un ostracismo sociale, perché il “giorno di lavamento macchina” è il sabato. Cose che noi terroni non riusciamo a concepire neanche con uno sforzo psichico sovrumano.

Sì lo so, stavolta sono stata puntuale, nonostante normalmente vi posti le ricette di Natale a febbraio o cose così, ma tanto voi capitate su questo blog solo perché cercate i “culi di maiale svedesi” (per approfondimenti sulle vostre ricerche, vedi qui), quindi spero che mi perdonerete.

By the way, il 25 marzo si mangiano i våfflor per festeggiare l’Annunciazione, ovvero il momento in cui l’arcangelo Gabriele è andato da Maria a dirgli “Cara, ti devo parlare. Puntini di sospensione”. Prima volta in cui il discorsetto viene fatto da un uomo a una donna (sì ok, gli angeli non hanno sesso, ma questo si chiama Gabriele). Che sì, insomma, ciò ha anche senso, perché poi Gesoo è nato il 25 dicembre, quindi la Vergine in stato interessante 9 mesi di gestazione se li è fatti. Cosa che invece non torna se si festeggia l’Immacolata Concezione l’8 dicembre, per cui la Madonna dovrebbe aver avuto una gravidanza o di 17 giorni (roba che nemmeno gli orsetti russi) o di 382 (ovvero più di un anno di dolori articolari, nausee, pesantezza e astensione da alcol&cicchini, essendo oltretutto vergine… inculata maxima).

Ma poi invece pare che l’8 dicembre si festeggi qualcos’altro, in realtà, qualcosa sul peccato originale di Maria che non mi ricordo e non ho voglia di cercare. Anche perché, ecco, ce ne frega qualcosa? No, bene.

Comunque, alla fine delle fatte fini, quel giorno i viKi mangiano våfflor, bella per loro.

Potete cucinarli anche senza l’apposita piastra, e li fate tipo crêpe, però la cosa bella di avere una piastra per våfflor è che vengono tutti bellini uguali che sembrano fatti con il CTRL+C; CTRL+V.

E agli svedesi il copia e incolla piace parecchio, tanto che hanno una religione che celebra proprio questo.

No, non ho bevuto, dico davvero.

Allora, dovete sapere che in Svezia le confessioni religiose hanno cospicui sgravi fiscali (tipo l’esenzione IMU de’ noantri), e ciò a parere mio, ed evidentemente non solo mio, non è per niente giustino.

No, perché se io sono una cazzo di organizzazione atea ma promuovo cose ganze tipo, che so, ripetizioni gratuite a ragazzini che vanno male a scuola, corsi di cucito a ex galeotti, lezioni di shàolínquán a vecchiette aggressive, etc. non risparmio il becco d’un quattrino, in compenso se ululo al cielo che un’entità invisibile ma che permea l’universo risolverà tutti i miei problemi se porgo l’altra chiappa, ho aiuti economici.

Isak Gerson

Isak Gerson

Allora uno studente di filosofia molto gggiovane e astuto, tale Isak Gerson, ha voluto creare una nuova religione per avere anche lui un alleggerimento delle tasse. Non che non lo avesse anche prima, essendo tesoriere anche del Movimento degli Studenti Cristiani di Svezia (sì, esiste davvero), ma evidentemente ne voleva un po’ di più.

Per cui si è inventato un nuovo credo, e lo ha chiamato kopimism, in italiano “copimismo” (dall’inglese copy-me). Evidentemente il buon Isak doveva essere un nerdone di quelli seri, insomma: tesoriere degli studenti cristiani, particolarmente cesso e particolarmente genialoide = la sua vita sociale doveva limitarsi alle pippe su internet, e infatti proprio dall’informatica (no, non dalle pippe) ha preso ispirazione.

La religione copimista infatti si propone di diffondere ogni tipo di informazione per via telematica, si oppone al copyright in ogni sua forma e incoraggia ogni tipo di pirateria su ogni tipo di medium.

Inizialmente le richieste del movimento di essere riconosciuto come comunità religiosa furono rigettate diverse volte da persone dotate di buon senso. Però spesso il buon senso e la legge sono due cose diverse. E alla fine hanno dovuto riconoscerlo.

Anche perché alla fine, se riesci a sfruttare la legge per fare liberamente i cazzi tuoi, vuol dire che è la legge il problema più grande, perché è fatta col chiulo. Condono docet.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Poi oltre ai soldi c’è anche la questione sottile della “protezione delle comunità religiose” in Svezia, e farsi riconoscere come religione per questa ghenga di tangheri che si definiscono “copimisti” vorrebbe dire anche ottenere una sorta di protettorato continuando a esercitare (e molto probabilmente lucrare su) la pirateria.

