Kose kimike, Alfred Nobèl e rödkål

Via, oggi post storico. Mi c’è presa benone, e poi ho scoperto un fatto interessante che riguarda un personaggio svedese.

L’altro giorno infatti il mio brit-amico Philip mi ha raccontato la storia di Alfred Nobel e io ho sentito il bisogno di condividerla col mondo.

Alfred Nobel giovane

Alfred Nobel giovane

Innanzitutto, per chi se lo fosse chiesto almeno una volta nella vita, Nobel si pronuncia Nobèl. Io, prima di avere una seppur vaga idea sulla pronuncia dei cognomi svedesi, dicevo Nòbel; e lo dicevo come silenziosa vendetta personale contro l’anziana francesizzazione del tutto che affligge la mia famiglia, mia madre soprattutto.

Sono sicura che avete anche voi madri che prendono il tassì se non hanno trovato il metrò e che vanno su otmèil di defòl (anche se la parola che mi sconquassa i testicoli in misura maggiore è il rallì). Bene, Nòbel era il mio personalissimo modo di schierarmi.

Ora, capitemi, io non sono una fan dell’anglismo (ecco, per intendersi, gli sciampisti che si definiscono hairstylist mi fanno anche un po’ ridere), però il mio punto è questo: hai preso parole da chi, per una ragione o per un’altra, era più ganzo di te (di solito aveva anche parecchi più quattrini), che siano i francesi e le loro puttanatine snob, o gli ammerigani e le loro cugiate, sempre il cugino scemo sei, se no non avresti usato le loro parole. Perché ostinarsi a vivere nel passato? Gli americani hanno vinto gente, mi dispiace anche a me tanto ma è così.

È per questo che noi gggiovani parliamo l’inglese, mangiamo i pancake, suoniamo il rock and roll (o i più stinfi di noi il jazz) e guardiamo BrechinBed. Se fosse andata diversamente avremmo dovuto impararci una lingua dalla grammatica caccosa, avremmo suonato la balalaika, guardato qualche telefilm tristissimo con gente vestita di merda e mangiato brodaglie di sterco equino e barbabietole. Via, almeno per il cibo la guerra fredda ha avuto un esito conveniente.

Comunque tutto ‘sto pippone per dirvi che…?

Che avevo torto.

Alfred si chiamava Nobèl. Mamma avevi ragione. STAVOLTA.

FincheceguerracesperanzaPraticamente il Nostro nasce nel 1833 e cresce in una famiglia dedita al nobile mercato di armi&esplosivi come Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”. Alfredino quindi, pieno zeppo di piccioli familiari, riceve un’educazione molto sofisticata dimostrando spiccate capacità nella chimica. Gira per il mondo imparando tecniche chimico-belliche da vari paesi (tra cui Italia, Francia e Stati Uniti), mentre il solerte babbino arma la Russia fino ai denti per la Guerra di Crimea (evidentemente non abbastanza perché la Russia, lo si sa, ne uscì piuttosto malino).

Alfred torna a casa e perfeziona bombe su bombe, con aggiornamenti su detonatori e altre synpatiche cose, insieme ai dolci fratellini (tipo “I cugini Merda”), uno dei quali muore a causa di un’esplosione.

Ma insomma via, incidenti di percorso, gli altri fratelli Merda, Nobel incluso, continuano a creare strumenti di morte. In questi esperimenti Alfred è abbastanza scocciato dal fatto che la nitroglicerina sia particolarmente instabile e abbia la fastidiosa tendenza a scoppiare a caso, per cui, utilizzando polvere inerte composta da farina fossile, rende l’esplosivo solido, e quindi più maneggevole e stabile e meno pericoloso per chi ci traccheggia (non per chi ci deve morire scoppiato, ovviamente).

Et voilà. La dinamite, brevettata nel 1867.

Dinamite

Dinamite

Alfred è un divo a ‘sto punto, apre laboratori ovunque (anche in Italia) e diventa ricchissimo. Inventa poi anche la gelignite, già che c’è, un esplosivo gelatinoso ancora più stabile e potente della dinamite, e poi la balistite, la cordite, e altre stronzoliti varie, dimostrando che non ci sono ragioni scientifiche per cui le bottigliette d’acqua in aereo vanno buttate perché potrebbero essere esplosive, perché gli esplosivi sono in ogni forma.

Ma attenzione, nel 1888 muore un altro fratello.

KA-BOOM.

Questo episodio cambierà la vita di Nobel (e in un certo senso anche quella del mondo) forevah and evah.

Le Figaro infatti, sbagliando fratello, convinto della morte di Alfred, pubblica un necrologio molto aspro e critico, dal titolo Le marchand de la mort est mort, che continua con: “Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri”.

Nobel allora ha un’epifania (della serie, ti serviva il Figaro, perché da soli è difficile capire che le bombe fanno la bua) e, come se avesse visto lo spirito dei Natali futuri, vede come sarà ricordato dopo la sua morte.

Testamento di Alfred Nobel

Testamento di Alfred Nobel

Nel 1895 quindi sottoscrive il suo testamento: non appena morirò date tutte le mie immense ricchezze e il mio nome a un’istituzione che premi, stimolandola, la ricerca nella scienza e in tutte le discipline che rendono l’uomo l’Uomo.

Una paraculata alla svedese, via. Alla fine vediamo che la Svezia ce l’ha da diverso tempo questa cosa di essere enormi produttori e venditori di armi distruttive ma anche la pretesa di essere ricordati come grandi pacioccolosi pacifici (qui una riflessione sulla viKibelligeranza).

E parlando di chimica, la sapete una cosa figherrima che ho scoperto di recente? Si possono fare cartine di tornasole con il cavolo rosso.
Sì perché il cavolo rosso è ricco di flavonoli e antocianine, antiossidanti, solubili in acqua e usate un sacco per fare coloranti alimentari, ma soprattutto che cambiano colore mostrando l’acidità delle sostanze.

Vi spiego meglio con un esperimentino bellino: fate a pezzetti piccoli un cavolo rosso e fatelo sobbollire in acqua. Raccogliete l’acqua di cottura (che sarà diventata tipo porpora). Poi mettete questo liquido diluito con acqua in tanti bei bicchierini e mettete diverse sostanze per vedere il cambiamento di ph: tipo, con un po’ di succo di limone (ph 2-3) dovrebbe diventare molto rosso, mentre con un po’ di bicarbonato (ph 8) dovrebbe diventare blu, con l’ammoniaca (ph 10) dovrebbe diventare verde, e con la soda caustica (ph 12) dovrebbe diventare giallo. Insomma… GANZO!

phE il cavolo rosso non è solo chimicamente molto ganzo, ma è anche bono.

Ad esempio ci si può fare una sifiziousa ricettina con mele, cipolle e miele che rende il cavolo ‘nu babbà, e questo innanzitutto è un piatto immancabile nel buffet di Natale (per altri piatti vedi qui, qui, qui, qui, e qui), e poi è una buona scusa per far mangiare il cavolo ai bimbi.

Oddio, dipende che bimbi.

Io ho sempre avuto un’idiosincrasia per quelle famiglie che vanno al ristorante, e mentre mamma e babbo mangiano piatti “di ristorante”, ai bimbi vengono portate le penne alla pomodoro. Cioè no minchia, bordello.

Sarà che io da piccola, nelle rare occasioni in cui andavo al ristorante con i miei genitori, se il cameriere ignaro si azzardava a pronunciare “alla bimba?“, mi impuntavo stizzita e ribattevo con la vocina bianca: “la bimba ha letto sul menù del giorno ‘astice alla catalana’, ecco, quindi alla bimba le porti quello e delle tronchesine per spezzargli le chele, grazie”.

Le penne al pomodoro al ristorante… Tsè.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 st  cespo di cavolo rosso (circa 1/2 chilo)
  • 1 cipolla rossa
  • 1 mela
  • 3 cucchiai di miele
  • 2 cucchiai di  marmellata di ribes (o lamponi)
  • 1 cucchiaio raso di aceto di mele
  • 2 chiodi di garofano tritati (mezzo cucchiaino)
  • 1 dl  d’acqua
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.

PREPARAZIONE:

Tagliare il cavolo, la cipolla e la mela a pezzetti molto piccoli e metterli in una pentola grande.

Aggiungere il miele e la marmellata.

Aggiungere aceto, acqua e chiodi di garofano.

Coprire, mettere a fuoco basso e cuocere per minimo un’ora. Ma il concetto è che più cuoce e meglio è.

Aggiustare di sale e di pepe.

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Buon appetito!

I.

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Pot-pourri di dubbio gusto: lo snus (tabacco da gengiva) e la västkustsallad

C’è qualcosa che si nota in Svezia, e che si nota soprattutto conoscendo diversi svedesi, e di cui gli svedesi (stranamente) si vantano: fuma poca gente.

Posso testimoniare che non è leggenda, gli svedesi fumano poco, e fumano meno degli italiani.

Ecco, come sempre gli italiani si genuflettono al cospetto del concetto filosofico di ‘estero’, concetto speculare al nazionalismo, anche se inverso. Esiste l’Italia, esiste l’ESTERO. E questo estero è meglio.

Cosa farai da grande? Andrò all’estero. All’estero si trova lavoro molto più facilmente e pagano di più. In Italia devi essere un raccomandato se no non vai avanti, l’estero non funziona così. And so on and so on.

