Did you think I’d crumble? Did you think I’d rabarberpaj? Oh no, not I, I will survive! Lagom e rabarbaro.

No invece “Oh yeah, I”, ma mi piaceva che rabarberpaj ci stesse così bene in metrica, e poi il gioco di parole con crumble, insomma… No è vero che se spieghi le battute o le rovini o significa che non erano divertenti già da prima (come questa), ma tant’è, non avevo pensato a titoli migliori.

Ariecchime con mesi di ritardo, as usual. Sono incostante. Sempre stata. Vi rivogo sempre le solite scuse, ma la verità è che sono incostante.

Però torno con il botto, perché ho fatto la rabarberpaj, che non avevo mai neanche assaggiato, figuriamoci cucinato, e oh, è BONA! Forse ho ecceduto con la cannella e sapeva solo di cannella, ma se voi evitate di farvi prendere dall’entusiasmo e ce ne mettete meno penso rimarrete piacevolmente stupiti da questo dessert.

Innanzitutto da quando sono emigrata in Sverige ho scoperto diverse cose, tra cui che il rabarbaro è una pianta. Scegliete pure il vostro commento a questo fact of the day:
a) Nooo ma dai, è una pianta?
b) Grazie al cazzo, mi ci volevi te

Oh, io non lo sapevo e non me ne vergogno. Έτσι, δεν γνωρίζω.

Rabarbaro

Rabarbaro

L’unica cosa più vicina al rabarbaro che avevo mai avuto il dispiacere di assaggiare da piccolissima erano delle caramelle che piacevano tanto a mio babbo ma che secondo me sapevano di cerume, e quindi non mi ero poi più interessata alla faccenda.

Comunque sia, è una pianta erbacea perenne, di cui si mangia il picciolone rosso. Fate conto di avere un sedanone rosso. Quello è il rabarbaro.
Pare abbia proprietà digestive e purificanti. Si possono mangiare anche le foglie come succedaneo degli spinaci (non è una bellissima parola, “succedaneo”?) ma l’uso è fortemente sconsigliato (da Wikipedia, almeno, da dove proviene la mia scienza) perché pare contengano un casino di acido ossalico che fa venire cose simpatiche come irritazioni intestinali e calcoli renali (e qui si torna al mio odio per le cugiate del “naturale fa bene”, al centro di buona parte dei miei folli sproloqui).

Il dolce è un crumble, che in svedese si dice smulpaj, ovvero, per voi digiuni di Masterchef, una base di frutta cosparsa con un impasto friabile che durante la cottura diventa croccante mentre il sotto resta morbidoso e marmellatoso (per soddisfare la vostra curiosità sull’argomento “cose svedesi uguali a cose americane ma con nomi viKinghi invece che anglosassoni”, leggete qui).

È un dolce molto buono, se non altro perché è dolce.
Mi spiego meglio: la cioccolata sa di cioccolata, le fragole sanno di fragole, e via dicendo con altre tautologie. Se vi dessi un pezzo di kläddkaka riconoscereste la cioccolata, se ve ne dessi uno di jordgubbstårta riconoscereste le fragole, etc.

Bene, il rabarbaro secondo me non sa di un cazzo.

Con questo non voglio parlar male del mio dolce, eh, che è venuto buonissimo, ma ecco, si sentiva lo zucchero, il burro, cannella, la vaniglia della vaniljsås con cui ho cosparso il dolce, etc. Ma il sapore del rabarbaro, se proprio dovessi descriverlo, dé… non l’ho capito molto bene.

Non stucchevole, ovviamente non salato… direi lagom.

E voi direte, e che minchia è lagom?
È IL concetto svedese. Talmente intrinsecamente legato alla cultura viKi che mi meraviglio di non avervene ancora parlato, probabilmente perché io sono la persona meno lagom del pianeta.

Lui non sta bevendo lagom

Lui non sta bevendo lagom

Etimologie popolari vedono in lagom una contrazione da laget om, originariamente “intorno al gruppo”: i Vichinghi (quelli originali, infatti lo scrivo senza la K) si sedevano in cerchio e bevevano idromele da un pittoresco cornino, lagom era la quantità giusta da bere per non fare le bestie (lo si sa, come ci tenevano all’etichetta i Vichinghi, nessuno mai).
In realtà, fidatevi della linguista, l’etimologia deriva da un arcaico dativo plurale della parola lag, “legge”, traducibile con “secondo la legge [comune]”.

Si può tradurre in italiano con “abbastanza“, “medio”, “sufficiente”, “equilibrato” e corrispettivi avverbi. Né troppo né troppo poco, quindi.

Ma troppo o troppo poco di cosa?

Di tutto.

È un concetto filosofico difficilmente traducibile in italiano. ‘Morigeratezza’ dà più l’idea di qualcosa di morale, ‘appropriatezza’ dipende da un contesto, ‘conformità’ rientra anche nel lagom ma è in realtà un altro concetto.

È la misura ottimale. Di ogni cosa.

È la porzione che ti fai al buffet per non fare la figura del porcello, è il modo in cui racconti ad un amico di un tuo successo lavorativo in modo da non apparire tronfio, è la cottura della bistecca che chiedi al tuo amico che sta cucinando, è il modo in cui esulti quando vedi una partita accanto a qualcuno che tifa per l’altra squadra, il modo in cui giochi a calcetto con gli altri anche se pensi che tutte le tue azioni sarebbero maradonesche.
Non si ostenta, non si enfatizza.

Ecco, è il godersi le cose ma con una trave nel culo, per come lo definirei io.

Tempo fa vidi un video di una portoghese emigrata in Svezia che raccontava una scena che l’aveva sconvolta.
Supermercato. Madre con bimbo di circa 6-7 anni. La madre chiede al bimbo di prenderle le cipolle, e il bimbo chiede “quante?”. La madre risponde “lagom” e il viKinfante corre sorridente con la bionda chioma a prendere le cipolle.
LO SA.
Sa quante sono lagom cipolle, lo sa, ce lo ha nel corredo genetico.
La ragazza portoghese si chiede nel video: ma non dovrebbe dipendere da cosa devi cucinare? Quante cazzo sono lagom cipolle? 2,3,10, 20? Ditemelo! Credo che ci abbia perso il sonno su questo.

Dal parrucchiere immagino sia tutto più semplice. Io non ci sono mai andata dal parrucchiere in Svezia, perché una piega costa come una tiara di diamanti, ma immaginatevi come deve essere facile: non più scene come “vorrei una spuntatina leggera qui dietro, però magari davanti me li fai scalati, e poi me li sfiletti un po’ sulle lunghezze, sai tipo Rachel di Friends? Ecco, però un pochino più corti con un ciuffetto laterale sai tipo quella cantante di quel gruppo, dai come si chiamano? Dai quelli della canzone che fa la la la la la, capito?”, che poi comunque esci, ti specchi nel finestrino della prima macchina che vedi e ti sembra di essere Malgioglio.

“Lagom è meglio”

No, qui mi immagino che entri, ti siedi, il parrucchiere ti dice: “come volere taglien?” e te “lagom“. Tiè, pulita. Gli dai il tuo bravo milione di euro e sono tutti contenti.

Però lagom è essenzialmente il concetto che in medio stat virtus.

C’era una barzelletta che io e le mie eleganti amichette ci raccontavamo da piccole: una signora entra al ristorante e dice “vorrei un bicchiere d’acqua, né troppo calda, né troppo fredda, ma SMUACK al punto giusto, poi un piatto di pasta né troppo cotta, né troppo al dente ma SMUACK al punto giusto, e poi una fettina di carne, né troppo al sangue, né troppo cotta, ma SMUACK al punto giusto”; il cameriere allora le risponde “senta signora, lei m’ha fatto du’ palle così, né troppo mosce, né troppo dure ma SMUACK al punto giusto“.

Questa amena facezia, che ci concedeva alla tenera età di 6 anni il lusso di pronunciare la parola “palle” (dimostrandovi tra l’altro che non sono cresciuta tra l’alta nobiltà), riassume però in un certo senso lo spirito italiano per le cose SMUACK al punto giusto.

Gli italiani non sono lagom. Non ci pensano nemmeno.

Anzi, anche solo a livello nazionale noi italiani siamo sicuramente all’opposto, almeno per come funziona il nostro paese: si muore per una tonsillite da qualche parte, si viene operati con le tecniche migliori (e gratis) da un’altra; ci si compra una laurea in un’università da una parte, e si studia nella scuola migliore da un’altra. E guardate che non sto facendo il facile (e non veritiero) gioco dei Nordici e Sudici che ultimamente va un casino (anche qui, abbiamo Salvini ma anche Gino Strada), perché di pozze di sfacelo e ignoranza nella ridente Padania ce ne sono a bizzeffe.

Ma noi italiani non abbiamo uno standard, le oasi felici sono a macchia di leopardo, se caschi bene caschi benissimo, se caschi male, ciaone.
In Svezia non hanno una media luccicante tanto come vorrebbero far credere al mondo, ma più dell’Italia sì.

La Svezia è pallosamente lagom.

Non mi fraintendete, secondo me la società ideale è quella senza nessuna prevaricazione, e una società in cui io arraffo di più e te rimani a becco asciutto non mi piacerebbe per niente. Va da sé, non mi piacerebbe neanche una società in cui è il mio becco a rimanere asciutto, per cui una ripartizione salomonica è, secondo il mio umile parere, ontologicamente sinonimo di giustizia.

Però, a parte che ecco, da parte di un paese che ha un cazzo di re con una cazzo di corona e un cazzo di scettro, il concetto di lagom mi sembra quantomeno divertente, e poi secondo me questo concetto in Svezia rischia di creare mostri.

