Kose kimike, Alfred Nobèl e rödkål

Via, oggi post storico. Mi c’è presa benone, e poi ho scoperto un fatto interessante che riguarda un personaggio svedese.

L’altro giorno infatti il mio brit-amico Philip mi ha raccontato la storia di Alfred Nobel e io ho sentito il bisogno di condividerla col mondo.

Alfred Nobel giovane

Alfred Nobel giovane

Innanzitutto, per chi se lo fosse chiesto almeno una volta nella vita, Nobel si pronuncia Nobèl. Io, prima di avere una seppur vaga idea sulla pronuncia dei cognomi svedesi, dicevo Nòbel; e lo dicevo come silenziosa vendetta personale contro l’anziana francesizzazione del tutto che affligge la mia famiglia, mia madre soprattutto.

Sono sicura che avete anche voi madri che prendono il tassì se non hanno trovato il metrò e che vanno su otmèil di defòl (anche se la parola che mi sconquassa i testicoli in misura maggiore è il rallì). Bene, Nòbel era il mio personalissimo modo di schierarmi.

Ora, capitemi, io non sono una fan dell’anglismo (ecco, per intendersi, gli sciampisti che si definiscono hairstylist mi fanno anche un po’ ridere), però il mio punto è questo: hai preso parole da chi, per una ragione o per un’altra, era più ganzo di te (di solito aveva anche parecchi più quattrini), che siano i francesi e le loro puttanatine snob, o gli ammerigani e le loro cugiate, sempre il cugino scemo sei, se no non avresti usato le loro parole. Perché ostinarsi a vivere nel passato? Gli americani hanno vinto gente, mi dispiace anche a me tanto ma è così.

È per questo che noi gggiovani parliamo l’inglese, mangiamo i pancake, suoniamo il rock and roll (o i più stinfi di noi il jazz) e guardiamo BrechinBed. Se fosse andata diversamente avremmo dovuto impararci una lingua dalla grammatica caccosa, avremmo suonato la balalaika, guardato qualche telefilm tristissimo con gente vestita di merda e mangiato brodaglie di sterco equino e barbabietole. Via, almeno per il cibo la guerra fredda ha avuto un esito conveniente.

Comunque tutto ‘sto pippone per dirvi che…?

Che avevo torto.

Alfred si chiamava Nobèl. Mamma avevi ragione. STAVOLTA.

FincheceguerracesperanzaPraticamente il Nostro nasce nel 1833 e cresce in una famiglia dedita al nobile mercato di armi&esplosivi come Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”. Alfredino quindi, pieno zeppo di piccioli familiari, riceve un’educazione molto sofisticata dimostrando spiccate capacità nella chimica. Gira per il mondo imparando tecniche chimico-belliche da vari paesi (tra cui Italia, Francia e Stati Uniti), mentre il solerte babbino arma la Russia fino ai denti per la Guerra di Crimea (evidentemente non abbastanza perché la Russia, lo si sa, ne uscì piuttosto malino).

Alfred torna a casa e perfeziona bombe su bombe, con aggiornamenti su detonatori e altre synpatiche cose, insieme ai dolci fratellini (tipo “I cugini Merda”), uno dei quali muore a causa di un’esplosione.

Ma insomma via, incidenti di percorso, gli altri fratelli Merda, Nobel incluso, continuano a creare strumenti di morte. In questi esperimenti Alfred è abbastanza scocciato dal fatto che la nitroglicerina sia particolarmente instabile e abbia la fastidiosa tendenza a scoppiare a caso, per cui, utilizzando polvere inerte composta da farina fossile, rende l’esplosivo solido, e quindi più maneggevole e stabile e meno pericoloso per chi ci traccheggia (non per chi ci deve morire scoppiato, ovviamente).

Et voilà. La dinamite, brevettata nel 1867.

Dinamite

Dinamite

Alfred è un divo a ‘sto punto, apre laboratori ovunque (anche in Italia) e diventa ricchissimo. Inventa poi anche la gelignite, già che c’è, un esplosivo gelatinoso ancora più stabile e potente della dinamite, e poi la balistite, la cordite, e altre stronzoliti varie, dimostrando che non ci sono ragioni scientifiche per cui le bottigliette d’acqua in aereo vanno buttate perché potrebbero essere esplosive, perché gli esplosivi sono in ogni forma.

Ma attenzione, nel 1888 muore un altro fratello.

KA-BOOM.

Questo episodio cambierà la vita di Nobel (e in un certo senso anche quella del mondo) forevah and evah.

Le Figaro infatti, sbagliando fratello, convinto della morte di Alfred, pubblica un necrologio molto aspro e critico, dal titolo Le marchand de la mort est mort, che continua con: “Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri”.

Nobel allora ha un’epifania (della serie, ti serviva il Figaro, perché da soli è difficile capire che le bombe fanno la bua) e, come se avesse visto lo spirito dei Natali futuri, vede come sarà ricordato dopo la sua morte.

Testamento di Alfred Nobel

Testamento di Alfred Nobel

Nel 1895 quindi sottoscrive il suo testamento: non appena morirò date tutte le mie immense ricchezze e il mio nome a un’istituzione che premi, stimolandola, la ricerca nella scienza e in tutte le discipline che rendono l’uomo l’Uomo.

Una paraculata alla svedese, via. Alla fine vediamo che la Svezia ce l’ha da diverso tempo questa cosa di essere enormi produttori e venditori di armi distruttive ma anche la pretesa di essere ricordati come grandi pacioccolosi pacifici (qui una riflessione sulla viKibelligeranza).

E parlando di chimica, la sapete una cosa figherrima che ho scoperto di recente? Si possono fare cartine di tornasole con il cavolo rosso.
Sì perché il cavolo rosso è ricco di flavonoli e antocianine, antiossidanti, solubili in acqua e usate un sacco per fare coloranti alimentari, ma soprattutto che cambiano colore mostrando l’acidità delle sostanze.

