Kose kimike, Alfred Nobèl e rödkål

Via, oggi post storico. Mi c’è presa benone, e poi ho scoperto un fatto interessante che riguarda un personaggio svedese.

L’altro giorno infatti il mio brit-amico Philip mi ha raccontato la storia di Alfred Nobel e io ho sentito il bisogno di condividerla col mondo.

Alfred Nobel giovane

Alfred Nobel giovane

Innanzitutto, per chi se lo fosse chiesto almeno una volta nella vita, Nobel si pronuncia Nobèl. Io, prima di avere una seppur vaga idea sulla pronuncia dei cognomi svedesi, dicevo Nòbel; e lo dicevo come silenziosa vendetta personale contro l’anziana francesizzazione del tutto che affligge la mia famiglia, mia madre soprattutto.

Sono sicura che avete anche voi madri che prendono il tassì se non hanno trovato il metrò e che vanno su otmèil di defòl (anche se la parola che mi sconquassa i testicoli in misura maggiore è il rallì). Bene, Nòbel era il mio personalissimo modo di schierarmi.

Ora, capitemi, io non sono una fan dell’anglismo (ecco, per intendersi, gli sciampisti che si definiscono hairstylist mi fanno anche un po’ ridere), però il mio punto è questo: hai preso parole da chi, per una ragione o per un’altra, era più ganzo di te (di solito aveva anche parecchi più quattrini), che siano i francesi e le loro puttanatine snob, o gli ammerigani e le loro cugiate, sempre il cugino scemo sei, se no non avresti usato le loro parole. Perché ostinarsi a vivere nel passato? Gli americani hanno vinto gente, mi dispiace anche a me tanto ma è così.

È per questo che noi gggiovani parliamo l’inglese, mangiamo i pancake, suoniamo il rock and roll (o i più stinfi di noi il jazz) e guardiamo BrechinBed. Se fosse andata diversamente avremmo dovuto impararci una lingua dalla grammatica caccosa, avremmo suonato la balalaika, guardato qualche telefilm tristissimo con gente vestita di merda e mangiato brodaglie di sterco equino e barbabietole. Via, almeno per il cibo la guerra fredda ha avuto un esito conveniente.

Comunque tutto ‘sto pippone per dirvi che…?

Che avevo torto.

Alfred si chiamava Nobèl. Mamma avevi ragione. STAVOLTA.

FincheceguerracesperanzaPraticamente il Nostro nasce nel 1833 e cresce in una famiglia dedita al nobile mercato di armi&esplosivi come Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”. Alfredino quindi, pieno zeppo di piccioli familiari, riceve un’educazione molto sofisticata dimostrando spiccate capacità nella chimica. Gira per il mondo imparando tecniche chimico-belliche da vari paesi (tra cui Italia, Francia e Stati Uniti), mentre il solerte babbino arma la Russia fino ai denti per la Guerra di Crimea (evidentemente non abbastanza perché la Russia, lo si sa, ne uscì piuttosto malino).

Alfred torna a casa e perfeziona bombe su bombe, con aggiornamenti su detonatori e altre synpatiche cose, insieme ai dolci fratellini (tipo “I cugini Merda”), uno dei quali muore a causa di un’esplosione.

Ma insomma via, incidenti di percorso, gli altri fratelli Merda, Nobel incluso, continuano a creare strumenti di morte. In questi esperimenti Alfred è abbastanza scocciato dal fatto che la nitroglicerina sia particolarmente instabile e abbia la fastidiosa tendenza a scoppiare a caso, per cui, utilizzando polvere inerte composta da farina fossile, rende l’esplosivo solido, e quindi più maneggevole e stabile e meno pericoloso per chi ci traccheggia (non per chi ci deve morire scoppiato, ovviamente).

Et voilà. La dinamite, brevettata nel 1867.

Dinamite

Dinamite

Alfred è un divo a ‘sto punto, apre laboratori ovunque (anche in Italia) e diventa ricchissimo. Inventa poi anche la gelignite, già che c’è, un esplosivo gelatinoso ancora più stabile e potente della dinamite, e poi la balistite, la cordite, e altre stronzoliti varie, dimostrando che non ci sono ragioni scientifiche per cui le bottigliette d’acqua in aereo vanno buttate perché potrebbero essere esplosive, perché gli esplosivi sono in ogni forma.

Ma attenzione, nel 1888 muore un altro fratello.

KA-BOOM.

Questo episodio cambierà la vita di Nobel (e in un certo senso anche quella del mondo) forevah and evah.

Le Figaro infatti, sbagliando fratello, convinto della morte di Alfred, pubblica un necrologio molto aspro e critico, dal titolo Le marchand de la mort est mort, che continua con: “Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri”.

Nobel allora ha un’epifania (della serie, ti serviva il Figaro, perché da soli è difficile capire che le bombe fanno la bua) e, come se avesse visto lo spirito dei Natali futuri, vede come sarà ricordato dopo la sua morte.

Testamento di Alfred Nobel

Testamento di Alfred Nobel

Nel 1895 quindi sottoscrive il suo testamento: non appena morirò date tutte le mie immense ricchezze e il mio nome a un’istituzione che premi, stimolandola, la ricerca nella scienza e in tutte le discipline che rendono l’uomo l’Uomo.

Una paraculata alla svedese, via. Alla fine vediamo che la Svezia ce l’ha da diverso tempo questa cosa di essere enormi produttori e venditori di armi distruttive ma anche la pretesa di essere ricordati come grandi pacioccolosi pacifici (qui una riflessione sulla viKibelligeranza).

E parlando di chimica, la sapete una cosa figherrima che ho scoperto di recente? Si possono fare cartine di tornasole con il cavolo rosso.
Sì perché il cavolo rosso è ricco di flavonoli e antocianine, antiossidanti, solubili in acqua e usate un sacco per fare coloranti alimentari, ma soprattutto che cambiano colore mostrando l’acidità delle sostanze.

Vi spiego meglio con un esperimentino bellino: fate a pezzetti piccoli un cavolo rosso e fatelo sobbollire in acqua. Raccogliete l’acqua di cottura (che sarà diventata tipo porpora). Poi mettete questo liquido diluito con acqua in tanti bei bicchierini e mettete diverse sostanze per vedere il cambiamento di ph: tipo, con un po’ di succo di limone (ph 2-3) dovrebbe diventare molto rosso, mentre con un po’ di bicarbonato (ph 8) dovrebbe diventare blu, con l’ammoniaca (ph 10) dovrebbe diventare verde, e con la soda caustica (ph 12) dovrebbe diventare giallo. Insomma… GANZO!

phE il cavolo rosso non è solo chimicamente molto ganzo, ma è anche bono.

Ad esempio ci si può fare una sifiziousa ricettina con mele, cipolle e miele che rende il cavolo ‘nu babbà, e questo innanzitutto è un piatto immancabile nel buffet di Natale (per altri piatti vedi qui, qui, qui, qui, e qui), e poi è una buona scusa per far mangiare il cavolo ai bimbi.

Oddio, dipende che bimbi.

Io ho sempre avuto un’idiosincrasia per quelle famiglie che vanno al ristorante, e mentre mamma e babbo mangiano piatti “di ristorante”, ai bimbi vengono portate le penne alla pomodoro. Cioè no minchia, bordello.

Sarà che io da piccola, nelle rare occasioni in cui andavo al ristorante con i miei genitori, se il cameriere ignaro si azzardava a pronunciare “alla bimba?“, mi impuntavo stizzita e ribattevo con la vocina bianca: “la bimba ha letto sul menù del giorno ‘astice alla catalana’, ecco, quindi alla bimba le porti quello e delle tronchesine per spezzargli le chele, grazie”.

Le penne al pomodoro al ristorante… Tsè.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 st  cespo di cavolo rosso (circa 1/2 chilo)
  • 1 cipolla rossa
  • 1 mela
  • 3 cucchiai di miele
  • 2 cucchiai di  marmellata di ribes (o lamponi)
  • 1 cucchiaio raso di aceto di mele
  • 2 chiodi di garofano tritati (mezzo cucchiaino)
  • 1 dl  d’acqua
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.

PREPARAZIONE:

Tagliare il cavolo, la cipolla e la mela a pezzetti molto piccoli e metterli in una pentola grande.

Aggiungere il miele e la marmellata.

Aggiungere aceto, acqua e chiodi di garofano.

Coprire, mettere a fuoco basso e cuocere per minimo un’ora. Ma il concetto è che più cuoce e meglio è.

Aggiustare di sale e di pepe.

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Buon appetito!

I.

Ti va un po’ di västerbottenpaj? Sujshhhh

Lo sapete da quanto tempo ho questo post in canna? Da tre anni. Questa è stata una delle prime ricette che ho fatto e uno dei primi argomenti di cui volevo parlare.
Perché non l’ho fatto? Perché all’epoca sapevo molto meno di linguistica e molto meno di svedesi; adesso ho intervistato persone e sfruttato le mie conoscenze in materia e questo articolo risulta molto più sensato di quanto sarebbe apparso se lo avessi scritto tre anni fa.

Che storia gradevole, vero?