"Macaroni! ...uhm... macaroni! Questa è robba da carettieri. Io nu' mangio macaroni, io so' americano"

“Macaroni! …uhm… macaroni! Questa è robba da carettieri. Io nu’ mangio macaroni, io so’ americano”

Ecco, mi spiegate un po’ questo estero? Che lingua parlano all’estero? Quanti abitanti fa l’estero? La capitale dell’estero?
L’estero non esiste, porca puttana! L’estero sono un sacco di altri paesi, ognuno con i suoi cazzi e i suoi mazzi, è un concetto sballato che racchiude un’infinità di situazioni.

Mi sembra un po’ come la definizione ‘extracomunitario‘: di chi sei non me ne frega nulla, sicuramente però non sei “uno di noi”.

Bene, dicevo, gli italiani allora diranno rassegnati: “Eeeeh, noi in Italia fumiamo veramente tantissimo“, oltretutto perché anche gli svedesi lo dicono che “noi in Italia fumiamo veramente tantissimo”.

Bullshit.

In Italia si fuma poco, si fuma sotto la media europea, sono i greci, i bulgari e i lettoni quelli con le dita gialle e l’alito pesante. Ma anche francesi e spagnoli non scherzano.
In Svezia, però, si fuma ancora meno, tutto qui. Niente idolatrie, sensi di colpa, sentimenti di inferiorità. Si fuma solo leggermente meno.
I viKi fumano più o meno come in Finlandia, ma più che in Slovenia. L’avreste mai detto? No, vero? Razzisti.

Però… c’è un però grande come una casa: in Svezia si abusa di snus.

Che cos’è lo snus? Lo snus è il tabacco da gengiva.

Voi andate dal tabaccaio, chiedete lo snus, e vi danno una scatolina tonda con dentro delle microbustine da tè traboccanti nicotina (con una concentrazione di molto superiore a quella contenuta nelle sigarette) che odorano di sciacallo bagnato. Ne prendete una e ve la infilate sotto il labbro superiore, tra labbro e gengiva.

snusSe ci siete abituati, ve la tenete per un’oretta, un paio di ore, quello che è, assorbite nicotina e godete.
Se non ci siete abituati (tipo me quando l’ho provato), ve lo tenete 6/7 secondi al massimo, superate i conati, diventate verdi, vi concentrate su un punto fisso davanti a voi per non svenire, lo sputate, e vi ripromettete di non farlo mai più.

Gli svedesi sostengono che lo snus faccia molto meno male delle sigarette. E questo perché? Perché fumano poco, ma in media ogni abitante in un anno se ne ciuccia 16 confezioni. Quindi non ne abusano, ne STRA-abusano.
E allora dicono che non fa male, perché se una cosa si fa in Svezia non può certo fare male, cribbio. Non mi soprenderei se da domani dicessero che fa bene e obbligassero i bambini nelle scuole a farsi un’ora al giorno di snus.

Ovvio, di fumo passivo neanche l’ombra, potete snussare davanti a un neonato senza sentirvi delle merde, farlo al cinema, a scuola, all’ospedale, dove vi pare, senza nuocere al prossimo. Combustione non ce n’è, i vostri rosei polmoni pompano alla grande anche dopo anni di snus.

Però poi vi cascano i denti, e nella vostra cavità orale iniziano a sbocciare simpatici cancri grossi come pomodori di mare, talmente in forma che dopo qualche giorno iniziano a chiacchierare con voi del più e del meno. Inoltre crea molta più dipendenza del fumo, quindi basta poco per averne bisogno e l’assuefazione cresce velocemente.noteeth

L’Unione Europea ha proibito la vendita di snus fin dal lontano 1992, e la Svezia ha detto “se ci volete, noi però si continua con lo snus, se no fanculo all’Europa” (questo per darvi un’idea del come sono messi), e quindi, a ennesima dimostrazione del fatto che l’Unione Europea è una stronzata pazzesca, la Svezia è oggi l’unico paese dell’Unione che vende snus che è un piacere.

Una delle marche più famose di snus è la Göteborgs Rapé, originaria, pensate un po’, di Göteborg. Ha una storia interessante: in pratica i marinaioni del porto di Göteborg, quelli con le ancore tatuate sul bicipite, mischiavano spezie a caso al loro snus di infima qualità per rendere il sapore vagamente migliore. Queste varietà di snus ‘corretto’ vennero sottoposte al vaglio di una giuria e diventarono un marchio registrato, il Göteborg Rapé.

Il sapore per gli esperti sarà anche buono, ma secondo me puzza di piscio di gatto, niente che invogli a prenderlo e metterselo in bocca. Ma magari sono io che non capisco.

GöteborgsRapéMa a Göteborg hanno inventato anche la västkustsallad, ovvero “insalata della costa ovest”, anche in questo caso della roba messa insieme randomly per trovare un sapore gradevole ma dal risultato opinabile: lattuga, maionese, funghi, asparagi, aceto, gamberi, cozze, piselli, uova e granchio.
Mi vengono in mente modi migliori per utilizzare un granchio gigante.

Così come mi vengono in mente modi migliori per utilizzare i miei denti, invece che strofinarmeli con merda cancerogena.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 200 gr. di cozze
  • 1 granchione bollito da circa 400-600 gr. (anche surgelato)
  • 200 gr. di gamberi bolliti
  • 200 gr. di champignon cotti al vapore (anche in barattolo)
  • 200 gr. di asparagi cotti al vapore (anche in barattolo)
  • 250 gr. di piselli (anche surgelati)
  • 1 cespo di lattuga
  • 2 uova sode
  • 1 cucchiaio di aceto di vino bianco
  • 1 cucchiaio di vino bianco
  • 4 cucchiai di olio d’oliva
  • 2 cucchiai di maionese
  • 1 spicchio d’aglio tagliato a pezzetti
  • aneto, sale e pepe nero q.b.

PREPARAZIONE:

In una pentola mettere un filo d’olio, cuocere le cozze a fuoco vivo con il coperchio e spegnere quando si saranno aperte. Una volta raffreddate, sgusciarle.

Sgusciare il granchio e i gamberi bolliti. Tagliare a pezzi non troppo piccoli.

Lavare e tagliare a pezzetti i funghi e gli asparagi. Tagliare le uova in quattro.

Lavare l’insalata, spezzettarla e metterla in una ciotola.

Fare una salsa con aceto, vino, olio, maionese e aglio sminuzzato e mettere insieme all’insalata.

Unire tutti gli ingredienti, salare, pepare e cospargere di abbondante aneto.

Si può servire accompagnandola con due o tre fette di knäckebröd.

Västkustsallad pronta! - Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com

Västkustsallad pronta! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.comgianlucalabruna.tumblr.com gianlucalabrunaphotography.com

Buon appetito!

I.

Plat du jour: Bearnaisesås. Lavarsi le cul, parlare usando il français ed emettere sjtrani sjuoni.

Salsa molto stronza da cucinare, la bearnaisesås non è un piatto svedese. E questo ve lo sparo così all’inizio perché ci sarà sicuramente tra voi qualche fastidioso saccente che avrà pensato con la faccia di Yao Ming: “Bitch please, la salsa bernese è bernese e non svedese”.bitch-please-meme-generator-bitch-please-51d085

Ed io questo sollo, ma ciò che ignorate voi testine, è che in Svezia la salsa bernese la infilano dappertutto. Al MacDonald i viKi ci inzuppano le patatine, la schiaffano sull’insalata, sui funghi, sulla carne, sul pesce, sui gamberi, ci si lavano i denti, la usano come abbronzante, le svedesi se la ritrovano nelle perette di Tantum rosa, insomma, è una maledizione.

E’ talmente una maledizione che una volta un viKi (simpatico, un po’ tardo ma simpatico) mi disse: “Ah sei toscana? Bello, io sono stato a Firenze, e mi ricordo che ho chiesto la bistecca alla fiorentina ma mi sono meravigliato… non c’era sopra la salsa bernese“…
Ecco, in quel momento (lasciando perdere la mia reazione che prevedeva il brandire una croce e gridargli contro “Vade retro”) ho effettivamente capito che gli svedesi non si pongono il problema di assaporare. Perché se senti il bisogno di una qualsiasi salsa sulla fiorentina vuol dire che sei geneticamente differente. Come i cani di Pavlov: ciotola rossa = bava; carne = bearnaisesås.

E a proposito di ciò notiamo subito come infatti la bearnaisesås sia componente eccelsa di molti piatti italiani farlocchi. Non solo della bistecca alla fiorentina: tra tutti facciamo un minuto di silenzio per la generica bearnaise-pasta, le specifiche bearnaise-lasagne e l’abominevole bearnaise-pizza. Oh yes.

Bearnaise -pasta, -pizza e -lasagne

Bearnaise -pasta, -pizza e -lasagne

Quindi capite che anche se tecnicamente questa salsa non è svedese-svedese, è svedese di adozione, come tantissimi piatti di tantissime cucine, la nostra compresa.
Lo sapete come si dice sia nata la carbonara, no? Pare da uova in polvere e bacon essiccato che i soldati americani seminavano ovunque durante la liberazione. Dunque, come vedete, c’è chi crea un superlativo primo piatto da scarti yankee, e chi crea la bearnaise-pizza. Il mondo è bello perché è vario.

