“Con l’amore io voglio giocare”: la Trombonave e lo stekt strömming med potatismos och rårörda lingon

Io perdo i colpi, perché vi propino cose tipo post di storia, post di linguistica, cose che non vi interessano assolutamente, e lascio da parte le cose importanti.

Perché vi ripeto che io so cosa cercate, lo vedo nella mia dashboard e so che a voi della cultura che trasuda dalla mia nobile persona ve ne sbattete, voi cercate “cazzi mosci“, “figa svedese“, e poi vi va male e finite su un blog di viKicucina.

Ma oggi si cambia. Oggi è per voi.

Oggi si parla di Trombonave! Yuhu!
Quanto ci avete sperato che affrontassi l’argomento Trombonave, ditelo un po’.

La Trombonave in tutto il suo splendore

La Trombonave in tutto il suo splendore

Per i pochi di voi che non sanno cosa sia la Trombonave, è presto detto. La Trombonave è un traghetto della compagnia Viking Line che fa una minicrociera sul Baltico. Le vere Trombonavi sono due (ma il realtà LA mitica è solo una): la Mariella che copre la tratta Stoccolma-Helsinki e ritorno, e la Cinderella (lei, la mitica) che fa una giratina sul Baltico, si ferma alle isole Åland, e poi ritorna indietro.

La leggenda narra che su questi traghetti accadano cose inenarrabili, tipo bionde nude che vi bussano in cabina pregandole di cospargerle di Nutella, che non vedono l’ora di gettarvisi tra le braccia, che non riescono a trattenersi appena vedono un italiano.

Come potete capire anche da soli, mi dispiace per il diludendo, ma queste storie sono leggende metropolitane. E’ più probabile che leggiate sul vostro specchio la scritta “Benvenuto nel mondo dell’AIDS” fatta col rossetto, che incontriate un alligatore nelle fogne di New York, che vi avveleniate con le scie chimiche, che vostro cuggino trovi in spiaggia un cane e invece era un topo.

In realtà se la leggenda è nata, forse c’è stato un tempo in cui le Viking Line erano dei tromba-tromba a cielo aperto, forse tutta la faccenda funzionava di più quando i ragazzi europei viaggiavano low cost usando l’interrail (difatti la Trombonave, forse anche per dimostrare l’attaccamento a una clientela gggiovane, prevedeva fortissimi sconti per chi era in possesso di biglietto interrail). Arrivavano stanchi e puzzolenti dopo aver percorso un intero continente in treno (che l’Europa, per quanto piccola, è pur sempre un continente) e una volta sulla nave si facevano una doccia e erano pronti per il divertimiento. Di turisti giovani se ne vedevano ancora pochi in quelle zone (perché altri preferivano perdere gli ultimi neuroni nei coffeeshop di Amsterdam) e le bionde si incuriosivano.

Ma oggi i pischelli si sono evoluti.

In realtà anche la mia generazione vede l’interrail come una cosa da fratelli grandi, noi già giravamo con gli aerei, e a quindici anni avevamo un’incredibile dimestichezza con i check-in e i gate, sapevamo ridurre il necessario da portare in 10 kg di bagaglio a mano e facevamo già i weekend a Londra e Parigi. Sì. Sono gggiovane anche io.

I pischelli 2.0 quando sono annoiati prenotano un volo Ryanair o Easyjet (e già Ryanair non è più trendy come quando ero adolescente io), buttano automaticamente le bottigliette d’acqua prima di stendere i braccini per il controllo sicurezza, non hanno più un coltellino svizzero, accendono automaticamente l’i-Pad quando il segnale delle cinture di sicurezza si spegne, non sanno neanche più cos’è un interrail: l’interrail fa così anni ’90, quindi dovrebbero inventare un Trombojet stile The Wolf of Wall Street, perché ormai la Trombonave è passata, se voglio andare a Helsinki in un nanosecondo ci arrivo.

E anche gli altri europei si sono, loro malgrado, abituati ad avere a che fare coi ragazzini italici. Così riconoscibili quando li vedi, vestiti di solito malissimo (nonostante l’aura di eleganza che l’italiano si porta appresso: si deve essere adulti per emanarla, i ragazzini in Italia si vestono di merda, soprattutto quando viaggiano), coi marsupi, biascicando un inglese stentato, mostrando tutta la loro incapacità genetica di pronunciare i nomi dei luoghi come si dovrebbero pronunciare.

smileybrufoliMalati di figa, certo, ma questo non direi in un modo particolarmente diverso dai loro coetanei germanici: anche loro si imbarcano in viaggi improbabili verso Firenze e Roma perché le italiane, lo si sa, la sganciano facile. Ho conosciuto un sacco di svedesi che mi raccontavano che da ragazzini si mettevano i soldi da parte per andare in Italia, convinti che, appena scesi, miliardi di morone tettone con le labbra rosse si spogliassero davanti a loro.

Rassegnatevi: il mito che le donne degli altri posti scopino più e più volentieri di quelle della vostra terra natìa è una costante di ogni latitudine.
Il problema caro ragazzino brufoloso che mi stai leggendo, è che se nella tua vita scopi poco non è perché sei nato nel paese sbagliato e le donne (e forse i buoi) dei paesi tuoi sono recalcitranti. E’ perché sei con buone probabilità uno sfigato.
Non preoccuparti, con gli anni passa (nel 70% dei casi), ma levati i prosciutti dagli occhi, fatti una pulizia del viso, lavati le ascelle, vestiti decentemente, non ti scaccolare e se ti manca lo charme prova a farti un corso di teatro. Il problema non sono le italiane (se sei italiano, o le tedesche se sei tedesco, o le svedesi se sei svedese). Il problema sei te.italian

Le svedesi poi, poveracce, ormai si sono stancate dell’italiano macho col collanone d’oro sul petto villoso che è convinto di avere dei punti in più perché non si cheta mai e sa cucinare un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino.

Di copulare no, non credo siano stanche, anche perché altrimenti la popolazione svedese si sarebbe estinta, ma la globalizzazione ha fatto sì che un ricciolo moro non stupisca più nessuno. Voglio dire, ci emigrano un sacco di somali, senegalesi, etiopi, se le svedesi la devono dare a qualcuno perché è più scuro di loro, sappiate cari amici italici che in Svezia c’è gente molto più scura di voi. E il popolare adagio insegna: once you go black, you never go back.