Bene. Tempo fa è diventato virale un video su come dicono “sì” a Umeå, che è esattamente ciò di cui volevo parlare io. Per cui un po’ mi sono maledetta per aver aspettato tutto questo tempo, se no poi pensate che copio, invece è il mondo che copia me.

copiareAd esempio il 10 luglio 2015 è uscito un articolo su apogeonline che parla di Svezia, di Expo, di Ikea, di cucina e cibo svedese e il titolo dell’articolo è “Non solo polpette“. Ora, caro giornalista P.C., io so perfettamente di non aver inventato la dicitura “nonsolo-x” (ad esempio, un programma di canale 5 per menti illuminate si chiamava “nonsolomoda” e partì nel 1984), quindi so che il mio è un caso di buo alla ‘onca, come si suol dire, o acqua calda, che dir si voglia; però ecco, se posso darle un consiglio, a parte quello di evitare espressioni logore come “idee e soluzioni che spopolano”, robe fastidiosamente e inutilmente inglesi accompagnate da pensieri arcaici come “essere maker si declina anche in donna e cucina” o battutine tristissime come “sfida all’ultima vite”, io darei un’occhiata a Google ogni tanto, perché è brutto non riuscire a essere originali, ma ancora più brutto è essere sgamati.
Ovviamente, se il titolista non è lei, mi scuso sulla parte dell’originalità (i consigli sullo stile valgono sempre, invece), che può girare lei personalmente alla persona che così alacremente ha composto il nome del mio blog per dare un titolo al suo articolo.

Ecco, il video virale su Facebook è invece molto carino, ed è diventato virale sia perché carino sia perché tratta di un fenomeno interessante. Perchè nel Nord della Svezia, (anche se non ho la minima idea di quali siano le isoglosse di questo fenomeno, chiederò in università e vi informerò) per dire di sì si ciuccia l’aria.

Linguisticamente il “ciucciare l’aria” sarebbe il prudurre un suono ingressivo polmonare, ovvero la cui articolazione comporta immissione d’aria invece che emissione. In italiano a questi suoni corrispondono fenomeni paralinguistici, ad esempio se vi spaventate, se vi stupite particolarmente, se piangete, se vi fate male, se trombate selvaggiamente, molti dei vostri gemiti verranno articolati immettendo aria nei polmoni.

Questa ha sicuramente prodotto un suono ingressivo pomonare

Questa ha sicuramente prodotto un suono ingressivo pomonare

È molto raro che suoni ingressivi polmonari entrino stabilmente nell’apparato fonematico di una lingua, anche se in Botswana e Namibia esiste una lingua chiamata !xóõ contraddistinta dalla presenza di suoni “clic”, schiocchi di lingua, molti dei quali ingressivi polmonari. Il punto esclamativo all’inizio del nome non è perché volevano chiamare la loro lingua col nome più figo del mondo, ma rappresenta un clic centrale alveolare, che sarebbe in pratica il versetto che si fa per chiamare i gatti. Chissà perché coi cani non funziona.
L’anno scorso qui a Malmö nel Pildammsparken ho visto un bellissimo concerto dei COTA Youth Choir della Namibia, dove cantavano con tutti questi schiocchi. Una roba fantastica. Cercatevi qualcosa su YouTube, sono davvero bravissimi.

Ad ogni modo, in Svezia, spesso si dice sì inghiottendo l’aria. “Sì” si dice ja o jo (jo è come si in francese, ovvero risponde a domanda negativa, o comunque quando l’affermazione suscita sorpresa): provate a dire ja o jo aspirando invece che espirando e avrete fatto un vero viKisuono. È un “sì” connotato, ovvero è usato in conversazione per segnalare partecipazione, accordo e per invitare il parlante a continuare il discorso. Io però, che non lo sapevo, le prime volte pensavo che questa gente si spaventasse in continuazione.

Ecco, nel Nord però vanno oltre.

Il suono non è solo ingressivo polmonare, ma è una vera e propria inalazione. Secondo me è un naturale proseguimento dello jo ingressivo tipico di tutta la Svezia: nel Nord con il tempo devono aver perso ogni tipo di vocalizzazione, la “jo” si è trasformata nella posizione delle labbra per la produzione di vocale posteriore chiusa arrotondata e alla vocalizzazione ingressiva si è sostituita soltanto l’inalazione.

Ma queste sono mie speculazioni, ecco perché sono felice di aver scritto questo post adesso che la mia nerdezza è perfino più grande di prima.

Comunque qui vi linko il video carino, poi mi dite se avete qualche teoria linguistica su tutto ciò. Qui c’è invece c’è un altro video, che sarebbe una pubblicità della Norrlands Guld, una birra bionda del Norrland. I pubblicitari della Norrlands Guld come strategia comunicativa propongono stereotipi divertenti sulla vita nel Nord, i cui abitanti sono visti come degli orsoni poco comunicativi ma di buon cuore, mentre spesso gli stoccolmesi sono visti come fastidiosissimi fashion addict.
Il video che vi ho linkato rappresenta una parodia di un intero dialogo fatto esclusivamente di “sujshhhh”.

La ricettina che vi posto quest’oggi si riferisce a quanto detto perché viene direttamente dalle lande desolate del Nord, ovvero dalla regione del Västerbotten. Prodotto DOCG di questa regione è il Västerbottensost, cioè “formaggio del Västerbotten”, di cui vi avevo accennato qualcosina qui.

Västerbottensost

Västerbottensost

È preparato in un solo caseificio nella ridente Ånäset, sperduta località abitata da 600 persone il cui monumento cittadino è un tagliaformaggio gigante (giuro).
È di mucca, ha dei piccolissimi forellini e la pasta è grassa e granulare, più untuosa di quella del parmigiano. BUONISSIMO.
È immancabile alla festa del gambero di fiume, ovvero Kräftskiva (leggi qui), dove è sempre sulla tavola. Accompagna sempre anche la zuppa di finferli (qui). Insomma, é un vero viKiprodotto.
Dal momento che è realizzato da un solo produttore (no ma bello eh, fateli tutti i vostri discorsoni su come il prodotto sia autentico, tipico, contro l’omologazzzione: si chiama monopolio) costa un casino di soldi, per cui può piangere un po’ il cuore a grattugiarlo e farci una torta salata. Però vi assicuro che merita.

Ah, e già che sono in vena di polemiche: “grattugiare” con una G sola. Fate una ricerchina linguistica: date un’occhiata sui vari siti di cucina, e state pur sicuri che un’altissima percentuale di persone scrive “grattuggiare” con due g.
Se cercate su Google troverete ben 42.400 risultati alla parola “grattuggiare”…

Ora dico, la vogliamo smettere? Lo vogliamo imparare questo itaGliano? Nanni Moretti è stato chiaro su questo punto: chi parla male, pensa male e vive male.

Grattuggiare ‘n se po’ senti’.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per la base:

  • 125 gr. di burro
  • 90 gr. di farina 00
  • 90 gr. di farina integrale
  • 1 cucchiaio d’acqua

Per il ripieno:

  • 3 uova
  • sale q.b.
  • pepe bianco q.b.
  • 2 dl di panna fresca
  • 150 gr. di Västerbottensost (o Parmigiano, o Grana) grattugiato

PREPARAZIONE

Sciogliere il burro in un pentolino o nel microonde.

In una terrina mescolare le farine, l’acqua e il burro precedentemente sciolto.

Imburrare e infarinare una teglia di circa 24 cm di diametro e stendere l’impasto in modo da avere dei bordi abbastanza altini (tipo un paio di cm).

Mettere nel frigorifero per mezz’ora o nel freezer per 5 minuti (io preferisco il frigo). Una volta raffreddata cuocere in forno preriscaldato a 225°C per 10 minuti. La teglia deve stare nel ripiano centrale del forno.

Nel frattempo preparare il ripieno: sbattere leggermente le uova con sale e pepe. Aggiungere la panna fresca e sbattere con le fruste elettriche per pochi secondi, finché l’impasto sarà ben mescolato.

Grattugiare il formaggio, aggiungerlo e mescolare delicatamente con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto.

Appena il fondo della torta sarà cotto, versarvi dentro l’impasto e mettere nuovamente in forno, sempre nel ripiano centrale, ma stavolta a 200°C per circa 25-30 minuti o comunque finché non avrà un bel colore dorato.

Servire tiepida, con insalata, rucola, pomodorini e gli immancabili cetrioli.

Västerbottenpaj pronta! Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Västerbottenpaj pronta! Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito!

I.

ViKimpulsi suicidi, invenzioni gialle e blu e knäckebröd

In Svezia di inverno fa freddo. Verità innegabile altresì lapalissiana. Fa freddo e fa buio, e questa condizione spinge a passare molto tempo senza sapere cosa cazzo fare.

Secondo la mia teoria (che non ha nessuna pretesa di veridicità, ma che mi piaceva parecchio), non sapere che cazzo fare può portare a grandi linee a due soluzioni, con tutti i sottogeneri del caso: 1) l’annullamento 2) la creatività pratica.