Che poi alla fine a me la pirateria mi sta anche simpatica in linea di massima, però è un po’ come il discorso Megavideo, no? Io diffondo materiale soggetto a copyright, però te lo rovino un pochino, e se te lo vuoi tutto per benino mi paghi… ecco, che differenza c’è allora tra te e una mayor? Voglio dire, se ci lucri sopra mi stai sul cazzo, perché dietro a espressioni pompose di “libertà dell’informazione”, “intelligenza collettiva”, “patrimoni intellettuali universali” si nasconde in fondo in fondo, uno stronzone come gli altri.

Poi ci mancherebbe, magari i copimisti sono solo una banda di gonzi, ma io sono dell’idea che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci s’azzecca, quindi diffido.

Per essere definiti comunità religiosa i copimisti si sono dovuti inventare simboli, liturgie e credo, e quindi i loro principi sono: “Copio dunque sono”, “Copiare è cosa buona e giusta”, “L’informazione è sacra e la copiatura è il suo sacramento”. Il credo da pronunciare è: “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti”. I simboli sacri sono CTRL+C e CTRL+V.

No ma gente, non sto esagerando stavolta, eh. E’ davvero così.

Matrimonio copimista: notare la maschera del 'prete', il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Matrimonio copimista: notare la maschera del prete, il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Il 28 aprile dell’anno scorso a Belgrado si è celebrato il primo matrimonio della Chiesa missionaria del Copimismo (che a questo punto vuol dire che è sbarcato anche in Serbia, a dimostrazione del fatto che l’erba più fertile sono le stronzate apocalittiche).

Che poi è il discorso che facevamo l’altra volta sulla Chiesa anglicana, no? Io capisco che uno ci prova a inventarsi una religione per fare i cavoli suoi, nel caso di Enrico VIII divorziare, per esempio, ma è la gente che ci crede che mi sdubbia.

Sì ecco, come si fa a meravigliarci di come ideologie pericolose e folli prendano piede nel mondo, se c’è anche solo un gruppetto che crede in cose come il copimismo?

Bah, comunque, lasciando perdere i malati mentali, i våfflor sono buonissimi, e io sono molto orgogliosa della mia nuova piastra.

E del mio ateismo.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 VÅFFLOR:

  • 125 gr. di burro
  • 270 gr. di farina
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 100 ml di latte intero
  • 500 ml di panna fresca
  • 2 uova
  • 2 dl di acqua fredda di frigorifero
  • 20 cucchiaiate abbondanti di lamponi e marmellata di lamponi (o fragole, o mirtilli, o frutti di bosco, o more)
  • frutti di bosco vari a piacere

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro e farlo raffreddare. Mischiare farina, lievito, zucchero e vanillina in una terrina e aggiungere il latte e 1 dl di panna (il resto andrà poi montato per farcire i våfflor).

Sbattere brevemente le uova e aggiungerle al composto. Aggiungere il burro.

Aggiungere lentamente l’acqua fredda e mischiare.

Coprire e lasciare riposare per una ventina di minuti.

Riscaldare la piastra per våfflor, o una per crêpes, o una padella antiaderente, imburrarla e versare una mestolatina di impasto. Far dorare.

Montare la panna rimasta e versare su ogni våffla un paio di cucchiaiate di panna, un paio di marmellata, e cospargere di lamponi (o le bacche che avete usato).

Våfflor pronti!

Våfflor pronti!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part III): zafferano, demonio e lussekatter

Io loro li amo. Però non hanno riscosso molto successo nelle cene che ho fatto nel Belpa, perché gli italiani si lamentano del fatto che “non sono abbastanza dolci”.

Stica, a me piacciono. Poi sono carini perché grazie allo zafferano che contengono (tra l’altro, ce ne va uno sbotto) sono giallissimi. E poi a me i dolci stucchevoli mi fanno cagare, quindi loro li approvo.

Vi do un avvertimento: se li fate seguendo quasi tutte le ricette italiane che trovate in rete, vi verranno dei mattoni durissimi. Il segreto è la kesella, presente in tutte le ricette svedesi (almeno in tutte quelle che ho trovato io), che sarebbe il nome commerciale del kvarg, nome svedese del quark, non il noto fermione, ma un crucchissimo formaggio che viene spesso tradotto con “ricotta”, ma che in realtà può essere sostituito dal Philadelphia.

Kesella

Kesella

Questo vuol dire che per quanto riguarda le ricette di lussekatter scritte nella nostra nobile favella, la mia ricetta è la meglio di tutte. Non c’è versi.

Da quando seguo le ricette svedesi (rintracciando libri regionali-tradizionali-originali, o siti particolarmente fatti bene, e in qualche caso innestando le ricette tra loro per trovare la migliore, in un’opera di contaminatio filologicamente discutibile ma che si rivela quasi sempre la scelta migliore), la mia viKicucina è infatti nettamente migliorata, e i miei lussekatter non sembrano più fatti di fullerite, ma sono belli sofficiosi.