Vi spiego meglio con un esperimentino bellino: fate a pezzetti piccoli un cavolo rosso e fatelo sobbollire in acqua. Raccogliete l’acqua di cottura (che sarà diventata tipo porpora). Poi mettete questo liquido diluito con acqua in tanti bei bicchierini e mettete diverse sostanze per vedere il cambiamento di ph: tipo, con un po’ di succo di limone (ph 2-3) dovrebbe diventare molto rosso, mentre con un po’ di bicarbonato (ph 8) dovrebbe diventare blu, con l’ammoniaca (ph 10) dovrebbe diventare verde, e con la soda caustica (ph 12) dovrebbe diventare giallo. Insomma… GANZO!

phE il cavolo rosso non è solo chimicamente molto ganzo, ma è anche bono.

Ad esempio ci si può fare una sifiziousa ricettina con mele, cipolle e miele che rende il cavolo ‘nu babbà, e questo innanzitutto è un piatto immancabile nel buffet di Natale (per altri piatti vedi qui, qui, qui, qui, e qui), e poi è una buona scusa per far mangiare il cavolo ai bimbi.

Oddio, dipende che bimbi.

Io ho sempre avuto un’idiosincrasia per quelle famiglie che vanno al ristorante, e mentre mamma e babbo mangiano piatti “di ristorante”, ai bimbi vengono portate le penne alla pomodoro. Cioè no minchia, bordello.

Sarà che io da piccola, nelle rare occasioni in cui andavo al ristorante con i miei genitori, se il cameriere ignaro si azzardava a pronunciare “alla bimba?“, mi impuntavo stizzita e ribattevo con la vocina bianca: “la bimba ha letto sul menù del giorno ‘astice alla catalana’, ecco, quindi alla bimba le porti quello e delle tronchesine per spezzargli le chele, grazie”.

Le penne al pomodoro al ristorante… Tsè.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 st  cespo di cavolo rosso (circa 1/2 chilo)
  • 1 cipolla rossa
  • 1 mela
  • 3 cucchiai di miele
  • 2 cucchiai di  marmellata di ribes (o lamponi)
  • 1 cucchiaio raso di aceto di mele
  • 2 chiodi di garofano tritati (mezzo cucchiaino)
  • 1 dl  d’acqua
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.

PREPARAZIONE:

Tagliare il cavolo, la cipolla e la mela a pezzetti molto piccoli e metterli in una pentola grande.

Aggiungere il miele e la marmellata.

Aggiungere aceto, acqua e chiodi di garofano.

Coprire, mettere a fuoco basso e cuocere per minimo un’ora. Ma il concetto è che più cuoce e meglio è.

Aggiustare di sale e di pepe.

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Buon appetito!

I.

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Köttbullar (prima o poi dovevo), carcasse di cavalli e viKifestival

Sono stata sfidata.

Ebbene sì, al mondo c’è chi osa tanto.

Un mio lettore mi ha perentoriamente ordinato di fare le köttbullar, ovvero le famose polpette svedesi, dicendo anche che di ricette in giro ne ha lette tante, ma lui vuole LA viKiricetta, la unica e sola. E ha detto tutto ciò con un tono talmente convincente che io ho passato tutto questo tempo a cercare su mille libri e a intervistare centinaia di svedesi per trovarla.

Caro Felice, tutto questo è per te, spero di non deludere le aspettative, in caso contrario apprezza almeno lo sforzo.

Le köttbullar stanno alla cucina svedese come gli spaghetti al pomodoro stanno a quella italiana. Ogni svedese le sa cucinare più o meno bene, si trovano in quasi tutti i ristoranti e in casa si mangiano abbastanza spesso. Immancabilmente presenti nel buffet di Natale, si dice siano stati introdotte nella viKicucina da Carlo XII di Svezia, che, in esilio a Istanbul, prese la ricetta ottomana e se la portò a casa.
Poi gli svedesi come sempre, presi dall’entusiasmo, esuberano e vai giù di panna, marmellata di lingon, etc.

Io non le avevo ancora mai cucinate, sia perché questo blog si chiama “nonsolopolpette” e quindi ritardavo il momento della resa dei conti con le polpette, pietra miliare della vikicucina, per licenza poetica; sia perché via vi dico la verità, mi piacciono talmente tanto quelle dell’IKEA che non ne ho mai avuto la stretta necessità.ikea_meatballs

Lo so, dentro le polpette IKEA ci sono i colibatteri, i topi muschiati e i nonni di Varenne, però a me piacciono un casino.
Tra l’altro, a proposito di cavalli & molto poco perspicaci svedesi, ho sentito dire da un viKitizio: “Non capisco perché la gente si lamenti della carne di cavallo nelle polpette IKEA, il cavallo è un piatto molto prelibato e costa anche più del manzo, è come se vendessero oro al posto dell’argento“…

Ecco, io non so se questo biondo dal mascellone inversamente proporzionale alla massa cerebrale scherzasse o dicesse sul serio, ma sono sicura che questa argomentazione è venuta in mente a molte persone, viKi e italiche, per il semplice motivo che l’idiozia è un fattore transnazionale.

E quindi arrivo io con il mio acume a illuminare il vostro brancolare nell’oscura ignoranza.

Antefatto: tempo fa, come ribaditomi anche da un mio lettore, gianvito, un’ispezione alimentare in Repubblica Ceca ha trovato carne di cavallo nelle polpette IKEA (la cui produzione è interamente svedese, i cechi poveracci non c’entrano nulla), che le ha così ritirate dal commercio in ben 13 paesi. L’Italia, che risulta essere al primo posto in Europa per la sicurezza alimentare, ha continuato il lavoro fatto dai cechi, e ulteriori analisi dei Nas hanno comunque mostrato che le polpette equine non provocavano grossi rischi per la salute, quindi trattavasi di ‘sola’ frode.