Parlando di Svezia molti di voi penseranno a enormi e biondi suicidi di massa, a gente che per non sapere come ammazzare il tempo, ammazza se stessa. Bene, un altro stereotipo svedese è destinato a crollare.

cappioGli svedesi non si suicidano.

No, cioè, non è che sono geneticamente impossibilitati a farlo, qualcuno si suiciderà anche, ma l’idea che sia gente mediamente predisposta all’autoeliminazione è falsa.

Hanno voglia di farla finita discretamente più che in Italia, questo è vero, ma rientrano nella media europea, più o meno allo stesso livello dei francesi (ah, tra l’altro, ungheresi, mi dispiace per voi, cercate di tirarvi un po’ su).

L’idea che avete (e che avevo anche io prima di aver fatto ricerche in proposito) rappresenta un classico sintomo del morbo di “stronzata che si diffonde a macchia d’olio“, pandemia ahimé molto comune nella storia: viviamo di fiori di Bach, di teorie del complotto sulle scie chimiche, prima c’erano gli ebrei tirchi e poi i comunisti che mangiavano i bambini…
Nata negli anni ’60, questa leggenda metropolitana è risultata particolarmente coriacea, e fa fatica a morire.

L’iniziatore di tutto ciò fu nientepopodimenoché il presidente Eisenhower che, da buon repubblic-anal (cit. il mio amico Glavast), incoraggiando l’iniziativa privata mal sopportava le richieste di welfare che lo stupido popolo chiedeva a gran voce.

Erano gli anni ’60, più o meno, e ricercatori svedesi avevano da poco raccolto dati statistici sulla media nazionale dei suicidi, e Eisenhower, a coloro che dicevano “Maaa, un po’ di stato sociale? No?” rispondeva “Avete visto in Svezia?! Hanno fatto un super stato sociale e la conseguenza è che si suicidano tutti. Via, via, si sta bene così”.

Questa frase è piaciuta, è stata ascoltata, è stata digerita e ripetuta da generazioni, e la diciamo anche noi.

Il cazzaro Dwight D. Eisenhower (1890-1969)

Il cazzaro Dwight D. Eisenhower (1890-1969)

Grazie mass media e libertà delle informazioni (del cazzo).

Tornando al discorso principale, l’altra alternativa al rompersi le balle, dicevamo, è la creatività pratica. E su questo, in relazione alla Svezia, voci particolari non girano.

E invece dovrebbero girare, perché signore e signori gli svedesi hanno inventato TUTTO.

E qui parto con una carrellata in ordine sparso di svedesate che ci migliorano la vita (o no, ma comunque sono scoperte scientifiche):

  • Chiave inglese = chiavi per sbullonare e svitare erano già state inventate più o meno dovunque, ma quella con la rotellina regolabile fu creata dall’ingegnere inglese Richard Clyburn. E allora perché dovrebbe essere un’invenzione svedese se si chiama “chiave inglese” e l’ha inventata un inglese? Perché uno svedese gli ha inculato il brevetto, tale Johan Petter Johansson, nel 1891.
  • Schermo piatto LCD = possibile grazie alla scoperta di Sven Torbjörn Lagervall, che nel 1979 scoprì i cristalli liquidi ferroelettrici.
  • Cinture di sicurezza a tre punti = ovvero non come quelle dell’aereo, che se inchiodi ti spacchi lo sterno sul volante, ma che bloccano tutto il torace. Ideona di un tecnico Volvo, Nils Bohlin.
  • Cuscinetto a sfera = anche qui, diatribe. Perché se proprio vogliamo, un disegnetto di Leonardo da Vinci dimostra che qualcuno leggermente prima di Sven Gustav Wingqvist ci aveva già pensato.
  • Tetra-pak = cartoncino rivestito di plastica per imballaggi impermeabili molto economici e eco-friendly: più leggero quindi meno trasporti, di carta quindi meno emissioni di gas climalteranti (anche se più alberi tagliati per fare la carta, quindi boh, io con gli ecologisti non ci capisco mai una sega).
  • Dinamite = invenzione di Alfred Nobel, il tizio del premio. Meno pericoloso della nitroglicerina precedentemente usata, in quanto composto granulare stabile e non liquido sensibilissimo a scosse e variazioni termiche.
  • Skype = software freeware che, grazie a un sistema basato su network peer-to-peer, vi permette di parlare e allo stesso tempo mostrare le chiappe ai vostri amici a video se vivete in Australia, o di fare sesso virtuale col/la vostro/a moroso/a (o anche con qualcuno a caso, perché no) che si trova fuori dalla vostra portata.
  • Pacemaker = la prima versione effettivamente impiantabile, che stimolava i ventricoli cardiaci con degli elettrodi a stimolazione fissa, è del 1958, e si deve ai chirurghi svedesi Rune Elmquist e Åke Sennin.
  • Cerniera zip = al prototipo ci aveva già pensato l’americano Withcomb Judson, ma era un meccanismo difettoso (chissà per voi maschietti come sarebbe stato mettersi i pantaloni senza le mutande quando c’era ancora questo meccanismo molto inaffidabile e impreciso). Gideon Sundbäck fece allora come “Sono il signor Wolf, risolvo problemi” e tac, perfetta, pulita, precisa.
Cuscinetti a sfera © by Leonardo da Vinci, XV century

Cuscinetti a sfera © by Leonardo da Vinci, XV century

Quindi sì, gli svedesi quando si rompono studiano l’ambiente circostante e inventano.

E qui veniamo a noi, perché gli svedesi, oltre a queste simpatiche cose, hanno creato anche lo knäckebröd, il pane di segale croccante (dal verbo knäcka, “crocchiare” giustappunto).

Fondamento dell’alimentazione svedese, che sta alla pasta per gli italiani, alla patata per gli irlandesi, al tè per gli inglesi, alla merda fritta per gli olandesi, lo knäckebröd viene preparato in Svezia dal 500 a.C.
Cioè, quando ancora in Svezia non avevano una lingua scritta (le rune sarebbero comparse 300 anni dopo), lo knäckebröd C’ERA.

E continuano a sfondarcisi (e, va da sé, ne hanno ottomila varianti). E non so che potere abbia questo pane secco che ricorda un po’ il mangime per pappagalli, ma oh, quando sei in Svezia lo devi comprare. Magari ti fa cagare eh, ma garantito, esci da un supermercato svedese e ce ne hai il carrello pieno.

Inoltre lo knäckebröd rappresenta perfettamente la creatività pratica svedese di cui sopra: le bollicine d’aria all’interno della pasta, che rendono il pane croccantissimo e fanno sì che duri per secoli, in origine erano create aggiungendo neve o ghiaccio all’impasto; queste poi durante la cottura evaporavano e ci lasciavano l’aria dentro, e qui vedi che la Svezia fa l’uomo creativo.
Ora le bolle sono introdotte meccanicamente, in modo più igienico e meno baVbaVo, ma la croccantezza è la stessa.

La forma tradizionale è quella di cerchi di pane con un buco dentro, tipo ciambelle piatte e secche, perché così venivano impilati su dei bastoni e ce ne stavano tantissimi. Ora non è necessario, vengono venduti anche a rettangoli normali, però la forma tradizionale piace, e trovate nei viKisupermercati anche i cerchioni col buco in mezzo.

Lo knäckebröd tradizionale dalla classica forma "a ciambella"

Lo knäckebröd tradizionale dalla classica forma “a ciambella”

Sopra questo pane ci sta bene il salmone, l’aringa, il formaggio, le salse strane, etc. Sono sostanzialmente crackers dalla consistenza più cementizia per via della segale, quindi sopra ci sta bene quello che sta bene sui crackers.

Confesso che a me manca il vero viKiclassicone: fetta di knäckebröd con burro salato sopra a profusione. Me ne accorgo solo ora che ne parlo. Mi manca.

INGREDIENTI PER 10/15 FETTE:

  • 25 gr. di lievito di birra
  • 2,5 dl di acqua
  • 1 cucchiaio di sale grosso
  • 240 gr. di farina di segale
  • 145 gr. di farina di grano tenero 00
  • 2 cucchiaini di miele

PREPARAZIONE:

Spezzettare il lievito e aggiungere l’acqua a 37°C. Aggiungere il sale e il miele. Aggiungere la farina (l’impasto dovrebbe risultare appiccicoso).

Fare una palletta, spolverare sopra la palletta un paio di cucchiai di farina e lasciar riposare in una ciotola con la pellicola trasparente per una notte.

Dividere la pasta in una decina di pallette più piccole, infarinare un piano con abbondante farina di segale e stendere la pasta, una palletta alla volta. Dovrà essere finissima, un paio di millimetri di spessore.

Usare una ciotola per fare delle forme tonde. Se vi piace il buchino nel mezzo ricavatelo da una tazzina da caffè o un bicchierino. Con una forchetta, bucherellare la superficie.

Cuocere su carta forno in forno già caldo a 250°C per circa 6-8 minuti (controllare attentamente perché ci vuole molto poco per bruciare tutto).

Lasciar raffreddare su una griglia.