La salsa bernese non è di Berna, cosa che pensavo fino a ieri, ma del Béarn, area dell’Aquitania, nella Francia sud-occidentale, famosa per la grande tradizione gastronomica e per aver dato i natali, tra gli altri, al sociologo Bourdieu, allo stilista Courrèges e al generale napoleonico che diventò poi il re Giovanni Carlo XIV di Svezia dando origine alla stirpe dei Bernadotte, famiglia reale svedese che, come vedete, è sempre in mezzo ai coglioni (chi è interessato ad approfondire la questione del viKitrono può leggere qui).

Ma gli svedesi non hanno preso dalla Francia solo la salsa bernese e Sua Maestà.
Diciamo che a partire dalla metà del XVII secolo un po’ tutti in Europa, non solo i viKi, hanno subito il fascino dei nostri cugini con l’r moscia, nella cosiddetta “gallomania“, sviluppatasi a causa della centralità politica, della potenza militare, della forza economica, della capacità innovativa del sistema tecnologico e scientifico e del prestigio culturale e letterario del paese in cui si compra il pane, ce lo si strofina sotto le ascelle e ce lo si mangia.

E allora ecco che accendiamo l’abat-jour, diamo il biberon ai bimbi e cerchiamo di rispettare il bon-ton mentre sorseggiamo con tutto il nostro charme una flûte di champagne dall’ottimo bouquet e dal fine perlage (parola che oltretutto è stata bellamente inventata, dato che il perlage i francesi lo chiamano effervescence).

Questo è probabilmente l'uso che i viKi fanno del bidet quando sono in vacanza in Italia

Questo è probabilmente l’uso che i viKi fanno del bidet quando sono in vacanza in Italia

Potrei anche aggiungere che ci laviamo il culo nel bidet, però quella è tragicamente una cosa che facciamo solo noi del Belpa.
I viKi non lo hanno mai fatto e anzi, tornando al leitmotiv del sono-svedese-e-ti-prendo-per-il-culo-per-cose-per-cui-dovrei-solo-tacere, una di loro ha addirittura osato esordire con “Ahahahah! Ma te lo usi davvero quel coso?” e io: “Ovviamente, e se fossi in te non sghignazzerei tanto, cara la mia sudicia” e lei: “Guarda che noi in Svezia ci facciamo la doccia tutti i giorni”.

Ommmmmmmm… Irenenonusareilcoltellocomeshurikennnnnnnn… Ommmmmmmm….

Bene cari viKi (ma non solo), dovete sapere che ANCHE NOI TERRONI CI FACCIAMO LA DOCCIA TUTTI I GIORNI. Basta con il mito che se hai il bidet non ti fai la doccia. Non sostituisce la doccia, quel cazzo di bidet, nel senso, avete mai visto una casa italiana senza doccia? No, noi ci facciamo la doccia e IN PIU’ ci laviamo il culo. E lo rivendichiamo con orgoglio. Fatevene una ragione. Ed è inutile che ridacchiate, non sentitevi ganzi, perché siete dei puzzoni.

Ecco, scusate, mi lascio prendere molto dall’argomento “bidet“.

Comunque, i viKi almeno non lo hanno mai avuto, i francesi a dire la verità ce lo hanno avuto, anzi, lo hanno persino inventato (come dimostra il calco linguistico con cui designiamo l’oggetto in questione), quindi un tempo si sono anch’essi lavati le pudenda reiterate volte al giorno, però poi hanno smesso. E questo rende la loro posizione più grave. Meglio essere nati zozzi o avere deliberatamente scelto di abbandonare la pulizia?

Ma sto andando off-topic come sempre.

Dicevo. Il fatto che la Francia fosse trendy un casino, ha portato ad una quantità impressionante di gallicismi in moltissime lingue, tra cui lo svedese.

Dovete sapere che in svedese c’è un suono molto simpatico, il temibile sj-ljudet [ɧ], ovvero una consonante fricativa dorsopalatale velare sorda, che esiste solamente nello svedese (e anche nel kölsch, a dire la verità, un insieme di forme dialettali della lingua ripuaria, appartenente al gruppo del tedesco centrale, parlato circa da 250.000 persone nella città di Colonia e dintorni).

Ecco, in svedese però questo fonema, a differenza che nel kölsch, può essere realizzato tramite un numero potenzialmente infinito di foni.
Ci tenete davvero alla spiegazione della differenza tra fono e fonema? Perché se fosse per me, io potrei andare avanti delle ore, ma poi questo blog non lo leggerebbe più nessuno… Dai, faccio veloce: il fono è il suono scientifico, quello che davvero si produce o si ascolta; il fonema è invece una specie di ‘immagine virtuale’ di quel suono anche se realizzato in diversi modi. L’esempio classico in italiano è la r moscia come difetto di pronuncia (o rotacismo): anche se realizzata diversamente è percepita comunque come una r.
Per cui è come se tutti gli italiani facessero la come cazzo vogliono e fosse comunque percepita da tutti come r. Già ci sono un sacco di r mosce in giro, quella snob a V, quella francese, quella che abolisce del tutto il suono ‘r’, quella dura tedesca, quella a G che di solito hanno i giornalisti del Tg5, etc. Però rientrano tutte nei difetti di fonazione. Questo fonema in svedese invece funziona come se tutti avessero stabilito che si può fare un po’ come cazzo ci pare, anzi, non è “come se”, è proprio così.

Ecco, i linguisti su questa oscillazione del sj nello svedese ci sono andati in paranoia. Alcuni hanno cercato di ricostruire ogni cazzo di singolo fono in cui questo fonema è prodotto, con l’uso di simboli fonetici piuttosto bizzarri, come [fˠʷ], [x̞] o [x̟]. Ma sono solo alcuni dei miliardi di suoni che vengono associati a questo fonema.

Io ho provato ad ascoltare i viKi attentamente, per carpire il segreto di questo suono, mi ci sono intrippata, e sono giunta alla conclusione che ogni svedese articola questo suono in più o meno 5 diversi modi a seconda della circostanza, della parola, e del tasso alcolico nel suo sangue; e dal momento che gli svedesi sono 9 milioni, la mia ricerca empirica dimostra che ci sono 45 milioni di modi di articolare questo suono.

Ovviamente dipende molto anche da che parte della Svezia si viene: nel nord il suono è articolato più o meno come la nostra <sc> però con la punta della lingua sollevata che tocca quasi il palato ([ʂ]), nel sud invece si può sentire pronunciato simile alla scatarrata olandese ([ɧx]).

Addirittura alcuni linguisti sostengono che, dato che il fono [ɧ] indica due punti di articolazione (velare sarebbe nella gola, e dorsopalatale sul palato), si dovrebbe fare un suono su due punti diversi della bocca, e per questi linguisti le consonanti ‘doppiamente articolate’ non esistono. Quindi è tutta immaginazione.

Con questo ci si può orientare un po'

Con questo ci si può orientare un po’

Ma in realtà gli svedesi sono capaci di fare suoni alieni, per cui secondo me sono anche capaci di fare fricative quintuplamente articolate così, a richiesta. E magari contemporaneamente fanno i giocolieri con una decina di polpette IKEA.

Allora vi faccio sentire qualche esempio di diverse articolazioni, però siccome non avevo molta voglia di ascoltarmi 45 milioni di registrazioni, ve ne metto solo qualcuna. Tutti questi omini che parlano sono madrelingua, quindi se qualcosa non vi torna rifatevela con loro.

Allora, abbiamo la parola själ (“anima”), la parola själv (“stesso”), la parola skär (“scalpello”) e la temibile parola sjuksköterska (“infermiera”).

Ci si fanno anche degli scioglilingua, ad esempio con sju sjösjuka sjömän (“sette marinai con il mal di mare”), che io ho trovato solo nella sua forma breve ma che in realtà è più lungo: sju sjösjuka sjömän sköttes av sju sköna sjuksköterskor (“sette marinai con il mal di mare sono curati da sette belle infermiere”).

Come avrete notato il suono sj non si scrive solo <sj>, perché sarebbe troppo facile, e i viKi sono caccosi, non gli va che la loro lingua sia troppo intuitiva o che ci sia una corrispondenza tra grafia e scrittura, sarebbe troppo semplice. Voi però finora avete visto solo <sj> e <sk>, ma sappiate che si può scrivere in moltissimi altri modi.

Quindi, ricapitolando: oltre ad essere un fonema che si può realizzare attraverso millemila foni, si può anche scrivere attraverso millemila grafemi. E questo fa sì che lo svedese appartenga di diritto alle cosiddette lingue confusedove possiamo avere 50 scritte diverse ma che si pronunciano nello stesso modo, vedi il francese e la stessa pronuncia di vingt, vain, vin, vint, o una parola che non si può minimamente supporre come si pronuncerà, e l’inglese qui vince a mani basse: perché la doppia in blood è diversa da quella in good? E heart/beard/heard? E poi, provate un po’ a scazzare come si pronunciano indict, gunwale, ere, sword o choir.

E questo modo di scrivere in tanti modi diversi quello stupido suono sj, è strettamente collegato al discorso sul prestito dal francese di cui vi parlavo prima, perché gli svedesi per fare i fighi hanno deciso che tutti i gallicismi che in francese hanno il suono j, o ch, o finiscono con –tion, –sion, o altre regoline di cui so una sega, devono avere quel maledetto suono.

