Ärtsoppa med fläsk: di piatti estivi obesi e letteratura.

Un po’ di cuRtura ogni tanto ci vole.

E quindi tocca anche affrontare argomenti ignoti ai più (l’incolta plebaglia che tanto affligge questo mondo).pesantezza

Per arrivare agli argomenti per gente-di-un-certo-livello però partiamo dal piatto, che è una zuppa di piselli gialli con porco e mostarda. Sì, un altro di quei piattini leggeri e facili da digerire, ché dopo cena vi sembrerà di avere le pareti dello stomaco foderate di osmio e alzarsi risulterà essere un’impresa titanica.

C’è una spiegazione soddisfacente alla pesantezza di tale wiwanda, comunque.

Vabbè, è un piatto antichissimo, precristiano, previchingo (quando i viKi non erano ancora viKi, che tenerezza), pretutto. Consumato prevalentemente d’estate, quando i piselli gialli crescono a manetta. Capito? Altro che caprese, al Nord non sentono cazzi.

Come ben sapete, arrivò il Cristianesimo anche lì. E chissà perché ma le religioni, soprattutto quelle monoteiste, partono dall’idea che dio (o Dio, non ho ancora capito quanto la mia ideologia si scontri con l’ortografia) invece di pensare a come risolvere carestie, epidemie, guerre, etc. tenga molto a cuore a cose come “tra i quadrupedi, mangiare soltanto ruminanti con lo zoccolo spaccato”, “tagliarsi un pezzetto di pene”, “fare una giratina alla Mecca ogni tanto”, etc.

Per il dio cristiano è importante (anzi lo era, poi deve essersi distratto) che il venerdì ci si tenga leggeri e si “mangi di magro”.

E allora è nata l’astuta tradizione di sfondarsi il giovedì, così il venerdì puoi anche non mangiare perché il tuo corpo è ancora provato dal cibo del giorno prima.

Mentre a Roma ciò si traduce con gli gnocchi, in Svezia abbiamo la ärtsoppa med fläsk (“zuppa di piselli con porco”).

Salsiccione di ärtsoppa orgogliosamente mostrato da una viKi con gusti discutibili per quanto riguarda gli smalti per unghie

Salsiccione di ärtsoppa orgogliosamente mostrato da una viKi con gusti discutibili per quanto riguarda gli smalti per unghie

E ormai voi espertoni di cibo svedese sapete che nei viKimarket c’è la versione already made in salsiccione: voi tagliate salsiccione, versate in pentolo, appoggiate su piastra elettrica (perché nel nord Europa hanno paura del fuoco e preferiscono sprecare energia elettrica), e sbranate.

Qui nel Belpa invece se la volete ve la fate, ma via, non ci vuole una laurea in Fisica molecolare e atomica, è un piatto facile.

Il consumo della ärtsoppa è noto fino dal 1200, ma con il cavolo al posto del fläsk. La prima testimonianza dell’aggiunta del maiale risale a un giovedì del 1577, quando la ärtsoppa med fläsk fu servita al re Erik XIV Vasa, che soffriva di manie di persecuzione e ammazzava gente a caso, condita con una bella spolverata di arsenico. E tanti saluti allo spostato Erik.

Nel 1700 iniziò poi la curiosa tradizione di berci dietro il punsch svedese caldo, che è un liquore tipo grappa, a base di arrack, un a specie di rum prodotto in India e Sri Lanka e diffuso in Svezia proprio nel ‘700 dalla Compagnia svedese delle Indie Orientali fondata a Göteborg.

Nel 1800, siccome si pensava che una zuppa di legumi con una quantità spropositata di porco in tutti i modi e le maniere e intervallata da gozzate di rum fosse troppo delicata per un vero viKistomaco, si decise di aggiungere dei pancakes alla fine del pasto, o pannkakor, con panna e marmellata. Che vi farò molto presto, perché li amo.

Ed ecco che il tradizionale pasto del giovedì fu pronto nella forma che conosciamo oggi. Pasto che viene servito nelle scuole e nelle caserme della Svezia, spero vivamente per la loro salute non ogni giovedì.

E ora l’argomento culturale.

August Strindberg (1849-1912)

August Strindberg (1849-1912)

Questo piatto era in assoluto il cibo preferito di August Strindberg, drammaturgo e scrittore svedese che, per quanto geniale, evidentemente non aveva poi tutto questo gusto culinario, perché la ärtsoppa sarà anche buona, per carità, ma è pur sempre una stupida zuppa di piselli.
Ma vabbè, Strindberg aveva altre qualità. Basti pensare che il piatto preferito di John Lennon erano i cornflakes, e allora, che ci volete fare.

Sostanzialmente Strindberg ricopre da solo TUUUUUUTTA la letteratura svedese, perché la sua opera completa consta di ben 50 volumi e tratta praticamente tutti i generi letterari conosciuti. Se non tutti quasi tutti.

Studiò ogni cosa (medicina, filologia, recitazione, teosofia, etc.) e fece ogni cosa (pittore, scultore, chimico, fotografo, etc.). Si sposò circa una dozzina di volte e litigò con chiunque.

Era un mezzo matto, alla fine, che ha scritto capolavori della letteratura non solo scandinava, ma mondiale, come La stanza rossa (a volte tradotto con La camera rossa), Il padre, Danza di morte, La sonata degli spettri, e moltissime altre cose che ho studiato all’università e che ho poi dimenticato anche grazie all’alcol usato per festeggiare i miei esami (segno evidente che quindi un tempo queste cose le ho sapute).

Comunque per farvela molto breve, avete presente un nordico con una penna in mano? Di cosa potrà mai scrivere?
Precisamente. Di drammi interiori, lotte psichiche, crudeltà, corruzione di animi, figa (eh oh, c’è anche quella tra gli argomenti più eviscerati in letteratura), conflitti edipici, spiritualità, morale, analisi culturale, interpretazioni artistiche, metariflessioni, metariflessioni sulle metariflessioni e bla bla bla.

E fra una tragedia umana e l’altra il solerte Strindberg ci dava di zuppa e porco, che definì addirittura gudamat, “cibo degli dei”. Me cojoni.

Ho provato a usarlo come garanzia, magari vi ha convinto.

Secondo il mio modesto parere la ärtsoppa è buona, ok, ma sì insomma, è una zuppa di piselli. E io sono toscana, per cui di zuppe ne so un casino. Ecco, comunque eviterei di servirla con alcol à gogo e pancakes dopo, perché io personalmente ci tengo a vivere, però come piatto unico secondo me ci sta tutta. Poi se ve la sentite osate.

Piselli gialli (che a quanto pare esistono veramente)

Piselli gialli (che a quanto pare esistono veramente)

Forse rivedrei il fatto che si tratta originariamente di un piatto estivo. Quello sì. Insomma, meglio non morire di infarto mentre si risalgono gli scogli dopo una giornata la mare.