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part VII and last); rödbetssallad, Kalle Anka e viKisteria collettiva

E con oggi chiudo la rubricaEn riktig svensk jul” senza aver cucinato tutti i piatti must del biondo Natale, perché mi sto annoiando. A parlare di Natale la mia vena polemica si sta smosciando, e ciò non va bene per niente.
Quindi in culo al Natale, a parlarvi degli altri piatti del viKijul ci penserò l’anno prossimo.

Però vi avevo lasciato a metà di un discorso nel post precedente… vi avevo detto che i viKi alle 15 stecchite del 24 dicembre si piazzano davanti alla televisione, no? E non vi avevo però detto cosa guardano, per obbligarvi a leggere questo molto poco ispirato post (ma tornerò agguerrita, don’t worry).

Bene, allora svelo l’arcano.

Gli svedesi il giorno di Natale si rincoglioniscono a guardare gli spezzoni Disney.

unapoltronaperduePer carità, non ci sarebbe niente di male in astratto… voglio dire, io continuo a diffidare delle persone che non piangono nella scena in cui la mamma di Dumbo se lo coccola tutto attraverso le sbarre della prigione.

Il problema è che è dal 1959 che gli spezzoni sono sempre gli stessi.

Ora, anche noi abbiamo i nostri problemi con Mediaset che sotto Natale ci vomita addosso Una poltrona per due e Mamma ho perso l’aereo, per carità. Però le differenze sono sostanzialmente due: 1) non è che quel giorno stecchito, a quell’ora stecchita, c’è inevitabilmente Una poltrona per due alla televisione, certo come la morte. Boh, magari è il giorno dopo rispetto all’anno precedente, magari un paio d’ore prima… tanto, ad ogni modo, non se lo caga nessuno. E qui si va diretti al punto 2) noi non ci rincoglioniamo in massa a guardare i filmega di Natale. I viKi invece sì.

Io mi chiedo cosa spinga un essere umano adulto e sano di mente ad attendere spasmodicamente una cosa che vede da quando è nato. Però è una domanda che mi faccio un po’ troppo spesso quando rifletto sulla Svezia e sulle bionde abitudini… dovrei forse arrendermi all’evidenza che i viKi sono particolarmente strani, e rinunciare al volerli capire, perché ci vado in paranoia.

Perché appunto, i singoli cartoni sono anche carini, ma mi turba molto la coazione a ripetere che sta alla base di questo curioso fenomeno. E anche il suo carattere massivo.

Non sto esagerando, eh… la media è del 40% di tutta la popolazione svedese. Il 40% è cazzo tanto. Escludete i neonati, i non vedenti, i rincoglioniti, e magari anche chi invece di guardare Paperino tromba, ad esempio (che quasi di sicuro avrà origini straniere).
Secondo me vi rimane un 52% della viKipopolazione. E allora fate che un 10% è sbronzo e non ce la fa neanche a tenere in mano il telecomando (è sempre una percentuale da calcolare nelle statistiche svedesi) e un 2% invece si è sanamente rotto i coglioni e lo boicotta.

tvaddictPensate che nel 1997 più della metà della popolazione si è seduta in poltrona a guardare le strisce Disney. Doveva essere un anno in cui non si aveva un particolare cazzo da fare, perché più della metà è una cifra immane. Sono più di 4,5 milioni di biondi immobili davanti a una televisione, tipo suricati in posizione di guardia.

Questo speciale di Natale Disney si chiama Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul (“Paperino e i suoi amici augurano buon Natale”), detto familiarmente solo Kalle Anka, ed oltre ai microcartoni Disney, contiene anche qualche pezzo di Biancaneve e i sette naniCenerentolaLilli e il vagabondoIl libro della giunglaRobin Hood. Poi ogni anno ci aggiungono anche un pezzetto di un Disney nuovo, e quella è l’unica cosa che cambia.

Ecco, secondo me è una cosa disarmante… Posso capire i microcartoni, anche se sono sempre gli stessi. Ma pezzi di film a merda, no. Se io fossi un bimbo svedese protesterei: o mi metti un cazzo di film intero, o mi metti le strisce. Ma i pezzi a caso dei film sono frustranti.

Altra cosa disarmante è il doppiaggio.
Lo so che siete più ganzi di noi perché sottotitolate tutti i film invece di doppiarli, e io per questo davvero vi stimo tanto.
E so anche che siccome i bambini da voi imparano a leggere a 7 anni (con tanto di studi su come faccia male insegnare ai bimbi a leggere prima, e io per questo invece non vi stimo proprio per niente… ecco poi perché nei dottorati di ricerca assumono un casino di italiani e pochissimi svedesi…) voi i cartoni invece li doppiate.

Ma se dovete doppiare, almeno fatelo per bene, Cristo santo. Lo so che siete Germa, ed esprimere le emozioni non è la cosa che vi riesce meglio… ma se magari cambiate un po’ il tono di voce non vi dico sempre, ma almeno nelle coppie minime come allegro/triste, forse il cartone risulta anche più piacevole da guardare, no?

Comunque oh, se ogni anno sbavate sulla tele, vuol dire che vi piace anche così, quindi sto zitta.

Tra l’altro quando negli anni la televisione svedese ha adombrato la temibile possibilità che lo show fosse lievemente cambiato o spostato, ci sono state sommosse popolari, barricate, guerra civile, cadaveri per strada, episodi di antropofagia, etc. etc. quindi è una cosa che DEVE esserci.

kalleankaAlcune frasi di questi cartoni sono diventate persino di uso comune. Addirittura nel Nordiska Museet, la sezione sulle tradizioni ha uno schermo che proietta Kalle Anka (e a proposito di questo, come il mio amico dok mi ha suggerito, un post intitolato “musei del cazzo” io ve lo devo scrivere).

Quindi sì insomma, se fate una vacanza in Svezia sotto Natale, e alle 15 del 24 dicembre non vedete anima viva per strada, sappiate che stanno guardando tutti Paperino. E io vi consiglio caldamente di guardarlo anche voi insieme a qualche viKi a caso, perché potrete avere l’occasione di fare uno studio sociologico: questi biondi impettiti rideranno a battute già sentite ogni anno, reciteranno assieme all’incapace doppiatore frasi che conoscono fin dalla nascita, vi zittiranno in malo modo se oserete fiatare.

Una curatrice del suddetto museo del cazzo, tale Lena Kättström Höök, ha detto: “alle 15 del pomeriggio non potete fare nient’altro perché la Svezia è chiusa. Quindi anche se non lo volete guardare, non potete chiamare nessun altro o fare nient’altro, perché nessuno sarà insieme a voi“… Questa frase sembra quasi minacciosa, oltre che folle.

E per concludere, io vi posto il video dell’ultimo Kalle Anka, così se non avete proprio niente da fare ci date un’occhiata. I commenti li lascio a voi. Io mi limito a ribadire un: in culo al Natale.

La prossima volta si cambia scenario.

Ah, e comunque sia la ricetta di oggi è un’insalata di barbine rosse, grassa, grassissima, ma bona.

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

  • 400 gr. di barbine rosse al vapore (quelle che si comprano già fatte)
  • 120 gr. di maionese
  • 1 dl. di panna acida
  • 1 cucchiaio di mostarda delicata
  • 1 cucchiaino scarso di sale
  • 1 spolverata di pepe nero
  • 1 piccola cipolla rossa
  • 2 mele rosse

PREPARAZIONE:

Mescolare in una terrina la maionese, la panna acida, la mostarda, il sale e il pepe.

Tritare la cipolla finissima, e sbucciare e tagliare le mele a quadratini abbastanza piccoli. Mettere dentro alla salsa.

Sbucciare le barbine, tagliarle a pezzetti che abbiano più o meno la stessa dimensione dei pezzetti di mela, aggiungere al composto e mescolare finché tutto non ha un bel colore rosa.

Mettere in frigo e far raffreddare per almeno un paio d’ore prima di servire.

Rödbetssallad pronta!

Rödbetssallad pronta!

Buon appetito!

I.

Kantarellsoppa e orientering: come non perdersi quando si va a cercare finferli

Oggi vi propongo un classicone, uno di quei piatti che se volete mimetizzarvi tra la viKifolla non potete fare a meno di degustare: la kantarellsoppa, ovvero “zuppa di galletti” (o finferli, dei cui milioni di nomi nella lingua italiana vi ho già accennato qui).

Vi avverto che questo è un post noioso, perché se nel mondo esistono i collezionisti di francobolli e i giocatori di golf, esistono anche gli appassionati di micologia, e quindi questo post è per voi, care categorie di persone pallose. Voglio bene anche a voi e vi capisco (io nei tempi morti leggo libri di fonetica, quindi sono nel grande circolo dei loser insieme a voi, tranquilli).

Kantareller al mercato

Non mi ricordo se ve l’ho già detto, e siccome sono pigra non ho voglia di andare a rileggermi i vecchi post per verificare, ma i galletti in Svezia regnano. In questo periodo, diciamo da inizi ottobre a inizi dicembre, ve li ritrovate dappertutto, tutti belli giallini che colorano le bancarelle.