Se volete che vi faccia da consulente di turismo sessuale faccio anche questo per voi, figuriamoci, ed è più facile di quello che sembra. Per quanto riguarda la Svezia siate splendidi ma non troppo, improfumatevi, vestitevi da hipster, andate in un locale trendy e costoso ma che non lo dà a vedere, prendete una bionda e parlatele di cinema e fotografia mentre la ingozzate di Black Russian (e siete in Svezia, quindi calcolate un 10-15€ a bicchiere). In questo modo ci sono buone possibilità che raggiungiate le triangolare meta. Insomma via, fate come fareste in Italia, in Giappone, in Francia e in Portogallo.

Smettetela di credere alle puttanate che i nordici (e le nordiche) sono diversi, che in Svezia le donne sono più emancipate e quindi la danno a tutti, che le italiane sono più acide perché è un paese cattolico… insomma, davvero credete ancora a queste cose?

Oltretutto io a Linköping ho conosciuto un sacco di ragazze intrippate con sette gesuitiche che volevano arrivare vergini al matrimonio, e nel resto della Svezia ho conosciuto mille svedesi che non volevano “concedersi” troppo in fretta (come se durante l’atto sessuale la donna si concedesse e basta e non si divertisse anche lei), che in ogni rapporto del cazzo vedevano il grande amore, e dal canto opposto ho conosciuto parecchi svedesi maschi che se una donna “gliela dava” al primo appuntamento era una donnaccia, che non volevano che la loro ragazza facesse cose troppo spinte (ovvero con una squinzia occasionale ci faccio i numeri ma la sposa solo a missionario, se no mi si sciupa), e altre aberrazioni del genere.

Quindi tutta questa libertà sessuale io in Svezia non l’ho vista.

Però le testine a pinolo e le persone intelligenti esistono dovunque, quindi secondo me cambia poco.

Ad ogni modo, il mito della Trombonave (come molte cose in viKinghia) deriva probabilmente dal discorso alcol.
Sulla nave infatti gli alcolici sono esenti da tasse, e questo, lo si sa, piace molto ai viKi, che hanno la mordacchia del Systembolaget.

Quindi, essendoci poi due discoteche a bordo, ecco che si crea una miscela esplosiva: discoteche + litri di alcol a poco prezzo + gioventù. Ed ecco che l’ormone schizza più velocemente e rimbalza su più bersagli, ed ecco che la nomea di Trombonave si espande a macchia d’olio.

Ci sono però i suoi effetti collaterali, ovvero: nordici/nordiche che collassano pisciando vomitandoque perché dal momento che gli alcolici costano poco si sentono autorizzati a devastarsi fino al delirium tremens (pare che nei Nineties la maggior parte della gente non scendesse neanche dal traghetto per un secondo perché troppo dilaniata per muovere un muscolo, con scene da Notte dei Morti Viventi di Romero, bella vacanza), turisti che sperano nelle procaci bionde, e last but not least, le suddette bionde che lo sanno e quindi si tengono alla larga da questo girone dantesco, e soprattutto le tardone cesse che sperano di ruscolare qualcosa.

Insomma, un epic fail.

Dando poi un’occhiata su siti specializzati (come “gnoccatravel.com”) risulta che queste trombonavi siano sempre state delle voliere di napoletani con la bava alla bocca da un lato, e gite di sedicenni finlandesi in modalità devasto dall’altro, quindi ecco, si riconferma il fatto che se vi prospettavate con gli occhialini da sole, la camicina aperta e due bionde che vi sventolano con in sottofondo “Mareee profumo di mareeee”, avete nettamente sbagliato nave.
La Genova-Barcellona è sicuramente più festaiola. Lo dico per esperienza diretta.

Sono sempre pronta a smentite comunque eh, fatemi sapere, magari si dice in giro che è tutta una fuffa perché è una specie di Fight Club che nessuno sa, nessuno parla, e invece appena entri sembra di essere in Eyes Wide Shut, non lo so.

TROMBONAVEPare che una fetta di mercato però ci sia: le donne nordiche che viaggiano sole per ruscolare dell’affetto risultano essere nate nell’entredeuxguerres, quindi, per chi ama il genere granny, ci sono buone probabilità di riuscita di conquistare una notte tra flaccide braccia e baci al sapore di Algasiv.

Negli anni inoltre, qualcosa è cambiato: hanno chiuso il duty free dei negozi di alcolici in orario serale ad esempio, perché la Viking voleva evitare il fenomeno di quelli che compravano alcol non tassato nei negozietti per fare i festini privati nelle stanze (distruggendole come sbabbari) e non spendere nemmeno una corona nei pub e nelle discoteche.
Pare ci siano state delle sollevazioni popolari per questo, ma alla fine la compagnia decide, o così o Pomì. Se volete le vostre scorte private di booze le comprate solo la mattina, la sera disco.

Certo, è comunque molto più economico comprare alcolici in questi pub che non in quelli a giro per le strade svedesi, poi pare che sulla Cinderella non stiano così attenti all’età (in Svezia devi avere 20 anni per poter bere in un pub; ma capita, specie a Stoccolma, che il padrone del locale faccia un po’ come vuole, e se non vuole una clientela troppo giovane alza la soglia a 30, lo può fare), e poi non ci sono i buttafuori fascisti che ho visto in Svezia. Forse dovrei scrivere un post a parte sulla security dei locali.

In sostanza sono dei parasbirri, si sentono chissà chi, hanno la facoltà di buttare fuori e mazziare chi vogliono perché rispondono alle direttive del locale, che ha carta bianca su chi far entrare e chi no. Almeno, così mi hanno detto degli svedesi, mi piacerebbe controllare personalmente qualche legge e regolamento perché mi sembra abbastanza anticostituzionalino, perché insomma, se il padrone del locale decide che butta fuori chi vuole, e lui non vuole zingari nel suo locale, glielo fanno fare? Ecco, spererei bene di no, spererei che fosse LUI a rischio mazzate, non i clienti sgraditi. Se sapete illuminatemi perché mi interessa molto.

Insomma, alla fine delle fatte fini io sulla Trombonave non ci sono mai stata, anche se mi piacerebbe perché ti vedi tutto l’arcipelago bellissimo e fai scalo alle isole Åland, e poi viaggiare in nave a me piace un sacco. Ci farò un salto e vi farò sapere.

Anzi no, non vi farò sapere perché “tutto quello che accade in Trombonave, rimane in Trombonave“.

Spero di esservi stata utile.

Per quanto riguarda il piatto di oggi, visto che si è parlato di mar Baltico, vi propongo l’aringa.

Che poi si fa presto a dire aringa, perché c’è una diatriba sul nome dell’aringa tra la costa est del Baltico e la costa ovest del Mare del Nord. Se vi interessa saperne di più, leggete qui.