Quindi ho risolto almeno questo problema della mia vita, ed è già qualcosa.

Bon, i lussekatter sarebbero delle brioscine di zafferano, tipo pagnottine, che sono associate alla festa di Santa Lucia e al Natale.

Ecco, l’eziologia dei lussekatter pare che si ritrovi in una leggenda tedesca del 1600: secondo questa storia, Lucifero ammazzava il tempo graffiando e mordendo dei bambini (facendo la parte del proverbiale gatto attaccato ai proverbiali maroni), e Gesù volle intervenire travestendosi da (o incarnandosi in un, non ho ben capito) bambino.
Siccome Gesù nelle leggende è notoriamente buono, e lo è anche in questa, distribuiva dolcetti ai bambini buoni come lui, e per tenerli lontani dal suddetto gatto-diavolo, faceva sì che fossero dei solini splendenti (perché il demonio al sole reagisce come Maga Magò), e infatti la forma originaria di questi dolci era a solino giallo di zafferano.

Evidentemente Gesù deve essersi detto: “Perché combattere il Male supremo con il disarmo nucleare, la cura per il cancro, o la comunanza dei mezzi di produzione quando puoi offrire in giro dei lussekatter?”. Ognuno fa i suoi errori di valutazione, anche se è il figlio del boss.

Lussekatt fatto a solino/svastica

Lussekatt fatto a solino/svastica

Questo solino stilizzato comunque veniva fatto facendo una croce di pasta e uncinandone i bordi, poi però questo simbolo è diventato inspiegabilmente fuori moda, e la forma oggi più comune (quella che trovate anche nei lussekatter del Pressbyrån) è a S, con un uvetta dentro entrambi i riccioli della S.

Tutta questa storia della luce per tenere lontano Lucifero si riversò allora nella festività della santa della Luce, Lucia, e lussekatter sono stati da allora per sempre associati a Santa Lucia. Talmente indissolubilmente legati che gli stessi svedesi fanno casino sull’etimologia del nome, perché Lusse katter non sta per “gatti di Lucia”, ma per “gatti di Lucifero“, in quanto Lucifer (la in svedese si pronuncia [s]) è abbreviato in Lusse, per lo stesso principio per cui il nome Karl si abbrevia in “Kalle”, il nome Fredrik in “Fredde”, e così via.

Alla fine del 1600 dalla Germania infatti i lussekatter erano stati introdotti in Svezia, inizialmente soltanto nelle regioni intorno al lago Mälaren, in Östergötland e sull’isola di Gotland, e poi nell’ ‘800, quando il culto di Santa Lucia si diffuse in tutta la viKinghia, in ogni parte della Svezia.

Comunque la dimostrazione dell’origine del nome si ha anche per il semplice fatto che in qualche parte della Svezia, questi dolcetti venivano fino a non molto tempo fa chiamati anche dövelskatter o dyvelkatter, viKiforme un po’ arcaiche per indicare “diavolo”.

Sì poi ad ogni modo l’origine del nome continua a essere dibattuta, perché i linguisti non hanno mai una sega da fare, e quindi così, a tempo perso, dibattono.

Alcuni dei modi di modellare i lussekatter

Alcuni dei modi di modellare i lussekatter

Bene, esistono milioni di forme di lussekatter (NB ognuna di esse ha un cazzo di nome), e di varianti (tipo senza uvette ma con la granella di zucchero, con la pasta di mandorle, con la farina di mandorle, etc.), ma la versione che vi posto io è quella più comune. Anche come forma. Se poi volete costruire cose assurde tipo il pane votivo sardo, fate pure, io li ho fatti senza sbatti, visto che sono già indietro sul cibo natalizio e non ho tempo per stracciarmi le balle a fare delle composizioni artistiche.

Le dosi che vi do sono per 34 lussekatter. La ricetta diceva 40, ma io li ho fatti più ciccioni del previsto perché sono ancora una principiante nell’arte del lussekatteraggio, ed è un po’ come le canne, le prime che rolli ti vengono sempre troppo panzute.

Ad ogni modo potete dimezzare tutto se non li avete mai assaggiati, perché appunto, alle altezzose papille italiane non è detto che piacciano, dato che è un sapore davvero ‘estero’. Però provateli, davvero, perché regalano delle emozioni, specie se consumati con il glögg.

Quando vi ho detto che rimangono molto più morbidi del previsto grazie alla scoperta del Philadelphia nell’impasto è vero, però se li conservate a merda si induriscono anche loro, quindi magari metteteli in dei tupperware o in delle bustine. Potete anche congelarli e tirarli fuori all’occorrenza, scaldandoli nel microonde e sbranandoveli avidamente tutti tiepidini.

Non so come io abbia ancora la forza di parlare goduriosamente di cibo dopo questi giorni di fondismo alimentare.