In Svezia costano pochissimo, ora non saprei dirvi quanto perché l’ho scordato, ma molto meno che nel Belpa, comunque, e quindi la cucina svedese approfitta di questa profumatissima materia prima, inserendola in un trilione di ricette.
Non ve le dico tutte perché se no poi mi rovino la piazza, e io devo incuriosirvi ma non darvi troppi elementi, se no poi questo blog non se lo incula più nessuno.
Comunque io ho avuto il piacere di assaggiare la salsa di finferli, il toast di finferli, l’omelette di finferli (esagerata, tra l’altro), e la nostra kantarellsoppa (faccio come Camilleri e il siciliano, non ve lo dico esplicitamente che finferli in svedese si dice kantareller, perché voglio vedere quanto è arguto il mio lettore medio), che assaggiai per la prima volta ad un mercatino di Natale a Uppsala, con neve alta milllllle metri e -26°C, e fu provvidenziale oltretutto, perché grazie al caldino della zuppa le stalattiti all’interno del mio apparato cardiovascolare si sciolsero e ricominciai ad avere un abbozzo di circolazione sanguigna.
Quindi insomma, l’imprinting è stato il migliore che si poteva avere.

Ecco, ora voi penserete a una zuppina tutta bellina magra e sana, perché siete stolti, e vi dimenticate che la cucina svedese tradizionale la roba magra e sana non la prevede. Solo in Svezia si può rendere grassa una zuppa di funghi (che comunque sì, con l’era glaciale che ogni inverno si abbatte su quelle terre climaticamente inospitali, un po’ di grassi saturi vi fanno anche bene, e poi vi basta sbattere le palpebre che li avete bruciati), e come? Semplicemente con burro e panna in proporzioni pantagrueliche, come ormai questo blog cerca da tempo di insegnarvi.

I finferli abbondano nelle foreste di conifere, e dice che sono talmente facili da riconoscere che sono i funghi preferiti per chi ha paura di farsi uno spaghettino e morire di convulsioni o avere visioni mistiche, causa scelte azzardate di funghi velenosi. Quindi in teoria sono i funghi per me, perché io sono notoriamente scema, e come vedo una bacca carina me la metto in bocca. Se Sean Penn avesse preso me per Into the Wild, il film sarebbe durato circa il tempo dei titoli di testa invece che 967 ore.

Bene, ma io vi avevo detto che sarebbe stato un post palloso, no? Allora guardate, vengo subito al dunque… Secondo voi cosa si fa in un bosco a parte raccogliere kantareller? Sì sì, ci si possono fare tante cose, da uccidere le coppiette seguendo riti satanici a stare su un ramo con un binocolo in mano e con un taccuino a osservare uccelli (sì, che anche gli ornitologi come pallosità non scherzano)…
Ma no, gli svedesi hanno pensato ad un passatempo più palloso… da da da daaaaan: l’orientering.

L’orientering è una sottospecie di sport sfigato, come molti sport pensati da popoli che vivono al freddo, e non penso solo allo scintillante curling (lo sport degli omoni che ramazzano la neve per far scivolare una specie di teiera), ma anche all’altrettanto inutile biathlon (dove scii e poi spari a caso, così per infilare due cose che non c’entrano un cazzo, come se uno facesse, boh… corsa + ingurgitamento di Big Mac, o salto in alto + declamazioni epiche, sport così, ecco).
Anche se il primo premio IMHO se lo aggiudica un altro colosso… Dunque, io voglio sapere 1) chi ha inventato il dressage, perché spero sia morto soffrendo 2) chi mai nella vita da bambino dice “IO DIVENTERO’ UN CAMPIONE DI DRESSAGE“!

Pisani in tutta la loro pisanitudine

E’ un cazzo di cavallo che balla, levate quella merda dalle Olimpiadi, vi prego (e comunque se mio figlio mi dirà mai che vuole diventare un campione di dressage, la Franzoni sarà stata una povera pivellina, vi avverto). Odio il dressage. Lo odio quasi quanto il gioco del ponte pensato dai pisani (e da chi se no?), dove due squadre di grandi grossi e coglioni vestiti da menestrelli rinascimentali spingono e tirano un carrellino verso la parte opposta del Ponte di Mezzo…

Ma torniamo allo stupido orientering: vi sperdono con una bussola e una mappa, e lo scopo non è spararvi in bocca, come penso speravate, ma ritrovare la strada in meno tempo possibile.

Ecco, siccome c’è un solo modo che ti impone di voler fare uno sport del cazzo, ma n modi di volerne praticare una ancor più stupida variante, abbiamo:

  • differenze sul come si vuole ritrovare la strada (a piedi, in bici, in macchina,  sugli sci, a calci in culo, etc.)
  • differenze sul tipo di circuito
  • differenze sul luogo del circuito (foreste, città, parchi)
  • differenze sulla lunghezza del circuito
  • differenze sul farlo di giorno o di notte
  • differenze su usare o meno, e quali, altri punti di riferimento (stelle, skyline, sole, muschio sugli alberi, briciole di pane, etc.)

In alto da sinistra: Lena Eliasson e Emma Claesson
In basso da sinistra: David Andersson, Gustav Bergman

C’è anche un campionato mondiale di orientering, in cui, va da sé, gli svedesi eccellono, eccelgono, eccellioccano… sono molto bravi.
In Svezia questo sport è regolamentato dalla Svenska Orienteringsförbundet, la Federazione svedese per l’Orientering (me cojoooooni). Ogni anno fanno una loro cerimonia con premi e (presumo) sbronze varie ed eventuali, e parecchie scuole superiori e addirittura università, hanno le loro squadre di orientering.
Volete qualche nome di qualche grande campione? Arrivano: Lena Eliasson, Emma Claesson, David Andersson, Gustav Bergman, etc.

Bene, cari micologi, ornitologi, linguisti, giocatori di golf e filatelici, non vi sentite più sollevati a sapere che al mondo esistono anche dei campioni di orientamento? Beh, io sì…

Comunque sia, Wikipedia svedese mi dice che un buonizzzzzimo modo di servire i galletti è facendo una pasta (o perché no un risotto), con galletti, Jocca e panna acida.
Ecco viKi, io vi prego… occupatevi di renne, di zuppe cicciose, di marmellata con le polpette. MA LA PASTA NO.
Voi la pasta non la dovete toccare, non ne dovete parlare, non la dovete cucinare, e se fosse per me non la dovreste neanche mangiare, visto che la surgelate e ci mettete il ketchup (e secondo me quando non vi vede nessuno ci cagate anche dentro).
Non è il vostro campo, davvero. Nel senso, io la pasta con dentro la Jocca e la panna acida la rivomito a idrante tipo la bambina dell’Esorcista, con una faccia ancora più diabolica…

Ecco, a parte questi squarci di Acheronte che il viKi ai fornelli risveglia sempre, viKiWiki consiglia però poi ottimamente anche di saltare i galletti con burro, scalogno, prezzemolo, un goccio d’aceto che esalta il sapore del fungo, e un goccio di panna che rende tutto più cremoso… Così avete fatto i sauterade kantareller, che è poi la stessa cosa del kantarelltoast, quest’ultimo però, che prevede il mettere il tutto sul pane imburrato… Sì, quest’ultima precisazione potevo risparmiarmela.

Bene, i viki si raccomandano di servire la kantarellsoppa con muffin al Västerbottensost, o pane al Västerbottensost, o comunque Västerbottensost, che è un formaggio molto molto buono del nord della Svezia. Ha un sapore acuto come quello del parmigiano, però la pasta è più grassa e quindi la consistenza è diversa, vagamente tipo Emmental (o Emmentaler, che dir si voglia).

Io ho fatto dei muffin al parmigiano, di cui non vi do la ricetta, sia perché non svedese, sia perché l’ho presa pari pari da uno dei primi risultati di Google, e non voglio copiare gli altri foodblogger (che ho scoperto essere una categoria di persone agguerritissime, che ci credono un casino, non come me che con la scusa del cibo prendo per il culo la biosfera, non solo svedese).

Ecco, comunque, anche se non è per niente viKi, con questa zuppa un Chianti classico Gallo Nero ci sta proprio di lusso!

PREPARAZIONE PER CIRCA 6 PERSONE:

  • 480 gr. di galletti
  • 2 scalogni
  • 5 spicchi d’aglio
  • 80 gr. di burro
  • 1/2 l. di latte intero
  • 2 bicchieri d’acqua
  • 80 gr. di farina
  • 1 dado vegetale
  • 350 ml. di panna
  • 1 goccio di aceto di vino bianco
  • pepe bianco
  • sale
  • 1 o 2 ciuffetti di prezzemolo

PREPARAZIONE:

Lavare bene i funghi. Tagliare gli scalogni, l’aglio e i funghi (lasciatene qualcuno intero da parte per guarnire la zuppa) e far rosolare in una pentola dai bordi alti in circa 50 gr. di burro. Coprire e lasciar cuocere per circa un quarto d’ora a fuoco bassissimo.

A questo punto aggiungere il latte, l’acqua e la farina setacciata e far cuocere per altri 10 minuti, sempre con il coperchio.