Eh sì carini, perché se non informi il consumatore sempre di frode si tratta, anche se al posto del manzo ci metti i draghi di Daenerys Targaryen.

E ora rispondiamo al nostro viKiamico con la scucchia, che da solo non ci arriva. Ovvio, il cavallo da ristorazione costa più della wacca da ristorazione (ho il vago ricordo di una pubblicità con uno che diceva “wiwa le wacche”, a voi suona?), quindi sarebbe in effetti molto strano se ci fosse un gombloddo in corso per far mangiare il consumatore in modo più raffinato senza che questo se ne accorga, non trovate?

Ciò si spiega molto semplicemente se invece del cavallo per uso alimentare ci si mettono carcasse di cavalli da corsa.

cavalloculturistaIl cavallo da corsa non è infatti previsto per la macellazione. Anzi, la macellazione del cavallo da corsa è discretamente illegale, e questo perché nell’alimentazione di un cavallo da corsa troviamo ormoni, antibiotici, anabolizzanti e altre cose che aumentino le prestazioni dell’animale fino a farlo diventare il Mickey Rourke dei cavalli. Quindi se ve lo mangiate poi c’è il rischio che defechiate barrette di meitnerio e roentgenio.

Ecco dai, spero che nelle mie köttbullar non ci siano cavalli da corsa. Poi oh, ho fumato quotidianamente un pacchetto e mezzo di sigarette fino a ieri, fare la salutista non mi si addice.

Bene. Riguardo alla ricetta.

Da un punto di vista di cucina filologica, tramite la collazione di varie ricette e lo scarto di evidenti contaminazioni (che di solito però, hanno la tendenza di migliorare il viKicibo, questo va specificato), ho trovato una lectio difficilior ricorrente, che consiste nell’aggiunta di miele, cannella e chiodi di garofano.

Visto che i viKi sono noti per accostamenti strambi (che vi dirò, spesso funzionano benone), ho pensato di essere sulla buona strada e ho deciso di proporre questa ricetta qui.
L’importante, come molte cose in questo mondo, è la dimensione.

In questo caso però la dimensione deve essere ridotta. Molto ridotta.
I viKi ci tengono a specificare che la vera, originale, perfetta, dimensione delle köttbullar è quella di una noce, e più sono tonde, meglio è (ovviamente, per la cottura).

Poi vanno cosparse di una salsa grassa chiamata gräddsås (su cui ho scritto qui, dove ho tra l’altro scritto anche a proposito di IKEA) e servite con patate bollite (o potatismos, detto purè), piselli (o broccoli o anche cetriolini sottaceto), e marmellata di lingon (o mirtillo rosso).

Ecco, e così mi libero del fardello del piatto più conosciuto della cucina viKinga.

Adesso però vorrei specificare una cosa.
Avrete senz’altro notato che lo stile fotografico di questo blog ha attraversato varie fasi: da “gita di prima media con macchinetta usa e getta presa coi punti del Ciocorì“, a “cellulare con fuoco e nitidezza regolabili“, a “ho un i-Pad e spippolo come se non ci fosse un domani e poi miglioro il tutto coi filtrini Instagram”.

Poi è arrivata la fase del “mi avvalgo di un fotografo professionista e vado in culo al mondo”, e qui nonsolopolpette ha fatto il salto di qualità.

Cara Bea, ti ricordi quando (nella fase della macchinetta del Ciocorì) mi apostrofasti con “Ire, carino il blog ma le foto sono una merda” (qui ti detti la risposta)? Bene, PUPPA! (Scherzo, lo sai che ti amo).

E quindi vorrei cogliere l’occasione per ringraziare il fotografo ufficiale di NSP© per l’apparato iconografico del post di oggi sui festival (purtroppo non per la foto del piatto, che come noterete benissimo appartiene alla fase “iPad e filtrini Instagram”, purtroppo il fotografo non c’era) e sfruttare l’occasione per chiedervi secondo voi quanti nella foodblogosfera hanno un fotografo professionista che non solo fotografa i piatti, ma si puppa anche gli avanzi? Ve lo dico io: NESSUNO! Ahahah, tiè!

Bene, tornando a noi.

Little Dragon - Way Out West

Little Dragon – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Oltre alle polpettine, un’altra cosa molto, molto, molto svedese, sono i festival musicali.

La Svezia ha una fortissima tradizione di musica, tanto da essere il terzo paese esportatore di musica nel mondo (così dice, almeno, e calcolato che sono 9 milioni di persone beh, direi che è tanto). Già vi parlai a suo tempo degli svedesi che dominano le hit mondiali, ma il fenomeno festival è un’altra storia.

Innanzitutto parliamo quasi esclusivamente dell’estate, perché con tutto l’amore per la musica, nessuno andrebbe a vedere dei concerti nel viKiinverno per poi ritrovarsi con le orecchie cianotiche e il moccio al naso stalattitizzato. Quindi da fine aprile verso settembre il calendario svedese è costellato di festivalZ, che possono essere gratis (come il Malmö Festivalen) o molto a pagamento (come il Way Out West a Göteborg).

Ve ne do una carrellata, notate bene che vi do i più famosi nelle città più grosse, se no facciamo notte.

STOCCOLMA:

  • Parkteatern = (giugno-agosto) Ogni giorno. Gratis. Nei parchi di Stoccolma si possono ascoltare concerti, vedere balletti e spettacoli circensi e partecipare agli workshop più vari.
  • Stockholm Early Music Festival = (inizi giugno) Quattro giorni. Gratis. La città vecchia (Gamla Stan) si riempie di concerti di musiche barocche e rinascimentali.
  • Accelerator = (fine giugno) Due giorni. Festival indie-rock frequentato (pare) da ragazzetti più che altro.
  • Stockholm Jazz Festival = (metà luglio ma c’è anche la versione autunnale a ottobre). Una settimana di jazz nell’isola di Skeppsholmen. I concerti partono dal pomeriggio e proseguono la sera.