INGREDIENTI PER UNA 40INA DI LUSSEKATTER:

  • 50 gr. di lievito fresco per dolci
  • 150 gr. di burro
  • 1/2 l. di latte intero
  • 250 gr. di Philadelphia
  • 2 uova (uno è per guarnire)
  • 1 gr. di zafferano (no, non avete letto male, è proprio un grammo, frugatevi le tasche che costa tanto)
  • 1 pizzico di sale
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 kg. di farina
  • 80 chicchi di uvetta

PREPARAZIONE:

Sbriciolate il lievito fresco in una terrina. Sciogliete il burro in un pentolino, aggiungete il latte e riscaldate fino a raggiungere la temperatura-dito (37 °C).

Versate lentamente tutto sul lievito fino a sfarlo completamente. Aggiungete un uovo, il Philadelphia, lo zafferano, lo zucchero e il sale. Mescolate con le fruste elettriche e aggiungete la farina.

Vi verrà una cosa parecchio appiccicosa, ma voi fregatevene, ungetevi le mani con un po’ d’olio e impastate bene. Coprite con un canovaccio e fate riposare per 30 minuti.

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Infarinate un piano e metteteci l’impasto. Dividetelo in 4 parti e da ogni parte ricavate 10 striscioline abbastanza sottili (tipo un centimetro e mezzo di diametro). Fate una S con ogni strisciolina arricciando bene le estremità su se stesse (come nella foto) e mettete un uvetta al centro di ogni ricciolino. Fateli abbastanza sottili perché gonfiano un casino.

Coprite di nuovo con un canovaccio e fate riposare altri 30 minuti.

Nel frattempo scaldate il forno a 225 °C.

A questo punto ricoprite una teglia di carta da forno e appoggiate pochi lussekatter, distanziandoli parecchio tra loro perché continueranno a gonfiare durante la cottura. Vi serviranno diverse infornate, sappiatelo.

Con l’altro uovo spennellateli uno ad uno e infornare per circa 10 minuti, quando avranno un bel colore marroncino chiaro sopra e giallo ai bordi.

Fate raffreddare sotto un canovaccio e riponete in contenitori ermetici.

Lussekatter pronti!

Lussekatter pronti!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part I): operazione Natale, città di biscotto e pepparkakor

Il Natale (in svedese jul) si avvicina e, nonostante quest’anno io sia più Grinch del solito, non potevo certo non parlarvi del Natale svedese.grinch

Il Natale in Svezia comincia presto. A novembre già si trova nelle vetrine dei negozi tutto il Christmas merchandising di cui (non) si ha bisogno: lucine, alberini, babbinatalini, corettini, etc., e poi la neve rende sempre tutto più nataloso.
Capita anche che ci sia a giro qualche banchetto improvvisato: una volta al supermercato beccai un buffet di Natale completamente gratuito e mangiai come una scrofa, fu una delle giornate più belle della mia vita (ci vuole poco a rendermi felice, e il cibo gratis è una garanzia).
Oppure i mercatini per strada, con tanti animali pelosi e bambini imbacuccati che strillano per fare un giro in pony (che gli svedesi chiamano ponny).

In realtà il Natale in Svezia (e credo anche in Norvegia e Danimarca) non è il 25 dicembre come nel resto del mondo. E’ il 24. Così, per andare in controtendenza.

Però io avrei da dirvi tante cose sul Natale in Svezia, perché l’anno scorso mi sono fatta il vero viKristmas, e quindi devo divulgare la mia scienza, però voglio anche postarvi in fretta questa ricetta, per cui rimando le spiegazioni sul Natale ad altri post (neanche nel prossimo ve ne parlerò, in realtà), ammesso che ve ne freghi qualcosa.

Tanto non importa che ve lo spieghi prima di Natale, no? Posso spiegarvelo anche dopo.

Comunque per Natale va da sé che ci siano piatti tradizionalerrimi, e qui arrivo io. E per tenermi al passo con questo stupido clima di festa (io ooooodio le feste), dovrò pubblicare i miei post a un ritmo un po’ più serrato.

Ma tanto a Natale a Natale si può fare di piùùù, e quindi questo è il mio regalo per voi (pensate un po’ che culo, quasi come il regalo-pacco del pigiamone di pile anti-vita sessuale che puntualmente a ogni Natale arriva a tutti).

E’ stata la mia consulente di strategia e marketing Laisa (quella che a suo tempo ribattezzò le chokladbollar “palle di merda”, proprio lei) a suggerirmi di sbombolarvi di post natalizi. Per i reclami, potete scrivere a me e io vi lascio il suo numero di telefono, così cazziate lei.