Anche perché sticazzi dei piselli gialli, io li ho usati verdi perché quelli gialli non li ho trovati da nessuna parte, e stavolta non mi sono fermata di fronte ad un’infruttuosa ricerca all’Ipercoop, ma sono andata perfino in due negozi di granaglie, di cui uno al mercato centrale.

Non erano a conoscenza dell’esistenza dei piselli gialli.

INGREDIENTI PER 3/4 PERSONE:

  • 300 gr. di piselli gialli secchi
  • 1 litro d’acqua
  • 1/2 carota
  • 1 cipolla gialla e 1/2
  • 150 gr. di pancetta (non a fette, ma un pezzettone intero)
  • 1 pizzico di timo
  • 1 pizzico di maggiorana
  • 1 foglia di alloro
  • un casino di pepe nero
  • 6-8 fette di pane di segale croccante
  • mostarda con i semini

PREPARAZIONE:

Mettete i piselli secchi in una pentola di acqua fredda, coprite con un coperchio e lasciate una notte.

Risciacquate i piselli, metteteli in una pentola con un litro d’acqua, e mettete sul fuoco.

Tagliate carota e cipolla e aggiungete ai piselli. Mettete anche il pezzettone di pancetta nella pentola.

Coprite, cuocete a fuoco molto basso per un’ora e mezzo, togliete il pezzettone di pancetta e frullate tutto con il frullino a immersione.

Tagliate il pezzo di pancetta a cubetti e metteteli di nuovo in pentola.

Servite la zuppa con un paio di fette di pane di segale croccante su cui avrete spalmato abbondante mostarda.

Ärtsoppa med fläsk pronta!

Ärtsoppa med fläsk pronta!

Buon appetito!

I.

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En riktig svensk jul (part IV): julskinka, dopp i grytan e cinghiali nell’alto dei cieli

Julskinka, ovvero “prosciutto di Natale”.

Non esiste viKiNatale senza prosciutto di Natale. Questo ve l’ho detto per ogni piatto fin qui presentato, ma è la verità. Non si può festeggiare Natale in Svezia senza mangiare lo julskinka.

Pensate che ogni Natale in Svezia vengono vendute tra le 6000 e le 7000 tonnellate di julskinka, e gli svedesi sono solo 9 milioni, quindi, ecco… è un piatto importante.

E’ purtroppo una ricetta particolarmente pallosa e lunga, ed è molto probabile che anche all’IKEA italiana lo vendano già bell’e pronto.
E sì, per quanto io boicotti l’IKEAmerda (soprattutto la stupida bottega svedese, visto che si tratta di concorrenza spietata), questo vi consiglio di comprarlo lì.
Ma siccome io vi voglio tanto bene, l’ho preparato dall’inizio alla fine, solo per voi, quindi se non avete un cazzo da fare seguite pure la mia ricetta.

Julskinka sgrauso dell'IKEA

Julskinka sgrauso dell’IKEA

Lo julskinka è un prosciutto conservato con la tecnica del rimning (in inglese curing), che consiste nello strofinare sale e zucchero sulla carne (o sul pesce), perché la loro azione combinata ne impedisce il disfacimento.

Moltissimi piatti svedesi sono marinati utilizzando questa tecnica, ma il rimning è utilizzato anche in moltissime altre cucine.
Ecco, Wikipedia italiana non conosce questa tecnica, e io mi sono fatta l’idea che se noi del Belpa vogliamo conservare la roba, non ci limitiamo a spalmarci sale e zucchero, ma inventiamo la mortazza, il salame, il lardo di colonnata, il San Daniele, etc.
Ma io pecco sempre di sciovinismo alimentare, per cui è anche probabile che ci siano spiegazioni più politically correct.

Dopo averlo conservato in questo modo il prosciuttone va bollito, dopodiché dovete togliere il grasso dal cosciotto, mettere il suddetto grasso di nuovo nel brodo, ridargli un’altra scaldata affinché il grasso si sciolga nel brodo, e conservare la brodaglia grassa ottenuta, perché così avrete fatto un’altra specie di ‘piatto’ natalizio svedese
Nel senso, per loro è un piatto, per me è miseria, ma comunque si chiama dopp i grytan.

Già il nome vi dà l’idea: dopp i grytan significa infatti “puccia nella pentola“, e consiste nell’infilare pezzi di pane di segale mezzo raffermo per raccattare il brodo che si sarà formato bollendo il prosciuttone.

Un invitantissimo dopp i grytan

Un invitantissimo dopp i grytan

Il giorno 24 dicembre, per questa ragione, è anche conosciuto infatti come doppareda’n, “il giorno dell’inzuppamento”.

Praticamente, dovete spalmare di burro le vostre appetitosissime fette di pane di segale raffermo, e infilarle nel pentolone. Le lasciate lì uno o due minuti, così che si impolpino bene di brodo&grasso, e poi le recuperate con un mestolo forato.

Sentite, io mi rifiuto di scrivere un post a parte per questa sottospecie di piatto, perché mi rifiuto anche di considerarlo un piatto.
Non voglio fare la snob, io lo capisco che i piatti poveri si basano sul riuscire ad avere il maggior apporto calorico con il minor dispendio di fatica, davvero.
Ma io il “puccia in pentola il pane nero raffermo e rufola nel grasso di porco” non ve lo cucino. Rassegnatevi.

Comunque sia lo julskinka è un piatto molto antico, addirittura precristiano.
Ma questo stupisce fino ad un certo punto perché prima del cristianesimo l’Europa vedeva la contrapposizione nettissima di due civiltà (o meglio, di una civiltà e di una barbarie): da un lato i semi-vegetariani e posati romani, che mangiando alimenti a base di grano e olio d’oliva e bevendo vino, vedevano nella compostezza e nella misura gli assi fondanti della vita civile; e dall’altro lato i carnivori e scalmanati Germa, che scotennavano maiali a caso, bevevano birra e ruttavano, e vedevano nel casino e nelle razzìe gli assi fondanti della vita… beh, non civile, ma insomma, sì, della loro vita.

Sarcofago Grande Ludovisi, altorilievo che mostra una battaglia Romani VS Sbabbari

Sarcofago Grande Ludovisi, altorilievo che mostra una battaglia Romani VS Sbabbari

Quindi si capisce abbastanza facilmente che il cosciotto di maiale sia un piatto tradizionale molto antico, perché con la diffusione del cristianesimo e il crollo dell’Impero romano d’Occidente, che mischiò le carte in tavola, perché i Germa si trovavano a quel punto improvvisamente membri della classe dirigente, le tradizioni gastronomiche e non solo, si sono un po’ confuse, e noi abbiamo mangiato più carne e bevuto più birra, mentre loro hanno iniziato a mangiare pasta (salvo poi aggiungerci il ketchup) e mettere l’olio nell’insalata (ad eccezione, a quanto ne so, degli olandesi, che continuano a volte a metterci burro fuso, OMG).