Aggiungere il dado sbriciolato, la panna, un pochino di aceto e aggiustare di sale e di pepe. Con un frullino a immersione rendere la zuppa omogenea e portare a ebollizione.

In una padella far saltare nel restante burro per circa 10 minuti i funghi interi precedentemente lasciati da parte, e servire la zuppa aggiungendo i funghi saltati interi e cospargendo con abbondante prezzemolo.

Kantarellsoppa pronta!

Buon appetito!

I.

Di potatismos, viKi-scuola e bandiere.

Sto latitando in questo periodo, perché voi pensate che io sia una nullafacente (che in realtà poi è anche vero), però cari miei sappiate che anche i nullafacenti attraversano il periodo-sessione-d’esami, e in quei periodi è meglio sospendere l’autocompiacimento verso le proprie stronzate e fare qualcosa di utile.

Vabbè ok, la mia resipiscenza è durata come un gatto sull’Aurelia, dato che mi sono appena messa a scrivere ‘ste cazzate.

E quindi alé, si parte, e oggi parliamo del (o della) potatismos, o meglio del purè di patate. Potatis = patate; mos = purea.

Potrei anche non insegnare a nessuno a fare il purè, e sembrerei meno ridicola, ma siccome quello italiano non l’ho mai fatto (l’unica al mondo, aggiungerei) metto la ricetta lo stesso perché sia mai che quello svedese sia diverso. Si vede che sono poco creativa in questi giorni, vero?

Vi giuro, la prossima ricetta sarà meno inutile. D’altronde scusate, esiste anche il purè nel mondo, poverino. E poi in Svezia lo infilano praticamente nel biberon ai bambini, quindi è un must della cucina viKi. (Ah, attenzione, in Svezia è altresì molto frequente aggiungerci il ketchup, io vi prego, se mi volete un pochino di bene, di non farlo).

Ho pensato giorni e giorni ad un argomento da collegare al purè per questo post… e non ho trovato niente. Dei mille modi di chiamare le patate ve ne ho parlato qui, così come dell’Accademia della patata… Ho fatto le solite battutine idiote sulla patata (così come non mi sono persa neanche la fika, tranquilli), e mi sono detta da sola di essere una grande simpaticona.

Per cui ora mi guardo intorno mestamente e ammetto con tutto il candore di questo mondo che non riesco a pensare a niente da dirvi che si possa ricollegare al purè. Vuoto totale. Encefalogramma piatto.

In realtà vorrei tanto parlare di una cosa che non c’entra proprio nulla con le patate, e a tal proposito vi sbatto in faccia il fatto che l’altra sera la mia amica Gemma mi ha detto di fottermene di cercare collegamenti e mi ha consigliato di fare un po’ come cazzo mi pare. Quindi con la benedizione della Gemma vi parlerò della scuola svedese.

Sì, scuola svedese & purè di patate, avete sentito bene. Se c’è qualcosa che non vi torna, andatevi a leggere il blog di Benedetta Parodi e non mi rompete le scatole, io so quello che faccio.

Quali sono le prime associazioni mentali quando pensate alla scuola in Svezia? Bene, non ne ho idea, ma so di sicuro che saranno sbagliate

Schemino della scuola dell’obbligo svedese

Il sistema scolastico svedese infatti somiglia molto a quello italiano, quindi è inutile che vi fate tante pippe mentali su come potrà mai essere la scuola nel regno del Welfare. E’ più o meno la stessa zuppa, anche se nettamente diversa è la scansione dei livelli scolastici all’interno della sua durata complessiva. In Italia (cosa ve lo dico a fare?) abbiamo 5 anni di elementari, 3 anni di medie, 5 anni di superiori. In Svezia invece 3 anni di livello inferiore, 3 anni di livello medio, 3 anni di livello superiore, 3 anni di ginnasio.

Eh sì, in Svezia si studia un anno meno, e si entra a scuola a 7 anni. Immagino la pacchia per i ragazzini.

Nei primi anni di scuola elementare e media le differenze tra Svezia e Italia sono minime. Maestro unico alle elementari, scuole private con finanziamenti dallo Stato, maestre donne sia per tradizione sia perché i salari sono più bassi, etc. Cose a cui siamo abituati anche noi terroni, insomma…

Cosa a cui non siamo abituati invece sono: 1) non è la scuola a decidere di bocciare un bambino, ma i genitori (LOL) 2) si può avere come insegnante il proprio genitore (altro LOL).

La scuola superiore invece è abbastanza diversa: non c’è un aula fissa ma ci si sposta di aula in aula a seconda della lezione. In realtà questo lo facevo anche io, però non vale, perché io ho fatto un Istituto d’Arte, e quindi ero figa. Tutti gli altri che non hanno avuto l’onore di essere fighi come me hanno avuto l’auletta sgrausa con sopra scritto il nome della classe. Ben vi sta.

Altra cosa FONDAMENTALE: non c’è l’esame di maturità! E yuhuuuu, altra pacchia.

Immaginatevi adesso di avere un fischietto tricolore al collo. E ora vergognatevi pure.

La fine della scuola (detta studenten) in Svezia infatti consiste semplicemente in: mettersi un cappellino da marinaio in testa (studentmössa: Wikipedia mi dice che mössa vuol dire toque… boh, ai mi’ tempi si chiamava “cappello”), fare casino, sbronzarsi (strano), molto frequente è finire la giornata con delle celebrazioni in chiesa (eh sì, questi problemi ce li hanno anche lassù), e poi altrettanto comune è vestirsi da damerini anacronistici per il ballo di fine anno. Sì, la puttanata americana del ballo di fine anno c’è anche in Svezia, e il mio Jansson l’ha fatto. Ve lo dico solo perché se lo incontrate dovete prenderlo per il culo per questo, davvero, se lo merita 😉

Altra cosa della festa di fine scuola: ognuno si porta addosso da qualche parte, ci addobba la propria casa, ci farcisce le torte, e si tatua anche sulla pelle, magari, l’onnipresente bandiera svedese. Sì, in Svezia ti abituano fin da piccolo a questa associazione pavloviana: festa = Svezia. Poi uno si meraviglia che sono nazionalisti a manetta, per forza, da quando sei nato ti installano nel cranio un chip giallo e blu. Comunque della storia delle bandiere in-tutti-i-modi-in-tutti-i-luoghi-in-tutti-i-laghi, ne riparleremo presto, perché è un discorso che merita approfondimento.

Tizio che si trascina addirittura il bandierone a giro.

Non vi sto invece a parlare del livello qualitativo della scuola perché 1) scio segam 2) dipende troppo da città e città e da scuola e scuola 3) allo stesso modo che in Italia ci sono punte di scuole buonissime e punte di scuole di merda 4) non ne ho voglia.

La cosa di cui vi voglio invece parlare è del periodo in cui si va a scuola.

Dunque, l’anno scolastico inizia il 20 Agosto! Poveracci! E’ anche vero che se non hai l’estate cosa te ne frega di stare a romperti a casa? Meglio la scuola. Finisce il 15 giugno anche da loro, ma hanno più feste durante l’anno scolastico. Pasqua, Natale e fin qui ci siamo. E poi Ascensione, Pentecoste, vacanze di primavera (una settimana a fine febbraio) e vacanze d’autunno (una settimana a fine novembre).

E parliamo così delle vacanze di autunno… Anche in Danimarca i ragazzetti a scuola hanno questa settimana di kazzing estemporaneo, e indovinate da cosa viene? Dalla raccolta delle patate!! E così frego la Gemma e vi trovo anche l’aggancio con la ricetta.

Praticamente da che mondo e mondo, i bambini in Europa hanno lavorato fino all’altro giorno, no? E in tutte le scuole d’Europa nel periodo dei raccolti a scuola i bambini non ci andavano, perché stavano a π/2 a vangare la terra. Ecco, se da noi i bimbi raccoglievano il grano, mettiamo, in Svezia i bambini raccoglievano le patate.

Quindi questa vacanza venne introdotta nelle scuole per permettere ai bambini di raccogliere le patate senza perdere le lezioni. Che dolci, vero?

E da qui, facendo un altro volo pindarico, vi posso anche dire che per il purè NON si devono usare le patate fresche, ma preferibilmente quelle farinose (tanto andate tranquilli perché in Italia le patate del supermercato fanno tendenzialmente cagare e sono tutte farinose), altrimenti il purè sembra dentifricio.

Questa perla di saggezza viene dalla Jansson superiora, ovvero la mmmadreeee di Sua Biondezza, che in cucina ne sa una più del diavolo, e tra l’altro mi ha recentemente dato una ricetta spettacolare, tipica di un posto spettacolare. Devo ancora farla, quando la smetto di non-studiare ve la faccio.

Dai, dopo una ricetta pallosa come il purè, dovevo stuzzicarvi un po’…

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 12 patate
  • 50 gr. di burro
  • 250 ml di latte intero
  • 50 ml di panna fresca
  • sale
  • pepe bianco
  • noce moscata

PREPARAZIONE:

Sbucciare le patate e bollirle normalmente. Magari fatele a pezzetti prima, così ci vuole meno tempo (vedi: consigli pleonastici).