Ma siccome faccio le cose per benino, io non vi faccio l’aringa a caso, vi faccio proprio lo strömming, che è il modo in cui a Stoccolma e in generale nella baltica costa est si chiama l’aringa. Nella costa ovest la chiamano sill, ma i biologi hanno concordato che si tratta più o meno dello stesso pesce; lo strömming è solo leggermente più piccolo.

Lo strömming, tra l’altro, sta alla base della preparazione del noto surströmming (“strömming acido”), aringa decomposta e fermentata che odora di palude dello Stige e di cui avevo parlato qui, postandovi anche un video.

E vi avevo già promesso di assaggiarla e filmarmi (tipo le 2 girls 1 cup reactions), ma ancora non mi è riuscito trovare questa prelibatezza al supermercato. La troverò prima o poi.

La ricetta di oggi è invece una profumatissima aringa impanata e fritta, servita con potatismos rårörda lingon, che sarebbe il mirtillo rosso (potete usare il ribes se non lo trovate) riscaldato con un pochino di zucchero.

Fidatevi che questa è bona!

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 4 filetti di aringa
  • 50 gr. di farina di segale
  • 50 gr. di pangrattato
  • 50 gr. di burro
  • 1/2 dl di olio di semi
  • sale
  • potatismos
  • rårörda lingon

PREPARAZIONE:

Mischiare la farina di segale e il pangrattato, togliere la spina principale alle aringhe e infarinarle bene, lasciandole per 5 minuti dentro la farina.

Mettere a scaldare il burro insieme all’olio e quando è caldo buttare le aringhe infarinate.

Servire le aringhe con il potatismos (è buono anche freddo, ma se preferite potete dargli una scaldatina) e i rårörda lingon.

stektstromming

Stekt strömming med potatismos och rårörda lingon pronto! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com www.gianlucalabrunaphotography.com

Buon appetito!

I.

Rårörda lingon, fricchettoni e sindrome di Stoccolma

Ecco, ero sparita. Ogni tanto scompaio a caso. Stavolta sono stata via 5 mesi perché avevo gli ormoni gravidici a giro prima, e un nano urlante tra le braccia dopo.

Ora ho ucciso il nano.

No scherzo, il nano è sempre qui ma adesso ha iniziato a darmi un po’ di tregua, quindi ho il tempo di cucinare, pensare cazzate e, come vedete, scriverle.

Ci siamo lasciati quindi che era autunno. Autunno, tempo di lingon.

Belli i lingon, coloratissimi, profumatissimi e versatilissimi. Sulle polpette alla svedese, sul pane imburrato la mattina a colazione, come bibita, come sciroppo, quando vi pare, dove vi pare. Il sapore acidulo (che ricorda il ribes secondo me, ma diversi svedesi dissentirebbero) rende i lingon adatti a un sacco di ricette.

Che poi ormai lo chiamiamo lingon anche noi, ma che cacchio è sostanzialmente?

lingonberryNome scientifico Vaccinium vitis-idaea, noto come “mirtillo rosso” (da non confondersi con il Vaccinium macrocarpon, che è invece il “mirtillo rosso americano”, ma è meglio conosciuto come cranberry), è entrato nelle case degli italiani grazie, come sempre, a IKEA.

Chuck Norris delle piante, il lingon mantiene le sue foglie per tutto l’inverno: le pesanti nevicate frequenti nelle zone dove questa pianta cresce, infatti, creano uno strato protettivo sulle foglie, riparandole da vento e freddo eccessivo, anche se, ecco, è una viKipianta e tollera temperature fino a -40°C.

Una cosa molto comoda è che anche se non ci fate la marmellata (o sylt) mettendoli a bollire, si conserveranno lo stesso, perché le bacche in generale, e in particolare il mirtillo rosso, sono ricche di acido benzoico.

Ecco, piccola parentesi.

L’acido benzoico (C6H5COOH) è un acido carbossilico che si trova naturalmente in diverse piante e in alcuni animali ma che si può anche produrre in laboratorio. La sostanza è la stessa, identica, solo che se prodotta in laboratorio si sa esattamente quanti milligrammi se ne fanno, se invece si ciuccia da una pianta si sa una sega quanta ce ne va in corpo e dato che l’acido benzoico è tossico a dosi superiori al grammo (che è tanto), magari invece è meglio saperlo.

L’acido benzoico è quello che viene aggiunto come E210 ai cibi per non farveli marcire in casa (che poi sì che farebbero male). Quindi quando i fricchettoni dicono “Buuuuu, qui c’è un conservante che si chiama E e poi un nuuuuumero, bububuuuuuu”, bene, si stanno riferendo alla sostanza che rende le bacche acidule e adattissime a composte e marmellate.

Verdone_RuggeroQuesto lo specifico per i geniacci appartenenti alla filosofia del “Belle le cose naturali, brutta la chimica”. Bene. No. Siete solo molto ignoranti. Ma tranquilli, dall’ignoranza si può guarire.

I chimici non sono persone che si sono riunite per gombloddarvi contro, sciochimicarvi e farvi venire tanti cancri (cosa che invece non si può dire degli omeopati che vi fanno pagare -tanto- per cose che non servono a un CAZZO). A farvi venire i cancri ci pensate già da soli fumando tantissimo (sì, anche l’erba, mi dispiace, perché per quanto sia naturale e simpatica la assumete per combustione, quindi cancro), o facendo droghe mistiche che vi avvicinino alla madre terra.

Vedete, i chimici notano che mangiando un’arancia non ci viene il raffreddore e si chiedono perché, che leccando la corteccia del salice ci passa il mal di testa e si chiedono perché. E allora creano per voi le pasticche di vitamina C e di aspirina per farvi stare bene e agevolarvi la situazione, di modo che se ve ne servono 250 gr. ne prendete 250 gr., se ve ne servono 500 ne prendete 500.

E voi, ingrati, invece le snobbate.

Le snobbate perché pensate che mangiare un’arancia faccia meglio che sciogliere una bustina di acido ascorbico (bruuuutti i nomi chimici) nell’acqua, che usare una bacca di vaniglia nei dolci con tutti i semini che vi entrano sotto le unghie sia meglio che usare la vanillina. E invece è uguale. Poi certo, in stretti termini di soddisfazione, un conto è mangiare una bistecca di chianina e un conto prendere le pasticche di ferro, ci mancherebbe. Se ne fate una questione di godimento io vi sono nel cuore.

Senza contare che un bicchiere di spremuta, una bacca di vaniglia, un filetto di salmone (oltre a fare gola), costano sicuramente meno di vitamina C, vanillina e omega3.