È un po’ lo stesso discorso dell’appiattimento delle differenze di cui vi ho parlato tempo fa a proposito dell’ideologia del gender.
Ottima cosa l’uguaglianza, le pari opportunità, etc. ma creare bambole e bamboli senza wulwe né piselli se no i bambini e le bambine pensano che oVVoVe, siamo diversi, ecco, no. Qui si esagera. No Merchandising. Editorial Use Only. No Book Cover Usage. Mandatory Credit: Photo by Moviestore Collection / Rex Features (1555426a) Antz Film and Television

L’auspicarsi una popolazione fatta di individui simili, dove menti brillanti cercano di non dare troppo nell’occhio, dove si aspira al livellamento, è malato, e fascista, e pericoloso.

Se non credete a me guardate Z la formica, in quel cartone c’è più verità di quanta ne troviate da gente che si crede di sinistra ma ha in realtà il cervello pieno de mmmerda.

Beh, in realtà io vivo a Malmö, e qui, vi dico la verità, l’ideologia del lagom non è assolutamente così evidente.
Qui è pieno di immigrati, creativi, folli, bianchi, gialli, neri, e anche fascisti, nazisti, etc.
Ma via, benvengano i nazisti se sopportare loro mi porta anche ad una società variegata, non omologata, imperfetta ma brulicante: “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva il Presidente Mao.

INGREDIENTI PER CIRCA 6 PERSONE:

  • 3 sedanoni di rabarbaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 1,5 cucchiai di fecola di patate
  • 1 cucchiaino raso di cannella
  • 200 gr. di burro
  • 240 gr. di farina
  • 40 gr. di fiocchi d’avena
  • vaniljsås
  • lamponi e foglioline di menta per guarnire

PREPARAZIONE: Accendere il forno a 200°C e togliere il burro dal frigorifero. Tagliare il rabarbaro in pezzetti di circa mezzo centimetro di spessore e mettere i pezzetti in una teglia di circa 25 cm di diametro. Spolverare con 100 gr. di zucchero, fecola e cannella. In una terrina mescolare burro, farina, il resto dello zucchero e i fiocchi d’avena. Mischiare con le mani fino ad ottenere un impasto brignoccoloso con cui cospargerete la teglia dove avete messo il rabarbaro. Cuocere a metà forno per circa 25-30 minuti, fino a quando la ricopertura avrà un bel colore dorato. Servire cospargendo di vaniljsås e guarnire con qualche lampone e qualche fogliolina di menta.

Rabarberpaj pronta! - Ph. Gianluca La Bruna

Rabarberpaj pronta! – Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito! I.

Köttbullar (prima o poi dovevo), carcasse di cavalli e viKifestival

Sono stata sfidata.

Ebbene sì, al mondo c’è chi osa tanto.

Un mio lettore mi ha perentoriamente ordinato di fare le köttbullar, ovvero le famose polpette svedesi, dicendo anche che di ricette in giro ne ha lette tante, ma lui vuole LA viKiricetta, la unica e sola. E ha detto tutto ciò con un tono talmente convincente che io ho passato tutto questo tempo a cercare su mille libri e a intervistare centinaia di svedesi per trovarla.

Caro Felice, tutto questo è per te, spero di non deludere le aspettative, in caso contrario apprezza almeno lo sforzo.

Le köttbullar stanno alla cucina svedese come gli spaghetti al pomodoro stanno a quella italiana. Ogni svedese le sa cucinare più o meno bene, si trovano in quasi tutti i ristoranti e in casa si mangiano abbastanza spesso. Immancabilmente presenti nel buffet di Natale, si dice siano stati introdotte nella viKicucina da Carlo XII di Svezia, che, in esilio a Istanbul, prese la ricetta ottomana e se la portò a casa.
Poi gli svedesi come sempre, presi dall’entusiasmo, esuberano e vai giù di panna, marmellata di lingon, etc.

Io non le avevo ancora mai cucinate, sia perché questo blog si chiama “nonsolopolpette” e quindi ritardavo il momento della resa dei conti con le polpette, pietra miliare della vikicucina, per licenza poetica; sia perché via vi dico la verità, mi piacciono talmente tanto quelle dell’IKEA che non ne ho mai avuto la stretta necessità.ikea_meatballs

Lo so, dentro le polpette IKEA ci sono i colibatteri, i topi muschiati e i nonni di Varenne, però a me piacciono un casino.
Tra l’altro, a proposito di cavalli & molto poco perspicaci svedesi, ho sentito dire da un viKitizio: “Non capisco perché la gente si lamenti della carne di cavallo nelle polpette IKEA, il cavallo è un piatto molto prelibato e costa anche più del manzo, è come se vendessero oro al posto dell’argento“…

Ecco, io non so se questo biondo dal mascellone inversamente proporzionale alla massa cerebrale scherzasse o dicesse sul serio, ma sono sicura che questa argomentazione è venuta in mente a molte persone, viKi e italiche, per il semplice motivo che l’idiozia è un fattore transnazionale.

E quindi arrivo io con il mio acume a illuminare il vostro brancolare nell’oscura ignoranza.

Antefatto: tempo fa, come ribaditomi anche da un mio lettore, gianvito, un’ispezione alimentare in Repubblica Ceca ha trovato carne di cavallo nelle polpette IKEA (la cui produzione è interamente svedese, i cechi poveracci non c’entrano nulla), che le ha così ritirate dal commercio in ben 13 paesi. L’Italia, che risulta essere al primo posto in Europa per la sicurezza alimentare, ha continuato il lavoro fatto dai cechi, e ulteriori analisi dei Nas hanno comunque mostrato che le polpette equine non provocavano grossi rischi per la salute, quindi trattavasi di ‘sola’ frode.

Eh sì carini, perché se non informi il consumatore sempre di frode si tratta, anche se al posto del manzo ci metti i draghi di Daenerys Targaryen.

E ora rispondiamo al nostro viKiamico con la scucchia, che da solo non ci arriva. Ovvio, il cavallo da ristorazione costa più della wacca da ristorazione (ho il vago ricordo di una pubblicità con uno che diceva “wiwa le wacche”, a voi suona?), quindi sarebbe in effetti molto strano se ci fosse un gombloddo in corso per far mangiare il consumatore in modo più raffinato senza che questo se ne accorga, non trovate?

Ciò si spiega molto semplicemente se invece del cavallo per uso alimentare ci si mettono carcasse di cavalli da corsa.

cavalloculturistaIl cavallo da corsa non è infatti previsto per la macellazione. Anzi, la macellazione del cavallo da corsa è discretamente illegale, e questo perché nell’alimentazione di un cavallo da corsa troviamo ormoni, antibiotici, anabolizzanti e altre cose che aumentino le prestazioni dell’animale fino a farlo diventare il Mickey Rourke dei cavalli. Quindi se ve lo mangiate poi c’è il rischio che defechiate barrette di meitnerio e roentgenio.

Ecco dai, spero che nelle mie köttbullar non ci siano cavalli da corsa. Poi oh, ho fumato quotidianamente un pacchetto e mezzo di sigarette fino a ieri, fare la salutista non mi si addice.

Bene. Riguardo alla ricetta.

Da un punto di vista di cucina filologica, tramite la collazione di varie ricette e lo scarto di evidenti contaminazioni (che di solito però, hanno la tendenza di migliorare il viKicibo, questo va specificato), ho trovato una lectio difficilior ricorrente, che consiste nell’aggiunta di miele, cannella e chiodi di garofano.

Visto che i viKi sono noti per accostamenti strambi (che vi dirò, spesso funzionano benone), ho pensato di essere sulla buona strada e ho deciso di proporre questa ricetta qui.
L’importante, come molte cose in questo mondo, è la dimensione.

In questo caso però la dimensione deve essere ridotta. Molto ridotta.
I viKi ci tengono a specificare che la vera, originale, perfetta, dimensione delle köttbullar è quella di una noce, e più sono tonde, meglio è (ovviamente, per la cottura).

Poi vanno cosparse di una salsa grassa chiamata gräddsås (su cui ho scritto qui, dove ho tra l’altro scritto anche a proposito di IKEA) e servite con patate bollite (o potatismos, detto purè), piselli (o broccoli o anche cetriolini sottaceto), e marmellata di lingon (o mirtillo rosso).

Ecco, e così mi libero del fardello del piatto più conosciuto della cucina viKinga.

Adesso però vorrei specificare una cosa.
Avrete senz’altro notato che lo stile fotografico di questo blog ha attraversato varie fasi: da “gita di prima media con macchinetta usa e getta presa coi punti del Ciocorì“, a “cellulare con fuoco e nitidezza regolabili“, a “ho un i-Pad e spippolo come se non ci fosse un domani e poi miglioro il tutto coi filtrini Instagram”.

Poi è arrivata la fase del “mi avvalgo di un fotografo professionista e vado in culo al mondo”, e qui nonsolopolpette ha fatto il salto di qualità.

Cara Bea, ti ricordi quando (nella fase della macchinetta del Ciocorì) mi apostrofasti con “Ire, carino il blog ma le foto sono una merda” (qui ti detti la risposta)? Bene, PUPPA! (Scherzo, lo sai che ti amo).

E quindi vorrei cogliere l’occasione per ringraziare il fotografo ufficiale di NSP© per l’apparato iconografico del post di oggi sui festival (purtroppo non per la foto del piatto, che come noterete benissimo appartiene alla fase “iPad e filtrini Instagram”, purtroppo il fotografo non c’era) e sfruttare l’occasione per chiedervi secondo voi quanti nella foodblogosfera hanno un fotografo professionista che non solo fotografa i piatti, ma si puppa anche gli avanzi? Ve lo dico io: NESSUNO! Ahahah, tiè!