GÖTEBORG:

Veronica Maggio - Way Out West

Veronica Maggio – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

  • Metaltown = (metà giugno) Tre giorni. Capelloni lunghe, giacche di pelle, borchie come se piovesse e artisti metal della scena mondiale, ci hanno suonato, tra gli altri, i Korn, i Mötorhead, Alice Copper, i Rammstein, Marylin Manson e Cristina D’Avena (no, lei no).
  • Way Out West = (metà agosto) Cinque giorni. Molto costoso ma anche molto bello e enorme, conosciuto in tutta Europa. Dentro il bellissimo parco Slottskogen, concerti dal primo pomeriggio a notte fonda con artisti nazionali e internazionali.

MALMÖ:

  • Malmöfestivalen = Bello. Gratis. Bello. Metà agosto. Una settimana di un milione di concerti gratuiti, sparsi per tutta la città (ma il concerto principale è sempre in Stortorget). Vendono un sacco di cibo per strada e ci sono tipo workshop di cucina, cose per bambini, spettacoli di danza, tutto.
  • Goodnight Sun = Non è un vero e proprio festival ma secondo me è una cosa bellissima. Luglio, dall’1 al 21 ogni sera al tramonto (quindi verso le 21:30) concerti sul ponte Hoppbryggan a Västra Hamnen (il posto è detto “Titanic” perché sembra una prua, e la mia amica Francesca ha anche delle foto molto compromettenti di me e del mio principe consorte che facciamo i cretini come Rose e Jack. Lo so, pensavamo di non essere ripresi).

    Icona Pop - Malmöfestivalen

    Icona Pop – Malmöfestivalen. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

UPPSALA:

  • Uppsala Reggae Festival = (prima metà di agosto). Tre giorni di raggae svedese ma non solo. non ho capito se si paga, quanto si paga, né dove sia esattamente nella città. Seguite il suono dei djambé.

UMEÅ:

  • Umeå Open = Fine marzo. Sei giorni. Costa non eccessivamente ma costa. Fa regolarmente il tutto esaurito. Artisti di tutto il mondo, svedesi e svedesi conosciuti anche in ambito internazionale (es. The Ark).
  • Umeå Jazz Festival = Autunnale, metà ottobre. Cinque giorni in cui nel freddo viKinord ci si scalda a colpi di jazz.
  • Forlorn Fest = Ultimo weekend di novembre (nel nord i concerti gli garbano ghiacci). Musica pestona underground.

ALTRI FESTIVAL IN ALTRI POSTI:

  • Melodifestivalen = (non è estivo, si svolge a febbraio, ma è negli studi televisivi come San Remo, quindi non conta). Competizione, più che festival. Musica commerciale in TV, si vince col televoto, si trasmette sulla televisione pubblica. Cose a cui siamo abituati anche noi, ma andava menzionato.
  • Sweden Rock Festival = a Norje. Prima settimana di giugno. Quattro giorni. Come il nome suggerisce, rock ‘n rooooll. Ci hanno suonato Aerosmith, Guns ‘n Roses, Billy Idol, Europe, Lynyrd Skynyrd, etc.
  • Åmåls Blues Fest = a Åmål. Prima metà di luglio. Quattro giorni di musica bluesettona a oltranza.
  • Hultsfredsfestivalen =  a Hultsfred
  • SIESTA! = a Hässleholm. Primo weekend di giugno. Tre giorni. Il pubblico è prevalentemente nordico (si parla comunque di un casino di gente), con artisti nordici, anche se qualcuno di questi è conosciuto anche a livello internazionale.

    Halkan Balkan - Goodnight Sun

    Halkan Balkan – Goodnight Sun. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Ecco, calcolate che io ne ho messo solo qualcuno ma ce ne sono in ogni città, ogni giorno, per ogni genere musicale, sempre, ovunque.

La particolarità dei viKifestival è che sono bellissimi.

Indipendentemente dal tipo di musica proposto è proprio ganzo vedere come se la vivono gli svedesi: bambini, vecchietti, donne gravide, pischelli, alcolisti anonimi e meno anonimi, chiunque si gode la musica. E cosa ho notato io è che ognuno di loro se la gode rivendicando orgogliosamente la propria appartenenza a una delle categorie sociali summenzionate.

Mi spiego meglio: a Livorno (e probabilmente non solo lì), vediamo la figura del/della vecchio/vecchia adolescente. 45enni tatuati e pieni di piercing coi capelli ossigenati alle spalle che surfano, o 50enni zoccolone con le minigonne e le ciccine mosce delle cosce che gli ricadono sul ginocchio osteoporotico, che gozzovigliano mezzi briai nei posti normalmente frequentati da gente che potrebbe derivare dai gameti del frutto dei loro gameti, e che parlano e si atteggiano come ragazzini delle medie.

Bene, io di vecchi del genere a Malmö ne ho incontrati pochissimi. Mentre ho invece potuto ammirare in questi concerti parecchie persone anziane danzanti e dignitose, sorridenti e felici di condividere musica e spazi con altri sorridenti come loro.

E così ho visto anche giovani babbi che si portano il marmocchio al concerto di elettronica e ci ballano insieme, che si portano il neonato al sacco munito di cuffione antirumore e se lo dondolano mentre ascoltano il loro gruppo preferito.

E a me questo piace!

Mi piace perché io non sarò mai una che “fa la mamma” (come fosse un mestiere), schiava dei figlioli e priva di una dimensione tutta mia di realizzazione e divertimento, mentre mio marito non fa un cazzaccio nulla e faccio tutto io, così come non sarò mai una vecchia bavosa che si gratta le chiappe, compra il fumo dai bimbetti coi rasta e si siede scosciata sul marciapiede con dei jeans stretti che mostrano un piede di cammello risalente al pleistocene.