Ma, in tutta la mia franca opinione, chiunque pensi che “il naturale fa meglio” è un ignorante beato, nel senso che non si pone il problema di non saperne un cazzo e di andare a informarsi (secondo voi io sapevo cos’era l’acido benzoico?!), ma si crogiola nella sua ignoranza e pretende anche di insegnare cose che il suo cervello formato lenticchia non gli permette di capire.

Solo io riesco a farmi partire la vena mentre parlo di bacche. Grrrrr.

Bene, a parte la mia misantropia (in effetti questo blog dimostra come non ci sia una categoria umana che in effetti mi piaccia, ecco perché finirò la mia vita con due dozzine di gatti che mi mangeranno la faccia quando sarò mezza decomposta e i vicini si accorgeranno della mia presenza perché il mio cadavere puzzerà), c’è una sottile differenza tra lingonsylt e rårörda lingon:

  • il lingonsylt è una specie di marmellata, si bollono le bacche in poca acqua e si aggiunge lo zucchero (60 parti di frutta, 40 di zucchero). Dovete mescolare i frutti finché non si sfanno e passarli, in modo che non ci siano pezzettoni. Il frutto contiene molta pectina (buuu, roba chimica) quindi si trasforma da solo in una roba abbastanza gelatinosa e marmellatosa.
  • rårörda lingon sono invece più artigianali, c’è molto meno zucchero, non si bollono per tanto e i frutti sono solo leggermente sfattini, rimangono abbastanza compatti.

La cosa bella di quando arrivano i lingon è che tutte le bancarelle dei mercati diventano rossissime e voi verrete rapiti dai colori e dai profumi autunnali nelle piazze del regno di Svezia.

E io ho usato la parola “rapiti”. Perché voi non ve ne accorgete ma tutte queste strategie testuali e rimandi interni che rendono i miei post simili a romanzi di Calvino, ma con l’attenzione al dettaglio di Flaubert, l’indagine psicologica di Dostoevskji e la memoria privata di Proust (gente che avrebbe venduto l’anima al diavolo per scrivere su nonsolopolpette), hanno una ragione d’essere.

Perché può capitare di essere rapiti e di innamorarsi del proprio rapitore, e questa cosa, che ci crediate o no, è strettamente legata alla Svezia.

Si chiama infatti “sindrome di Stoccolma“, ma non tutti sanno perché.

Dunque, la sindrome di Stoccolma innanzitutto è un meccanismo di difesa psichica per cui la vittima di un’aggressione o un rapimento prova verso il suo aguzzino sentimenti di solidarietà e persino innamoramento.

Il suo nome deriva da un fatto di viKicronaca: nel 1973 un evaso di nome Jan-Erik Olsson decide di rapinare la Kreditbanken di Stoccolma (evidentemente era scappato di galera ma era anche ansioso di ritornarci), prende quattro ostaggi, tre donne e un uomo, e chiede di poter avere lì con lui anche il suo ex compagno di cella, Clark Olofsson.

Gli ostaggi biondeggiano sulla sinistra e il rapitore rubacuori spunta da destra

Gli ostaggi biondeggiano sulla sinistra e il rapitore rubacuori spunta da destra

Tutta questa bella génte passa una sei giorni di sole cuore e amore. Il rapitore è gentilissimo con le vittime e le vittime dicono di aver nettamente più paura degli sbirri che del buon Jan-Erik. Fuck da police.

Cercano di vivere armoniosamente ma i suddetti sbirri si sfavano di aspettare, buttano delle bombette puzzolenti e li obbligano a uscire.
Ovviamente la vicenda fa il giro dei giornali di tutto il mondo, e per la prima volta si compie una perizia psichiatrica sulle vittime.

Ora, non ci vuole l’ispettore Derrick per capire che se uno mi minaccia io cerco di lisciarmelo più che posso, invece di fare la smargiassa. Ma la sindrome di Stoccolma è un’altra cosa.

Non è un atto volontario e razionale di rabbonire il rapitore; è una reazione totalmente inconscia, che avviene quando lo stress psichico è massimo e il cervello va da solo senza che tu possa pilotarlo in alcun modo, regredendo nelle età psichiche.

Se si pensa a questa regressione, è facile quindi, freudianamente, associare i rapitori a quelli che quando eri bimbo ti rompevano i maroni, ti impedivano di uscire, ma allo stesso tempo ti garantivano la sopravvivenza. Ed ecco perché l’affetto verso il rapitore diventa simile all’amore edipico.

Ecco, ora potete fare gli splendidi coi vostri amici sulla sindrome di Stoccolma.

Intanto godetevi questa salsa/marmellata, sapendo che sta benissimo sulla carne di porco, sui pesci con un sapore forte (come le aringhe, ma che v’oo dico affa’?), e con la selvaggina. Sulla renna il lingon è la morte sua.

INGREDIENTI PER 2 PORZIONI:

  • 150 gr. di lingon
  • 40 gr. di zucchero
  • 3 cucchiai d’acqua

PREPARAZIONE

In un pentolino mettere le bacche con l’acqua e lo zucchero, scaldare a fuoco basso e mescolare finché i lingon saranno leggermente sfatti. Facile, no?

Rårörda lingon pronti! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com

Rårörda lingon pronti! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com www.gianlucaphotography.com

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part II): Janssons frestelse, delizia all’aringa senza aringa, e cibo che puzza di carcassa (non il mio, tranquilli)

Ecco il vostro Grinch tornato per voi. Ah, a proposito, god jul, o buon Natale, che dir si voglia.

Ok, stavolta è il turno di un altro classicone immancabile, ovvero il (o la) Janssons frestelse, “la tentazione di Jansson”.

E’ un pasticcio di pesce con patate e cipolla (e, obviously, panna e burro), BUONISSIMO. A me piace un casino, davvero; e non per vantarmi… anzi sì, cazzo, proprio per vantarmi, è stato spazzolato da tutte le persone che ho obbligato a mangiarlo. Quindi datemi retta che merita.

Spratto

Spratto

Bene, dovete sapere una cosa… la prima volta che l’ho fatto non avevo capito una sega (e il mio svedese era inoltre prossimo allo zero), e ci ho messo le aringhe. Ecco, sinceramente viene buono lo stesso (anzi, forse forse po’ esse’ pure mejo), però non è assolutamente la ricetta originale, che prevede invece l’uso dello sprattus sprattus, un “pesce osseo della famiglia Clupeidae” molto simile alla sardina.