E questo ha ovviamente accresciuto notevolmente il numero dei modi in cui il suono sj si scrive.

Alcuni ne hanno contati una sessantina, ma in realtà è difficile da stabilire, perché i linguisti non concordano mai su nulla, e poi perché ci sono migliaia di dialetti che pronunciano con questo suono anche altri grafemi.
Comunque qualche esempio: <ch> (champinjon), <dsk> (gudskelov), <g> (gélé, e anche <rsg> in krusbärsgélé), <gi> (religiös), <i> (motion), <j> (journalist, e anche <rj> in superjournalist), <rsi> (version), <rsk> (försköna), <rskj> (förskjuta), <stj> (stjärna, e anche <rsstj> in pappersstjärna e <rstj> superstjärna), <sch> (schema), <sh> (Shanghai), <si> (television), <ski> (Nordenskiöld), <skj> (skjuta), <ssi> (passion), <ssj> (hässja), <stg> (gästgiveri), <sti> (Kristianstad), <ti> (station), <xi> (reflexion), <xj> (Växjö), e altri.

Ecco, questo era giusto per darvi un assaggio di fonetica svedese che, com’è noto, è uno degli argomenti più cercati sul web. Google mi informa che è al terzo posto nelle ricerche degli italiani dopo “tette di Belen” e “migliori gol della Juve”.

Quindi se vi capitasse mai di avere davanti un viKi incazzato che vi punta una pistola alla tempia minacciandovi di spararvi in mezzo agli occhi (come si fa con gli alci) se non pronunciate bene una parola, sappiate che quando vedete una parola svedese palesemente di origine francese che finisce con -ion, o che ha delle ch, delle sh, delle j a caso, state sicuri che dovete fare quel suono strano.

A volte mi chiedo come potreste continuare a vivere senza di me.

Tornando alla nostra salsa, è una menata, vi avverto. Dovete mescolare mentre aggiungete cose e molto probabilmente vi impazzirà. O forse lo fa solo con me che non so cucinare.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PERSONE:

  • 200 gr. di burro leggermente salato
  • una tazzina da caffè di aceto di vino bianco
  • una tazzina da caffè di vino bianco
  • 1 scalogno
  • due cucchiai di dragoncello tritato
  • due cucchiai di cerfoglio tritato (o prezzemolo, dato che il cerfoglio non si trova)
  • abbondante pepe nero
  • 4 tuorli
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Sciogliete il burro in un pentolino e fate raffreddare.

Portate a ebollizione l’aceto e il vino in cui avrete messo lo scalogno tagliato molto sottile, un cucchiaio di dragoncello, un cucchiaio di cerfoglio e una bella spolverata di pepe.

Fate bollire per circa 10-15 minuti, dopodiché filtrate e conservate il liquido.

A bagnomaria mettete a cuocere il liquido filtrato, sbattete leggermente i tuorli e aggiungeteli mescolando continuamente con una frusta.

Aggiungere a poco a poco il burro e continuare a mescolare finché la salsa non risulta spumosa.

Fate raffreddare continuando a mescolare con la frusta e aggiungete un cucchiaio di dragoncello e uno di cerfoglio.

Aggiustate di sale.

Bearnaisesås pronta!

Bearnaisesås pronta!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part V): gravad lax con hovmästarsås, svedesi enormi e rimNing (non rimming)

E come potrebbe mancare il salmone all’appello…

Infatti non manca, eccolo qui.

Vi dico la verità, mi sono abbastanza annoiata di fare le ricette di Natale, anche perché ormai l’ebbrezza delle feste (se mai ce n’è stata una) è finita, visto che siamo a gennaio inoltrato.

Però io sono abbastanza autistica, e finché non vi ho fatto almeno le ricette più importanti, mi tocca continuare. E il problema è che i viKi non sentono cazzi.

Voi pensate che “Italiani Zempre manCiare”: e il capitone, e i cappelletti in brodo, e il pandoro, e via così… ma non avete idea di cosa possono fare gli svensKi.

Io in Svezia

Io in Svezia

A parte che sono strutturalmente più grossi, e quindi ci vuole più materia per riempirli (per darvi un’idea delle viKidimensioni, quando le ragazze formato-Shrek ci provavano con il mio ex, io e il mio possente fisico di un quarto di sega le lasciavamo sempre fare con rassegnazione), e adding to that, oltre a sfondarsi di cibo fino al punto in cui le pareti degli organi interni tirano a bestia, si deve bere.

Quindi il viKi-Natale è il trionfo dell’edonismo, si beve, si mangia, si ribeve, si rimangia, si collassa, si vomita per rimangiare, si ribeve di nuovo, si ricollassa, etc.

Ça va sans dire, en riktig svensk jul durerà ancora per un po’. A meno che non vi siate rotti proprio i maroni e allora me lo dite e io la pianto. Finché non protestate, lo prendo come un silenzio-assenso.

Che poi sì, queste sono cose che non è detto che dobbiate cucinare per forza a Natale, no? Nel senso, noi non siamo viKi, e quindi non pensiamo “Piatto di Natale, ja? Io cucina a Natale”, no noi siamo della Casa della Libertà e facciamo un po’ come cazzo ci pare (Brigitte Bardot-Bardot ♫).

Tornando a noi, il gravad lax (lax = salmone; gravad = continuate a leggere che ci arrivo) è buonissimo e arrogantemente facile da preparare, sebbene si debba aspettare la marinatura per circa 48 ore.

La marinatura è simile al rimning, di cui vi avevo parlato l’altra volta qui.

Ecco, piccolo inciso… Cercavo notizie più specifiche sul rimning e Google mi ha detto “Ma sei proprio sicura che invece non cercavi il rimming?” e mi è comparsa tutta una schiera di risultati di gente gioiosa di praticare l’anilingus e ancor più gioiosa di darne testimonianza…rimming A parte, fate caa’ (livornese per “fate cagare”, in dialetto rendeva di più). E poi tengo a specificare che sono due cose diverse, quindi non pensate che io vi dica parole porno a caso, intendevo rimNing, con la N.
Non sapevo neanche dell’esistenza del rimming (sai quanti viewers mi becco con questo tag, adesso? Io ce lo strametto).
Vi garantisco che niente delle cose che cucino ha avuto una preparazione che abbia previsto un contatto ravvicinato tra una lingua e un bucio di…

Vabbè, continuiamo.

Come vi avevo detto, il rimning prevede una marinatura con sale e zucchero. Il gravning invece, tecnica di conservazione alla base del gravad lax, anche.

Documentandomi, io sinceramente non ho capito che minchia di differenza ci sia.

Però boh, qualche differenza ci sarà.

Ecco, è molto importante stare attenti alle proporzioni tra sale e zucchero, se no si rischia la morte per avvelenamento da cibo, che non è mai simpatica.
No scherzo, magari non si muore, però vomitare fluorescente per 5 giorni è altrettanto molesto, quindi no panic, seguite la mia ricetta, e via. Se poi vomitate uguale, io non sono responsabile.

In realtà la storia di questa tecnica di conservazione risale al Medioevo, quando i pescatori per conservare il salmone lo sotterravano (grav in svedese sarebbe infatti “fossa” o “tomba”… ve l’ho detto che questa stupida lingua è uguale all’inglese).

Magari potrebbe essere che prima si sotterrava e quindi era usato il gravning, poi si è smesso e ora si usa il rimning, ma per tradizione i piatti che venivano seppelliti continuano a essere definiti come risultato di un gravning, anche se all’atto pratico sono il risultato di un rimning

Bo, vabbè, ma anche chi se ne frega.

Knäckebröd. Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabruna.com http://gianlucalabruna.tumblr.com/

Knäckebröd. Foto di Gianluca La Bruna – http://www.gianlucalabruna.com http://gianlucalabruna.tumblr.com/

Questo salmonuccio viene preferibilmente servito su una fetta di knäckebröd, pane croccante di segale, ovviamente imburrata, e la sua salsina viene cosparsa sopra il salmone. Oppure può anche essere mangiato senza il pane, l’importante è che ci sia la salsina.

La salsina si chiama hovmästarsås (“la salsa del maître“), ma è talmente inscindibile dal gravad lax che viene anche detta semplicemente gravlaxsås, quindi è necessaria.

Io credo che la salsa si possa usare un po’ così su quello che capita, tipo patate lesse, tacchino, salsicce, pesce a caso, crostacei… boh, è senape alla fine, quindi vedete un po’ voi.

Vi giuro, prossimamente vi parlerò del Natale svedese, magari a Pasqua, chissà… Tanto DeWitt ha scoperto che ai fini della descrizione dell’universo la variabile tempo è utile come i capezzoli negli uomini, per cui spero mi perdonerete.

INGREDIENTI PER 6/7 PERSONE

Per il salmone:

  • 2 pezzi di  filetto di salmone da circa 250 gr. l’uno
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di sale
  • aneto come se non ci fosse un domani
  • un pizzico di pepe bianco

Per la salsa:

  • 2 cucchiai di senape delicata
  • 2 cucchiaini di senape di Digione
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 2 cucchiaini di aceto
  • 2 dl di olio di semi di girasole
  • 3/4 mazzi di aneto
  • un pizzico di sale
  • fettine di limone per guarnire

PREPARAZIONE:

Mettere un sacco di aneto sul fondo di una pirofila e appoggiarvi sopra un filetto di salmone facendo sì che la pelle rimanga a contatto con l’aneto e la parte rosa sia verso l’alto.