Insomma, io ci provo, poi non garantisco, anche perché tra un cazzeggio e l’altro dovrei anche scrivere una tesi, così a tempo perso, per cui non posso passare tutte le giornate a scrivere stronzate sulla Svezia, capitemi. Però ecco, se scrivo post brevi e non particolarmente ispirati è perché punterò sulla quantità e non sulla qualità, a differenza di quando non è Natale, che non punto né sull’una né sull’altra.

Allora, per avere en riktig svensk jul (che sarebbe letteralmente “un Natale svedese vero e proprio”, ma che io per licenza poetica definirei “un viKinatale coi cazzi“) è obbligatorio avere i biscottini speziati, quelli di solito fatti a omino come Zenzy di Shrek, in svedese pepparkakor, accompagnati preferibilmente dal glögg.

Lo so che le danze maori non c’entrano una sega, ma ho trovato un video su Youtube con gli omini di pan di zenzero che fanno l’haka tipo gli All Blacks, e sono quanto di più dolce abbia mai visto, per cui ve li posto lo stesso, tanto il blog è mio e me lo comando io (come si diceva all’asilo). Oltretutto, vi prego di notare il dettaglio geniale del biscottino che, preso dalla danza, si stacca un bottone da solo al secondo 00:23.

Right. Il pan di zenzero, ovvero l’impasto speziato dei biscotti, fu portato in Europa da tale Gregorio di Nicopoli, un monaco armeno che nel 992 insegnò la ricetta ai preti di Pithiviers, cittadina nel centro della Francia. I francesi poi insegnarono a fare i biscottini ai tedeschi, che durante il 1300 li esportarono in Svezia.

In Svezia si sa per certo che i pepparkakor furono preparati nel ‘300 per il matrimonio tra il re Magnus Eriksson (Magnus IV di Svezia) e Blanka av Namur (meglio conosciuta per aver dato il nome ad una Weiss belga, la Blanche de Namur). E anche nel ‘500 abbiamo notizie sui biscottini da nientepopodimeno che (rullo di tamburi) Gustavo Vasa, proprio lui, che scrisse a Germund Svensson a proposito di una nave che aveva fatto naufragio (oh, le navi svedesi probabilmente erano guidate da tanti Skettinsson, perché si sfracellavano sempre) e tutto il carico di pepparkakor era andato ai pesci. Che carino Gustavo, tutto preoccupato per i biscottini.

Ancora durante il ‘500, perfino il re della viKiunione di Danimarca-Norvegia-Svezia, Giovanni di Danimarca, per gli amici Hans, si faceva commissionare dal medico personale casse e casse di biscottini per curare il suo brutto carattere. Ecco perché io sono incazzosa, perché non mangio abbastanza biscotti. Urge rimedio.

Documentazioni su un vero e proprio mercato di biscottini risalgono al ‘700, in cui questi venivano venduti in monasteri, mercati rionali e farmacie (perché dice combattessero l’indigestione; poi certo, se te ne sgonfiavi 20 kg magari l’indigestione ti veniva, e allora ti toccava inventare un’altra cosa che facesse passare l’indigestione da biscottini allo zenzero, e così via).

In Svezia hanno perfino un giorno dedicato ai pepparkakoril 9 dicembre, e io sinceramente non so che cosa voglia dire… boh, forse se ne mangiano di più, forse si prega un dio biscottone, forse ci si traveste da gingerbread man, non lo so, ma mi piace tempestarvi di informazioni a caso.

Comunque con la pasta dei biscotti, oltre alle solite forme come omini, stelline, peni, cerchi (per gli sfigati che non hanno le formine e lo fanno con i bicchieri), ci si può fare una bellissima casetta, la pepparkakshus. E io volevo anche farvela, però è una menata: si devono misurare precisamente tutti i lati della casetta, incastrarli l’uno nell’altro e poi fissarla con lo zucchero caramellato, che puntualmente mi si brucia e fa cagare.
Con tutto il bene che vi posso volere, non avevo voglia di fare la casetta, vi ho fatto gli omini e vi accontentate.

La Pepperkakebyen a Bergen

La Pepperkakebyen a Bergen

Però per amore di cultura vi informo che a Bergen, in Norvegia, ogni anno dal 1991 costruiscono una città di pan di zenzero (la Pepperkakebyen), con le casette, gli omini, le chiese, il treno, i ponti, le barchette, etc. (eh beh, quando si hanno 20 minuti alla settimana di orario lavorativo, con 961 giorni di ferie pagate l’anno, capita che per ingannare il tempo si costruiscano città di pasta di biscotto, che ci volete fare).

La cosa figa di questi biscotti è che l’impasto lo potete fare tutto in una volta sola, dividerlo in vari pezzetti, e surgelarlo. E poi, quando siete particolarmente presi bene, tirate fuori i pezzetti e li preparate.
Comunque nel frigorifero l’impasto si mantiene per una decina di giorni, quindi potete tranquillamente fare una pausa tra una mandata e l’altra. Anzi, è ancora meglio tenerli qualche giorno nel frigo prima di farli, così sono più speziosi.