Bene, tornando a noi.

Little Dragon - Way Out West

Little Dragon – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Oltre alle polpettine, un’altra cosa molto, molto, molto svedese, sono i festival musicali.

La Svezia ha una fortissima tradizione di musica, tanto da essere il terzo paese esportatore di musica nel mondo (così dice, almeno, e calcolato che sono 9 milioni di persone beh, direi che è tanto). Già vi parlai a suo tempo degli svedesi che dominano le hit mondiali, ma il fenomeno festival è un’altra storia.

Innanzitutto parliamo quasi esclusivamente dell’estate, perché con tutto l’amore per la musica, nessuno andrebbe a vedere dei concerti nel viKiinverno per poi ritrovarsi con le orecchie cianotiche e il moccio al naso stalattitizzato. Quindi da fine aprile verso settembre il calendario svedese è costellato di festivalZ, che possono essere gratis (come il Malmö Festivalen) o molto a pagamento (come il Way Out West a Göteborg).

Ve ne do una carrellata, notate bene che vi do i più famosi nelle città più grosse, se no facciamo notte.

STOCCOLMA:

  • Parkteatern = (giugno-agosto) Ogni giorno. Gratis. Nei parchi di Stoccolma si possono ascoltare concerti, vedere balletti e spettacoli circensi e partecipare agli workshop più vari.
  • Stockholm Early Music Festival = (inizi giugno) Quattro giorni. Gratis. La città vecchia (Gamla Stan) si riempie di concerti di musiche barocche e rinascimentali.
  • Accelerator = (fine giugno) Due giorni. Festival indie-rock frequentato (pare) da ragazzetti più che altro.
  • Stockholm Jazz Festival = (metà luglio ma c’è anche la versione autunnale a ottobre). Una settimana di jazz nell’isola di Skeppsholmen. I concerti partono dal pomeriggio e proseguono la sera.

GÖTEBORG:

Veronica Maggio - Way Out West

Veronica Maggio – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

  • Metaltown = (metà giugno) Tre giorni. Capelloni lunghe, giacche di pelle, borchie come se piovesse e artisti metal della scena mondiale, ci hanno suonato, tra gli altri, i Korn, i Mötorhead, Alice Copper, i Rammstein, Marylin Manson e Cristina D’Avena (no, lei no).
  • Way Out West = (metà agosto) Cinque giorni. Molto costoso ma anche molto bello e enorme, conosciuto in tutta Europa. Dentro il bellissimo parco Slottskogen, concerti dal primo pomeriggio a notte fonda con artisti nazionali e internazionali.

MALMÖ:

  • Malmöfestivalen = Bello. Gratis. Bello. Metà agosto. Una settimana di un milione di concerti gratuiti, sparsi per tutta la città (ma il concerto principale è sempre in Stortorget). Vendono un sacco di cibo per strada e ci sono tipo workshop di cucina, cose per bambini, spettacoli di danza, tutto.
  • Goodnight Sun = Non è un vero e proprio festival ma secondo me è una cosa bellissima. Luglio, dall’1 al 21 ogni sera al tramonto (quindi verso le 21:30) concerti sul ponte Hoppbryggan a Västra Hamnen (il posto è detto “Titanic” perché sembra una prua, e la mia amica Francesca ha anche delle foto molto compromettenti di me e del mio principe consorte che facciamo i cretini come Rose e Jack. Lo so, pensavamo di non essere ripresi).

    Icona Pop - Malmöfestivalen

    Icona Pop – Malmöfestivalen. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

UPPSALA:

  • Uppsala Reggae Festival = (prima metà di agosto). Tre giorni di raggae svedese ma non solo. non ho capito se si paga, quanto si paga, né dove sia esattamente nella città. Seguite il suono dei djambé.

UMEÅ:

  • Umeå Open = Fine marzo. Sei giorni. Costa non eccessivamente ma costa. Fa regolarmente il tutto esaurito. Artisti di tutto il mondo, svedesi e svedesi conosciuti anche in ambito internazionale (es. The Ark).
  • Umeå Jazz Festival = Autunnale, metà ottobre. Cinque giorni in cui nel freddo viKinord ci si scalda a colpi di jazz.
  • Forlorn Fest = Ultimo weekend di novembre (nel nord i concerti gli garbano ghiacci). Musica pestona underground.

ALTRI FESTIVAL IN ALTRI POSTI:

  • Melodifestivalen = (non è estivo, si svolge a febbraio, ma è negli studi televisivi come San Remo, quindi non conta). Competizione, più che festival. Musica commerciale in TV, si vince col televoto, si trasmette sulla televisione pubblica. Cose a cui siamo abituati anche noi, ma andava menzionato.
  • Sweden Rock Festival = a Norje. Prima settimana di giugno. Quattro giorni. Come il nome suggerisce, rock ‘n rooooll. Ci hanno suonato Aerosmith, Guns ‘n Roses, Billy Idol, Europe, Lynyrd Skynyrd, etc.
  • Åmåls Blues Fest = a Åmål. Prima metà di luglio. Quattro giorni di musica bluesettona a oltranza.
  • Hultsfredsfestivalen =  a Hultsfred
  • SIESTA! = a Hässleholm. Primo weekend di giugno. Tre giorni. Il pubblico è prevalentemente nordico (si parla comunque di un casino di gente), con artisti nordici, anche se qualcuno di questi è conosciuto anche a livello internazionale.

    Halkan Balkan - Goodnight Sun

    Halkan Balkan – Goodnight Sun. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Ecco, calcolate che io ne ho messo solo qualcuno ma ce ne sono in ogni città, ogni giorno, per ogni genere musicale, sempre, ovunque.

La particolarità dei viKifestival è che sono bellissimi.

Indipendentemente dal tipo di musica proposto è proprio ganzo vedere come se la vivono gli svedesi: bambini, vecchietti, donne gravide, pischelli, alcolisti anonimi e meno anonimi, chiunque si gode la musica. E cosa ho notato io è che ognuno di loro se la gode rivendicando orgogliosamente la propria appartenenza a una delle categorie sociali summenzionate.

Mi spiego meglio: a Livorno (e probabilmente non solo lì), vediamo la figura del/della vecchio/vecchia adolescente. 45enni tatuati e pieni di piercing coi capelli ossigenati alle spalle che surfano, o 50enni zoccolone con le minigonne e le ciccine mosce delle cosce che gli ricadono sul ginocchio osteoporotico, che gozzovigliano mezzi briai nei posti normalmente frequentati da gente che potrebbe derivare dai gameti del frutto dei loro gameti, e che parlano e si atteggiano come ragazzini delle medie.

Bene, io di vecchi del genere a Malmö ne ho incontrati pochissimi. Mentre ho invece potuto ammirare in questi concerti parecchie persone anziane danzanti e dignitose, sorridenti e felici di condividere musica e spazi con altri sorridenti come loro.

E così ho visto anche giovani babbi che si portano il marmocchio al concerto di elettronica e ci ballano insieme, che si portano il neonato al sacco munito di cuffione antirumore e se lo dondolano mentre ascoltano il loro gruppo preferito.

E a me questo piace!

Mi piace perché io non sarò mai una che “fa la mamma” (come fosse un mestiere), schiava dei figlioli e priva di una dimensione tutta mia di realizzazione e divertimento, mentre mio marito non fa un cazzaccio nulla e faccio tutto io, così come non sarò mai una vecchia bavosa che si gratta le chiappe, compra il fumo dai bimbetti coi rasta e si siede scosciata sul marciapiede con dei jeans stretti che mostrano un piede di cammello risalente al pleistocene.

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead - Malmöfestivalen

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

I festival in Svezia sono, certo, fatti anche per i superbriai, ma non c’è solo questo. Complice la musica, complici i parchi o le piazze del centro in cui questi concerti si svolgono, si riscopre una convivialità davvero sana (lontana da quella malata delle feste universitarie, ad esempio, dove è invece prassi comune vomitarsi addosso a idrante e non capire una sega, altrimenti sei out), in cui i viKi riscoprono anche una dimensione esterna alla casa.

Perché io credo che il clima influisca sul tipo di socialità: feste in casa, giochi da tavolo, cene lunghissime, serate film, etc. Qui non siamo a Barcellona o a Roma, la vita di piazza in Svezia non esiste. D’estate c’è il pub al massimo, ma non c’è la piazzetta. E d’inverno ci sono solo le case delle persone, quindi o hai amici da invitare, o vivi con qualcuno che ti migliora la vita e ti dà serenità, oppure è probabile che tu finisca a cercare su Google come si fa un nodo scorsoio.

Ecco, nei festival forse si concentra nel giro di 4, 5 giorni un’ansia di stare insieme sotto un comune denominatore che non sia il coma etilico, e io la trovo una cosa splendida.

Via, ora non vi voglio fare piangere, insomma, anche meno. Però se vi capita andateci! A uno a caso! Anche se siete incinte di 8 mesi, anche se avete 93 anni, anche se avete i bimbi piccoli, anche se siete disabili, che qui è tutto attrezzato per migliorarvi la vita, e di sicuro sarà pieno di persone nella vostra stessa situazione che ridono e ascoltano la musica. Magari anche musica di merda. Ma almeno ridono.