Inoltre il cristianesimo ha introdotto l’uso di ostia, vino, olio santo, insomma… tutti orpelli derivati da una cultura prettamente romana.

E questo fu un peccato (a parte per motivi di colore… vuoi mettere come doveva essere pirotecnica una preghiera a Odino?), perché si persero le leggende e le tradizioni supermetal che ruotavano attorno alla mitologia nordica.
E poi da una parte ho letto la seguente, illuminante, frase: “Jesus promised the end of all sin, Thor promised the end of all Ice Giants. Don’t see too many Ice Giants these days”. Non fa una grinza.

Riguardo allo julskinka, ad ogni modo, si dice che avesse degli illustri avi, e si è indecisi tra due: o Särimner (Sæhrímnir in antico nordico), un cinghiale che nella mitologia norrena viene ucciso e mangiato ogni notte dai guerrieri del Valhalla (bella vita di merda), o Gyllenborste (Gullinbursti in antico nordico), suino dalle setole d’oro cavalcato dal dio Freyr (certo, i viKi sono ridi’oli anche nella mitologia).

Ecco via, le religioni politeiste sono sempre più ganze, perché tifi un dio invece di un altro, assisti a risse divine, a orge sante… insomma, è sempre un gran casino.

Gullinbursti: aureo cinghiale splendido splendente

Gullinbursti: aureo cinghiale splendido splendente

E ascoltatemi bene, se mai diventerò credente in qualcosa, crederò in un dio che cavalca un cinghiale coi peli dorati. Cazzo.

Tornando al nostro prosciuttòn, sappiate che addirittura nel 1988 è stata fatta una canzone dedicata allo julskinka: Vår julskinka har rymt, ovvero “Il nostro julskinka è scappato”. E per quanto già solo il titolo vi sembri idiota, fu il singolo più venduto in Svezia quell’anno.

Ma non solo il titolo è idiota… io, IMHO, penso sia la canzone più brutta mai stata scritta, cantata da tali Werner och Werner, ovvero due personaggi di finzione che rappresentano due cuochi tedeschi, interpretati dagli attori ‘comici’ Sven Melander e Åke Cato.
Pare facessero davvero ridere, ma io l’umorismo svedese non lo capisco… ci ho provato seriamente, roba stile Alex DeLarge coi divaricatori oculari, ma niente.
I viKi mi fanno quasi innervosire da quanto non mi fanno ridere.

(E comunque, dove la ritrovate una che vi posta le ricette col salnitro?!?)

INGREDIENTI PER 10 PERSONE:

  • 1 piccolo cosciotto di maiale intero e disossato (2-6 kg)
  • 900 gr. di sale
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1/2 cucchiaio di salnitro (opzionale)
  • 6-7 lt. d’acqua
  • mezza cipolla bianca
  • 1 carota
  • 1 foglia d’alloro
  • 2 spicchi d’aglio
  • 4 grani di pepe nero
  • 1 uovo
  • 2 cucchiai di senape delicata
  • 2 cucchiai di pangrattato
  • una manciata di chiodi di garofano
  • senapi varie per servire

PREPARAZIONE:

Mischiare 4 cucchiai di sale, 2 cucchiai di zucchero e il salnitro e strofinare il cosciotto da tutte le parti.

In una pentola mettere il resto del sale, il resto dello zucchero, e 5 lt. circa di acqua fredda. Portare ad ebollizione, schiumare e far raffreddare.

In una pentola abbastanza fonda mettere il cosciotto e versare l’acqua col sale e lo zucchero facendo in modo che la carne sia completamente coperta (se necessario aggiungere acqua).

Lasciate riposare per 12 giorni in frigorifero, girando il cosciotto ogni giorno.

Scolare la carne e sciacquatela con acqua fredda, asciugatela e metterla in una pentola molto capiente con mezza cipolla bianca spezzettata, una carota, una foglia d’alloro, il pepe e l’aglio. Coprire con acqua fredda e portare ad ebollizione.

Coprire con il coperchio e far bollire a fuoco bassissimo per un’ora e mezzo. Togliere il grasso in eccesso (un pochino lasciatecelo), scolare la carne e metterla in una pirofila.

Mettere due o tre cucchiai di brodo nella pirofila e il pezzo di carne.

Nel frattempo scaldare il forno ventilato a 220 °C. Mescolare la senape, l’uovo e il pangrattato e spalmare il cosciotto.

Incidere la cotenna con un coltello in modo da formare dei quadratini, e al centro di ogni quadratino inserire un chiodo di garofano.

Mettere nella parte alta del forno e cuocere per 20 minuti, fino a formare una bella crosticina dorata. Coprire con la carta d’alluminio e far raffreddare per almeno mezzora.

Tagliare a fette sottilissime e servire con senapi varie.

Julskinka pronto!

Julskinka pronto!

Buon appetito!

I.

Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

La fisksoppa e gli svedesi insospettabili

Ecco, a chi mi avesse detto che la zuppa di pesce era un piatto tipico svedese, gli avrei francamente riso in faccia. Nel senso, io sono livornese, e come direbbe Lino Banfi, sarebbe come parlare di chèzzi a casa dell’inchezzèto.

E invece questi biondacci ci stupiscono ancora una volta…

E vi dirò di più… a me questa fisksoppa (sì ok, vuol dire “zuppa di pesce”, c’era veramente bisogno?!) mi è piaciuta assai, e mi sbilancerò se aggiungo che mi è piaciuta ancora più del cacciucco.

Tra l’altro, approfitto dell’occasione per ricordare ai non-livornesi che a noi livornesi non piace questo dialogo: “Sei di Livorno? Ah! Il CaCiucco”. Bene. NO. Cacciucco ha due “c” innanzitutto, e poi avete anche rotto. Sì lo so, io approfitto dei miei post per litigare con il mondo, ma tanto il blog è mio e faccio quello che mi pare.

Dicevamo… gli svedesi hanno la capacità di essere onnipresenti.

Il cuoco Olaf del Muppet Show

L’ incontro con la Svezia nella vita psichica dell’italiano medio, però, passa attraverso varie fasi evolutive, e avviene più o meno in questo modo: 1) Prima infanzia: “Budibudibudibudi” (cuoco svedese dei Muppets, di cui si ignora la provenienza) 2) Età prescolare: “ma i monti che sorridevano a Heidi erano in Svizzera o in Svezia?” (si insinua il dubbio) 3) Adolescenza pre-ormone: “Seee that giiiirl, watch that sceeeene, diggin’ the daaancing queeeeen” (dai sì, gli Abba sono svedesi, no? Richiesta di conferme) 4) Adolescenza post-ormone: “Svezia = figa” (certezza matematica. Ora si sa dov’è la Svezia, si impara l’inno a memoria, e si programma ogni vacanza che dio mette in terra in questi iperborei luoghi, dove tanto le ragazze non la sganceranno mai) 5) Età adulta: “Vado a vivere da solo” (fase della rassegnazione esperta: mi compro i mobili all’IKEA mangiando le aringhe del self-service e comprando le patatine alla Bottega Svedese, e sì che conosco la Svezia se mi mangio anche le polpette con la marmellata, cribbio).