In Svezia al supermercato troverete l’impasto per i biscotti già bell’e pronto, però insomma, io vi avverto, nel 2002 hanno trovato tracce di sostanze cancerogene nell’impasto preconfezionato, nello specifico l’acrilammide, per cui se avete voglia di perderci un po’ di tempo e farveli da voi è anche meglio. Anche perché sinceramente io non capisco, cazzo… allora, o non vuoi sbatterti a cucinare, e te li compri già fatti in scatola, che sono buonissimi lo stesso, o mischi due stronzate e in 10 minuti hai fatto l’impasto. L’impasto pronto, che tanto devi comunque stenderlo, farci le forme e cuocerlo, non lo concepisco. Davvero.

Ho una curiosità: nel 2006 l’astronauta svedese Christer Fuglesang ha offerto ai suoi colleghi nonché compagni di viaggio, rigorosamente nello spazio, un tipico pranzetto svedese, e insieme all’alce e allo knäckebröd, ci ha infilato pure i pepparkakor. Simpatico, vero?

INGREDIENTI PER UN CENTINAIO DI BISCOTTI:

Per i biscotti:

  • 300 gr. di burro
  • 400 gr. di zucchero
  • 1 dl sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaio di zenzero in polvere
  • 2 cucchiai di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere (o una 40ina di chiodi di garofano sbriciolati)
  • 2 cucchiaini di cardamomo
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • 2 dl. d’acqua
  • 1 kg di farina

Per la ghiaccia reale:

  • 1 albume d’uovo
  • 200 gr. di zucchero a velo
  • il succo di mezzo limone
  • colorante alimentare (opzionale)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro in un pentolino. Aggiungere lo zucchero e lo sciroppo d’acero e mescolare.

Aggiungere le spezie e il bicarbonato, e continuando a mescolare aggiungere l’acqua. Aggiungere la farina e impastare bene, dando qualche pugno alla palla di impasto (così vi sfogate anche).

Avvolgere con la pellicola e far riposare una notte in frigorifero.

Stendere la pasta sottilissima (un paio di millimetri circa) e fare tutte le formine che volete.

Preriscaldare il forno a 200-225 °C.

Mettere un foglio di carta da forno su una teglia molto piatta e cuocere nel ripiano medio. Ricordatevi di farli raffreddare prima di smuoverli, e di non appoggiare la nuova mandata sulla teglia calda, altrimenti vi si spezzano.

Quando i biscotti saranno pronti montare a neve l’albume e aggiungere il succo di limone e lo zucchero a velo setacciato. Mescolare, aggiungere l’eventuale colorante (dividere le parti se volete avere più colori) e mettere la glassa in una sac à poche, o un un cono di carta, o in una siringa a cui avrete tolto l’ago. Decorare i biscotti a piacere.

Pepparkakor pronti!

Pepparkakor pronti!

Buon appetito!

I.

La jordgubbstårta e il posto delle fragole iperuraniche

Mi ero ripromessa di aspettare un po’ a cucinare un altro dolce. Giuro.

So che le mie ricette sono sbilanciate, e che magari avrei dovuto fare qualche bevanda o qualche salsa per riequilibrare un po’ la situazione, ma vedete, io ho una convinzione… Fare i dolci è un esercizio filosofico per affinare la nostra capacità di cogliere l’essenza spirituale del Cosmo.

Avete presente Platone e la teoria delle Idee? Ecco, secondo me nell’Iperuranio esistono milioni di dolci perfetti e immutabili, compiuti in se stessi, incorruttibili e in armonia col tutto. E poi invece, nel mondo terreno, ci sono i dolci reali, quelli incarnati in calorie e cristalli di zucchero, che cercano di imitare i dolci ideali ma hanno sempre qualcosa che non va (troppo cotti, troppo poco cotti, troppo dolci, troppo poco dolci, troppo duri, etc.). E attenzione, questo discorso vale solo per i dolci… gli altri piatti possono essere buoni anche nelle loro varianti più o meno casuali. I dolci no. Dei dolci esiste sempre una e una sola variante chimerica assolutamente perfetta.

Gli uomini poi, che conservano dentro se stessi il ricordo del Grande Padre Dolce del mondo delle Idee, provano a creare dolci che riescano ad essere perfetti come lui, senza però riuscirci mai. L’essere umano è stupido, e sa che sarà impossibile creare un dolce che abbia il sapore e l’aspetto di quello che corrisponde alla sua Idea, eppure, nonostante sia a conoscenza della sua limitatezza, ci prova ugualmente, per quell’animo tutto umano che ti spinge a fare stronzate quando sai benissimo che sono stronzate.