Rocchenroll.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 cipolla gialla
  • 1 cucchiaio di burro
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 dl di latte
  • 0,5 dl di panna fresca
  • 60 gr. di pangrattato
  • 500 gr. di macinato di manzo
  • 2 uova
  • 1 cucchiaio di miele
  • pimento (se non lo trovate usate il pepe nero)
  • un pizzico di cannella
  • un pistillino di chiodo di garofano sbriciolato
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di pepe bianco
  • un pizzico di noce moscata
  • margarina per cuocere
  • gräddsås

PREPARAZIONE:

Tagliare finissimamente la cipolla e soffrigerla nel burro finché non diventa trasparente. Far raffreddare.

Sciogliere la fecola nel latte mischiato alla panna e aggiungere il pangrattato.

Aggiungere a tutto ciò la cipolla, la carne, le uova, il miele, tutte le spezie e il sale.

Fare delle palline della dimensione di una noce, cercando di farle tutte uguali, altrimenti la cottura verrà un troiaio. Cuocerle nella margarina.

Cospargerle di gräddsås.

Köttbullar pronte!

Köttbullar pronte!

Buon appetito!

I.

♫ Malmö è mille culure, Malmö è mille paure ♫: la skånsk äppelkaka

Prima o poi sarei tornata.

La Svezia è come quando ti prude la mano che ti hanno amputato anni prima. E ora ho nostalgia di Svezia.

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Sono scomparsa dalle polpette per una serie di ragioni, più importante tra tutte quella che mi sono trasferita a Malmö per un’estate. Doveva essere la svolta della mia vita lavorativa ma non lo è stata.

In compenso è stata una svolta per miliardi di altri motivi: ho iniziato a capire lo skånese, ho conosciuto un sacco di persone splendide, ho fatto un bellissimo viaggio on-the-road in Norvegia, mi sono sentita a casa e lontanissima da casa nello stesso istante, ho avvistato un cucciolo di alce con babbo alce e mamma alce, sono stata vittima di mobbing, ho avuto amici svedesi, croati, costaricani, siriani, greci, mauriziani, americani e perfino pisani, sono entrata in dipendenza da Breaking Bad, mi sono innamorata, ho avuto un viKimolestatore telefonico, ho ascoltato tantissima musica nuova, ho scoperto di non aver bisogno di cose di cui pensavo di aver bisogno, mi sono sentita davvero felice e serena.

Il lavoro non l’ho trovato, vuoi per il momento sfavorevole (mi sono trasferita a giugno), vuoi perché il mio svedese quando sono andata era molto più scarso di quando sono tornata, poi il contratto d’affitto è scaduto; e per farla breve io sono tornata con le pive in valigia a Livorno.

Il fatto che mi trovassi in Svezia in effetti non ha un diretto nesso logico con il fatto che abbia completamente ignorato il blog fino a questo momento, ma come avete letto sono stata molto molto molto impegnata.

Ammetto che quando sono tornata in Italia ho gridato un “SUCAAAA” mentale a Malmö, alla Svezia, ai biondi e ai pallini sulle a, ma anche questo fa parte dell’epifania da cui sono stata colpita, perché ora invece mi manca. Ora il Belpa mi ha stancata, vedo un’Italia in crisi nera, un paese in pieno Medioevo economico e culturale, una mentalità con cui continuerò a scontrarmi per l’eternità (e certo vivere in una città gretta, ignorante e mediocre non aiuta).

Ho avuto avventure e disavventure a Malmö, quindi sono stata contenta di tornare pensando alle disavventure, e ora sono nostalgica perché penso più che altro alle avventure, lo riconosco. Le cose stanno sempre nel mezzo.home

Però cercando di astrarre lo sguardo riesco a capire che il punto è sostanzialmente che ormai quello è come se fosse una specie di altro mondo che ho imparato a conoscere negli anni, ad amare, a odiare, a tollerare, comunque sia è mio.

La Svezia per me è l’Italia alla fine. Certo, io nel mio intimo penso in italiano, mangio in italiano (e menomale), mi incazzo in italiano, e rido in italiano. Però so come si pensa in svedese, come si mangia, come ci si incazza e come si ride. Non è un approccio che nel mio processo cognitivo attivo mi riesce naturale, no, ma mi risulta familiare, questo sì.

Perché io, è vero, sono fondamentalmente un’inquieta, ma poi alla fine penso anche che non sentirsi a casa da nessuna parte è come sentirsi a casa dappertutto, in un certo senso.

Insomma, mi sono sorpresa a riflettere su cosa sia “casa”. E credo che casa sia il posto dove quasi osmoticamente ti confondi nei comportamenti degli altri, non ti stupisci quasi per niente, né nel bene né nel male, capisci il mondo che ti circonda, lo ami a tratti e ancora più spesso lo detesti.

Nessuno a Malmö poteva supporre che io non fossi svedese, tranne forse per i capelli scuri, ma potevo essere di seconda generazione. Non ho scritto “turista terrona” in fronte, non porto marsupi obsoleti che gli italiani in viaggio risfoderano da bauli anni ’80, non cerco di far passare 10 kg in più di bagaglio all’aeroporto e non fumo dove è vietato fumare.

Tutti mi hanno sempre parlato subito in svedese, mai in inglese. È solo dopo che sanno che sono un’outsider che fanno gli stronzi.

"Nazionalista?" "Ma certo che sì!"

“Nazionalista?” “Ma certo che sì!”

Perché sì, diciamocelo, gli svedesi hanno tante qualità, ma in media sono delle grandi facce di merda, nazionalisti, saccenti, paternalisti, senza contatto con la realtà, servi di un regno fasullo senza neanche rendersene conto. Ostentatamente ingenui ai limiti del bischero, perché forzati a pensare che essere sospettosi nel loro mondo non serva.

Invece serve. Nel loro mondo come nel mio, e questo perché, checché se ne dica e ci si raccontino cazzate, di mondo uno ce n’è. E uno soltanto.

Ovviamente parlo della media degli svedesi, non tutti e non sempre si comportano in questo modo, ma nei grandi numeri è così, e comunque sia questi lati emergono anche in persone adorabili e intelligenti, quindi è una questione culturale.

Quando ero una ragazzina ebbi anche io la fase di idolatria del Nord Europa, ed ero convinta di cose che sparavo a caso senza conoscere, cose che avevo sentito dire e ripetevo per dare aria ai denti, cose che si sono rivelate dei buchi nell’acqua: la libertà sessuale, la religione non invadente, la cordialità. Se ci penso ora mi viene da ridere, sono forse i tre flop più mastodontici su cui mi sono imbattuta nel regno di Svezia.

E mi sono arrabbiata da morire con la Svezia per aver deluso così tanto le mie adolescenziali aspettative. È subentrato un odio acuto per aver constatato che erano sessualmente bigotti, religiosamente rompicoglioni e palpabilmente xenofobi.

Poi un giorno che ero in treno e ho sentito la vocetta che mi annunciava la nästa station ho avuto una rivelazione.

Io in un certo senso appartengo anche a quel posto, io e la Svezia ci conosciamo da tanto, e bene. Ci siamo reciprocamente presentate i nostri lati migliori e i nostri lati peggiori.

Ho creduto che col tempo avrei imparato ad apprezzare, o almeno ad ignorare, il lato odioso della Svezia, ma la verità è che non lo farò mai. Così come non riuscirò mai a non odiare il casino italiano, l’incapacità di pensare agli altri, di metterci d’accordo perfino quando stiamo collassando economicamente, politicamente e moralmente, l’andare oltre le regole “perché mi va”, “perché sono più furbo”.keepcalmitaly

E l’ho sempre saputo, e sempre lo saprò, che dietro le università diroccate e fatiscenti del paese dove sono nata vengono formati gli studenti migliori d’Europa, che al primo anno di triennale hanno frequentato un corso che in Svezia nemmeno gli Emeriti riescono a seguire, visto che al dottorato in matematica fanno ancora le tabelline.

Però questi studenti eccelsi dall’Italia se ne vanno, e se ne vengono in Svezia, dove se non paghi le tasse non giri in motoscafo con un troione che ha 40 anni meno di te, ma vai in galera. E non in una galera sovraffollata, malata e cupa, ma in una galera dove non sarai libero, ma sei pur sempre un cazzo di essere umano.

Uscito dalla galera in Svezia poi ti mancheranno persone genuine e ospitali, che ridono quando non c’è niente da ridere, e non perché sono stupide, ma forse perché lo sono troppo poco, a patto che si possa essere troppo poco stupidi a questo mondo; troverai persone talmente politically correct che escludono più categorie di quante apparentemente ne includano.

Ti mancheranno persone che ti vogliano far sentire a casa, uno/a di loro, che imbraccino una chitarra in un ristorante per cantare tutti insieme mentre gli spaghetti al dente fumano ancora sul tavolo.

Ma non si vive solo di schitarrate, si vive anche di treni di pendolari puliti e puntuali, di piste ciclabili, di file alle poste veloci e sorridenti, di burocrazie facili e snelle, di salari dignitosi. Si vive di un sacco di cose, a pensarci bene…

E insomma, meditando su tutto questo ho capito che casa è un posto dove ti senti talmente te stesso che riesci a raggiungere vette di odio e vette di amore che non avresti mai pensato di poter raggiungere. Chi è che ti fa più incazzare al mondo, infatti? I tuoi, di solito.

E soprattutto casa è il posto per cui provi una nostalgia incredibile, che neanche lo sapevi, ma che ti arriva come una secchiata d’acqua in faccia non appena senti dei suoni che dopo molta fatica hanno finalmente un significato.

E quindi sì, alla fine questa Svezia del cazzo è casa.