Io vi raccomanderei infatti di usare le sarde, perché non credo che abbiate voglia di fare i sommozzatori nella circoscritta zona dell’Oceano atlantico che va dalla Norvegia orientale allo stretto di Gibilterra, dove questo pesciolino nuota con i suoi amichetti (comunque se volete proprio lui, bazzica anche nell’Egeo, nel mar Nero, nell’Adriatico settentrionale e nel golfo del Leone).

Wikipedia mi informa che è una specie pelagica e sta sempre al largo, però essendo eurialino può anche penetrare nelle lagune. Avete capito no? Come se fosse antani che avverto la supercazzola, pelagica e eurialino.

Dal mio errore deriva il ribattesimo del piatto celebrato dalla mia amica Laisa: si ricordava infatti un termine astratto che ricordasse cose piacevoli (ovvero “tentazione”), ma il viKicognome se lo era scordato (e minchia, ha anche ragione, si chiamano tutti uguali), per cui per ricordarmi cosa avrei dovuto cucinare mi disse “e poi fai la… cosa… lì…. la… delizia all’aringa“.

E io la feci. Ahi gente che dovresti esser devota, e invece fai casino con i pesci

Scusate ma questi cazzo di biondi vivono di aringhe, se le mangiano anche decomposte da mesi per non buttar via nulla, e io cosa ne sapevo che stavolta se la tiravano con lo sprattus sprattus? Lo so, potevo controllare, ma allora la mia vita era più interessante, e avevo di meglio da fare che studiarmi la storia dei piatti svedesi per scriverla su un blog. Per cui “delizia all’aringa” fu. E detto fra noi fu anche di molto bona, alla facciaccia dei viKi.

Però voi non fate il mio errore, usate le sarde, e andate tranquilli.

Oltretutto, per complicare le cose, si aggiunge anche il fatto che voi nelle ricette svedesi troverete la parola ansjovis, che, se masticate un po’ di inglese, francese, olandese, norvegese, castigliano, catalano, basco, estone, lituano, russo, ucraino, coreano, e perfino siciliano e ligure (e secondo me anche napoletano, ma devo informarmi meglio), avrete capito essere l’acciuga, o alice, che dir si voglia.

Giusto?

Sbagliato. O meglio, voi non avete sbagliato, poverini. Ma quando vi dico che i viKi sono un po’ strani, voi dovete fidarvi: nel linguaggio tecnico e scientifico anche da loro le ansjovisar sono le acciughe, ma così colloquialmente (e commercialmente, soprattutto, che è la cosa che interessa a noi che facciamo la spesa), ansjovis indica lo spratto conservato e marinato in un certo modo.

E come si dirà colloquialmente “acciuga” in svedese, se ansjovis è lo spratto, allora? Davvero volete saperlo? Beh, si dice sardellEh lo so, e io icché ci posso fare, scusate?

Ecco, questo vuol dire che ciò che servirebbe originariamente per questa “delizia allo sprattus sprattus“, sarebbe dello spratto marinato (o appunto, delle sardine se non volete complicarvi la vita). Se volete io vi dico anche come marinare lo spratto, però sappiate che mi sto rompendo le balle, anche perché questa puttanata di Jansson è buona anche senza marinare un bel niente.

Il concetto è che (calcolato per 250 gr. di spratto), dovete far stare il pesce per una notte in circa 100 ml d’acqua e 25 ml. di aceto. Poi ci aggiungete due cucchiai di sale, due cucchiai di zucchero, un cucchiaino di pepe bianco, uno di pimento, una foglia d’alloro sbriciolata, un pizzico di zenzero, un pizzico di chiodi di garofano e di sandalo rosso in polvere (buona fortuna per trovarlo). Ecco, si dice che per delle vere ansjovisar svedesi dovete lasciarlo nel frigo per 6 mesi

Un minacciosissimo surströmming

Un minacciosissimo surströmming

Bene, se non volete mangiare una cosa che poi saprà di culo di minotauro, io vi consiglio di tenercele per due settimane al massimo. Però se volete azzardare azzardate. Poi magari me lo raccontate, eh.
E’ dall”800 che i viKi ‘conservano’ questo pesce così, e che io sappia non è mai morto nessuno, però nessuno è mai morto nemmeno a mangiarsi il surströmming, che io non ho mai avuto il piacere di assaggiare, per quanto me la sarei anche sentita, ma che so essere aringa in avanzato stato di decomposizione che puzza di zombie ricoperto di diarrea, e infatti va mangiata tappandosi il naso.

E attenti, il tapparsi il naso non basta, perché quando credete di riuscire a sopportare le vampate di gora dell’eterno fetore, dovete masticarlo, e lì normalmente vomitate (come Youtube testimonia).

Io avrei davvero voluto provarlo, ma non ce n’è mai stata l’occasione. Un giorno lo farò e vi racconterò. Per adesso però vi faccio vedere il video di Louis Cole che nel suo canale Youtube Food for Louis è abituato a mangiarsi locuste, organi crudi, scorpioni, conigli spiaccicati sull’asfalto, etc. Bene, sul surströmming ha quasi vomitato.

Ecco ma io posso anche arrivare a capire che mentre cucini sbagli qualcosa… oddio, per ottenere una reazione del genere, l’unico errore che puoi aver commesso è avere inavvertitamente cagato in quello che hai cucinato, ma comunque, capisco che possa succedere per fatalità di produrre un cibo così. Ma poi la smetti.

No, gli svedesi se lo comprano.

Comunque, tornando al discorso di prima io spererei che le ansjovisar siano meglio (peggio mi sembra difficile), però io dei Germa in cucina non mi fido a prescindere, quindi non lasciatecele sei mesi, date retta a me che 3 o 4 giorni possono bastare, sempre però rimarcando il fatto che la marinatura delle ansjovis secondo me è un passaggio che si può ignorare. Vedete un po’ voi.
Calcolate che verranno poi ricoperte di cipolla, burro, e panna, e il leggero aroma che la marinatura darà verrà spazzato via dal grasso.

Pelle Janzon

Pelle Janzon

L’origine del nome “tentazione di Jansson” è dibattuta: una prima ipotesi è che derivi dal cantante lirico Per Adolf “Pelle” Janzon, che andava matto per la birra, l’acquavite, e il gratin di pesce, e siccome “birra” si chiamava già “birra”, “acquavite” si chiamava già “acquavite”, ma “gratin di ansjovis” ancora non aveva un nome, decisero di chiamarlo “tentazione di Janzon” (diventato poi “Jansson”). Però il nome Janssons frestelse si affermò soltanto 40 anni dopo la morte del cantante (nel 1889), quindi ciò ai detrattori dell’ipotesi sembra filologicamente non corretto. Questa è stata comunque l’idea tenuta per buona in ben due lessici gastronomici svedesi, uno del 1950 e uno del 1970.