Bene, oltre a ciò, all’interno del genere umano c’è un essere ancora più stupido (ehm… io) che si rifiuta di pensare che creare un dolce iperuranico sia impossibile. Anzi, questa gentile pulzella è addirittura convinta che un giorno ci riuscirà. Che creerà un dolce soprasensibile che si discosti dalla sua monca e deludente entità fenomenica. E quindi inforna e sforna a manetta, perché ci si diverte un casino e perché quando le girano le balle vorticosamente, niente la rilassa di più che impastare, imburrare, infornare e respirare l’aria zuccherosa e calda, gonfia di pensieri piacevoli e di dolci aspettative.

Credo di avere perfino sfiorato il successo una volta nella vita (recentemente, oltretutto), ma non era un dolce svedese, era un upgrade della Sachertorte (sì, è possibile aggiornare perfino lei al giorno d’oggi), quindi chevvoodicoaffà?

E insomma, zero voglia di fare delle stupide salse, che mi impazziscono e poi non so dove metterle perché a me le salse mi stanno sul cazzo. Vi beccate il dolce e state zitti.

Oltretutto vi propongo anche una torta che fa la sua porca figura, la jordgubbstårta, ovvero “torta di fragole“.

Ecco, ma facciamo tipo la ghigliottina di Carlo Conti, no? Io vi do due paroline e voi mi trovate una terza parolina che racchiuda per associazione mentale il senso delle altre due, ok? Fragole e Svezia… Svezia e fragole…

Esatto, Bergman e Il posto delle fragole.

Come succede per la maggior parte dei film e dei libri per gente-di-un-certo-livello, Il posto delle fragole ha una trama abbastanza semplice: vecchio va in macchina a ritirare premio.
E questo perché l’importante non è l’intreccio, ma le seghe mentali che corredano l’intreccio, e lo potete fare davvero per tutti i classiconi. E’ tra l’altro un divertente esercizio per affinare le vostre capacità di sintesi.
Per i libri: Delitto e castigo, Dostoevskij, uomo ammazza due vecchie, poi gli dispiace; Madame Bovary, Flaubert, moglie fa corna a marito perché intrippata sugli Harmony, Furore, Steinbeck, famiglia povera dell’Oklahoma va in California per cercare lavoro, etc.
Oppure per i film: Il Monello, Chaplin, bimbo abbandonato mette la gente nei casini; Umberto D, De Sica (De Sica quello buono eh, non quello cattivo), uomo non riesce a pagare affitto e in più ha cagnolino che complica le cose; Amici miei, Monicelli, quattro amici fanno i cazzoni a giro, etc.

Insomma vedete? Eppure vi ho comunque preso dei capolavori.

Bene, anche a Bergman interessa come dire le cose, più che cosa dire, che poi in ogni linguaggio artistico, secondo me, il come e il cosa sono la stessa faccenda, ma vabbè.
Ad ogni modo se escludete Il Settimo Sigillo, dove un omino gioca a scacchi con la morte (e quindi basterebbe già solo l’intreccio a definire il film ‘geniale’, anche se la conversazione tra i due fosse basata su discorsi-Facebook tipo “in Spagna protestano e noi in Italia a comprare l’i-Phone”), noterete come Bergman da un intreccio base tiri fuori meditazioni estreme, problemi esistenziali, scontri con il passato, rielaborazioni di vita, e tutte queste cose pese che vi lasciano con quella strana voglia che aveva la Rettore…

…no animali, non la voglia del cobra, quella della lametta.

Quindi, immaginatevi il viaggio del vecchietto ne Il Posto delle Fragole, soprattutto quando decide di far salire tre giuovinciuelli a bordo della sua macchina, che lo mettono prepotentemente a confronto con la sua passata giovinezza, che non c’è più, non tornerà più, basta, finito (e qui, appunto, intanto uno si prepara un bel nodetto scorsoietto che non si sa mai, può sempre servire).

In macchina c’è anche la nuora con cui lui ha un bellissimo rapporto ma che non se la ripassa benissimo col marito (ovvero il figlio del professore), poi a un certo punto c’è una coppia pallosa che litiga e che viene buttata fuori dalla macchina, insomma, umanità varia ed eventuale che compone, assieme ai ricordi di affetti passati e amori sbiaditi, un mosaico di vita che stimola il professore alla riflessione esistenziale.
E però insomma, caro prof. Isak Borg, tu ci potevi anche pensare prima, no? Dal momento che hai 350 anni ormai con i bilanci ti ci puoi anche pulire il chiulo.

Bo, forse è questa quella che chiamano ‘la saggezza della vecchiaia‘… ripensare alle cazzate fatte da giovani, sapere come risolverle e come comportarsi facendo sì che non siano cazzate, ma non poter più farci nulla proprio in quanto vecchi.
Se sei giovane fai cazzate perché sei giovane, se sei vecchio sai come non fare cazzate ma non fai più una sega perché sei vecchio.