Quindi poi, tornando al vero scopo di un foodblog, io la ricetta di oggi la dedico a Malmö proponendovi la skånsk äpplekaka, una torta di mele particolarmente sbriciolosa, che come dice il nome proviene dal Sud della Svezia.

Ma visto che questo post è talmente smelencio che mi si stanno cariando i denti, sento il bisogno irrefrenabile di aggiungere qualcosa sulla scia del “siamo tutti figli dell’universo”, “amalgamiamoci tutti insieme” e “siamo tutti fratelli”…

Pisa merda.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 100 gr. di pangrattato normale
  • 100 gr. di pangrattato integrale (meglio sarebbe di segale)
  • 50 gr. di granella di mandorle
  • 400 gr. di purea di mela
  • 50 gr. di zucchero di canna
  • 90 gr. di burro
  • 4 mele
  • un cucchiaio raso di cannella in polvere
  • un cucchiaino di cardamomo in polvere
  • vaniljsås

PREPARAZIONE:

Ungere una teglia (di circa 20 cm di diametro) e preriscaldare il forno a 200 °C. Mettere da parte circa 10 gr. di burro che serviranno alla fine.

Sciogliere il burro in un pentolino. Spegnere il fuoco, aggiungere il pangrattato, 2 cucchiaini di zucchero, la cannella, il cardamomo, la granella di mandorle e mescolare bene.

Sbucciare le mele e tagliarle a fettine abbastanza sottili.

Nella teglia mettere metà del pangrattato dorato nel burro, metà della purea di mela e metà delle mele tagliate.

Fare un ulteriore strato di pangrattato/purea/mele e spolverare l’ultimo strato con lo zucchero rimasto e qualche fiocchetto di burro.

Cuocere per circa 30 minuti e servire con abbondante vaniljsås calda.

Buon appetito!

I.

Äggtoddy, finlandssvenska e dolcissimi Mumin

Io sono quella delle ricette postate a cazzo. Infatti questa è una bevanda pasquale.

Kevin McKidd, aka Tommy, aka dottor Hunt

Kevin McKidd, aka Tommy, aka dottor Hunt

L’äggtoddy è una bevanda molto dolce a base di uovo e cognac (ma c’è anche chi ci mette rum, o whisky o calvados o, Sacré Bleu, lo analcolizza), ed è sostanzialmente la stessa cosa dell’eggnog, bevanda natalizia, non pasquale, diffusissima in Canada e Stati Uniti, della cui esistenza so grazie a Big Bang Theory, How I Met Your Mother, Grey’s Anatomy, e altre mille serie yankee che mi guardo con eguale ingordigia nelle mie segrete stanze, quando smetto di essere una persona seria e piango per l’Alzheimer della moglie del dottor Webber.

Tra l’altro, mi sono sentita particolarmente deficiente per non aver riconosciuto subito nel dr. Hunt il povero Tommy di Trainspotting, voi lo avevate notato?

Grey’s Anatomy a parte, l’äggtoddy può essere servito molto caldo, molto freddo con ghiaccio dentro, molto alcolico, molto dolce, molto speziato, insomma, potete modificare la ricetta come vi pare, tenendo comunque presente che l’uovo e il cognac tendono ad aumentare in modo sproporzionato la forza gravitazionale che attira il grasso sottocutaneo della vostra panza al terreno. Quindi andateci piano ché se no poi strisciate come le bisce.

Tempo fa un tipo svedese mi fece notare che gli italiani passano molto, moltissimo tempo a parlare della loro digestione, forse ve lo avevo già accennato, e difatti in tutte le pagine Wikipedia in lingue a me note non c’è il minimo accenno alle difficoltà digestive che l’äggtoddy provoca se non, naturalmente, in quella italiana.

Dai via, provate ad andare per strada e chiedere a caso alla gente: “Ti piacciono i peperoni?“. Secondo un mio umile pronostico, su dieci persone 6 risponderanno con “Molto, ma non li digerisco bene”, 3 con “Molto, e li digerisco senza nessun problema”, e soltanto una reagirà con un “Sì/No”.
Oppure fate anche caso al fatto che se in un caldo pomeriggio estivo si parla di anguria, nel gruppo ci sarà sempre il saccente che informa gli altri con un tono di voce reso più acuto da un rovente autocompiacimento: “Eppure sembrerà strano, ma l’anguria è sorprendentemente indigesta“, tra gli “uuuuuh” sorpresi degli astanti.

Bene, Wikipedia italiana avverte che l’äggtoddy si digerisce male, e quindi ecco, visto che voi siete italici, io vi ho avvertito.

Tutte le varie cose che possono essere infilate nell'äggtoddy

Tutte le varie cose che possono essere infilate nell’äggtoddy

Come vi dicevo prima, le varianti sono infinite. La costante sono sempre tuorli e zucchero, ma le altre cose le mettete a caso.

Innanzitutto l’äggtoddy può essere alcolico o analcolico, ci si può aggiungere latte o acqua o un po’ di salsa di vaniglia, ci si può mettere del cacao o delle arance candite, della cannella, della noce moscata, dei pezzettini di mela o delle fragole o altre bacche. A volte ci si mette anche il bianco dell’uovo montato a neve a parte.

Altre varianti note sono: quella con panna montata, quella con mandorle tostate, quella con fiocchi di cocco, e quella con le caramelle dentro, per i bambini pare. A me l’idea di infilare le caramelle in un bicchiere di uova e latte mi avrebbe rovesciato lo stomaco anche a 5 anni, ma i bimbi viKinghi non sentono cazzi.

Una variante che ha un suo statuto istituzionale, come dimostrato da un nome tutto per sé, è l’Hobbel Bobbel, che è la variante più sgrausa di tutte, perché è composta da uova e zucchero e servita a temperatura ambiente. That’s it.

Ma per quanto sia, come potete notare, una variante inutile e pallosamente fastidiosa, la Hobbel Bobbel a noi ci interessa molto perché ci permette di affrontare un discorso serio che riguarda la linguistica (vi mancava vero?), però dai, in modo meno noioso di altre volte.

Dunque la Hobbel Bobbel fu inventata negli anni ’60-’70 nell’Uusimaa (in svedese Nyland), una regione della Finlandia meridionale che fino non molto tempo fa era una zona in cui si parlava quasi soltanto lo svedese. Poi col tempo i finlandesi si sono giustamente rotti le balle di essere i deficienti obbligati a parlare la lingua dell’invasore, e per evitare di finire come i Celti, hanno ripreso le penne e ora parlano in finlandese che è un piacere.

Apertura estiva di una discoteca di tendenza in Osterbotten

Apertura estiva di una discoteca di tendenza in Osterbotten

Lo svedese di Finlandia (o finlandssvenska) indica l’insieme dei dialetti svedesi parlati in Finlandia come lingua madre dagli svedesi di Finlandia. Questi dialetti vengono racchiusi sotto un’unica denominazione perché sono fondamentalmente intercomprensibili, tranne alcuni dialetti dell’Ostrobotnia (o Österbotten) che non li capisce una sega di nessuno, né svedesi, né finlandesi, né finlandosvedesi. Tanto capirai, in Ostrobotnia fa troppo freddo per parlare.

Il finlandosvedese è considerato una lingua ufficiale ed è parlato dal 5% circa dei finlandesi come madrelingua, e da quasi tutta la popolazione delle isole Åland, ufficialmente sotto la Finlandia, tecnicamente autonome, praticamente svedesi.

Lilla My

Lilla My

Un personaggio finlandosvedese particolarmente simpatico fu Tove Jansson, una scrittrice e pittrice che inventò i Mumin, libri per bambini con protagonisti dei troll bianchi col nasone particolarmente pacioccosi attorno ai quali ruotano altri personaggi, di cui il mio preferito è Lilla My, perché è esattamente come me: piccola, casinista e sempre incazzata.

In Finlandia dedicati ai Mumin troviamo un parco a tema vicino a Turku, e un museo tutto per loro a Tampere. E io vorrei tanto andare in entrambi questi posti, però siccome devo mantenere un certo decoro devo aspettare di sgravare una creatura o rapirne una già sgravata da qualcuno, così posso dire che ho portato il pupo a divertirsi, mentre invece mi faccio fare le foto con i pupazzoni.

Tornando alla nostra ricetta, ve ne do una abbastanza basilare però stilosa, ovvero ci aggiungo una spruzzatina di panna e delle stecche di cannella per guarnire, comunque se voi volete aggiungere o togliere cose fate pure, se poi inventate qualcosa di particolarmente cazzuto fatemelo sapere. Però ecco, l’alcol ce lo metto, quello sì, cribbio.

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 2 tuorli
  • 4 cucchiai di zucchero a velo
  • 2 cucchiai di cognac
  • 2 bicchieri di latte intero caldo
  • 3 o 4 cucchiaiate di panna montata
  • 4 stecche di cannella

PREPARAZIONE:

Sbattere i tuorli con lo zucchero finché non diventano spumosi. Bollire il latte e versarlo lentamente sopra i tuorli mescolando continuamente. Aggiungere il cognac.

Aggiungere panna montata e guarnire con un paio di stecche di cannella per bicchiere.

Äggtoddy pronto!