L’altra opinione, sostenuta dall’Accademia gastronomica svedese (mica cazzi), dice che invece una serva cucinò questo piatto ad una festa della sua signora. La serva pare fosse innamorata dell’attore Edvin Adolphson, protagonista di un film che si chiamava proprio Jansson frestelse, del ’29, e decise che questo nome era più carino di “gratin di ansjovis“, e lo disse alla signora, tale Elvira Stigmark, che diffuse il nome del piatto tra le signore bene di Östermalm (che quindi a quanto pare è sempre stato il quartiere più fighetto di Stoccolma, perché lo è ancora adesso).

Bene, non lo sapremo mai, chi dice che è vera una versione, chi dice che è vera l’altra, chi dice che non è vera nessuna delle due. Io scommetto che voi stanotte non dormirete su questo dilemma.

Ad ogni modo, se sostituite le ansjovisar con della carne macinata (bono deve essere, non l’ho mai provato) si chiamerà Karlssons frestelse, se invece ne fate una versione vegetariana, senza carne né pesce, si chiamerà Hanssons frestelse Svenssons frestelse (dipende dalla zona della Svezia in cui vi trovate). E dico davvero, non sto scherzando.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1 kg di patate (preferibilmente farinose)
  • 2 cipolle gialle
  • 230 gr di filetti di sarde
  • 250 ml di panna fresca
  • 25 gr di pangrattato
  • 25 gr di burro
  • pepe bianco qb
  • sale qb

PREPARAZIONE:

Sbucciate le patate e tagliatele a sfoglie sottili (usate una mandolina per questa operazione, ma siate ben consci del fatto che i polpastrelli del pollice sono molto importanti, io per un fatale secondo l’ho dimenticato).

Tagliate le cipolle a pezzettini piccolissimi , imburrate una teglia e cospargetela di pangrattato.

A questo punto componete gli strati mettendo in ordine: sfogliette di patate, cipolle, sarde, un pizzico di sale, pochi fiocchetti di burro e pochissima panna (in modo da lasciare un bel po’ di burro e panna per l’ultimo strato).

Continuate fino a terminare gli ingredienti e ad arrivare allo strato di patate, che deve essere l’ultimo. A questo punto aggiungete i fiocchetti di restante burro, la panna, e cospargete con abbondante pangrattato e una generosa spolverata di pepe bianco.

A me sono venuti tre strati (4 di patate) ma dipende dalla larghezza della teglia.

Cuocete al centro del forno preriscaldato a 225°C per un’ora.

Janssons frestelse pronto/a!

Janssons frestelse pronto/a!

Buon appetito!

I.

Senapssill: Stoccolma VS Göteborg, aringhe di destra VS aringhe di sinistra

Questo è il mio primo piatto su commissione.

Ebbene sì, i miei fan hanno iniziato a chiedermi i piatti… Sto davvero diventando famosa, me lo sento.

Per cui cara B Asmara Curti sappi che, siccome sei stata la prima, per te è gratis. Per tutti gli altri, se volete piatti a richiesta, mandatemi un biglietto con su scritto che viKipiatto volete e un vaglia di 246€ (perché se la cifra non è tonda sembra sempre tutto più professionale), che slittano a 276€ se volete in più la dedica nel post. Al vostro buon cuore.

Bene, allora la fortunatissima B Asmara Curti mi ha chiesto le aringhe alla senape, e ha fatto proprio bene, visto che le ho fatte e poi me le sono sgonfiate con sommo piacere.

Dunque, le aringhe alla senape in svedese si chiamano senapssill, e sono un piatto molto molto molto comune al buffet di Natale, insieme ad altri 972 diversi tipi di aringhe.

Però allora… com’è che se cercate sul dizionario come si dice “aringa” in svedese (eh oh, magari avete avuto quest’impulso una volta nella vostra vita, cosa ne so?) vi vengono fuori due risultati?

Mistero

Dunque, innanzitutto dovete sapere che c’è della rivalità tra coste

La costa est è quella di Stoccolma, delle r mosce, dei vestiti firmati, dei locali superipercostosi, delle basette fashion e delle griffe bene in vista.
La costa ovest è quella di Göteborg, delle iiiii e delle yyyy, del porto, di gente alla mano che se la spassa, di odore di mare e di amiconi.

Stoccolma in tutto il suo splendore

Ora, io non so se davvero Göteborg sia tutto questo, magari no, però l’ho sempre sentito dire dagli stessi svedesi e non solo, quindi io a Göteborg do tanta fiducia, perché è un po’ come la Livorno del nord (a parte per il fatto che lì la gente magari lavora, e però via, gli scogli belli assolati vista Tirreno al tramonto e il ragù di polpo se li scordano).
Di Stoccolma ho invece esperienza diretta, e di sicuro vi posso dire che è la città bene (ed è anche facile incontrare gente simpatica come un prolasso della prostata), ma tant’è.

Diciamo che è la stessa contrapposizione che in Italia potrebbe esserci tra Roma e Milano, una città caciarona e simpaticona e una tutta fighetta di gente stressata. Che poi voglio dire, io a Milano ne ho conosciuti di simpaticoni e caciaroni, e anche parecchi, e quindi poi alla fine sono più stereotipi che altro… Però diciamo che nei grandi numeri ci azzeccano.

Ma cosa c’entra tutto questo con le nostre aringhe? Assolutamente un cazzo…
No scherzo, c’entra invece, perché i due modi di dire “aringa” sono sill e strömming, e come avrete capito uno è come chiamano l’aringa nella costa est, e uno nella costa ovest.

Va da sé che quelli della costa est preferiscano di gran lunga lo strömming, mentre gli altri il sill (così come la diatriba gambero di fiume VS scampo di cui vi avevo parlato qui), però si devono mettere l’animo in pace tutti, perché i biologi svedesi, che a quanto pare dopo Linneo hanno deciso di non avere più un cazzo da fare, hanno convenuto che sill e strömming sono la stessa identica cosa, cambia solo lievemente la dimensione e una vertebra.

Göteborg in tutto il suo splendore

E comunque io i campanilismi li rispetto sempre, perché se Pisa non avesse visto bene di farsi scappare il mare da sotto il culo, sono sicura che le triglie mie sarebbero le triglie mie, e le loro farebbero schifo.