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead - Malmöfestivalen

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

I festival in Svezia sono, certo, fatti anche per i superbriai, ma non c’è solo questo. Complice la musica, complici i parchi o le piazze del centro in cui questi concerti si svolgono, si riscopre una convivialità davvero sana (lontana da quella malata delle feste universitarie, ad esempio, dove è invece prassi comune vomitarsi addosso a idrante e non capire una sega, altrimenti sei out), in cui i viKi riscoprono anche una dimensione esterna alla casa.

Perché io credo che il clima influisca sul tipo di socialità: feste in casa, giochi da tavolo, cene lunghissime, serate film, etc. Qui non siamo a Barcellona o a Roma, la vita di piazza in Svezia non esiste. D’estate c’è il pub al massimo, ma non c’è la piazzetta. E d’inverno ci sono solo le case delle persone, quindi o hai amici da invitare, o vivi con qualcuno che ti migliora la vita e ti dà serenità, oppure è probabile che tu finisca a cercare su Google come si fa un nodo scorsoio.

Ecco, nei festival forse si concentra nel giro di 4, 5 giorni un’ansia di stare insieme sotto un comune denominatore che non sia il coma etilico, e io la trovo una cosa splendida.

Via, ora non vi voglio fare piangere, insomma, anche meno. Però se vi capita andateci! A uno a caso! Anche se siete incinte di 8 mesi, anche se avete 93 anni, anche se avete i bimbi piccoli, anche se siete disabili, che qui è tutto attrezzato per migliorarvi la vita, e di sicuro sarà pieno di persone nella vostra stessa situazione che ridono e ascoltano la musica. Magari anche musica di merda. Ma almeno ridono.

Rocchenroll.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 cipolla gialla
  • 1 cucchiaio di burro
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 dl di latte
  • 0,5 dl di panna fresca
  • 60 gr. di pangrattato
  • 500 gr. di macinato di manzo
  • 2 uova
  • 1 cucchiaio di miele
  • pimento (se non lo trovate usate il pepe nero)
  • un pizzico di cannella
  • un pistillino di chiodo di garofano sbriciolato
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di pepe bianco
  • un pizzico di noce moscata
  • margarina per cuocere
  • gräddsås

PREPARAZIONE:

Tagliare finissimamente la cipolla e soffrigerla nel burro finché non diventa trasparente. Far raffreddare.

Sciogliere la fecola nel latte mischiato alla panna e aggiungere il pangrattato.

Aggiungere a tutto ciò la cipolla, la carne, le uova, il miele, tutte le spezie e il sale.

Fare delle palline della dimensione di una noce, cercando di farle tutte uguali, altrimenti la cottura verrà un troiaio. Cuocerle nella margarina.

Cospargerle di gräddsås.

Köttbullar pronte!

Köttbullar pronte!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part IV): julskinka, dopp i grytan e cinghiali nell’alto dei cieli

Julskinka, ovvero “prosciutto di Natale”.

Non esiste viKiNatale senza prosciutto di Natale. Questo ve l’ho detto per ogni piatto fin qui presentato, ma è la verità. Non si può festeggiare Natale in Svezia senza mangiare lo julskinka.

Pensate che ogni Natale in Svezia vengono vendute tra le 6000 e le 7000 tonnellate di julskinka, e gli svedesi sono solo 9 milioni, quindi, ecco… è un piatto importante.

E’ purtroppo una ricetta particolarmente pallosa e lunga, ed è molto probabile che anche all’IKEA italiana lo vendano già bell’e pronto.
E sì, per quanto io boicotti l’IKEAmerda (soprattutto la stupida bottega svedese, visto che si tratta di concorrenza spietata), questo vi consiglio di comprarlo lì.
Ma siccome io vi voglio tanto bene, l’ho preparato dall’inizio alla fine, solo per voi, quindi se non avete un cazzo da fare seguite pure la mia ricetta.

Julskinka sgrauso dell'IKEA

Julskinka sgrauso dell’IKEA

Lo julskinka è un prosciutto conservato con la tecnica del rimning (in inglese curing), che consiste nello strofinare sale e zucchero sulla carne (o sul pesce), perché la loro azione combinata ne impedisce il disfacimento.

Moltissimi piatti svedesi sono marinati utilizzando questa tecnica, ma il rimning è utilizzato anche in moltissime altre cucine.
Ecco, Wikipedia italiana non conosce questa tecnica, e io mi sono fatta l’idea che se noi del Belpa vogliamo conservare la roba, non ci limitiamo a spalmarci sale e zucchero, ma inventiamo la mortazza, il salame, il lardo di colonnata, il San Daniele, etc.
Ma io pecco sempre di sciovinismo alimentare, per cui è anche probabile che ci siano spiegazioni più politically correct.

Dopo averlo conservato in questo modo il prosciuttone va bollito, dopodiché dovete togliere il grasso dal cosciotto, mettere il suddetto grasso di nuovo nel brodo, ridargli un’altra scaldata affinché il grasso si sciolga nel brodo, e conservare la brodaglia grassa ottenuta, perché così avrete fatto un’altra specie di ‘piatto’ natalizio svedese
Nel senso, per loro è un piatto, per me è miseria, ma comunque si chiama dopp i grytan.

Già il nome vi dà l’idea: dopp i grytan significa infatti “puccia nella pentola“, e consiste nell’infilare pezzi di pane di segale mezzo raffermo per raccattare il brodo che si sarà formato bollendo il prosciuttone.

Un invitantissimo dopp i grytan

Un invitantissimo dopp i grytan

Il giorno 24 dicembre, per questa ragione, è anche conosciuto infatti come doppareda’n, “il giorno dell’inzuppamento”.