Cospargere con un cucchiaio di sale, uno di zucchero, poco pepe bianco e un sacco di aneto.
Cospargere la parte rosa dell’altro filetto di salmone di nuovo con sale, zucchero e pepe e appoggiarla sull’altro filetto, di modo che le due parti rosa si tocchino, con l’aneto nel centro.

Coprire con la pellicola e lasciare in frigo per un paio di giorni. Ogni 7-8 ore girare i filetti e togliere l’acquetta che si sarà formata.

Prima di servire sciacquare abbondantemente sotto l’acqua fredda e asciugare con la carta assorbente.

Tagliare a fettine molto sottili.

Preparare la salsa al momento di servire mettendo in una ciotola la senape, lo zucchero, il tuorlo e l’aceto.
Mischiare e aggiungere l’olio a filo, girando lentamente e sempre nello stesso verso.

Sminuzzare l’aneto con una mezzaluna e aggiungerlo alla salsa sempre continuando a mescolare. Aggiustare di sale.

Guarnire con fettine di limone.

Gravad lax!

Gravad lax pronto!

Buon appetito!

I.

Kantarellsoppa e orientering: come non perdersi quando si va a cercare finferli

Oggi vi propongo un classicone, uno di quei piatti che se volete mimetizzarvi tra la viKifolla non potete fare a meno di degustare: la kantarellsoppa, ovvero “zuppa di galletti” (o finferli, dei cui milioni di nomi nella lingua italiana vi ho già accennato qui).

Vi avverto che questo è un post noioso, perché se nel mondo esistono i collezionisti di francobolli e i giocatori di golf, esistono anche gli appassionati di micologia, e quindi questo post è per voi, care categorie di persone pallose. Voglio bene anche a voi e vi capisco (io nei tempi morti leggo libri di fonetica, quindi sono nel grande circolo dei loser insieme a voi, tranquilli).

Kantareller al mercato

Non mi ricordo se ve l’ho già detto, e siccome sono pigra non ho voglia di andare a rileggermi i vecchi post per verificare, ma i galletti in Svezia regnano. In questo periodo, diciamo da inizi ottobre a inizi dicembre, ve li ritrovate dappertutto, tutti belli giallini che colorano le bancarelle.

In Svezia costano pochissimo, ora non saprei dirvi quanto perché l’ho scordato, ma molto meno che nel Belpa, comunque, e quindi la cucina svedese approfitta di questa profumatissima materia prima, inserendola in un trilione di ricette.
Non ve le dico tutte perché se no poi mi rovino la piazza, e io devo incuriosirvi ma non darvi troppi elementi, se no poi questo blog non se lo incula più nessuno.
Comunque io ho avuto il piacere di assaggiare la salsa di finferli, il toast di finferli, l’omelette di finferli (esagerata, tra l’altro), e la nostra kantarellsoppa (faccio come Camilleri e il siciliano, non ve lo dico esplicitamente che finferli in svedese si dice kantareller, perché voglio vedere quanto è arguto il mio lettore medio), che assaggiai per la prima volta ad un mercatino di Natale a Uppsala, con neve alta milllllle metri e -26°C, e fu provvidenziale oltretutto, perché grazie al caldino della zuppa le stalattiti all’interno del mio apparato cardiovascolare si sciolsero e ricominciai ad avere un abbozzo di circolazione sanguigna.
Quindi insomma, l’imprinting è stato il migliore che si poteva avere.

Ecco, ora voi penserete a una zuppina tutta bellina magra e sana, perché siete stolti, e vi dimenticate che la cucina svedese tradizionale la roba magra e sana non la prevede. Solo in Svezia si può rendere grassa una zuppa di funghi (che comunque sì, con l’era glaciale che ogni inverno si abbatte su quelle terre climaticamente inospitali, un po’ di grassi saturi vi fanno anche bene, e poi vi basta sbattere le palpebre che li avete bruciati), e come? Semplicemente con burro e panna in proporzioni pantagrueliche, come ormai questo blog cerca da tempo di insegnarvi.

I finferli abbondano nelle foreste di conifere, e dice che sono talmente facili da riconoscere che sono i funghi preferiti per chi ha paura di farsi uno spaghettino e morire di convulsioni o avere visioni mistiche, causa scelte azzardate di funghi velenosi. Quindi in teoria sono i funghi per me, perché io sono notoriamente scema, e come vedo una bacca carina me la metto in bocca. Se Sean Penn avesse preso me per Into the Wild, il film sarebbe durato circa il tempo dei titoli di testa invece che 967 ore.

Bene, ma io vi avevo detto che sarebbe stato un post palloso, no? Allora guardate, vengo subito al dunque… Secondo voi cosa si fa in un bosco a parte raccogliere kantareller? Sì sì, ci si possono fare tante cose, da uccidere le coppiette seguendo riti satanici a stare su un ramo con un binocolo in mano e con un taccuino a osservare uccelli (sì, che anche gli ornitologi come pallosità non scherzano)…
Ma no, gli svedesi hanno pensato ad un passatempo più palloso… da da da daaaaan: l’orientering.

L’orientering è una sottospecie di sport sfigato, come molti sport pensati da popoli che vivono al freddo, e non penso solo allo scintillante curling (lo sport degli omoni che ramazzano la neve per far scivolare una specie di teiera), ma anche all’altrettanto inutile biathlon (dove scii e poi spari a caso, così per infilare due cose che non c’entrano un cazzo, come se uno facesse, boh… corsa + ingurgitamento di Big Mac, o salto in alto + declamazioni epiche, sport così, ecco).
Anche se il primo premio IMHO se lo aggiudica un altro colosso… Dunque, io voglio sapere 1) chi ha inventato il dressage, perché spero sia morto soffrendo 2) chi mai nella vita da bambino dice “IO DIVENTERO’ UN CAMPIONE DI DRESSAGE“!

Pisani in tutta la loro pisanitudine

E’ un cazzo di cavallo che balla, levate quella merda dalle Olimpiadi, vi prego (e comunque se mio figlio mi dirà mai che vuole diventare un campione di dressage, la Franzoni sarà stata una povera pivellina, vi avverto). Odio il dressage. Lo odio quasi quanto il gioco del ponte pensato dai pisani (e da chi se no?), dove due squadre di grandi grossi e coglioni vestiti da menestrelli rinascimentali spingono e tirano un carrellino verso la parte opposta del Ponte di Mezzo…

Ma torniamo allo stupido orientering: vi sperdono con una bussola e una mappa, e lo scopo non è spararvi in bocca, come penso speravate, ma ritrovare la strada in meno tempo possibile.

Ecco, siccome c’è un solo modo che ti impone di voler fare uno sport del cazzo, ma n modi di volerne praticare una ancor più stupida variante, abbiamo:

  • differenze sul come si vuole ritrovare la strada (a piedi, in bici, in macchina,  sugli sci, a calci in culo, etc.)
  • differenze sul tipo di circuito
  • differenze sul luogo del circuito (foreste, città, parchi)
  • differenze sulla lunghezza del circuito
  • differenze sul farlo di giorno o di notte
  • differenze su usare o meno, e quali, altri punti di riferimento (stelle, skyline, sole, muschio sugli alberi, briciole di pane, etc.)

In alto da sinistra: Lena Eliasson e Emma Claesson
In basso da sinistra: David Andersson, Gustav Bergman

C’è anche un campionato mondiale di orientering, in cui, va da sé, gli svedesi eccellono, eccelgono, eccellioccano… sono molto bravi.
In Svezia questo sport è regolamentato dalla Svenska Orienteringsförbundet, la Federazione svedese per l’Orientering (me cojoooooni). Ogni anno fanno una loro cerimonia con premi e (presumo) sbronze varie ed eventuali, e parecchie scuole superiori e addirittura università, hanno le loro squadre di orientering.
Volete qualche nome di qualche grande campione? Arrivano: Lena Eliasson, Emma Claesson, David Andersson, Gustav Bergman, etc.

Bene, cari micologi, ornitologi, linguisti, giocatori di golf e filatelici, non vi sentite più sollevati a sapere che al mondo esistono anche dei campioni di orientamento? Beh, io sì…

Comunque sia, Wikipedia svedese mi dice che un buonizzzzzimo modo di servire i galletti è facendo una pasta (o perché no un risotto), con galletti, Jocca e panna acida.
Ecco viKi, io vi prego… occupatevi di renne, di zuppe cicciose, di marmellata con le polpette. MA LA PASTA NO.
Voi la pasta non la dovete toccare, non ne dovete parlare, non la dovete cucinare, e se fosse per me non la dovreste neanche mangiare, visto che la surgelate e ci mettete il ketchup (e secondo me quando non vi vede nessuno ci cagate anche dentro).
Non è il vostro campo, davvero. Nel senso, io la pasta con dentro la Jocca e la panna acida la rivomito a idrante tipo la bambina dell’Esorcista, con una faccia ancora più diabolica…

Ecco, a parte questi squarci di Acheronte che il viKi ai fornelli risveglia sempre, viKiWiki consiglia però poi ottimamente anche di saltare i galletti con burro, scalogno, prezzemolo, un goccio d’aceto che esalta il sapore del fungo, e un goccio di panna che rende tutto più cremoso… Così avete fatto i sauterade kantareller, che è poi la stessa cosa del kantarelltoast, quest’ultimo però, che prevede il mettere il tutto sul pane imburrato… Sì, quest’ultima precisazione potevo risparmiarmela.