Ad ogni modo, secondo l’assioma cartesiano per cui il tuo campanilismo ti sembra sempre più serio e quello degli altri ti fa ridere le balle, fregatevene di dove hanno pescato le vostre aringhe, tanto avranno lo stesso sapore.

Le sill vengono dal Mare del Nord, o per meglio dire dallo Skagerrak e dal Kattegat, che sarebbero i prolungamenti del Mare del Nord che bagnano le coste occidentali svedesi, mentre gli strömming vengono dal Baltico.

Se vi state chiedendo se c’è un criterio per il quale definisco sill al femminile e strömming al maschile bene, no, non c’è nessuna regola, o magari ci sarà anche ma non la sto seguendo, vado a orecchio. E poi smettetela di farvi ‘ste pippe mentali.

Se le sill sono lunghe più o meno fino a 40 cm, gli strömming sono più piccoli, circa 23 cm (gli strömming ci tengono a precisare che 23 cm sono una misura più che rispettabile, e che anche la famosa lunghezza di Rocco fa 23 cm, e nessuno si è mai lamentato… io sto solo riferendo).
Il cambiamento di dimensione è molto probabile che derivi dalla diversa salinità dell’acqua, che influisce a quanto pare in modo direttamente proporzionale: meno sale, meno lungo.

Ho letto che essersi abituati a un mare molto poco salato ha esposto gli strömming a talmente tanto stress che si sono rimpiccioliti e gli si è allungata la testa… Piccini, mi fanno una tenerezza! Infatti io tifo per loro, abbasso le sill, viva gli strömming.

Per il fatto che sono più piccolini, gli strömming inoltre hanno una vertebra in meno nella schiena, ma questa piccola differenza nello scheletro non li fa comunque essere una specie diversa, non c’è versi.

In realtà fu un decreto reale del 1500 che impose agli svedesi di definire strömming le aringhe pescate a destra di una linea immaginaria che partiva da Kalmar e arrivava alle coste polacche. Oh, questi re devono sempre mettere il becco su tutto: ma ora cosa ve ne frega di come uno chiama le aringhe?

Comunque poi il nome strömming non si sa neanche bene esattamente da dove venga: varie teorie pensano che derivi dall’Antico Svedese strömling o strömil, che avrebbe definito “chi si riunisce a gruppate nella corrente” (sì, insomma, le aringhe lo fanno no?).
Ad ogni modo il nome strömling continua a essere usato in altre isole linguistiche sul Baltico, e anche in tedesco Strömling vuol dire “aringa del Baltico”.

Sill VS Strömming

Per la bassa salinità dell’acqua, vi ho già detto che la testa degli strömming si è leggermente allungata, e in più hanno anche perso un po’ di grassi, quindi la carne è leggermente più compatta e leggermente più saporita… Ecco, io queste cose ve le dico perché sono pedante e anche perché mi dispiace tenere tutta questa scienza solo per me, però insomma, credo che neanche il re del decreto del 1500, se gli avessero dato un pezzo di strömming dicendogli che era sill, si sarebbe accorto della differenza.

Poi vediamo… altre notizie… Le sill raggiungono la maturità sessuale verso i 3-4 anni, mentre gli strömming, con tutta la baldanza dei loro 23 cm, la raggiungono prima, verso i 2-3 anni, perché come ognuno di voi saprà, dove non arriva l’hardware arriva il software, e loro a 3-4 anni avranno un’esperienza tale che le sill dovranno solo prendere appunti.

Poi ci sono anche altri dettagli tipo il suolo marino su cui preferiscono deporre le uova (sill rocce, strömming vegetazione), ma insomma, anche ‘sticazzi alla fine.

Più che altro è importante parlare delle senapssill che sono davvero un grande piatto. Io non ci avevo mai pensato a farle perché pensavo che fossero un casino, e poi ovviamente quando questa fanciulla mi ha chiesto se potevo farle… eh scusate, qui è partita la sfida.

E invece ho scoperto che sono davvero facilissime da fare, e fenomenali, anche se questo già lo sapevo. Sono venute mooooooolto più buone di quelle dell’IKEA, che insomma, ci vuole anche poco, però sono venute proprio così come dovevano venire, come le preparano amorevolmente in casa in Svea Rike.

Consigli che posso darvi: l’aneto è un casino da trovare, non so perché. Una volta dovevamo fare una cena svedese io e le mie amiche e lo avevamo cercato in milioni di posti senza successo; tipo 5 giorni dopo ero in Svezia al supermercato e c’era un cazzo di bidone pieno di aneto con un cartello sopra che specificava la provenienza: su quel cartello c’era scritto a caratteri cubitali “Italien“…

Ora, l’unica spiegazione è che se lo piglino tutto loro, perché io qui l’ho trovato di rado, però sappiate che l’erbetta del finocchio è più o meno la stessa cosa: stesso sapore, stesso odore e stesse foglioline.

Io stavolta ho usato questa, comprando 1 finocchio e 90 kg. di erbetta. Chissà cos’hanno pensato…

INGREDIENTI PER 5 PERSONE:

  • 450 gr. di aringhe fresche
  • 2 cucchiai mostarda delicata
  • 100 gr. mostarda forte
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di aceto di vino bianco
  • 3 tuorli d’uovo
  • 1 bicchiere pieno di aneto (o erbetta del finocchio) finemente tagliato
  • 1,5 dl. olio di semi di girasole
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Lavare bene le aringhe con acqua fredda, tagliarle a pezzetti di circa 3 cm. e asciugare molto bene pezzetto per pezzetto con carta assorbente.

In una ciotola mescolare i due tipi di mostarda, lo zucchero, l’aceto, i tuorli e l’aneto. Aggiungere l’olio mentre si mescola, dapprima lentamente e poi tutto insieme.

Mescolare le aringhe alla salsa e lasciare nel frigo per una notte prima di servire.

Servire con un pochino di aneto fresco sopra, magari su dei crostini integrali.

Senapssill pronte!

Buon appetito!

I.

Midsommarsill moooolto in anticipo

Ho deciso che è estate. Sia perché il freddo mi ha francamente rotto, sia perché a Milano c’è uno stellone assurdo e una sessantina di gradi, quindi fino a prova contraria E’ estate.

Per queste ragioni, ma non solo per queste, ho deciso che la ricetta di oggi sarà la ricetta tipica del Midsommar svedese (non lo avevate notato il titolo? Dai, ormai sapete come funziona, attaccare parole per fare altre parole).