Praticamente, dovete spalmare di burro le vostre appetitosissime fette di pane di segale raffermo, e infilarle nel pentolone. Le lasciate lì uno o due minuti, così che si impolpino bene di brodo&grasso, e poi le recuperate con un mestolo forato.

Sentite, io mi rifiuto di scrivere un post a parte per questa sottospecie di piatto, perché mi rifiuto anche di considerarlo un piatto.
Non voglio fare la snob, io lo capisco che i piatti poveri si basano sul riuscire ad avere il maggior apporto calorico con il minor dispendio di fatica, davvero.
Ma io il “puccia in pentola il pane nero raffermo e rufola nel grasso di porco” non ve lo cucino. Rassegnatevi.

Comunque sia lo julskinka è un piatto molto antico, addirittura precristiano.
Ma questo stupisce fino ad un certo punto perché prima del cristianesimo l’Europa vedeva la contrapposizione nettissima di due civiltà (o meglio, di una civiltà e di una barbarie): da un lato i semi-vegetariani e posati romani, che mangiando alimenti a base di grano e olio d’oliva e bevendo vino, vedevano nella compostezza e nella misura gli assi fondanti della vita civile; e dall’altro lato i carnivori e scalmanati Germa, che scotennavano maiali a caso, bevevano birra e ruttavano, e vedevano nel casino e nelle razzìe gli assi fondanti della vita… beh, non civile, ma insomma, sì, della loro vita.

Sarcofago Grande Ludovisi, altorilievo che mostra una battaglia Romani VS Sbabbari

Sarcofago Grande Ludovisi, altorilievo che mostra una battaglia Romani VS Sbabbari

Quindi si capisce abbastanza facilmente che il cosciotto di maiale sia un piatto tradizionale molto antico, perché con la diffusione del cristianesimo e il crollo dell’Impero romano d’Occidente, che mischiò le carte in tavola, perché i Germa si trovavano a quel punto improvvisamente membri della classe dirigente, le tradizioni gastronomiche e non solo, si sono un po’ confuse, e noi abbiamo mangiato più carne e bevuto più birra, mentre loro hanno iniziato a mangiare pasta (salvo poi aggiungerci il ketchup) e mettere l’olio nell’insalata (ad eccezione, a quanto ne so, degli olandesi, che continuano a volte a metterci burro fuso, OMG).

Inoltre il cristianesimo ha introdotto l’uso di ostia, vino, olio santo, insomma… tutti orpelli derivati da una cultura prettamente romana.

E questo fu un peccato (a parte per motivi di colore… vuoi mettere come doveva essere pirotecnica una preghiera a Odino?), perché si persero le leggende e le tradizioni supermetal che ruotavano attorno alla mitologia nordica.
E poi da una parte ho letto la seguente, illuminante, frase: “Jesus promised the end of all sin, Thor promised the end of all Ice Giants. Don’t see too many Ice Giants these days”. Non fa una grinza.

Riguardo allo julskinka, ad ogni modo, si dice che avesse degli illustri avi, e si è indecisi tra due: o Särimner (Sæhrímnir in antico nordico), un cinghiale che nella mitologia norrena viene ucciso e mangiato ogni notte dai guerrieri del Valhalla (bella vita di merda), o Gyllenborste (Gullinbursti in antico nordico), suino dalle setole d’oro cavalcato dal dio Freyr (certo, i viKi sono ridi’oli anche nella mitologia).

Ecco via, le religioni politeiste sono sempre più ganze, perché tifi un dio invece di un altro, assisti a risse divine, a orge sante… insomma, è sempre un gran casino.

Gullinbursti: aureo cinghiale splendido splendente

Gullinbursti: aureo cinghiale splendido splendente

E ascoltatemi bene, se mai diventerò credente in qualcosa, crederò in un dio che cavalca un cinghiale coi peli dorati. Cazzo.

Tornando al nostro prosciuttòn, sappiate che addirittura nel 1988 è stata fatta una canzone dedicata allo julskinka: Vår julskinka har rymt, ovvero “Il nostro julskinka è scappato”. E per quanto già solo il titolo vi sembri idiota, fu il singolo più venduto in Svezia quell’anno.

Ma non solo il titolo è idiota… io, IMHO, penso sia la canzone più brutta mai stata scritta, cantata da tali Werner och Werner, ovvero due personaggi di finzione che rappresentano due cuochi tedeschi, interpretati dagli attori ‘comici’ Sven Melander e Åke Cato.
Pare facessero davvero ridere, ma io l’umorismo svedese non lo capisco… ci ho provato seriamente, roba stile Alex DeLarge coi divaricatori oculari, ma niente.
I viKi mi fanno quasi innervosire da quanto non mi fanno ridere.

(E comunque, dove la ritrovate una che vi posta le ricette col salnitro?!?)

INGREDIENTI PER 10 PERSONE:

  • 1 piccolo cosciotto di maiale intero e disossato (2-6 kg)
  • 900 gr. di sale
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1/2 cucchiaio di salnitro (opzionale)
  • 6-7 lt. d’acqua
  • mezza cipolla bianca
  • 1 carota
  • 1 foglia d’alloro
  • 2 spicchi d’aglio
  • 4 grani di pepe nero
  • 1 uovo
  • 2 cucchiai di senape delicata
  • 2 cucchiai di pangrattato
  • una manciata di chiodi di garofano
  • senapi varie per servire

PREPARAZIONE:

Mischiare 4 cucchiai di sale, 2 cucchiai di zucchero e il salnitro e strofinare il cosciotto da tutte le parti.

In una pentola mettere il resto del sale, il resto dello zucchero, e 5 lt. circa di acqua fredda. Portare ad ebollizione, schiumare e far raffreddare.

In una pentola abbastanza fonda mettere il cosciotto e versare l’acqua col sale e lo zucchero facendo in modo che la carne sia completamente coperta (se necessario aggiungere acqua).