Äggtoddy pronto!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part I): operazione Natale, città di biscotto e pepparkakor

Il Natale (in svedese jul) si avvicina e, nonostante quest’anno io sia più Grinch del solito, non potevo certo non parlarvi del Natale svedese.grinch

Il Natale in Svezia comincia presto. A novembre già si trova nelle vetrine dei negozi tutto il Christmas merchandising di cui (non) si ha bisogno: lucine, alberini, babbinatalini, corettini, etc., e poi la neve rende sempre tutto più nataloso.
Capita anche che ci sia a giro qualche banchetto improvvisato: una volta al supermercato beccai un buffet di Natale completamente gratuito e mangiai come una scrofa, fu una delle giornate più belle della mia vita (ci vuole poco a rendermi felice, e il cibo gratis è una garanzia).
Oppure i mercatini per strada, con tanti animali pelosi e bambini imbacuccati che strillano per fare un giro in pony (che gli svedesi chiamano ponny).

In realtà il Natale in Svezia (e credo anche in Norvegia e Danimarca) non è il 25 dicembre come nel resto del mondo. E’ il 24. Così, per andare in controtendenza.

Però io avrei da dirvi tante cose sul Natale in Svezia, perché l’anno scorso mi sono fatta il vero viKristmas, e quindi devo divulgare la mia scienza, però voglio anche postarvi in fretta questa ricetta, per cui rimando le spiegazioni sul Natale ad altri post (neanche nel prossimo ve ne parlerò, in realtà), ammesso che ve ne freghi qualcosa.

Tanto non importa che ve lo spieghi prima di Natale, no? Posso spiegarvelo anche dopo.

Comunque per Natale va da sé che ci siano piatti tradizionalerrimi, e qui arrivo io. E per tenermi al passo con questo stupido clima di festa (io ooooodio le feste), dovrò pubblicare i miei post a un ritmo un po’ più serrato.

Ma tanto a Natale a Natale si può fare di piùùù, e quindi questo è il mio regalo per voi (pensate un po’ che culo, quasi come il regalo-pacco del pigiamone di pile anti-vita sessuale che puntualmente a ogni Natale arriva a tutti).

E’ stata la mia consulente di strategia e marketing Laisa (quella che a suo tempo ribattezzò le chokladbollar “palle di merda”, proprio lei) a suggerirmi di sbombolarvi di post natalizi. Per i reclami, potete scrivere a me e io vi lascio il suo numero di telefono, così cazziate lei.

Insomma, io ci provo, poi non garantisco, anche perché tra un cazzeggio e l’altro dovrei anche scrivere una tesi, così a tempo perso, per cui non posso passare tutte le giornate a scrivere stronzate sulla Svezia, capitemi. Però ecco, se scrivo post brevi e non particolarmente ispirati è perché punterò sulla quantità e non sulla qualità, a differenza di quando non è Natale, che non punto né sull’una né sull’altra.

Allora, per avere en riktig svensk jul (che sarebbe letteralmente “un Natale svedese vero e proprio”, ma che io per licenza poetica definirei “un viKinatale coi cazzi“) è obbligatorio avere i biscottini speziati, quelli di solito fatti a omino come Zenzy di Shrek, in svedese pepparkakor, accompagnati preferibilmente dal glögg.

Lo so che le danze maori non c’entrano una sega, ma ho trovato un video su Youtube con gli omini di pan di zenzero che fanno l’haka tipo gli All Blacks, e sono quanto di più dolce abbia mai visto, per cui ve li posto lo stesso, tanto il blog è mio e me lo comando io (come si diceva all’asilo). Oltretutto, vi prego di notare il dettaglio geniale del biscottino che, preso dalla danza, si stacca un bottone da solo al secondo 00:23.

Right. Il pan di zenzero, ovvero l’impasto speziato dei biscotti, fu portato in Europa da tale Gregorio di Nicopoli, un monaco armeno che nel 992 insegnò la ricetta ai preti di Pithiviers, cittadina nel centro della Francia. I francesi poi insegnarono a fare i biscottini ai tedeschi, che durante il 1300 li esportarono in Svezia.

In Svezia si sa per certo che i pepparkakor furono preparati nel ‘300 per il matrimonio tra il re Magnus Eriksson (Magnus IV di Svezia) e Blanka av Namur (meglio conosciuta per aver dato il nome ad una Weiss belga, la Blanche de Namur). E anche nel ‘500 abbiamo notizie sui biscottini da nientepopodimeno che (rullo di tamburi) Gustavo Vasa, proprio lui, che scrisse a Germund Svensson a proposito di una nave che aveva fatto naufragio (oh, le navi svedesi probabilmente erano guidate da tanti Skettinsson, perché si sfracellavano sempre) e tutto il carico di pepparkakor era andato ai pesci. Che carino Gustavo, tutto preoccupato per i biscottini.

Ancora durante il ‘500, perfino il re della viKiunione di Danimarca-Norvegia-Svezia, Giovanni di Danimarca, per gli amici Hans, si faceva commissionare dal medico personale casse e casse di biscottini per curare il suo brutto carattere. Ecco perché io sono incazzosa, perché non mangio abbastanza biscotti. Urge rimedio.

Documentazioni su un vero e proprio mercato di biscottini risalgono al ‘700, in cui questi venivano venduti in monasteri, mercati rionali e farmacie (perché dice combattessero l’indigestione; poi certo, se te ne sgonfiavi 20 kg magari l’indigestione ti veniva, e allora ti toccava inventare un’altra cosa che facesse passare l’indigestione da biscottini allo zenzero, e così via).

In Svezia hanno perfino un giorno dedicato ai pepparkakoril 9 dicembre, e io sinceramente non so che cosa voglia dire… boh, forse se ne mangiano di più, forse si prega un dio biscottone, forse ci si traveste da gingerbread man, non lo so, ma mi piace tempestarvi di informazioni a caso.

Comunque con la pasta dei biscotti, oltre alle solite forme come omini, stelline, peni, cerchi (per gli sfigati che non hanno le formine e lo fanno con i bicchieri), ci si può fare una bellissima casetta, la pepparkakshus. E io volevo anche farvela, però è una menata: si devono misurare precisamente tutti i lati della casetta, incastrarli l’uno nell’altro e poi fissarla con lo zucchero caramellato, che puntualmente mi si brucia e fa cagare.
Con tutto il bene che vi posso volere, non avevo voglia di fare la casetta, vi ho fatto gli omini e vi accontentate.

La Pepperkakebyen a Bergen

La Pepperkakebyen a Bergen

Però per amore di cultura vi informo che a Bergen, in Norvegia, ogni anno dal 1991 costruiscono una città di pan di zenzero (la Pepperkakebyen), con le casette, gli omini, le chiese, il treno, i ponti, le barchette, etc. (eh beh, quando si hanno 20 minuti alla settimana di orario lavorativo, con 961 giorni di ferie pagate l’anno, capita che per ingannare il tempo si costruiscano città di pasta di biscotto, che ci volete fare).

La cosa figa di questi biscotti è che l’impasto lo potete fare tutto in una volta sola, dividerlo in vari pezzetti, e surgelarlo. E poi, quando siete particolarmente presi bene, tirate fuori i pezzetti e li preparate.
Comunque nel frigorifero l’impasto si mantiene per una decina di giorni, quindi potete tranquillamente fare una pausa tra una mandata e l’altra. Anzi, è ancora meglio tenerli qualche giorno nel frigo prima di farli, così sono più speziosi.

In Svezia al supermercato troverete l’impasto per i biscotti già bell’e pronto, però insomma, io vi avverto, nel 2002 hanno trovato tracce di sostanze cancerogene nell’impasto preconfezionato, nello specifico l’acrilammide, per cui se avete voglia di perderci un po’ di tempo e farveli da voi è anche meglio. Anche perché sinceramente io non capisco, cazzo… allora, o non vuoi sbatterti a cucinare, e te li compri già fatti in scatola, che sono buonissimi lo stesso, o mischi due stronzate e in 10 minuti hai fatto l’impasto. L’impasto pronto, che tanto devi comunque stenderlo, farci le forme e cuocerlo, non lo concepisco. Davvero.

Ho una curiosità: nel 2006 l’astronauta svedese Christer Fuglesang ha offerto ai suoi colleghi nonché compagni di viaggio, rigorosamente nello spazio, un tipico pranzetto svedese, e insieme all’alce e allo knäckebröd, ci ha infilato pure i pepparkakor. Simpatico, vero?

INGREDIENTI PER UN CENTINAIO DI BISCOTTI:

Per i biscotti:

  • 300 gr. di burro
  • 400 gr. di zucchero
  • 1 dl sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaio di zenzero in polvere
  • 2 cucchiai di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere (o una 40ina di chiodi di garofano sbriciolati)
  • 2 cucchiaini di cardamomo
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • 2 dl. d’acqua
  • 1 kg di farina

Per la ghiaccia reale:

  • 1 albume d’uovo
  • 200 gr. di zucchero a velo
  • il succo di mezzo limone
  • colorante alimentare (opzionale)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro in un pentolino. Aggiungere lo zucchero e lo sciroppo d’acero e mescolare.

Aggiungere le spezie e il bicarbonato, e continuando a mescolare aggiungere l’acqua. Aggiungere la farina e impastare bene, dando qualche pugno alla palla di impasto (così vi sfogate anche).

Avvolgere con la pellicola e far riposare una notte in frigorifero.

Stendere la pasta sottilissima (un paio di millimetri circa) e fare tutte le formine che volete.

Preriscaldare il forno a 200-225 °C.

Mettere un foglio di carta da forno su una teglia molto piatta e cuocere nel ripiano medio. Ricordatevi di farli raffreddare prima di smuoverli, e di non appoggiare la nuova mandata sulla teglia calda, altrimenti vi si spezzano.