Per un motivo o per un altro dunque si inizia ad avere la consapevolezza che nel mondo esiste un paese chiamato Svezia.

Quello che però la maggior parte delle persone ignorano è che gli svedesi si espandono silenziosamente nel mondo, soprattutto nel cinema e nella musica leggera.

Questo sarà un post atipico, perché mi impegnerò a sgominare la banda di svedesi in incognito che stanno segretamente tentando di appropriarsi dello showbiz.

Partiamo dal cinema… Volete partire da quelli facili facili? E va bene, vi accontento:

Ingrid Bergman, Anita Ekberg e Greta Garbo, e con questi tre mostri sacri vi ho già spiazzato. Ma per chi mi prendete? Posso fare cotanta presentazione per spararvi tre nomi che sapevate benissimo essere viKi?

C’è anche il buon Max von Sydow, il prete dell’Esorcista che si faceva svomitazzare sulla sciarpetta, Peter Stormare, uno dei nichilisti del Grande Lebowski, e Alexander Skarsgård, famoso (dice, ma io sono out) per essere il vampiro Eric in True Blood, ma conosciuto modestamente da me solo per il video della canzone Paparazzi di Lady Gaga (dove infatti all’inizio lei parla in uno svedese molto approssimativo).

Alexander Skarsgård che si spupazza Lady Gaga

Ancora non siete stupiti, eh? Volete passare agli attoroni con sangue svedese nelle vene? Preparate i pop corn: Matt Damon, Kirsten Dunst, Melanie Griffith, Jake Gyllenhaal (e di conseguenza la sorellina Maggie), Val Kilmer, Brandon Lee, Michelle Pfeiffer, Julia Roberts, Uma Thurman.

E’ anche vero che gli attori americani famosi (tranne l’indianone di Qualcuno volò sul nido del cuculo e pochi altri) discendono necessariamente da qualche europeo, e se si calcolassero gli americani di discendenza irlandese o italiana avremmo sorprese ben più grosse. La Svezia all’epoca era un paese molto povero, e l’emigrazione verso il Nuovo Mondo fu cospicua, basti pensare che anche in Titanic c’è la scena degli emigrati svedesi (dai, la scena del biondo che perde a poker e fa per dare un cazzottone a Di Caprio dicendogli Förbannade usling! Ma come si fa a dare del “maledetto bastardo” a Jack Dawson?).

MA.

Io ho sempre dei ma.

Pensiamo alla musica leggera… qui non vi frego, e a parte la cantante degli Evanescence, il cantante dei Pennywise e i fratelli Wilson dei Beach Boys, che vi dico così en passant, vi metto solo viKi 100%.

Allora vabbè, gli Abba, già detti, Ace of Base (“aaall that she wants is another baby she’s gone tomorrow boy”), Alcazar (“cryyying at the discotheque”), The Ark (“it takes a fool to remane sane”), Avicii (“ooooh sometiiiiiiimes”), The Cardigans (“love me love me say that you love me”), Caesars (“you feel iiiit running through your boooooooooones, and you jerk it out”), Eagle-Eye Cherry -lui ve lo metto qui sotto- (“saaaaave tonight and fight the break of dawn cooooome tomorroooow”), Emilia (“I’m a big big girl in a big big world”), E-Type (“campioooone, campiooooone”), Europe (“it’s the fiiiiinal countdoooown”), The Hives (“yeeeeeeeh, I was right all aloooong”), Andreas Johnson (“sheeeeeee’s bringing me in, checking me out, making me gloooorious”), Meja (“it’s all about the money, it’s all about the dandandararandan”), Rednex (“where did you come from where did you go, where did you come from Cotton-Eye Joe”), Roxette (“it must have been love but it’s oooover nooooow”), Wannadies (“youuu and meee awaaay and forever”), etc.

Senza contare tutto lo scenario heavy metal dove la Svezia domina, ma di cui io non so assolutamente un piffero… dovrei chiedere ai miei compagni di corso di svedese che almeno all’apparenza sembrano gasati di metal. Nel caso vi faccio sapere.

Comunque visto che ormai ho iniziato e per fermarmi dovete sopprimermi, sapete che anche Ray Bradbury aveva origini svedesi? E anche (rullo di tamburi) i Bush!

Comunque me ne sarò scordati almeno un milione, quindi fatemi sapere se ne trovate qualcun altro, li smaschereremo un giorno…

Tutto ‘sto pippone micidiale per dirvi che la zuppa di pesce non mi sembrava en svensk klassiker, ma invece lo è… e Sua Biondezza, bellino, me l’ha preparata quando stavo morendo di tonsillite/tosse/febbre/mal di testa a letto. CHE OMO!

Comunque credo sia facile da fare, anche se nei miei deliri febbrili non ho visto un belino. Ma me la sono fatta raccontare e l’ho mangiata, per cui posso raccontarla anche a voi e quantomeno garantirvi che è ottima. Secondo me poi è anche un piattino elegante da presentare a una cenetta. Fa effettivamente la sua porca figura tutto impiattato con la panna acida sopra e l’aneto.

Ah devo anche comunicarvi una cosa: è stata usata la panna acida del supermercato stavolta, e non regge il confronto. Fatela voi con la mia ricetta, che è meglio (magari dimezzate le dosi, perché ve ne serve solo uno/due cucchiai a piatto).

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 50 gr. di burro
  • 2 spicchi d’aglio
  • un porro
  • una cipolla
  • 1 lt. circa di brodo di pesce (fatto un po’ col dado e un po’ con le teste di gamberi messe a bollire)
  • 1 bicchiere di vino bianco
  • 4 pomodori tagliati a pezzi
  • 2 patate tagliate a cubetti
  • 1 dl di panna fresca
  • circa 200 gr. merluzzo
  • circa 300 gr. di salmone
  • 180 gr. di gamberi
  • un bel po’ di aneto
  • 4-8 cucchiai di panna acida
  • sale e pepe nero q.b.

PREPARAZIONE

Mettere a bollire le teste e i gusci dei gamberi in un litro d’acqua con un po’ di vino, sale, pepe e un dado di brodo di pesce. Lasciar bollire per 30 minuti.

In una pentola molto capiente far soffriggere il porro, l’aglio e la cipolla nel burro. Aggiungere il brodo e un po’ di vino bianco.

Aggiungere le patate e i pomodori tagliati a cubetti. Quando le patate sono cotte (ma abbastanza durine) abbassare la fiamma, aggiungere la panna fresca e lasciar cuocere per un paio di minuti.

Salare il merluzzo e il salmone e poi aggiungerli al brodo insieme ai gamberi, e far cuocere per circa 5 minuti. Attenzione a non cuocere troppo il pesce.