Bene, i viki si raccomandano di servire la kantarellsoppa con muffin al Västerbottensost, o pane al Västerbottensost, o comunque Västerbottensost, che è un formaggio molto molto buono del nord della Svezia. Ha un sapore acuto come quello del parmigiano, però la pasta è più grassa e quindi la consistenza è diversa, vagamente tipo Emmental (o Emmentaler, che dir si voglia).

Io ho fatto dei muffin al parmigiano, di cui non vi do la ricetta, sia perché non svedese, sia perché l’ho presa pari pari da uno dei primi risultati di Google, e non voglio copiare gli altri foodblogger (che ho scoperto essere una categoria di persone agguerritissime, che ci credono un casino, non come me che con la scusa del cibo prendo per il culo la biosfera, non solo svedese).

Ecco, comunque, anche se non è per niente viKi, con questa zuppa un Chianti classico Gallo Nero ci sta proprio di lusso!

PREPARAZIONE PER CIRCA 6 PERSONE:

  • 480 gr. di galletti
  • 2 scalogni
  • 5 spicchi d’aglio
  • 80 gr. di burro
  • 1/2 l. di latte intero
  • 2 bicchieri d’acqua
  • 80 gr. di farina
  • 1 dado vegetale
  • 350 ml. di panna
  • 1 goccio di aceto di vino bianco
  • pepe bianco
  • sale
  • 1 o 2 ciuffetti di prezzemolo

PREPARAZIONE:

Lavare bene i funghi. Tagliare gli scalogni, l’aglio e i funghi (lasciatene qualcuno intero da parte per guarnire la zuppa) e far rosolare in una pentola dai bordi alti in circa 50 gr. di burro. Coprire e lasciar cuocere per circa un quarto d’ora a fuoco bassissimo.

A questo punto aggiungere il latte, l’acqua e la farina setacciata e far cuocere per altri 10 minuti, sempre con il coperchio.

Aggiungere il dado sbriciolato, la panna, un pochino di aceto e aggiustare di sale e di pepe. Con un frullino a immersione rendere la zuppa omogenea e portare a ebollizione.

In una padella far saltare nel restante burro per circa 10 minuti i funghi interi precedentemente lasciati da parte, e servire la zuppa aggiungendo i funghi saltati interi e cospargendo con abbondante prezzemolo.

Kantarellsoppa pronta!

Buon appetito!

I.

Senapssill: Stoccolma VS Göteborg, aringhe di destra VS aringhe di sinistra

Questo è il mio primo piatto su commissione.

Ebbene sì, i miei fan hanno iniziato a chiedermi i piatti… Sto davvero diventando famosa, me lo sento.

Per cui cara B Asmara Curti sappi che, siccome sei stata la prima, per te è gratis. Per tutti gli altri, se volete piatti a richiesta, mandatemi un biglietto con su scritto che viKipiatto volete e un vaglia di 246€ (perché se la cifra non è tonda sembra sempre tutto più professionale), che slittano a 276€ se volete in più la dedica nel post. Al vostro buon cuore.

Bene, allora la fortunatissima B Asmara Curti mi ha chiesto le aringhe alla senape, e ha fatto proprio bene, visto che le ho fatte e poi me le sono sgonfiate con sommo piacere.

Dunque, le aringhe alla senape in svedese si chiamano senapssill, e sono un piatto molto molto molto comune al buffet di Natale, insieme ad altri 972 diversi tipi di aringhe.

Però allora… com’è che se cercate sul dizionario come si dice “aringa” in svedese (eh oh, magari avete avuto quest’impulso una volta nella vostra vita, cosa ne so?) vi vengono fuori due risultati?

Mistero

Dunque, innanzitutto dovete sapere che c’è della rivalità tra coste

La costa est è quella di Stoccolma, delle r mosce, dei vestiti firmati, dei locali superipercostosi, delle basette fashion e delle griffe bene in vista.
La costa ovest è quella di Göteborg, delle iiiii e delle yyyy, del porto, di gente alla mano che se la spassa, di odore di mare e di amiconi.

Stoccolma in tutto il suo splendore

Ora, io non so se davvero Göteborg sia tutto questo, magari no, però l’ho sempre sentito dire dagli stessi svedesi e non solo, quindi io a Göteborg do tanta fiducia, perché è un po’ come la Livorno del nord (a parte per il fatto che lì la gente magari lavora, e però via, gli scogli belli assolati vista Tirreno al tramonto e il ragù di polpo se li scordano).
Di Stoccolma ho invece esperienza diretta, e di sicuro vi posso dire che è la città bene (ed è anche facile incontrare gente simpatica come un prolasso della prostata), ma tant’è.

Diciamo che è la stessa contrapposizione che in Italia potrebbe esserci tra Roma e Milano, una città caciarona e simpaticona e una tutta fighetta di gente stressata. Che poi voglio dire, io a Milano ne ho conosciuti di simpaticoni e caciaroni, e anche parecchi, e quindi poi alla fine sono più stereotipi che altro… Però diciamo che nei grandi numeri ci azzeccano.

Ma cosa c’entra tutto questo con le nostre aringhe? Assolutamente un cazzo…
No scherzo, c’entra invece, perché i due modi di dire “aringa” sono sill e strömming, e come avrete capito uno è come chiamano l’aringa nella costa est, e uno nella costa ovest.

Va da sé che quelli della costa est preferiscano di gran lunga lo strömming, mentre gli altri il sill (così come la diatriba gambero di fiume VS scampo di cui vi avevo parlato qui), però si devono mettere l’animo in pace tutti, perché i biologi svedesi, che a quanto pare dopo Linneo hanno deciso di non avere più un cazzo da fare, hanno convenuto che sill e strömming sono la stessa identica cosa, cambia solo lievemente la dimensione e una vertebra.

Göteborg in tutto il suo splendore

E comunque io i campanilismi li rispetto sempre, perché se Pisa non avesse visto bene di farsi scappare il mare da sotto il culo, sono sicura che le triglie mie sarebbero le triglie mie, e le loro farebbero schifo.

Ad ogni modo, secondo l’assioma cartesiano per cui il tuo campanilismo ti sembra sempre più serio e quello degli altri ti fa ridere le balle, fregatevene di dove hanno pescato le vostre aringhe, tanto avranno lo stesso sapore.

Le sill vengono dal Mare del Nord, o per meglio dire dallo Skagerrak e dal Kattegat, che sarebbero i prolungamenti del Mare del Nord che bagnano le coste occidentali svedesi, mentre gli strömming vengono dal Baltico.

Se vi state chiedendo se c’è un criterio per il quale definisco sill al femminile e strömming al maschile bene, no, non c’è nessuna regola, o magari ci sarà anche ma non la sto seguendo, vado a orecchio. E poi smettetela di farvi ‘ste pippe mentali.

Se le sill sono lunghe più o meno fino a 40 cm, gli strömming sono più piccoli, circa 23 cm (gli strömming ci tengono a precisare che 23 cm sono una misura più che rispettabile, e che anche la famosa lunghezza di Rocco fa 23 cm, e nessuno si è mai lamentato… io sto solo riferendo).
Il cambiamento di dimensione è molto probabile che derivi dalla diversa salinità dell’acqua, che influisce a quanto pare in modo direttamente proporzionale: meno sale, meno lungo.

Ho letto che essersi abituati a un mare molto poco salato ha esposto gli strömming a talmente tanto stress che si sono rimpiccioliti e gli si è allungata la testa… Piccini, mi fanno una tenerezza! Infatti io tifo per loro, abbasso le sill, viva gli strömming.

Per il fatto che sono più piccolini, gli strömming inoltre hanno una vertebra in meno nella schiena, ma questa piccola differenza nello scheletro non li fa comunque essere una specie diversa, non c’è versi.

In realtà fu un decreto reale del 1500 che impose agli svedesi di definire strömming le aringhe pescate a destra di una linea immaginaria che partiva da Kalmar e arrivava alle coste polacche. Oh, questi re devono sempre mettere il becco su tutto: ma ora cosa ve ne frega di come uno chiama le aringhe?

Comunque poi il nome strömming non si sa neanche bene esattamente da dove venga: varie teorie pensano che derivi dall’Antico Svedese strömling o strömil, che avrebbe definito “chi si riunisce a gruppate nella corrente” (sì, insomma, le aringhe lo fanno no?).
Ad ogni modo il nome strömling continua a essere usato in altre isole linguistiche sul Baltico, e anche in tedesco Strömling vuol dire “aringa del Baltico”.

Sill VS Strömming

Per la bassa salinità dell’acqua, vi ho già detto che la testa degli strömming si è leggermente allungata, e in più hanno anche perso un po’ di grassi, quindi la carne è leggermente più compatta e leggermente più saporita… Ecco, io queste cose ve le dico perché sono pedante e anche perché mi dispiace tenere tutta questa scienza solo per me, però insomma, credo che neanche il re del decreto del 1500, se gli avessero dato un pezzo di strömming dicendogli che era sill, si sarebbe accorto della differenza.