Il Midsommar è la festa del solstizio d’estate, e viene celebrata il 24 giugno, la notte di san Giovanni (come i fuochi a Firenze). Adesso è solo una festa a base di alcol (come tutte le feste svedesi, peraltro), ma c’è stato un tempo in cui si diceva che la notte di mezza estate (sì, in effetti lo ha detto anche Shakespeare) era la notte in cui le proibizioni cadevano e ci si dava all’amore libero e selvaggio… Anche in La signorina Julie, opera teatrale dello svedese August Strindberg, si parla della festa della notte di San Giovanni, ed effettivamente i protagonisti prima di diventare personaggi di una tragedia se la spassano parecchio…

…a pensare che hanno smesso di fare tutto questo per attaccarsi alla bottiglia, mi ci piange il cuore.

Comunque continua a essere una festa molto sentita. Io in realtà il Midsommar in Svezia l’ho visto solo una volta un paio d’anni fa, ed è stato un semplice pranzetto tra amici, però a giro per strada ho visto che c’è chi si mette il vestito tradizionale, una corona di alloro in testa, e fa un ballo imbarazzante intorno ad un bastone che sembra un fallo ricoperto di foglie… Oddio, a pensarci bene l’alcol ti serve proprio tanto.

Questo piatto è a base di aringhe, come moltissimi piatti in Svezia. In realtà non c’è un periodo dell’anno in cui l’aringa non vada bene: si mangia a Natale, a Pasqua, a Midsommar, etc. Quindi mi sento anacronistica a proporre questo piatto a febbraio, ma non così tanto, insomma.

Il nome completo di questo buonissimo e freschissimo piatto è: Matjessill med gräddfil och gräslök. Un nomino facile da ricordare che significa “aringa marinata con panna acida e erba cipollina”; per gli amici Midsommarsill “aringa del Midsommar”.

E’ una ricetta facile una volta che le aringhe sono già marinate, la cosa lunga è appunto marinarle, perché devono stare una notte a macerare. Certo, si possono comprare le aringhe già “matjeate” all’IKEA, ma allora perché non vi comprate tutto all’IKEA e non la smettete di leggere il mio blog?

Dal momento che in Svezia è molto più comune comprarle già pronte (la marca più famosa di aringhe marinate si chiama Abba, non è carino?) ho passato la mattinata (bella la vita quando non hai un cazzo da fare, vero?) sui siti svedesi di cucina a cercare il modo di marinarle partendo da zero, e finalmente ho trovato due siti. Allora ho fatto una sintesi tra le due versioni per trovare la migliore. Spero di esserci riuscita.

Anche la panna acida me la sono fatta da sola (vedi ricetta qui).

Ecco, si torna al solito discorso sull’accompagnamento liquido… Stavolta non ho trovato suggerimenti abominevoli tipo latte, orzata, urina, etc. in compenso la tradizione vikinga impone l’uso dello snaps, la grappa svedese. Abbiamo già visto che ci servirà per ballare intorno a un pene verde, per cui anche se esagerate diciamo che vomitarsi addosso è comunque meno imbarazzante, quindi conviene tracannare a più non posso. Lo snaps più o meno in tutte le feste svedesi funziona così: ad un certo punto qualche allegro buontempone tra gli invitati dà il via ad una canzone (accanto al piattino i padroni di casa vi fanno spesso trovare i testi con le canzoni che si canteranno, quindi non c’è modo di fuggire), gli altri cantano insieme a lui e poi finita la canzone si dice tutti Skål! (ovvero “salute”) guardandosi negli occhi e si butta giù alla goccia.

Ebbene sì, ho dovuto farlo anche io reiterate volte… posso assicurarvi che i primi due o tre brindisi sono stati imbarazzanti, poi dopo era lo snaps ad agire per me, sarei potuta anche salire sul tavolo e cantare “O’ sole mio” a pieni polmoni.

Comunque, se non volete dare spettacolo di voi stessi e volete invece servire le Midsommarsill a una cenetta estiva carina e tranquilla, io opterei per un vino bianco, magari anche frizzante. E poi accompagnerei le aringhe con della focaccia/schiacciata/pizza bianca, meglio se croccante e ancora calda. Per il resto secondo me vanno lasciate così, sono fresche e buone, e per essere un piatto svedese anche relativamente leggere, e poi l’erba cipollina tagliuzzata sulla panna acida è anche carina da vedere.

Ah ecco, fondamentale: secondo voi cosa usano gli svedesi come contorno per questo piatto? Usano due cose, una ve la dico io perché non è così intuitivo, ovvero delle fettine di uovo sodo. L’altra invece? Vi lascio un minuto per pensarci, quando avete capito controllate in fondo alla pagina*.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

3 aringhe affumicate (si dovrebbero usare fresche ma non sono riuscita a trovarle da nessuna parte, comunque la mia viKinga dolce metà dice che il sapore era identico a quelle fresche)

200 ml. di aceto di vino bianco

100 ml. d’acqua

200 gr. di zucchero

una puntina di cucchiaino di senape

25 gr. di pepe nero

25 gr. di pepe bianco

25 gr. di zenzero fresco

25 gr. di legno di sandalo (io non sono riuscita a trovarlo)

25 gr. di origano

5 o 6 foglie di alloro

1/2 cipolla rossa

2 o 3 ciuffetti di aneto

1 uovo sodo

un mazzetto di erba cipollina

5 o 6 patate lesse

panna acida

PREPARAZIONE:

Se le aringhe sono affumicate metterle a bagno in acqua fredda per 5 o 6 ore, cambiando l’acqua spesso per togliere il sale.

Aringhe nel barattolo (chiedo scusa per la foto storta)

In un pentolino bollire l’aceto e l’acqua e aggiungere lo zucchero, mescolare e lasciare raffreddare. Aggiungere il pepe nero, il pepe bianco, lo zenzero, il sandalo, l’origano, le foglie d’alloro a pezzi, la senape, la cipolla spezzettata, e qualche ciuffetto di aneto (se le aringhe sono fresche aggiungere 25 gr. di sale, se sono affumicate non serve).

Sfilettare e tagliare a tocchetti le aringhe e aggiungerle a questo intruglio. Mettere tutto dentro un barattolo a chiusura stagna e lasciare una notte in frigorifero.

A questo punto è tutto fatto: mettere i pezzetti di aringa in un piatto e aggiungere la panna acida. Tagliuzzare l’erba cipollina e spolverarla sulla panna acida. Servire con delle patate lesse e con un uovo sodo tagliato a fettine (io sono fashion e l’ho tagliato a fiore).

In realtà mi sono fatta prendere dal momento e ho cosparso TUTTO con l’erba cipollina perché mi faceva simpatia. A voi la scelta.

Midsommarsill pronte!

Buon appetito!

I.

*patate lesse!