Salare e pepare secondo i gusti, togliere dal fuoco e servire con una o due cucchiaiate di panna acida e abbondante aneto.

Fisksoppa pronta!

Buon appetito!

I.

Lo svamptoast, le insalate sataniche e i personaggioni dell’arte culinaria

Per la ricetta di oggi, mi sono basata su, ho preso ispirazione da, ho copiato il signor Per Morberg.

Per Morberg

Morberg, cintura nera di judo, è un attore svedese che ha interpretato, tra le altre cose, Joakim Wersén, il boss del detective Martin Beck nella serie televisiva Beck–Lockpojken.

Il detective Beck è il protagonista di questa serie, tratta dai gialli scritti dalla coppia Sjöwall – Wahlöö, molto apprezzati dal pubblico e dalla critica perché particolarmente attenti a denunciare questioni sociali e a criticare l’autorità statale svedese, schierandosi apertamente contro scelte politiche discutibili e contro primi ministri come Erlander e Palme. Utilizzare il giallo come specchio di denuncia di una società conosciuta solo per i superficiali aspetti di benessere è ciò che ha reso poi famoso il giallo nordico nel mondo (stesso stile di Larsson, Mankell, Roslund & Hellström, & co.)

Bene, Morberg oltre ad avere la faccia da serial-killer, e oltre a recitare, è anche un cuoco. E’ un matto assurdo, non si capisce in realtà se faccia il matto o se sia matto davvero, comunque se lo incontrassi in un vicolo poco illuminato penso che avrei paura. Accoltella cose, urla, lancia altre cose, si arrabbia, sembra un cocainomane, e probabilmente lo è anche, chissà. Comunque ci piace.

Paolo Roberto che fa il figo rivendicando le sue origini italiane, pur mangiando un inguardabile piatto di spaghetti con il cucchiaio...

In Svezia ad ogni modo è frequente passare dal cinema, agli sport violenti, alla musica, etc. per finire ai fornelli. E tendenzialmente i cuochi svedesi sono davvero dei gran personaggioni.

Un altro esempio del genere è Paolo Roberto (sì, se si fosse chiamato Sven Gustavsson sarebbe stato più chiaro che stavo parlando di uno svedese), anche lui passato dalla boxe, al cinema, ai fornelli e anche lui con un ruolo di spicco in un film tratto da un giallo nordico, e che giallo! Paolo Roberto interpretava se stesso in La ragazza che giocava con il fuoco, secondo film tratto dal secondo libro della trilogia Millennium di Stieg Larsson.

Plura Jonsson che cucina vestito da sera

Nella TV svedese appare come cuoco anche Plura Jonsson, patito di hockey, blogger, mezzo scrittore, e soprattutto cantante e leader del gruppo rock Eldkvarn, attivo dagli anni ’70. Questo simpatico panzone nel suo programma di cucina invita artisti dello scenario musicale svedese, se la canta, se la suona e se la mangia, come dimostrato peraltro dalla sua circonferenza corporea, che misura poco meno della linea dell’equatore.

Ma i geni assoluti della cucina svedese a mio parere rimangono i ragazzi del Regular Ordinary Swedish Meal Time, un fenomeno youtube, in cui dei pazzi scatenati cucinano piatti svedesi in modo bestiale. Vi linko il video dell’Insalata Satanica con aggiunta di pasta scotta, così vi fate due risate anche per quello, ma vi consiglio di guardarveli tutti!

Bene, comunque Per Morberg mi ha insegnato a fare lo Svamptoast, piatto che mi ha sempre ispirato ma che non avevo mai avuto occasione di mangiare.

E’ praticamente un toast di funghi, anzi, E’ un toast di funghi (svamp “fungo”, toast “cassapanca”, ah che simpaticona, no “toast”), dove i funghi vengono cotti in padella con burro e panna, e poi adagiati su fette di pane tostato e imburrato.

Sono ottimi da servire tipo bruschette, e se volete farne una versione vegana potete anche cuocere tutto nell’olio ed eliminare anche la panna. Comunque io vegana non lo sono mai stata e mai lo sarò, e la grassata me la sono fatta molto volentieri. It’s up to you.

Sono buoni quando avete ospiti (ma anche no) come aperitivino per spilluzzicare qualcosa, oppure anche da servire come antipasto (come ho fatto io, ammesso che ve ne freghi qualcosa).

Vi do sempre il solito consiglio nel caso voleste atteggiarvi a svenski d’origine controllata: usate i kantareller, in italiano gallinacci, o galletti, o finferli, o gialletti, o garitule (stupidi geosinonimi provocati dai nostri stupidi 8000 dialetti). Sono quei funghi carini gialli fatti a fiorellino, in Svezia vanno un sacco perché ce ne sono tantissimi, infatti i mercati svedesi, sia per tutte queste scatole piene di galletti, che per quelle piene di lingon e di mirtilli, sono sempre coloratissimi.

Comunque sia va da sé che più i funghi sono buoni, più lo svamptoast è buono, e comunque, anche se usate funghi così e così, ricordatevi il potere magico del grasso animale sottoforma sia di burro che di panna: rende buona ogni cosa.

INGREDIENTI PER 5 TOAST

  • 40 gr. di funghi secchi (o circa 350 gr. di funghi freschi)
  • 5 fette di pan Carrè (è più carino se tagliate via i bordi)
  • 1 cipolla bianca
  • 250 ml. di panna fresca
  • 50 gr. di burro
  • sale
  • pepe
  • prezzemolo fresco

PREPARAZIONE

In caso si usino funghi secchi, lasciarli ammollare in acqua fredda per 40 minuti.

Soffriggere la cipolla in circa 30 gr. di burro, scolare bene i funghi, salarli, peparli, e aggiungerli al soffritto. Dovranno essere morbidi e perdere il loro liquido, quindi dovranno stare almeno 15 minuti, forse anche di più, dipende dai funghi. Assaggiateli ogni tanto.

Nel frattempo fate tostare le fette di pane finché non sono belle croccanti ma non sbruciacchiate, e imburratele molto con il resto del burro.

Aggiungere la panna ai funghi in cottura e fate proseguire finché non avranno raggiunto la morbidezza desiderata.

Quando saranno pronti mettere i funghi sulle fette di pane e cospargere con prezzemolo fresco.

Svamptoast pronto!

Buon appetito!

I.

Sua Biondezzas hjortgryta med svamp, Stormaktsporter e considerazioni sulla vita alcolica dei viKi.

Seconda volta che piazzo il biondo ai fornelli a fini bloggistici… e stavolta devo ammettere che ha superato se stesso.

La ricettina che ha proposto è infatti stata un simpatico stufato di cervo alla birra scura e funghi* (sì, mi considero una donna fortunata, in effetti), ed è uscita una cosa assolutamente superlativa. Sì ok, ora basta con questi complimenti o si gonfia a pressione.