Lasciate riposare per 12 giorni in frigorifero, girando il cosciotto ogni giorno.

Scolare la carne e sciacquatela con acqua fredda, asciugatela e metterla in una pentola molto capiente con mezza cipolla bianca spezzettata, una carota, una foglia d’alloro, il pepe e l’aglio. Coprire con acqua fredda e portare ad ebollizione.

Coprire con il coperchio e far bollire a fuoco bassissimo per un’ora e mezzo. Togliere il grasso in eccesso (un pochino lasciatecelo), scolare la carne e metterla in una pirofila.

Mettere due o tre cucchiai di brodo nella pirofila e il pezzo di carne.

Nel frattempo scaldare il forno ventilato a 220 °C. Mescolare la senape, l’uovo e il pangrattato e spalmare il cosciotto.

Incidere la cotenna con un coltello in modo da formare dei quadratini, e al centro di ogni quadratino inserire un chiodo di garofano.

Mettere nella parte alta del forno e cuocere per 20 minuti, fino a formare una bella crosticina dorata. Coprire con la carta d’alluminio e far raffreddare per almeno mezzora.

Tagliare a fette sottilissime e servire con senapi varie.

Julskinka pronto!

Julskinka pronto!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part I): operazione Natale, città di biscotto e pepparkakor

Il Natale (in svedese jul) si avvicina e, nonostante quest’anno io sia più Grinch del solito, non potevo certo non parlarvi del Natale svedese.grinch

Il Natale in Svezia comincia presto. A novembre già si trova nelle vetrine dei negozi tutto il Christmas merchandising di cui (non) si ha bisogno: lucine, alberini, babbinatalini, corettini, etc., e poi la neve rende sempre tutto più nataloso.
Capita anche che ci sia a giro qualche banchetto improvvisato: una volta al supermercato beccai un buffet di Natale completamente gratuito e mangiai come una scrofa, fu una delle giornate più belle della mia vita (ci vuole poco a rendermi felice, e il cibo gratis è una garanzia).
Oppure i mercatini per strada, con tanti animali pelosi e bambini imbacuccati che strillano per fare un giro in pony (che gli svedesi chiamano ponny).

In realtà il Natale in Svezia (e credo anche in Norvegia e Danimarca) non è il 25 dicembre come nel resto del mondo. E’ il 24. Così, per andare in controtendenza.

Però io avrei da dirvi tante cose sul Natale in Svezia, perché l’anno scorso mi sono fatta il vero viKristmas, e quindi devo divulgare la mia scienza, però voglio anche postarvi in fretta questa ricetta, per cui rimando le spiegazioni sul Natale ad altri post (neanche nel prossimo ve ne parlerò, in realtà), ammesso che ve ne freghi qualcosa.

Tanto non importa che ve lo spieghi prima di Natale, no? Posso spiegarvelo anche dopo.

Comunque per Natale va da sé che ci siano piatti tradizionalerrimi, e qui arrivo io. E per tenermi al passo con questo stupido clima di festa (io ooooodio le feste), dovrò pubblicare i miei post a un ritmo un po’ più serrato.

Ma tanto a Natale a Natale si può fare di piùùù, e quindi questo è il mio regalo per voi (pensate un po’ che culo, quasi come il regalo-pacco del pigiamone di pile anti-vita sessuale che puntualmente a ogni Natale arriva a tutti).

E’ stata la mia consulente di strategia e marketing Laisa (quella che a suo tempo ribattezzò le chokladbollar “palle di merda”, proprio lei) a suggerirmi di sbombolarvi di post natalizi. Per i reclami, potete scrivere a me e io vi lascio il suo numero di telefono, così cazziate lei.

Insomma, io ci provo, poi non garantisco, anche perché tra un cazzeggio e l’altro dovrei anche scrivere una tesi, così a tempo perso, per cui non posso passare tutte le giornate a scrivere stronzate sulla Svezia, capitemi. Però ecco, se scrivo post brevi e non particolarmente ispirati è perché punterò sulla quantità e non sulla qualità, a differenza di quando non è Natale, che non punto né sull’una né sull’altra.

Allora, per avere en riktig svensk jul (che sarebbe letteralmente “un Natale svedese vero e proprio”, ma che io per licenza poetica definirei “un viKinatale coi cazzi“) è obbligatorio avere i biscottini speziati, quelli di solito fatti a omino come Zenzy di Shrek, in svedese pepparkakor, accompagnati preferibilmente dal glögg.

Lo so che le danze maori non c’entrano una sega, ma ho trovato un video su Youtube con gli omini di pan di zenzero che fanno l’haka tipo gli All Blacks, e sono quanto di più dolce abbia mai visto, per cui ve li posto lo stesso, tanto il blog è mio e me lo comando io (come si diceva all’asilo). Oltretutto, vi prego di notare il dettaglio geniale del biscottino che, preso dalla danza, si stacca un bottone da solo al secondo 00:23.

Right. Il pan di zenzero, ovvero l’impasto speziato dei biscotti, fu portato in Europa da tale Gregorio di Nicopoli, un monaco armeno che nel 992 insegnò la ricetta ai preti di Pithiviers, cittadina nel centro della Francia. I francesi poi insegnarono a fare i biscottini ai tedeschi, che durante il 1300 li esportarono in Svezia.

In Svezia si sa per certo che i pepparkakor furono preparati nel ‘300 per il matrimonio tra il re Magnus Eriksson (Magnus IV di Svezia) e Blanka av Namur (meglio conosciuta per aver dato il nome ad una Weiss belga, la Blanche de Namur). E anche nel ‘500 abbiamo notizie sui biscottini da nientepopodimeno che (rullo di tamburi) Gustavo Vasa, proprio lui, che scrisse a Germund Svensson a proposito di una nave che aveva fatto naufragio (oh, le navi svedesi probabilmente erano guidate da tanti Skettinsson, perché si sfracellavano sempre) e tutto il carico di pepparkakor era andato ai pesci. Che carino Gustavo, tutto preoccupato per i biscottini.