Asciugare le patate e rimetterle in pentola, schiacciarle e aggiungere il burro, il latte e la panna.

Aggiustare di sale, di pepe e di noce moscata.

Potatismos pronto/a!

Buon appetito!

I.

Lo svamptoast, le insalate sataniche e i personaggioni dell’arte culinaria

Per la ricetta di oggi, mi sono basata su, ho preso ispirazione da, ho copiato il signor Per Morberg.

Per Morberg

Morberg, cintura nera di judo, è un attore svedese che ha interpretato, tra le altre cose, Joakim Wersén, il boss del detective Martin Beck nella serie televisiva Beck–Lockpojken.

Il detective Beck è il protagonista di questa serie, tratta dai gialli scritti dalla coppia Sjöwall – Wahlöö, molto apprezzati dal pubblico e dalla critica perché particolarmente attenti a denunciare questioni sociali e a criticare l’autorità statale svedese, schierandosi apertamente contro scelte politiche discutibili e contro primi ministri come Erlander e Palme. Utilizzare il giallo come specchio di denuncia di una società conosciuta solo per i superficiali aspetti di benessere è ciò che ha reso poi famoso il giallo nordico nel mondo (stesso stile di Larsson, Mankell, Roslund & Hellström, & co.)

Bene, Morberg oltre ad avere la faccia da serial-killer, e oltre a recitare, è anche un cuoco. E’ un matto assurdo, non si capisce in realtà se faccia il matto o se sia matto davvero, comunque se lo incontrassi in un vicolo poco illuminato penso che avrei paura. Accoltella cose, urla, lancia altre cose, si arrabbia, sembra un cocainomane, e probabilmente lo è anche, chissà. Comunque ci piace.

Paolo Roberto che fa il figo rivendicando le sue origini italiane, pur mangiando un inguardabile piatto di spaghetti con il cucchiaio...

In Svezia ad ogni modo è frequente passare dal cinema, agli sport violenti, alla musica, etc. per finire ai fornelli. E tendenzialmente i cuochi svedesi sono davvero dei gran personaggioni.

Un altro esempio del genere è Paolo Roberto (sì, se si fosse chiamato Sven Gustavsson sarebbe stato più chiaro che stavo parlando di uno svedese), anche lui passato dalla boxe, al cinema, ai fornelli e anche lui con un ruolo di spicco in un film tratto da un giallo nordico, e che giallo! Paolo Roberto interpretava se stesso in La ragazza che giocava con il fuoco, secondo film tratto dal secondo libro della trilogia Millennium di Stieg Larsson.

Plura Jonsson che cucina vestito da sera

Nella TV svedese appare come cuoco anche Plura Jonsson, patito di hockey, blogger, mezzo scrittore, e soprattutto cantante e leader del gruppo rock Eldkvarn, attivo dagli anni ’70. Questo simpatico panzone nel suo programma di cucina invita artisti dello scenario musicale svedese, se la canta, se la suona e se la mangia, come dimostrato peraltro dalla sua circonferenza corporea, che misura poco meno della linea dell’equatore.

Ma i geni assoluti della cucina svedese a mio parere rimangono i ragazzi del Regular Ordinary Swedish Meal Time, un fenomeno youtube, in cui dei pazzi scatenati cucinano piatti svedesi in modo bestiale. Vi linko il video dell’Insalata Satanica con aggiunta di pasta scotta, così vi fate due risate anche per quello, ma vi consiglio di guardarveli tutti!

Bene, comunque Per Morberg mi ha insegnato a fare lo Svamptoast, piatto che mi ha sempre ispirato ma che non avevo mai avuto occasione di mangiare.

E’ praticamente un toast di funghi, anzi, E’ un toast di funghi (svamp “fungo”, toast “cassapanca”, ah che simpaticona, no “toast”), dove i funghi vengono cotti in padella con burro e panna, e poi adagiati su fette di pane tostato e imburrato.

Sono ottimi da servire tipo bruschette, e se volete farne una versione vegana potete anche cuocere tutto nell’olio ed eliminare anche la panna. Comunque io vegana non lo sono mai stata e mai lo sarò, e la grassata me la sono fatta molto volentieri. It’s up to you.

Sono buoni quando avete ospiti (ma anche no) come aperitivino per spilluzzicare qualcosa, oppure anche da servire come antipasto (come ho fatto io, ammesso che ve ne freghi qualcosa).

Vi do sempre il solito consiglio nel caso voleste atteggiarvi a svenski d’origine controllata: usate i kantareller, in italiano gallinacci, o galletti, o finferli, o gialletti, o garitule (stupidi geosinonimi provocati dai nostri stupidi 8000 dialetti). Sono quei funghi carini gialli fatti a fiorellino, in Svezia vanno un sacco perché ce ne sono tantissimi, infatti i mercati svedesi, sia per tutte queste scatole piene di galletti, che per quelle piene di lingon e di mirtilli, sono sempre coloratissimi.

Comunque sia va da sé che più i funghi sono buoni, più lo svamptoast è buono, e comunque, anche se usate funghi così e così, ricordatevi il potere magico del grasso animale sottoforma sia di burro che di panna: rende buona ogni cosa.

INGREDIENTI PER 5 TOAST

  • 40 gr. di funghi secchi (o circa 350 gr. di funghi freschi)
  • 5 fette di pan Carrè (è più carino se tagliate via i bordi)
  • 1 cipolla bianca
  • 250 ml. di panna fresca
  • 50 gr. di burro
  • sale
  • pepe
  • prezzemolo fresco

PREPARAZIONE

In caso si usino funghi secchi, lasciarli ammollare in acqua fredda per 40 minuti.

Soffriggere la cipolla in circa 30 gr. di burro, scolare bene i funghi, salarli, peparli, e aggiungerli al soffritto. Dovranno essere morbidi e perdere il loro liquido, quindi dovranno stare almeno 15 minuti, forse anche di più, dipende dai funghi. Assaggiateli ogni tanto.

Nel frattempo fate tostare le fette di pane finché non sono belle croccanti ma non sbruciacchiate, e imburratele molto con il resto del burro.

Aggiungere la panna ai funghi in cottura e fate proseguire finché non avranno raggiunto la morbidezza desiderata.

Quando saranno pronti mettere i funghi sulle fette di pane e cospargere con prezzemolo fresco.

Svamptoast pronto!

Buon appetito!

I.

Potatissallad feat. David Jansson

Questa ricetta mi è stata gentilissimamente suggerita da David Jansson. Questo Jansson non è della stessa stirpe dell’inventore dell’omonimo piatto natalizio a base di aringa, comunque in Svezia hanno tutti lo stesso cognome: mai vista una partita della nazionale svedese? Si chiamano tutti Andersson, non capisco come fanno i cronisti svedesi a farsi capire.

By the way, questo Jansson qui, a.k.a. Sua Biondezza, è il mio viKingfidanzatino, ed è oggi molto orgoglioso di comparire su questo blog.

Diciamo che cucinando la sua potatissallad (che come ogni tanto ripete presuntuosamente “ha fatto piangere generazioni”) David ha conquistato tutti i miei amici, e portato la cucina svedese alla ribalta durante un’improbabile cena natalizia (con tanto di albero addobbato per l’occasione) celebrata a Pisa il 17 febbraio di qualche anno fa.

Di potatissallad nella cucina svedese ce ne sono tantissime, però la sua è spaziale, e non lo dico soltanto perché così solleticando l’ego testosteronico la cucinerà lui, ma perché è vero, e le mie amiche possono confermare.

Lo so che all’apparenza può sembrare che gli ingredienti siano stati messi insieme in modo totalmente casuale, e probabilmente è così, però è il risultato è quello che conta, e Jansson ha superato la prova.

L’insalata di patate in Svezia viene usata spesso per accompagnare le polpette, ma… nonsolopolpette -umorismoumorismoumorismo-.

La prima volta che l’ho mangiata, ed è stato subito amore, è stato durante una festa alcolica svedese, chiamata Valborg.

Ho scoperto su Wikipedia un secondo fa che il nome italiano di questa festa è “Notte di Valpurga” (anche se in Svezia è festeggiata più che altro di giorno). Comunque sia sarebbe la festa per l’arrivo della primavera, e viene celebrata il 30 aprile. Eh… poveracci, lì la primavera arriva dopo.

Durante Valborg ho visto e fatto cose che voi italiani non potete neanche immaginare: mi hanno svegliato alle 8 del mattino con champagne e fragole e vodka orange, sono andata in un parco enorme e ho visto masse di biondi barcollanti che orinavano accanto al chiosco degli hotdog, mentre altri biondi COMPRAVANO quegli hot dog (questo infatti mi è sembrato ancora più strano), poi mi hanno portata in un posto dove devi tirarti lo champagne addosso, e un viKingo ENORME deve aver capito male come funzionava e mi ha tirato addosso tutta la bottiglia intera (tagliandomi mezza caviglia), poi mentre mi tenevo un fazzolettino sulla caviglia una ragazza mi ha dato un bacio appassionato sotto una pioggia di champagne… Insomma, un’esperienza lisergica tipo Dumbo e i rosa elefanti. Lo so che descritte così sono scene di barbarie nuda e cruda, ma penso di non essermi mai divertita così tanto in tutta la mia vita…

…il giorno dopo, il parco dove era successo tutto questo era una distesa di rifiuti, e penso che anche gli spazzini non si siano mai divertiti così tanto in tutta la loro vita. Vi metto anche una foto perché se no non ci credete.