Quando i biscotti saranno pronti montare a neve l’albume e aggiungere il succo di limone e lo zucchero a velo setacciato. Mescolare, aggiungere l’eventuale colorante (dividere le parti se volete avere più colori) e mettere la glassa in una sac à poche, o un un cono di carta, o in una siringa a cui avrete tolto l’ago. Decorare i biscotti a piacere.

Pepparkakor pronti!

Pepparkakor pronti!

Buon appetito!

I.

Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.

Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

Un Gotländsk Saffranspannkaka per Pippi Calzelunghe

La ricetta di oggi è una tipica ricetta regionale del Gotland.

I faraglioni del Gotland

Il Gotland è un bell’isolone del mar Baltico, che pare sia bellissimo, ma io non ci sono mai stata, quindi presumo lo sia ma non so dirvi niente di più. So che il suo paesaggio prevede una specie di faraglioni tipo Capri che sono molto belli, e che ha un casino di specie di orchidee e altre strane piante che crescono solo lì.

L’unica cosa che so per certo sul Gotland comunque, in virtù della mia condizione esistenziale di nerd, è che in quest’isola è parlato un dialetto svedese molto particolare, conosciuto come gutnico, che si ritiene essere la lingua germanica rimasta più vicina al gotico, ormai scomparso.

Un esempio di gutnico è presente nella Gutasaga, una saga sulla storia del Gotland che, come tutte le saghe, inizia più o meno con: “Io sono Pdorrr, figlio di Kmerrr, della tribù di Istarrr, della terra desolata di Kfnirrr”, etc.

Il gutnico è considerato come un ceppo linguistico a sé stante, proprio per degli esiti propri che si discostano dalle altre lingue scandinave antiche; comunque della dissertazione tra lingua e dialetto non sto a parlare, anche perché non c’è nessun criterio linguisticamente scientifico che stabilisca quando una lingua è una lingua e quando è un dialetto (cari i miei amici sardi e friulani)… e come il simpaticone Noam Chomsky sostiene: “Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito”.

Bene, a parte per il gutnico (che non se lo caga nessuno a dire la verità, nonostante, a stretto livello personale, infilare la parola “gutnico” in una frase mi faccia sentire una spanna sopra gli altri), il Gotland è famoso per la sua celeberrima abitante, Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump, ovvero Pippi Calzelunghe.

Pippi Calzelunghe con scimmia

Per la serie “storie di vita vissuta”, la Pippi fu la prima delusione d’amore di mio fratello, che da piccolo adorava la serie e voleva sposarsi con lei… finché mio cugino gli disse che l’attrice (Inger Nilsson) ormai era già vecchia perché la serie era degli anni ’70. Dopo aver meditato l’impiccagione e aver pianto per mesi, mio fratello se ne fece una ragione e bona lì.

Pippi Calzelunghe (che somiglia vagamente al calciatore John Arne Riise) è il personaggio letterario più conosciuto di Astrid Lindgren, famosa scrittrice svedese di libri per l’infanzia, in onore della quale nel 2002 la Svezia ha istituito un premio di circa 540.000 euro per la letteratura per bambini e per ragazzi. Pippi è una simpatica ragazzina protofemminista: è fortissima, ricchissima, e vive da sola a Villa Villacolle alla facciaccia di tutti, soprattutto a quella dei suoi vicini, due gemellini obbedienti e diligenti, che però non hanno il becco d’un quattrino e devono tornare a casa da mammeta. L’ordine costituito prova a più riprese a infilarla in un orfanotrofio, ma la nostra libertaria lentigginosa semplicemente non ci va. Ha un cavallo e una scimmia che ogni tanto solleva così a caso per far vedere quanto è muscolosa e ganza, e mangia un sacco di schifezze. Insomma, stacci di lusso.

Come nascono poi tutte le storie più belle, le vicende di Pippi erano raccontate da Astrid Lindgren alla figlia prima di addormentarsi. Una volta che si era rotta una gamba e si annoiava a casa, la nostra Astrid decise di raccogliere tutte le storie di Pippi e di farne un libro, lo propose qua e là, e nel ’45 il libro venne pubblicato (e poi nel tempo tradotto in un centinaio di lingue).

Ovviamente, dopo avervi raccontato la storia di Bamse in questo post, avrete capito che gli svedesi hanno tempo da perdere sul criticare i libri per bambini, e anche Pippi non ha fatto eccezione: è immorale, insegna a non obbedire, sfida l’autorità, è emotivamente disturbata, etc. Cose su cui non vale la pena soffermarci, no?

Oltretutto, Pippi, ragazzina solitaria, stramba e forte, si dice abbia influenzato Stieg Larsson per il suo personaggio di Lisbeth Salander, e in effetti nella trilogia questo richiamo è più volte esplicitato, così come quello tra Mikael Blomkvist, protagonista sempre della trilogia di Millennium, e il semi-omonimo Kalle Blomkvist, altro personaggio di Astrid Lindgren, detective bambino molto intelligente, protagonista di una miniserie di libri per l’infanzia.

Villa Villekulla a Visby

Nel libro Pippi, non si sa come né perché, approda a Visby, la maggiore città del Gotland, ed è lì che si ambientano le sue avventure. Visby è sito patrimonio dell’UNESCO in quanto borgo medievale meglio conservato in Scandinavia… dovrò andarci prima o poi. Oltretutto c’è la Villa Villacolle dove la serie fu girata, quindi un tour triste della Casa di Pippi prima o poi me lo farò. Io AMO i tour tristi.

Senza dubbio a Pippi sarà capitato nella vita di mangiare il Gotländsk Saffranspannkaka, piatto tipico dell’isola, ovvero un dolce di riso, mandorle e zafferano da servirsi tradizionalmente con panna fresca montata e marmellata di salmbär, che sarebbe una variante tutta gotlandese del blåhallon, bacca della stessa radice della mora di rovo.

Siccome Wikipedia non mi dà la traduzione esatta in italiano di blåhallon, ho usato la marmellata di more, presumendo che sì insomma, tutte le bacche alla fine sanno di bacche. Inoltre molte ricette ammettono la sostituzione del salmbärssylt, ovvero la marmellata di questa particolare bacca, con mirtilli, o more, o lamponi, o fragole, etc. Quindi, cvd ho sempre ragione io.

La ricetta non è difficile, è solo un po’ noioso aspettare che la sbobba di riso si raffreddi dopo la cottura, perché io ci ho messo un pomeriggio.

Praticamente dovete prima fare un porridge di riso, in svedese chiamato risgrynsgröt, a cui poi aggiungere gli altri ingredienti.

E’ un piatto singolare già da solo. Innanzitutto è molto buono anche senza essere usato come base per il saffranspannkaka (ad esempio, servito caldo sui Pavesini deve starci benissimo), ma poi ha una storia interessante alle spalle.

E’ un piatto natalizio, e non solo in Svezia, ma anche in Danimarca e Norvegia. In Danimarca ad esempio usa aggiungere a questo porridge una mandorla intera, e chi se la ritrova nel piatto si becca un regalo in più, il regalo della mandorla.

La cosa strana (e, a mio modesto parere anche ai limiti del disgustoso), è che questa dolciata assurda (latte, riso papposo, zucchero e cannella), viene servita così normalmente tra i piatti principali del buffet di Natale. Ovvero voi vi fate un bel piattino con: aringhe alla cipolla, prosciutto e mostarda, porridge di riso dolce, polpettine, salmone, etc. Sembra il gioco del “trova l’intruso”, ma tragicamente non lo è…

Io ho provato questa esperienza perché sono curiosa ed è più forte di me azzardare cose no limits. In effetti la sensazione era proprio come ve la immaginate: un sapore che non c’entrava un cazzo con il resto. Però preso da solo a me piace un casino. E’ tipo budino di riso, e io ci ho fatto colazione per tutte le mie vacanze di Natale in Svezia.

Sbobbone di riso bell’e pronto

Diciamo che gli svedesi se la ripassano meglio perché in Svezia questa sbobba viene venduta in dei bei salsiccioni preconfezionati (i viKi non hanno tempo da perdere, e nei loro super-supermercati trovano sempre tutto bell’e pronto), mentre io ho dovuto amorevolmente farlo solo per voi.

Comunque, come vi ho già detto non è difficile, è solo palloso doverlo mescolare e poi, e anche questo l’ho già detto, farlo raffreddare.

In teoria il riso da usare sarebbe il mai sentito nominare “riso glutinoso“, credetemi che la buona volontà per trovare questo tipo di riso ce l’ho messa tutta, ma non l’ho trovato. Ho quindi preso un riso lungo, orientale e profumato che non era il Basmati, ma il riso Jasmine. Il sapore del porridge era uguale a quello che ho mangiato in Svezia, quindi evidentemente andava bene.

Comunque sostanzialmente una volta raffreddato mischiate tutti gli altri ingredienti e infornate. Il risultato è un dolce morbido, niente affatto secco, e strano, perché lo zafferano lo rende innanzitutto giallo e quindi carino, e poi, insomma, lo zafferano nei dolci secondo me è avanti. Anche un altro tipicherrimo dolce svedese prevede l’uso di zafferano, ma non ve lo dico adesso sia perché non è stagione, e poi perché non voglio spararmi tutte le mie cartucce subito.