Ammetto che da bisbetica quale sono ho sollevato perplessità sul cucinare la carne in una lattina di Guinness, io, quella che il vino è un esempio di civiltà romana che voi baVbaVi neanche vi sognate; ma Jansson mi ha (giustamente?) mandata a cagare.

Ma diciamoci la verità, l’opposizione alcolica tra noi terroni e Germaland non è solo quella vino VS birra, è anche sull’uso che si fa di cotante fermentazioni, o più che altro sulla quantità in cui esse vengono ingurgitate…

Prendiamo ad esempio un test situazionale apparentemente banale: è sabato sera, vi infighettate sconfinando nella metrosessualità (maschi), o nel richiamo allo stupro di gruppo (femmine), e uscite con i vostri amici. Bevete per fare i sympa e arrivate al punto di sbavare il kebab che vi siete comprati (anche se non vi ricordate di averlo fatto) davanti a persone appena conosciute, cadendo malamente sul marciapiede reiterate volte e pisciando allegramente a idrante, stile Benigni nel Piccolo Diavolo.

Il giorno dopo aver fatto tutto ciò un italiano medio pensa: “Bene, è giunto il momento di emigrare, ora prendo un bell’atlante astronomico e scelgo un altro sistema solare su cui sbarcare, perché sul mio non ho più nessuna credibilità sociale”.

Il viKi no. Il viKi si è cazzo divertito! Il viKi non vede l’ora di rifarlo.

Il viKi si rifiuterà di bere vino a pranzo per tutta la settimana (perché bere un bicchiere di vino a pranzo è da alcolizzati), per essere poi tutto felice di strisciare tra pozze di vomito e altri escrementi umani il sabato sera.

De gustibus non disputandum est (disse il gatto che si leccava il c***, come aggiunse Confucio)…

Tra l’altro, Tacito li aveva inquadrati nel suo De origine et situ Germanorum: verso il 100 d.C. infatti i Germa bevevano già un casino. Andavano matti per una sostanza chiamata cervogia, ovvero orzo e avena fermentati (quindi una specie di bisnonna della birra, ma senza luppolo). La cervogia era a basse gradazioni alcoliche rispetto al vino romano, ecco anche perché i Germa ‘tazzavano’ di più (ringrazio per il termine la mia amica milanese Mate).

Antica testimonianza che dimostra l’amore dei Germa verso la cervogia

Tacito allora la pensò bene, e suggerì di presentare l’amico Vino agli amici Germa, di modo che iniziassero a trincare questa bevanda, molto più alcolica di ciò a cui erano abituati, e non rompessero troppo le balle all’Impero perché troppo sbronzi per farlo.

Insomma, la stessa brillante idea che hanno avuto i coloni nei riguardi dei nativi americani: tu dare me terra, io dare te whiskey e poi tu andare a cagare in riserva. E ciao ciao Indiani d’America.

Ecco, Tacito però non aveva capito con chi aveva a che fare… Nel senso, questi non si fermano davanti a niente, sono capaci di mettere il ketchup negli spaghetti, di indossare le ciabatte con i calzini sotto, e di mangiare aringhe decomposte da mesi! Non poteva andarti bene, cara Urbe, e i Germa ti hanno fatto il chiulo. Bisogna saper ammettere quando si è inferiori.

Comunque sia, tralasciando gli aneddoti storici, la birra scura nello stufato è stata una rivelazione. La carne resta morbida e succosa e il sugo viene bello densino e corposo, e non sa di birra per niente. Io penso che sia stato davvero il miglior spezzatino che abbia mai mangiato, e anche i nostri ospiti a cena lo hanno spazzolato (con somma soddisfazione di Sua Biondezza).

Il procedimento è abbastanza semplice ma anche piuttosto lungo. Insomma, non è un piatto che si improvvisa.

Innanzitutto bisogna trovare il cervo, cosa che io ho fatto nei banchi dei surgelati della mia musa ispiratrice Ipercoop (era una carne buonissima, comunque). E poi bisogna lasciarla stufare per diverse ore, e lasciarla riposare una notte, quindi armatevi di pazienza, tenendo presente che sarete ben ricompensati.

Se proprio uno vuol fare lo svedese, la birra migliore da usare sarebbe la Stormaktsporter del birrificio Närke Kulturbryggeri di Örebro, un’Imperial Stout che si è presa il massimo del punteggio su http://www.ratebeer.com. Due degli slogan di questo birrificio sono “Öl är konst!” (Birra è arte) e “Öl är politik!” (Birra è politica): contro l’omologazione dell’industria delle birre, questo rivoluzionario e sovversivo birrificio si è schierato contro lo sfruttamento capitalistico del sistema, specializzandosi in una produzione artigianale di qualità per ritrovare il gusto autentico della birra. Dei socialisti etilici, insomma. Però questa birra al supermercato è molto più difficile da trovare del cervo, e la Guinness andava benissimo. Basta comunque che sia una porter/stout.

Sempre per essere veri svedesi, ricordatevi di servire il piatto con purè e marmellata di mirtilli rossi (o lingon), questi sì da prendere all’Ikea, perché pare che fuori dall’Ikea non si trovino. Una volta, in mancanza di meglio, ho usato la marmellata di visciole, che sono una specie di ciliegie più acide e amare, e il sapore era simile, quindi va bene anche quella.

Io ho usato lingon al whiskey, che sta particolarmente bene con la cacciagione, ma tanto in Italia non si trova, quindi ve lo dico solo a mo’ di “Haaa-haaa” alla Nelson dei Simpson.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

  • 500 gr. di bocconcini di cervo
  • una cipolla
  • mezza carota
  • un sedano
  • 8 bacche di ginepro
  • qualche cucchiaio d’olio
  • cuore di brodo (Knorr) di manzo
  • 40 gr. di funghi secchi
  • 90 gr. di burro
  • 33 cl di birra porter/stout
  • prezzemolo
  • un cucchiaio di farina
  • sale
  • pepe nero

PREPARAZIONE

Mettere i funghi secchi in una bacinella con dell’acqua (dovranno stare in ammollo per circa 40 minuti).

Soffriggere in 30 gr. di burro e qualche cucchiaio d’olio la cipolla, il sedano e la carota in una pentola capiente.

A parte salare e pepare la carne e poi scottarla in altri 30 gr. di burro a fiamma alta. Non soffriggere tutta la carne allo stesso tempo, altrimenti il liquido che la carne rilascia farà ‘bollire’ la carne, che invece deve rigorosamente scottare per prendere colore (no colore, no sapore).

Aggiungere la carne al soffritto e versare la birra lentamente.

Mentre la birra evapora preparare mezzo litro di brodo di carne con il cuore di brodo e aggiungere allo stufato.

Triturare le bacche di ginepro (preferibilmente in un mortaio) e aggiungerle insieme a sale e pepe.

In un’altra padella ancora, passare nei restanti 30 gr. di burro i funghi ammollati e salarli. Poi aggiungerli allo spezzatino insieme a una parte dell’acqua dove erano stati fatti precedentemente ammollare.