Ancora durante il ‘500, perfino il re della viKiunione di Danimarca-Norvegia-Svezia, Giovanni di Danimarca, per gli amici Hans, si faceva commissionare dal medico personale casse e casse di biscottini per curare il suo brutto carattere. Ecco perché io sono incazzosa, perché non mangio abbastanza biscotti. Urge rimedio.

Documentazioni su un vero e proprio mercato di biscottini risalgono al ‘700, in cui questi venivano venduti in monasteri, mercati rionali e farmacie (perché dice combattessero l’indigestione; poi certo, se te ne sgonfiavi 20 kg magari l’indigestione ti veniva, e allora ti toccava inventare un’altra cosa che facesse passare l’indigestione da biscottini allo zenzero, e così via).

In Svezia hanno perfino un giorno dedicato ai pepparkakoril 9 dicembre, e io sinceramente non so che cosa voglia dire… boh, forse se ne mangiano di più, forse si prega un dio biscottone, forse ci si traveste da gingerbread man, non lo so, ma mi piace tempestarvi di informazioni a caso.

Comunque con la pasta dei biscotti, oltre alle solite forme come omini, stelline, peni, cerchi (per gli sfigati che non hanno le formine e lo fanno con i bicchieri), ci si può fare una bellissima casetta, la pepparkakshus. E io volevo anche farvela, però è una menata: si devono misurare precisamente tutti i lati della casetta, incastrarli l’uno nell’altro e poi fissarla con lo zucchero caramellato, che puntualmente mi si brucia e fa cagare.
Con tutto il bene che vi posso volere, non avevo voglia di fare la casetta, vi ho fatto gli omini e vi accontentate.

La Pepperkakebyen a Bergen

La Pepperkakebyen a Bergen

Però per amore di cultura vi informo che a Bergen, in Norvegia, ogni anno dal 1991 costruiscono una città di pan di zenzero (la Pepperkakebyen), con le casette, gli omini, le chiese, il treno, i ponti, le barchette, etc. (eh beh, quando si hanno 20 minuti alla settimana di orario lavorativo, con 961 giorni di ferie pagate l’anno, capita che per ingannare il tempo si costruiscano città di pasta di biscotto, che ci volete fare).

La cosa figa di questi biscotti è che l’impasto lo potete fare tutto in una volta sola, dividerlo in vari pezzetti, e surgelarlo. E poi, quando siete particolarmente presi bene, tirate fuori i pezzetti e li preparate.
Comunque nel frigorifero l’impasto si mantiene per una decina di giorni, quindi potete tranquillamente fare una pausa tra una mandata e l’altra. Anzi, è ancora meglio tenerli qualche giorno nel frigo prima di farli, così sono più speziosi.

In Svezia al supermercato troverete l’impasto per i biscotti già bell’e pronto, però insomma, io vi avverto, nel 2002 hanno trovato tracce di sostanze cancerogene nell’impasto preconfezionato, nello specifico l’acrilammide, per cui se avete voglia di perderci un po’ di tempo e farveli da voi è anche meglio. Anche perché sinceramente io non capisco, cazzo… allora, o non vuoi sbatterti a cucinare, e te li compri già fatti in scatola, che sono buonissimi lo stesso, o mischi due stronzate e in 10 minuti hai fatto l’impasto. L’impasto pronto, che tanto devi comunque stenderlo, farci le forme e cuocerlo, non lo concepisco. Davvero.

Ho una curiosità: nel 2006 l’astronauta svedese Christer Fuglesang ha offerto ai suoi colleghi nonché compagni di viaggio, rigorosamente nello spazio, un tipico pranzetto svedese, e insieme all’alce e allo knäckebröd, ci ha infilato pure i pepparkakor. Simpatico, vero?

INGREDIENTI PER UN CENTINAIO DI BISCOTTI:

Per i biscotti:

  • 300 gr. di burro
  • 400 gr. di zucchero
  • 1 dl sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaio di zenzero in polvere
  • 2 cucchiai di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere (o una 40ina di chiodi di garofano sbriciolati)
  • 2 cucchiaini di cardamomo
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • 2 dl. d’acqua
  • 1 kg di farina

Per la ghiaccia reale:

  • 1 albume d’uovo
  • 200 gr. di zucchero a velo
  • il succo di mezzo limone
  • colorante alimentare (opzionale)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro in un pentolino. Aggiungere lo zucchero e lo sciroppo d’acero e mescolare.

Aggiungere le spezie e il bicarbonato, e continuando a mescolare aggiungere l’acqua. Aggiungere la farina e impastare bene, dando qualche pugno alla palla di impasto (così vi sfogate anche).

Avvolgere con la pellicola e far riposare una notte in frigorifero.

Stendere la pasta sottilissima (un paio di millimetri circa) e fare tutte le formine che volete.

Preriscaldare il forno a 200-225 °C.

Mettere un foglio di carta da forno su una teglia molto piatta e cuocere nel ripiano medio. Ricordatevi di farli raffreddare prima di smuoverli, e di non appoggiare la nuova mandata sulla teglia calda, altrimenti vi si spezzano.

Quando i biscotti saranno pronti montare a neve l’albume e aggiungere il succo di limone e lo zucchero a velo setacciato. Mescolare, aggiungere l’eventuale colorante (dividere le parti se volete avere più colori) e mettere la glassa in una sac à poche, o un un cono di carta, o in una siringa a cui avrete tolto l’ago. Decorare i biscotti a piacere.

Pepparkakor pronti!

Pepparkakor pronti!

Buon appetito!

I.

Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.