Valborg: the day after...

Ma insomma, tornando alle nostre patate… La potatissallad è usata spesso come piatto diciamo “da battaglia”, perché la vendono già pronta nelle scatoline di plastica al supermercato (dove ci sono tipo 7 ripiani refrigerati che ospitano solo potatissallad), quindi è comoda da portare in giro, e per questo a Valborg è molto usata: per pranzo infatti viene fatto un pic-nic in un grande parcone (tempo permettendo, io sono stata fortunatissima), e tutti si portano barbecue usa e getta, e la potatissallad accompagna i würstel (o korv) di quasi ogni persona.

Ora, so che dirvi che un piatto mi è piaciuto tantissimo dopo una mattinata iniziata con un vodka orange non vi fa pensare a niente di buono, ma ho avuto occasione di mangiarla tante altre volte, anche da sobria. Giuro!

Comunque è facile da preparare: l’unica menata è fare aspettare una notte la panna acida, per cui potete pensarci una notte prima e seguire la mia ricetta, o comprarla già pronta. Si dice però che il giorno dopo la potatissallad sia ancora più buona, perché tutti gli ingredienti si mischiano completamente. Può darsi, a me non mi è mai arrivata al giorno dopo.

Scrivo la ricetta di Sua Biondezza, ma potete aggiungere cosa volete, state pur sicuri che ogni variante inventerete in Svezia l’hanno già inventata. E HA UN NOME.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

700-800gr. di patate

2 mele

8 ravanelli

1 dl di maionese

2 dl di panna acida

1 porro

1 mazzetto piccolo di erba cipollina

qualche ciuffetto di aneto

2 cucchiaini di senape

Sale e pepe a piacere

PREPARAZIONE:

Bollite le patate e fate raffreddare.

Mentre le patate raffreddano mescolate la panna acida, la maionese e la senape. Tagliate tutto a pezzi e buttate dentro (il porro tagliatelo particolarmente fine).

Guarnire con un ciuffetto di aneto e servire con tutto quello che volete.

Potatissallad pronta!

Buon appetito!
I.

Le hasselbackspotatis e l’Accademia della Patata

Ecco che siamo pronti ad entrare nel magico mondo delle patate (potevo dirlo al singolare, ma era una battuta troppo facile).

Nella cucina svedese ci sono circa diciannove miliardi di modi per cucinare le patate, e ognuno di questi modi ha ovviamente un nome diverso. Si perché si fa presto a dire “patate al forno”, “patate lesse”, etc. Gli svedesi infatti hanno la simpatica abitudine di dare un nome a OGNI cosa che vedono, ogni azione a cui partecipano, di cui sentono parlare o che hanno immaginato di compiere anche solo una volta nella loro vita: ogni evento reale o fittizio, anche il più insignificante, che succede sull’orbe terracqueo in svedese ha un nome.

Così ad esempio un libro in Svezia non si limita a essere appoggiato sul tavolo, ma ligger sul tavolo se è ‘sdraiato’ e står sul tavolo se è ‘diritto’ (a questo proposito mi sono sempre chiesta se un pallone ligger o står sul tavolo, ma con domande del genere il Germa va in tilt).

Ci sono poi molti modi di andare a lavoro: io går a lavoro se cammino a velocità normale, promenerar se me la prendo comoda e passeggio, kör se vado con un mezzo che guido io (cykla se il mezzo in questione è la bicicletta) e åka se il mezzo in questione lo guida qualcun altro.

Inoltre troviamo verbi come fyllekäka “andare a mangiare schifezze in un fast-food dopo una sbronza colossale”, kliva “camminare facendo passi più lunghi del normale per ragioni varie ed eventuali”, lajva “andare in un bosco, travestirsi in qualche modo improbabile e fare giochi di ruolo tutto il giorno con altri sfigati come te”… chissà, di sicuro esiste anche un verbo per dire “prendere amabilmente in giro gli svedesi per il fatto che hanno una parola per indicare tutto”, che si dirà kräffa, o skålta, o kröksa, o chi lo sa.

Tornando a noi, non vi stupirà che anche le patate seguano questa regola, per cui solo per fare qualche esempio abbiamo le klyftpotatis se le patate al forno sono tagliate a spicchio, skivpotatis se le patate al forno sono tagliate a rondelline sottili, bakpotatis se le patate al forno sono cotte con la buccia, aperte e farcite di roba buona, etc.

In Svezia stanno talmente in fissa con le patate che nel 2008 a Alingsås (piccola città della Svezia vicino a Göteborg) si è costituita l’Accademia della Patata allo scopo di “proteggere” (non ho capito bene da cosa) la patata. Ogni anno assegnano il Gran Premio della Patata e il loro motto è “per la patata nel tempo”. Nel 2009 hanno addirittura creato il “giorno della patata“, che cade il 26 ottobre.

Bene, non c’era modo di raccontare questa bislacca curiosità senza costruire frasi che si prestano a doppi sensi, quindi fate del vostro peggio.

Ad ogni modo, le patate che voglio proporre oggi si chiamano hasselbackspotatis.

Le hasselbackspotatis sono cucinate al forno e vengono tagliate fini fini fini senza però arrivare in fondo al taglio, cosicché la patata rimane unita e intera al fondo e tagliata solo nella parte superiore.

Mmm… è molto più difficile descrivere il procedimento che farlo, comunque sia è una ricetta elementare: dopo aver semi-tagliato le patate si aggiunge l’immancabile burro, il pangrattato e si inforna.

Il nome di questo piatto deriva dallo storico ristorante Hasselbacken, che fin dal ‘700 si trova sulla lussureggiante isoletta-parco di Djurgården (pronuncia: /’jur’gon/ WTF!), a Stoccolma. L’Hasselbacken negli anni ’50 non era solo un ristorante, ma anche una prestigiosissima scuola di cucina, e la ricetta fu inventata nel 1955 proprio dal direttore di questa scuola. Ho letto che un tizio è voluto andare personalmente al ristorante ad intervistare il proprietario per conoscere dettagliatamente la storia della ricetta e gli è stato detto che, dato che in quel periodo andava molto di moda mangiare le bakpotatis (vedi sopra), il solerte e astuto direttore, per tenere il ritmo e servirne tante velocemente, cercò un modo di ridurre i tempi di cottura, introducendo le fettine sottili ma garantendo allo stesso tempo un fondo entro cui potesse stare il ripieno delle bakpotatis.

Bene, mi sembra pleonastico e saccente consigliare abbinamenti con le patate al forno, confido nel vostro spirito d’iniziativa, e comunque se volete fare i nordici ricordatevi che in Svezia le patate stanno bene in qualsiasi momento con qualsiasi cosa.

La ricetta è essenziale, però le hasselbackspotatis sono davvero carine a vedersi e buonissime, dal momento che il burro è sempre burro e il pangrattato forma una crosticina croccante che migliora notevolmente il concetto classico di “patata al forno”. Inoltre hanno anche il vantaggio di non dover essere costantemente girate (rischiando di essere rotte) come le patate normali tagliate a pezzi.

Comunque, siccome AMO fare la pedante e suggerire sempre versioni 2.0 dei piatti svedesi (anche perché se gli concedessimo anche di avere una cucina non suscettibile di miglioramenti poi se la tirerebbero veramente troppo) secondo me un pizzichino di noce moscata non ci starebbe male. Comunque è davvero un minuscolo dettaglio, le hasselbackspotatis sono semplici ma perfette.

Scrivo la ricetta, ma ripeto che è davvero tutto molto intuitivo, la cosa importante è l’idea di base. Io ho usato meno patate per il semplice motivo che non avevo voglia di alzare le chiappe e andare a fare la spesa, ma le dosi ottimali sono due patate abbastanza grandi a testa.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 8 patate medie (circa 600 gr.)
  • 40-50 gr. di burro
  • mezzo bicchiere di pangrattato
  • sale a piacere

    1- Fare attenzione a non tagliare la patata da parte a parte

PREPARAZIONE:

Scaldare il forno a 225 gradi e sbucciare le patate. Tagliare le patate a fettine sottili facendo attenzione a non tagliarle da parte a parte.

2- Patata a fettine

Foderare una teglia con carta da forno e appoggiare le patate sulla parte non tagliata, in modo che si vedano le fettine.

Far sciogliere il burro in un pentolino e spennellare le patate di burro.

Cuocere le patate al centro del forno per 30 minuti.

3 - Cospargere di pangrattato

Toglierle dal forno, dare un’altra spennellata di burro e cospargere di pan grattato e sale a piacere.

Rimettere le patate in forno e terminare la cottura per altri 25-30 minuti.

4- Hasselbackspotatis pronte!

Buon appetito!

I.