Cuocere per circa due/tre ore a fuoco basso (controllate: la carne deve essere morbida, però se ci sta troppo si sfa, calcolate che la carne di cervo è più morbida di quella di manzo, per cui deve stare un po’ meno), coprire e lasciar riposare una notte.

Il giorno dopo, aggiungere un cucchiaio di farina per far addensare il tutto e cuocere per altri 30/40 minuti a fuoco basso.

Spolverare con prezzemolo tritato.

Hjortgryta med svamp pronto!

Buon appetito!

I.

*Hjort (cervo) gryta (stufato) med (con) svamp (fungo).

Midsommarsill moooolto in anticipo

Ho deciso che è estate. Sia perché il freddo mi ha francamente rotto, sia perché a Milano c’è uno stellone assurdo e una sessantina di gradi, quindi fino a prova contraria E’ estate.

Per queste ragioni, ma non solo per queste, ho deciso che la ricetta di oggi sarà la ricetta tipica del Midsommar svedese (non lo avevate notato il titolo? Dai, ormai sapete come funziona, attaccare parole per fare altre parole).

Il Midsommar è la festa del solstizio d’estate, e viene celebrata il 24 giugno, la notte di san Giovanni (come i fuochi a Firenze). Adesso è solo una festa a base di alcol (come tutte le feste svedesi, peraltro), ma c’è stato un tempo in cui si diceva che la notte di mezza estate (sì, in effetti lo ha detto anche Shakespeare) era la notte in cui le proibizioni cadevano e ci si dava all’amore libero e selvaggio… Anche in La signorina Julie, opera teatrale dello svedese August Strindberg, si parla della festa della notte di San Giovanni, ed effettivamente i protagonisti prima di diventare personaggi di una tragedia se la spassano parecchio…

…a pensare che hanno smesso di fare tutto questo per attaccarsi alla bottiglia, mi ci piange il cuore.

Comunque continua a essere una festa molto sentita. Io in realtà il Midsommar in Svezia l’ho visto solo una volta un paio d’anni fa, ed è stato un semplice pranzetto tra amici, però a giro per strada ho visto che c’è chi si mette il vestito tradizionale, una corona di alloro in testa, e fa un ballo imbarazzante intorno ad un bastone che sembra un fallo ricoperto di foglie… Oddio, a pensarci bene l’alcol ti serve proprio tanto.

Questo piatto è a base di aringhe, come moltissimi piatti in Svezia. In realtà non c’è un periodo dell’anno in cui l’aringa non vada bene: si mangia a Natale, a Pasqua, a Midsommar, etc. Quindi mi sento anacronistica a proporre questo piatto a febbraio, ma non così tanto, insomma.

Il nome completo di questo buonissimo e freschissimo piatto è: Matjessill med gräddfil och gräslök. Un nomino facile da ricordare che significa “aringa marinata con panna acida e erba cipollina”; per gli amici Midsommarsill “aringa del Midsommar”.

E’ una ricetta facile una volta che le aringhe sono già marinate, la cosa lunga è appunto marinarle, perché devono stare una notte a macerare. Certo, si possono comprare le aringhe già “matjeate” all’IKEA, ma allora perché non vi comprate tutto all’IKEA e non la smettete di leggere il mio blog?

Dal momento che in Svezia è molto più comune comprarle già pronte (la marca più famosa di aringhe marinate si chiama Abba, non è carino?) ho passato la mattinata (bella la vita quando non hai un cazzo da fare, vero?) sui siti svedesi di cucina a cercare il modo di marinarle partendo da zero, e finalmente ho trovato due siti. Allora ho fatto una sintesi tra le due versioni per trovare la migliore. Spero di esserci riuscita.

Anche la panna acida me la sono fatta da sola (vedi ricetta qui).

Ecco, si torna al solito discorso sull’accompagnamento liquido… Stavolta non ho trovato suggerimenti abominevoli tipo latte, orzata, urina, etc. in compenso la tradizione vikinga impone l’uso dello snaps, la grappa svedese. Abbiamo già visto che ci servirà per ballare intorno a un pene verde, per cui anche se esagerate diciamo che vomitarsi addosso è comunque meno imbarazzante, quindi conviene tracannare a più non posso. Lo snaps più o meno in tutte le feste svedesi funziona così: ad un certo punto qualche allegro buontempone tra gli invitati dà il via ad una canzone (accanto al piattino i padroni di casa vi fanno spesso trovare i testi con le canzoni che si canteranno, quindi non c’è modo di fuggire), gli altri cantano insieme a lui e poi finita la canzone si dice tutti Skål! (ovvero “salute”) guardandosi negli occhi e si butta giù alla goccia.

Ebbene sì, ho dovuto farlo anche io reiterate volte… posso assicurarvi che i primi due o tre brindisi sono stati imbarazzanti, poi dopo era lo snaps ad agire per me, sarei potuta anche salire sul tavolo e cantare “O’ sole mio” a pieni polmoni.

Comunque, se non volete dare spettacolo di voi stessi e volete invece servire le Midsommarsill a una cenetta estiva carina e tranquilla, io opterei per un vino bianco, magari anche frizzante. E poi accompagnerei le aringhe con della focaccia/schiacciata/pizza bianca, meglio se croccante e ancora calda. Per il resto secondo me vanno lasciate così, sono fresche e buone, e per essere un piatto svedese anche relativamente leggere, e poi l’erba cipollina tagliuzzata sulla panna acida è anche carina da vedere.

Ah ecco, fondamentale: secondo voi cosa usano gli svedesi come contorno per questo piatto? Usano due cose, una ve la dico io perché non è così intuitivo, ovvero delle fettine di uovo sodo. L’altra invece? Vi lascio un minuto per pensarci, quando avete capito controllate in fondo alla pagina*.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

3 aringhe affumicate (si dovrebbero usare fresche ma non sono riuscita a trovarle da nessuna parte, comunque la mia viKinga dolce metà dice che il sapore era identico a quelle fresche)

200 ml. di aceto di vino bianco

100 ml. d’acqua

200 gr. di zucchero

una puntina di cucchiaino di senape

25 gr. di pepe nero

25 gr. di pepe bianco

25 gr. di zenzero fresco

25 gr. di legno di sandalo (io non sono riuscita a trovarlo)

25 gr. di origano

5 o 6 foglie di alloro

1/2 cipolla rossa

2 o 3 ciuffetti di aneto

1 uovo sodo

un mazzetto di erba cipollina

5 o 6 patate lesse

panna acida

PREPARAZIONE:

Se le aringhe sono affumicate metterle a bagno in acqua fredda per 5 o 6 ore, cambiando l’acqua spesso per togliere il sale.