Poi vediamo… altre notizie… Le sill raggiungono la maturità sessuale verso i 3-4 anni, mentre gli strömming, con tutta la baldanza dei loro 23 cm, la raggiungono prima, verso i 2-3 anni, perché come ognuno di voi saprà, dove non arriva l’hardware arriva il software, e loro a 3-4 anni avranno un’esperienza tale che le sill dovranno solo prendere appunti.

Poi ci sono anche altri dettagli tipo il suolo marino su cui preferiscono deporre le uova (sill rocce, strömming vegetazione), ma insomma, anche ‘sticazzi alla fine.

Più che altro è importante parlare delle senapssill che sono davvero un grande piatto. Io non ci avevo mai pensato a farle perché pensavo che fossero un casino, e poi ovviamente quando questa fanciulla mi ha chiesto se potevo farle… eh scusate, qui è partita la sfida.

E invece ho scoperto che sono davvero facilissime da fare, e fenomenali, anche se questo già lo sapevo. Sono venute mooooooolto più buone di quelle dell’IKEA, che insomma, ci vuole anche poco, però sono venute proprio così come dovevano venire, come le preparano amorevolmente in casa in Svea Rike.

Consigli che posso darvi: l’aneto è un casino da trovare, non so perché. Una volta dovevamo fare una cena svedese io e le mie amiche e lo avevamo cercato in milioni di posti senza successo; tipo 5 giorni dopo ero in Svezia al supermercato e c’era un cazzo di bidone pieno di aneto con un cartello sopra che specificava la provenienza: su quel cartello c’era scritto a caratteri cubitali “Italien“…

Ora, l’unica spiegazione è che se lo piglino tutto loro, perché io qui l’ho trovato di rado, però sappiate che l’erbetta del finocchio è più o meno la stessa cosa: stesso sapore, stesso odore e stesse foglioline.

Io stavolta ho usato questa, comprando 1 finocchio e 90 kg. di erbetta. Chissà cos’hanno pensato…

INGREDIENTI PER 5 PERSONE:

  • 450 gr. di aringhe fresche
  • 2 cucchiai mostarda delicata
  • 100 gr. mostarda forte
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di aceto di vino bianco
  • 3 tuorli d’uovo
  • 1 bicchiere pieno di aneto (o erbetta del finocchio) finemente tagliato
  • 1,5 dl. olio di semi di girasole
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Lavare bene le aringhe con acqua fredda, tagliarle a pezzetti di circa 3 cm. e asciugare molto bene pezzetto per pezzetto con carta assorbente.

In una ciotola mescolare i due tipi di mostarda, lo zucchero, l’aceto, i tuorli e l’aneto. Aggiungere l’olio mentre si mescola, dapprima lentamente e poi tutto insieme.

Mescolare le aringhe alla salsa e lasciare nel frigo per una notte prima di servire.

Servire con un pochino di aneto fresco sopra, magari su dei crostini integrali.

Senapssill pronte!

Buon appetito!

I.

Anche i re mangiano fagioli: bruna bönor med fläsk e famiglia reale

Lo so, lo so… sto latitando di nuovo. Non tiro più neanche fuori la storia dello studio, tanto lo capite immediatamente che in realtà sono andata al mare a farmi i cavoli miei e ho pensato a tutto fuorché alla cucina svedese… Però poi ho riflettuto sul fatto che non posso abbandonarvi per un’intera estate… sarei senza cuore.

E allora, tra un mojito e una partita del campionato europeo, tra feste di compleanno sui prati e cene alcoliche, ho avuto un’epifania: io non ho mai parlato della monarchia svedese!

E guardate, questo è un vero colpo per me stessa da buttare giù… Chissà perché non ci ho mai pensato. Perché non è che ci ho pensato e poi ho deciso di essere buona e non deridere troppo la Svezia (vi pare?!), ma proprio mi è passato!

Ora, prendere per il culo la monarchia più che sparare sulla proverbiale croce rossa è come fare a gara di salto in lungo con un paralitico e ridergli in faccia perché ha perso (a proposito, grazie dott. ing. Bergamo per queste perle di immagini che poi io rivendo come mie), però insomma, serve qualcuno che lo faccia.

Come tutti saprete, ammesso e non concesso che vi siate mai posti il problema, la Svezia è una monarchia… Sì, lo so, nel 2012 esistono ancora i re e le principesse, è surreale. Ma brutto. Surreale ma brutto.

E vi dico fin da subito di non menarmela con la storia che il re svedese va in bicicletta con i jeans e se gli fanno una multa la paga, perché sono puttanate. Il re svedese ha un milione di macchine lussuose, si fa fare i vestiti su misura dal sarto, e dubito fortemente che qualche spaurito sbirretto svedese gli abbia mai fatto una multa in tutta la sua vita… in poche parole: il re svedese pensa a voi quando è sul suo regale cesso.

Certo… ora potete fare come tutti gli italiani esterofili (lo è il 99% della popolazione totale) o come tutti gli svedesi privi di spirito critico verso la propria nazione (non lo è l’1% della popolazione totale) e dirmi che sì, noi abbiamo una repubblica che funziona male, allora meglio la monarchia che funziona bene. E io, pur alzando gli occhi al cielo, vi rispondo anche: è sacrosanta questa obiezione… il problema è che non è un’obiezione. Sì, l’Italia funziona con le chiappe, sì, la Svezia tendenzialmente funziona per bene. E allora? Il topic del post, se ve lo foste perso, è parlare della famiglia reale svedese, ovvero i sympatici Bernadotte. Quindi non rompetemi i ball’.

E del resto scusate, scontri culturali a parte… ma se il re deve esserci che sia un re con i cazzi: corona, scettro, pelliccia d’ermellino etc. Insomma, se il papa facesse i festini vestito di latex, avrebbe senso?! L’essenza di un re è essere una spanna (ma anche due) sopra il disprezzabile volgo. Se ti cuci i bottoni e ti pulisci i denti con lo stecchino… che minchia di re sei?!

I Backstreet Boys tutti schierati… No scherzo, la famiglia reale.

Ordunque… La famiglia reale svedese è composta da Carlo XVI Gustavo, il re, e la moglie Silvia di Svezia, il cui lavoro è seguire il marito a giro per il mondo (bella vita, ‘tacci sua). I due mangiapane a ufo hanno tre figli: la minore Maddalena, che doveva sposarsi con il sosia di Big Jim, ma poi lui l’ha riempita di corna e quindi tutto è andato a monte; Carlo Filippo, che avrebbe dovuto essere il futuro re, ma Palme abolì la legge salica, e Carlo Filippo la prese sonoramente tra le sue nobili chiappe; e poi c’è lei, la futura regina, la mitica Vittoria.

Vittoria oltretutto è anche 195ma nella lista di successione al trono del Regno Unito, per qualche oscura ragione di parentele e stronzate varie che permeano il sistema monarchico. Io queste regoline e regoluzze di successione non le so e non le voglio sapere… per cui cercatevele da soli.

Dovete sapere che la nostra Vittoria se la faceva con il suo personal trainer, che tra una smassaggiata di cosce e un “muovi quel culo!” ci aveva visto lungo… infatti se l’è sposata e l’ha anche ingravidata. Chiamalo scemo.

Per darvi un’idea di quanto tutto ciò abbia un peso nella ridente Svezia, all’aeroporto di Arlanda un cartellone digitale segnava il countdown al matrimonio della principessa, matrimonio che è stato trasmesso a reti unificate sulla televisione pubblica svedese (poi ci si lamenta della RAI), così come il battesimo della povera pargoletta dei due, che si è vista assegnare il nome di Estelle…

“83 giorni mancanti al matrimonio del 19 giugno. Le nostre congratulazioni di cuore!”

Ma perché tutto sto pippone sui regnanti?

A parte, perché no? E poi anche perché indovinate dove passano le loro vacanze estive i Bernadotte? Sull’isola di Öland

E ora voi commenterete con: “E sticazzi?”. E invece è molto importante, perché su quest’isola vengono coltivati i fagioli marroni dell’isola di Öland (bruna bönor = fagioli marroni), che sono alla base della ricetta che vi propongo quest’oggi.

Questi fagioli (che pare possano essere sostituiti con i fagioli Pinto o con i fagioli Navy, della cui esistenza ero ignara fino a trenta secondi fa) sono coltivati su quest’isola da parecchio tempo, tanto che il buon Linneo, che era talmente palloso da ragionare ore e ore su ogni cazzutissima fogliolina di questo pianeta, disse che il clima dell’isola era particolarmente adatto per la crescita di questi legumi. Insomma, per una volta il clima svedese è buono per qualcosa, no?

Comunque sia, io ho usato i fagioli neri dell’Ipercoop (sì, sempre lei). Vi sfido a trovare i fagioli marroni dell’isola di Öland. Quando lo farete, aprite un blog sulla cucina svedese da soli e mandatemi pure in culo. Ve lo sarete meritato.

Se siete vegetariani, ma anche vegani, potete eliminare semplicemente la pancetta e va tutto bene. In fin dei conti il piatto principale di questa ricetta sono i fagioli, non il fläsk, il suino (stranamente).