Ah, vi informo che stavolta NON ho montato la panna né a mano né con il frullatore, ma con le fruste elettriche come tutti i cristiani, evitando così di rovinare un’altra volta il trackpad del Mac, che non era il caso, come feci con la mia primissima ricetta, quella dei semlor

Non sapete quante me ne fa passare questo blog.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PERSONE:

Per il risgrynsgröt:

  • 4 dl. d’acqua
  • 175 gr. di riso Jasmine
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 400 gr. di latte intero
  • 1 stecca di cannella
  • 1 cucchiaino di cannella in polvere
  • 40 gr. di burro

Per il resto dell’impasto:

  • 4 uova
  • 100 gr. di zucchero
  • 50 gr. di mandorle affettate
  • 0,5 gr. di zafferano
  • (eventualmente aggiungere dai 50 ai 100 gr. di latte se il composto fosse troppo denso)

Per farcire:

  • circa 300 ml. di panna fresca
  • 8 belle cucchiaiate di marmellata di more

PREPARAZIONE:

Mescolare acqua, riso, sale e burro in una pentola larga e portare a ebollizione. Bollire con il coperchio per 10 minuti a fuoco basso.

Togliere dal fuoco e aggiungere il latte, la cannella e portare nuovamente a ebollizione.

Fare bollire poi a fuoco bassissimo con il coperchio per circa 40 minuti e mescolare abbastanza spesso (fate attenzione a non bruciarlo se no fa schifo).

Far raffreddare (preparandovi a invecchiare nel tempo che il composto raffredda).

Una volta raffreddatosi il risgrynsgröt, preriscaldare il forno a 175°. Imburrare bene una pirofila rotonda discretamente grande e aggiungere al risgrynsgröt raffreddato le uova, lo zucchero, le mandorle e lo zafferano. (Diluire con un pochino di latte se vi sembra troppo denso).

Mettere tutto nella pirofila imburrata e infarinata e cuocere nel forno per circa 40 minuti, o comunque finché non abbia un bel colore giallo scuro.

Lasciar raffreddare un pochino e servire con panna fresca montata con un pochino di zucchero e marmellata di more.

Gotländsk Saffranspannkaka pronto!

Buon appetito!

I.

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere e che ho preparato qui), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (eccoli qui) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.

I piccoli piaceri della vita: colazione al Pressbyrån con caffè e kanelbullar.

Se vi capiterà di camminare per le strade di qualunque città svedese, vi troverete ad incrociare almeno un migliaio di volte un Pressbyrån. Il Pressbyrån è una specie di tabacchino però più grande, dove non si comprano solo sigarette, ma in generale i generi che lo svedese medio ritiene di prima necessità, tra cui:

1) giornali = gli svedesi leggono un casino, dovunque e in qualunque condizione hanno sempre un libro o un giornale in mano, cosa che me li rende alquanto simpatici

2) banane = non ho una spiegazione soddisfacente per questo curioso fenomeno, ma ho notato che è molto frequente vedere gente che mangia banane per strada dopo averle estratte da un oggetto creato all’uopo, il portabanane, un coso imbarazzante a forma di vibratore che ho regalato per Natale a un sacco di gente (tra cui mia madre, che lo nasconde quando ha ospiti perché, cito, “si vergogna”)

3) caramelle = o godis. La Svezia è il paese che consuma più caramelle al mondo: 17 KG L’ANNO A PERSONA (questo vuol dire compresi neonati, vecchi, malati, etc.)! Il 25% dello zucchero assunto da uno svedese medio proviene dalle caramelle, e i kg di zucchero consumati procapite all’anno in Svezia sono 50, ovvero 3 volte la quantità raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi chiedo quanto sia alta la percentuale di dentisti in Svezia. Se ce ne sono pochi vi consiglio un mestiere sicuro

4) hot dog = occhio alle foto del Pressbyrån che ingannano, sono grandi più o meno come un cucchiaino

4) caffè con dolcetto = dove il caffè è il mitico caffè spiscioso nordico, al quale ormai sono ahimé assuefatta, e dolcetto sta per “dolcetto”. La combo costa 20 corone (come si vede nel cerchiettino rosso fatto modestamente da ego, mei, mihi, me, me) ovvero circa 2,25€.

Pressbyrån in tutto il suo splendore (nel cerchietto rosso la combo kaffe+dolcetto)

Per prendere il caffè con il dolcetto dovrete necessariamente avere un incontro ravvicinato del terzo tipo con un macchinario enorme che ricorda i computer di Star Trek, e fare anche tutto da soli e velocemente, oltretutto, perché dietro di voi si sarà già formata una fila di biondi impazienti che sbufferanno e vi guarderanno male.

La macchina infernale per il caffè

Innanzitutto, occhio alla tazza di carta: dovete prenderne soltanto una facendo attenzione a non sfilarne un centinaio che schizzeranno tipo proiettili sulla suddetta fila di biondi, e vi assicuro che non è cosa facile (storie di vita vissuta).

Una volta preso il caffè, se volete metterci un pochino di latte, troverete accanto a voi un banco frigo (anche questo si vede nella foto) dove sono in vendita latte, yogurt, succhi di frutta, bibite, etc., e in cui se fate attenzione noterete un cartone di latte già aperto. Io le prime volte mi scandalizzavo pensando “ma guarda te la gente che ruba sorsi di latte, che oVVoVe!”, poi ho capito che è per metterlo nel caffè (eh sì, è difficile essere me).

Per quanto riguarda il dolcetto avete diverse scelte: 1) brioscina burrosissima, penso il miglior cornetto del mondo, però attenti a mangiarlo tenendolo per metà dentro il sacchetto di carta perché fa un casino di briciole, e voi non volete fare i soliti italiani e sporcare il biondomondo, vero? 2) brioscina burrosissima con upgrade di chicchi di cioccolato, io preferisco la versione solo burro, però anche quella cioccolatosa non è male 3) soltanto a Natale ci saranno i lussekatter ovvero dolcetti natalizi allo zafferano, buonissimi 3) KANELBULLAR, le mitiche, le uniche, girelle alla cannella (kanel “cannella” + bulle “dolcetto arrotondato”).

Scegliete il dolcetto che preferite e infilatelo nel sacchettino che troverete davanti a voi. Ci sono delle apposite pinze per prendere i dolcetti, che gli svedesi del resto non usano mai perché adorano toccare tutto con le manacce sudicie, ma io la uso sempre perché sono una signora (e anche perché così finalmente posso dire un “che oVVoVe” con Vagione, cVibbio!).

Tornando alla nostra ricetta, i kanelbullar sono uno dei dolcetti più orgasmici che la cucina svedese propone. Anzi, no: cazzata. I dolci svedesi sono tutti egualmente orgasmici. Però questi hanno la cannella, per cui sono perfetti con un teino nei pomeriggi di inverno, o la mattina appena svegli per dare una botta di glicemia all’organismo e iniziare la giornata con il sorrisone.

Mentre cuociono nel forno profumano tutta la casa di cose buone, di cannella, di cardamomo… così chi vi viene a trovare viene invaso da immagini dolcissime di nonne ciccione e sorridenti con le mani sporche di farina; e si possono benissimo pucciare nel latte a colazione finché non diventano belli gocciolosi (come il pandoro la mattina del 27 dicembre, quando si è indurito un pochino: chi non lo ha mai provato è uno sfigato).

Altra cosa fantastica dei kanelbullar, meno sognante e più pratica: si possono surgelare. Anzi, in Svezia li vendono anche al supermercato già belli e surgelati, così la domenica che avete tempo vi svegliate belli tranquilli, li schiaffate nel microonde, e alé.

Sono anche molto semplici da preparare, il che non guasta.

INGREDIENTI PER 15 KANELBULLAR

Per la pasta:

  • 25 gr. di lievito di birra
  • 75 gr. di burro
  • 250 gr. di latte
  • 60 gr. di zucchero
  • 1 pizzico di sale
  • un cucchiaino di cardamomo
  • 420 gr. di farina

Per il ripieno:

  • 50 gr. di burro
  • 60 gr. di zucchero
  • un cucchiaio di cannella

Per guarnire:

  • un uovo
  • 40 gr. di granella di zucchero

PREPARAZIONE:

Pasta lievitata

Spezzettare il lievito in una ciotola. In un pentolino far sciogliere il burro e aggiungere il latte, fino a far arrivare

il tutto a 37°C (fate sempre la solita prova del ditino).

Versare un pochino nella ciotola con il lievito finché il lievito non si scioglie, poi aggiungere il resto.

Pasta stesa con una boccia di Falanghina accanto per farvi capire le misure

Aggiungere sale, cardamomo e zucchero. Aggiungere la farina piano piano, facendo attenzione a non metterne troppa altrimenti la lievitazione ne risentirà, e lavorare fino ad ottenere un impasto liscio e morbido.

Coprire con un panno, e lasciare riposare per 45 minuti in un luogo fresco e asciutto e lontano dalla luce diretta del sole (ad es. il forno spento). Nel frattempo preparare il ripieno facendo sciogliere il burro in un pentolino e aggiungendo lo zucchero e la cannella.

Rotolo di pasta con ripieno dentro

Passati i 45 minuti lavorare la pasta ancora un po’ per eliminare le bollicine d’aria che si saranno create durante la lievitazione.

Fare un rettangolo con la pasta lungo più o meno mezzo metro e alto più o meno 20 cm. A questo punto spennellare il ripieno sopra il rettangolo e arrotolarlo.

Rondellina tagliata

Tagliare delle rondelle spesse circa un centimetro e mezzo e appoggiarle ben distanziate tra loro su una teglia coperta con carta da forno.

Coprire e far riposare ancora per 30 minuti.

Nel frattempo far riscaldare il forno a 225 gradi.

Passati i 30 minuti sbattere l’uovo e spennellarlo sopra ogni rotolino, e cospargere con la granella di zucchero.

Cuocere nel forno per 10-12 minuti, o comunque finché i kanelbullar non saranno belli dorati.

Kanelbullar pronti!

Buon appetito!

I.