Mi sto deprimendo, torniamo alle fragole.

Fragoline & Fragolone

Ecco, perché il film si chiama Il posto delle fragole?
Dunque, innanzitutto c’è un misunderstanding nella traduzione, perché il titolo vero e proprio letterale sarebbe Il posto delle fragoline di bosco (Smultronstället = smultron “fragoline di bosco” + stället = “luogo”).
Però convenite con me che avrebbe perso davvero di poeticità, sarebbe stato un po’ come avere, che so, Il tempo delle Granny Smith o La piressia ondulante del sabato sera: noi siamo il paese di Leopardi, dell’indeterminatezza, della poetica dell’indefinito e del nebuloso. A noi il tecnicismo, il linguaggio sintetico, il lessico univoco e preciso, ci stanno sul cazzo, va bene?!

E comunque “smultronstället”, oltre a essere il posto dove la cugina andava a raccogliere le fragoline (e che il professore ricorda perché insomma, “non c’è cosa più divina…”), in svedese è espressione idiomatica per indicare un momento del passato a cui si guarda volentieri per poterlo rivivere con il pensiero, una specie di rifugio mentale.

Insomma, niente a che vedere con le nostre jordgubbar, banalmente “fragole”.
In svedese moderno letteralmente sarebbero i “vecchietti di terra” (jord = “terra”; gubbe “vecchietto”), però è un’etimologia anacronistica, perché la parola risale al primo ‘800, quando gubbe significava “zolla”… Non so perché le abbiano definite “zolle di terra” le fragole,  davvero, non ne ho idea.

Comunque questa torta sarebbe sostanzialmente una gräddtårta (“torta di panna”) nella sua variante notevolmente più famosa, che prevede le fragole. Potete però sostituire le fragole e la marmellata di fragole con altri frutti di bosco, o anche fare accostamenti un po’ più azzardati tipo… bo, ananas, kiwi, non lo so, sperimentate. Anche con le pesche deve essere buona.

Importante: vi serve la vaniljsås per questa ricetta, quindi pensateci prima quando fate la spesa. Dimezzate la ricetta della vaniljsås che vi ho dato io usando comunque un uovo (più densa è e meglio è). Anzi no, ci ho ripensato, vi sfido a usare mezzo uovo, voglio proprio vedere come fate.

E così, giusto per concludere, vi butto lì due cosette solo per mostrarvi che io la cultura la so: il professore de Il posto delle fragole è magistralmente interpretato da Victor Sjöström, attore e regista, padre del cinema svedese, maestro dello stesso Bergman, che in gioventù aveva diretto tra le altre cose Il carretto fantasma, un film muto degli anni ’20 bellissimo, fatto con delle tecniche strainnovative per l’epoca, e tratto da un libro di Selma Lagerlöf. Bellissimo anche il libro.

INGREDIENTI PER 8 PERSONE:

Per la base della torta:

  • 4 uova
  • 150 gr. di zucchero
  • 60 gr. di farina
  • 70 gr. di fecola di patate
  • 1 bustina di lievito in polvere

Per il primo ripieno (oh yes, ne ha due):

Per il secondo ripieno:

  • 1 dl. di panna fresca
  • 100 gr. di marmellata di fragole
  • 250 gr. di fragole tagliate a pezzettini

Per guarnire:

  • 3 dl. di panna fresca
  • circa una decina di fragole
  • due manciate di gocce di cioccolato bianco

PREPARAZIONE:

Far riscaldare il forno a 175 °C.

Imburrare e infarinare una tortiera di circa 26 cm. di diametro.

Sbattere le uova con lo zucchero e aggiungere poi farina, fecola e lievito. Mescolare finché l’impasto non sarà omogeneo e infornare nella parte bassa del forno.

Far cuocere per circa 40 minuti.

Togliere la torta dal forno e farla raffreddare sotto un canovaccio.

Tagliare la torta in tre strati, facendo i due tagli di modo che le parti siano più o meno grandi uguali (vi conviene tagliare tutto intorno con un coltello ben affilato e poi quando i bordi sono tagliati, tagliare via il centro).

Cospargere lo strato più basso di vaniljsås.

Appoggiate il secondo strato sulla torta e cospargetelo di marmellata di fragole. Passate i pezzettini di fragola nel mixer e aggiungete anche quelli, e poi anche la panna ben montata.

Aggiungere l’ultimo strato cospargendo di panna l’intera torta, lati compresi.

Tagliare via la parte verde alle fragole, tagliarle a metà e guarnire la torta come preferite. Cospargere poi di gocce di cioccolato bianco.

La torta è strapiù buona se la servite dopo 5/6 ore di frigorifero.

Jordgubbstårta pronta!

Buon appetito!

I.