Altre precisazioni sulla ricetta: lo sciroppo d’acero in realtà nella ricetta non c’è, ma c’è un non meglio identificato ljus sirap, “sciroppo chiaro“, che deve essere una sinteticata germanica… boh, comunque dice che si può sostituire con miele o sciroppo d’acero, quindi insomma, regolatevi voi.

Inoltre l’aceto non è proprio aceto, perché gli svedesi sono precisi: aceto è vinäger, ed è quello buono. Quello per la ricetta invece è l’ättika. Avete presente quando il bollitore forma delle stalattiti di calcare e fa tutti quei pezzettini di schifo che vi galleggiano nella tazza? Bene, l’ättika è l’acetaccio da mezza lira che usate per pulire il bollitore. In Svezia ci cucinano.

Del resto questo si può capire se si considera che l’aceto è il fratello stupido del vino, bevanda totemica della cultura mediterranea… Sanno una sega loro!

INGREDIENTI PER 5 PERSONE:

  • 500 gr. di fagioli neri secchi
  • 5 cucchiai di sciroppo d’acero
  • 4 cucchiai di aceto bianco
  • 3 cucchiai di fecola di patate
  • 15 patate piccole
  • 10 fette di pancetta di maiale cruda bella spessa
  • una noce di burro per friggere la pancetta
  • sale

PREPARAZIONE:

Lasciare i fagioli una notte (o comunque una decina di ore) a bagno in acqua fredda.

Scolare i fagioli e sciacquarli con acqua fredda. Metterli in una pentola e ricoprirli di acqua fredda salata. Accendere il fuoco molto basso sotto la pentola, coprire e far cuocere per circa due ore, o comunque finché non saranno ammorbiditi.

Aggiungere sciroppo e aceto. In un bicchiere sciogliere i cucchiai di fecola in un pochino di acqua fredda e versare sui fagioli. E’ importante sciogliere la fecola nell’acqua, altrimenti diventerà una pappetta gelatinosa.

Bollire le patate come al solito e friggere la pancetta in un po’ di burro (io non me la sono sentita e ho usato l’olio, ma io non sono una vera viKinga, si sa).

Impiattare e mangiare.

Bruna bönor med fläsk pronti!

Buon appetito!

I.

Midsommarsill moooolto in anticipo

Ho deciso che è estate. Sia perché il freddo mi ha francamente rotto, sia perché a Milano c’è uno stellone assurdo e una sessantina di gradi, quindi fino a prova contraria E’ estate.

Per queste ragioni, ma non solo per queste, ho deciso che la ricetta di oggi sarà la ricetta tipica del Midsommar svedese (non lo avevate notato il titolo? Dai, ormai sapete come funziona, attaccare parole per fare altre parole).

Il Midsommar è la festa del solstizio d’estate, e viene celebrata il 24 giugno, la notte di san Giovanni (come i fuochi a Firenze). Adesso è solo una festa a base di alcol (come tutte le feste svedesi, peraltro), ma c’è stato un tempo in cui si diceva che la notte di mezza estate (sì, in effetti lo ha detto anche Shakespeare) era la notte in cui le proibizioni cadevano e ci si dava all’amore libero e selvaggio… Anche in La signorina Julie, opera teatrale dello svedese August Strindberg, si parla della festa della notte di San Giovanni, ed effettivamente i protagonisti prima di diventare personaggi di una tragedia se la spassano parecchio…

…a pensare che hanno smesso di fare tutto questo per attaccarsi alla bottiglia, mi ci piange il cuore.

Comunque continua a essere una festa molto sentita. Io in realtà il Midsommar in Svezia l’ho visto solo una volta un paio d’anni fa, ed è stato un semplice pranzetto tra amici, però a giro per strada ho visto che c’è chi si mette il vestito tradizionale, una corona di alloro in testa, e fa un ballo imbarazzante intorno ad un bastone che sembra un fallo ricoperto di foglie… Oddio, a pensarci bene l’alcol ti serve proprio tanto.

Questo piatto è a base di aringhe, come moltissimi piatti in Svezia. In realtà non c’è un periodo dell’anno in cui l’aringa non vada bene: si mangia a Natale, a Pasqua, a Midsommar, etc. Quindi mi sento anacronistica a proporre questo piatto a febbraio, ma non così tanto, insomma.

Il nome completo di questo buonissimo e freschissimo piatto è: Matjessill med gräddfil och gräslök. Un nomino facile da ricordare che significa “aringa marinata con panna acida e erba cipollina”; per gli amici Midsommarsill “aringa del Midsommar”.

E’ una ricetta facile una volta che le aringhe sono già marinate, la cosa lunga è appunto marinarle, perché devono stare una notte a macerare. Certo, si possono comprare le aringhe già “matjeate” all’IKEA, ma allora perché non vi comprate tutto all’IKEA e non la smettete di leggere il mio blog?

Dal momento che in Svezia è molto più comune comprarle già pronte (la marca più famosa di aringhe marinate si chiama Abba, non è carino?) ho passato la mattinata (bella la vita quando non hai un cazzo da fare, vero?) sui siti svedesi di cucina a cercare il modo di marinarle partendo da zero, e finalmente ho trovato due siti. Allora ho fatto una sintesi tra le due versioni per trovare la migliore. Spero di esserci riuscita.

Anche la panna acida me la sono fatta da sola (vedi ricetta qui).

Ecco, si torna al solito discorso sull’accompagnamento liquido… Stavolta non ho trovato suggerimenti abominevoli tipo latte, orzata, urina, etc. in compenso la tradizione vikinga impone l’uso dello snaps, la grappa svedese. Abbiamo già visto che ci servirà per ballare intorno a un pene verde, per cui anche se esagerate diciamo che vomitarsi addosso è comunque meno imbarazzante, quindi conviene tracannare a più non posso. Lo snaps più o meno in tutte le feste svedesi funziona così: ad un certo punto qualche allegro buontempone tra gli invitati dà il via ad una canzone (accanto al piattino i padroni di casa vi fanno spesso trovare i testi con le canzoni che si canteranno, quindi non c’è modo di fuggire), gli altri cantano insieme a lui e poi finita la canzone si dice tutti Skål! (ovvero “salute”) guardandosi negli occhi e si butta giù alla goccia.

Ebbene sì, ho dovuto farlo anche io reiterate volte… posso assicurarvi che i primi due o tre brindisi sono stati imbarazzanti, poi dopo era lo snaps ad agire per me, sarei potuta anche salire sul tavolo e cantare “O’ sole mio” a pieni polmoni.

Comunque, se non volete dare spettacolo di voi stessi e volete invece servire le Midsommarsill a una cenetta estiva carina e tranquilla, io opterei per un vino bianco, magari anche frizzante. E poi accompagnerei le aringhe con della focaccia/schiacciata/pizza bianca, meglio se croccante e ancora calda. Per il resto secondo me vanno lasciate così, sono fresche e buone, e per essere un piatto svedese anche relativamente leggere, e poi l’erba cipollina tagliuzzata sulla panna acida è anche carina da vedere.

Ah ecco, fondamentale: secondo voi cosa usano gli svedesi come contorno per questo piatto? Usano due cose, una ve la dico io perché non è così intuitivo, ovvero delle fettine di uovo sodo. L’altra invece? Vi lascio un minuto per pensarci, quando avete capito controllate in fondo alla pagina*.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

3 aringhe affumicate (si dovrebbero usare fresche ma non sono riuscita a trovarle da nessuna parte, comunque la mia viKinga dolce metà dice che il sapore era identico a quelle fresche)

200 ml. di aceto di vino bianco

100 ml. d’acqua

200 gr. di zucchero

una puntina di cucchiaino di senape

25 gr. di pepe nero

25 gr. di pepe bianco

25 gr. di zenzero fresco

25 gr. di legno di sandalo (io non sono riuscita a trovarlo)

25 gr. di origano

5 o 6 foglie di alloro

1/2 cipolla rossa

2 o 3 ciuffetti di aneto

1 uovo sodo

un mazzetto di erba cipollina

5 o 6 patate lesse

panna acida

PREPARAZIONE:

Se le aringhe sono affumicate metterle a bagno in acqua fredda per 5 o 6 ore, cambiando l’acqua spesso per togliere il sale.

Aringhe nel barattolo (chiedo scusa per la foto storta)

In un pentolino bollire l’aceto e l’acqua e aggiungere lo zucchero, mescolare e lasciare raffreddare. Aggiungere il pepe nero, il pepe bianco, lo zenzero, il sandalo, l’origano, le foglie d’alloro a pezzi, la senape, la cipolla spezzettata, e qualche ciuffetto di aneto (se le aringhe sono fresche aggiungere 25 gr. di sale, se sono affumicate non serve).

Sfilettare e tagliare a tocchetti le aringhe e aggiungerle a questo intruglio. Mettere tutto dentro un barattolo a chiusura stagna e lasciare una notte in frigorifero.

A questo punto è tutto fatto: mettere i pezzetti di aringa in un piatto e aggiungere la panna acida. Tagliuzzare l’erba cipollina e spolverarla sulla panna acida. Servire con delle patate lesse e con un uovo sodo tagliato a fettine (io sono fashion e l’ho tagliato a fiore).

In realtà mi sono fatta prendere dal momento e ho cosparso TUTTO con l’erba cipollina perché mi faceva simpatia. A voi la scelta.

Midsommarsill pronte!

Buon appetito!

I.

*patate lesse!