Aringhe nel barattolo (chiedo scusa per la foto storta)

In un pentolino bollire l’aceto e l’acqua e aggiungere lo zucchero, mescolare e lasciare raffreddare. Aggiungere il pepe nero, il pepe bianco, lo zenzero, il sandalo, l’origano, le foglie d’alloro a pezzi, la senape, la cipolla spezzettata, e qualche ciuffetto di aneto (se le aringhe sono fresche aggiungere 25 gr. di sale, se sono affumicate non serve).

Sfilettare e tagliare a tocchetti le aringhe e aggiungerle a questo intruglio. Mettere tutto dentro un barattolo a chiusura stagna e lasciare una notte in frigorifero.

A questo punto è tutto fatto: mettere i pezzetti di aringa in un piatto e aggiungere la panna acida. Tagliuzzare l’erba cipollina e spolverarla sulla panna acida. Servire con delle patate lesse e con un uovo sodo tagliato a fettine (io sono fashion e l’ho tagliato a fiore).

In realtà mi sono fatta prendere dal momento e ho cosparso TUTTO con l’erba cipollina perché mi faceva simpatia. A voi la scelta.

Midsommarsill pronte!

Buon appetito!

I.

*patate lesse!

Pezzettini in padella: pytt i panna.

Questo è il vero piatto salvavita… L’ho scoperto per caso in Danimarca in realtà, dove lo chiamano pytt i panne come in Norvegia (in Finlandia è pytt i pannu, metteteci la vocale che vi pare, la sostanza è la stessa), ma la sua origine è al 100% svenska.

Nasce come nascono di solito le torte salate: quando il frigo è pieno di avanzi minuscoli e tristi si mette tutto insieme et voilà, la nuova prelibatèsse. In effetti i piatti che nascono così sono quelli migliori, e forse lo dico da toscana, regione in cui più o meno TUTTI i piatti sono nati così.

Il panna del nome è fuorviante per un italico, ma in svedese significa “padella”, come in inglese “pan”: lo svedese è facile, prendete l’inglese e pronunciatelo raddoppiando qualche consonante qui e là o aggiungendo ‘a’ a caso, es. “mangiare”, inglese to eat, svedese att äta; “tappeto”, inglese mat, svedese matta; “sperare”, inglese to hope, svedese att hoppas, e così via, divertitevi…

E allora serve riflettere: che cosa si trova sempre (e intendo proprio sempre) in un frigorifero svedese come avanzo? 1) Cipolle: immancabili, le infilano anche nei panini così crude insieme ad avocado e cetrioli… chissà come fanno ad avere una vita sociale con tutte le cipolle che mangiano 2) Bacon: anche questo è onnipresente 3) Carne di maiale e di manzo: l’animalo peloso e setoloso è alla base della vichingalimentazione 3) Patate: …

Questi pezzetti in padella vanno accompagnati rigorosissimamente con uno o due uova al tegame (mi raccomando, per essere veri viKinghi friggetelo nel burro, non nell’olio, il vostro fegato vi ringrazierà) e delle barbine rosse (o barbe, o barbabietole, o rape rosse, mai capito qual è il termine standard) per guarnire, tipo 6 o 7 rondelline.

Ah, su una ricetta svedese ho letto che c’è chi aggiunge il ketchup e/o la salsa Worcester… Direi che possiamo sorvolare…

Per quanto riguarda la bevanda tradizionale con cui accompagnare il pytt i panna potete scegliere tra: 1) Birra 2) LATTE! 3) Acquavite. E’ così che si entra nello spirito nordico.

Il mio consiglio è: seguite la ricetta pari pari, però se volete servire il piatto per una cenetta un po’ più seria secondo me si potrebbe mettere il pytt i panna in una bella fogliona di radicchio rosso, togliere uovo e barbine, e servire accanto delle zucchine saltate o dei fagiolini. Poi a mio parere birra/latte/acquavite si possono tranquillamente bypassare… I Germa hanno dei problemi a pasteggiare con l’acqua. Cristo il vostro corpo è fatto al 60% di acqua, non vi fa mica male! E quando bevono acqua la ‘aromatizzano’, ma perché? Non deve essere buona, deve essere insapore, incolore, inodore, c’è scritto su tutte le bottiglie… magari può essere altissima e purissima, ma di sicuro non buona.

Comunque in Svezia di pytt i panna ce ne sono di tantissimi tipi: più carne di maiale e meno di manzo, più carne di manzo e meno di maiale, senza bacon, con broccoletti, con carotine, vegetariano, vegano, biologico, di soya, etc. La ricetta che vi propongo io ha bacon e carne di manzo, perché secondo me se c’è il bacon la carne di maiale non serve. Ma essendo una ricetta alla buona ognuno può fare un po’ quello che gli pare. Comunque sia io presenterò il piatto alla svedese, ossia con uovo e barbine rosse, perché, per quanto l’uovo al tegamino non sia esteticamente raffinato, mi ci piace un sacco. E poi non devo fare nessuna cenetta sofisticata, devo solo nutrirmi, dato che sto morendo di fame.

Ecco, una cosa ci tengo a ribadire, però: mi rifiuto di berci il latte, questo sì. Va contro i miei principi morali.

ATTENZIONE: ricordatevi di scrivere pYtt i panna, e non pItt i panna, perché nel secondo caso avrete scritto “pisello in padella” (pisello nel senso anatomico del termine)… e non vi piacerebbe l’idea, no?

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 5 patate medie
  • circa 50 gr. di burro per cuocere (uova comprese)
  • 2 cipolle dorate
  • 150 gr. di carne di manzo
  • 200 gr. di bacon o pancetta a cubetti
  • 2 o 4 uova
  • 1 barbabietola rossa
  • sale e pepe bianco a piacere

PREPARAZIONE:

Lessare le patate in abbondante acqua salata per poco tempo, così che siano cotte ma sode.

Nel frattempo, in una padella molto capiente, soffriggere le cipolle tagliate a dadini in un bel pezzettone di burro (circa 20-30 gr.).

Scolate le patate e mettetele sotto l’acqua fredda, sbucciatele e tagliate anche queste a dadini (cercate di fare i dadini dei vari ingredienti tutti della stessa dimensione, io non ci sono riuscita).

1 - Mettere a cuocere le patate insieme alle cipolle

Una volta tagliate le patate, mettetele nella padella dove le cipolle stanno continuando a cuocere e aggiustate di sale.

2 - Friggere la pancetta insieme alla carne

Mentre le patate cuociono insieme alle cipolle, friggete la pancetta in un’altra padella con un pochino di burro, e quando diventa trasparente aggiungete la carne sempre tagliata a dadini.

Quando la carne e la pancetta sono pronte, mettete tutto dentro la padella con le patate e le cipolle, date una bella spolverata di pepe bianco e continuate a fuoco basso la cottura per qualche minuto.

Cuocete le uova in un altra padellina (sempre usando il burro).

Tagliate le barbabietole e mettetele sul piatto, e quando sarà/saranno pronto/pronti, mettete anche l’uovo/le uova e il pytt i panna.

3 - Pytt i panna pronto!

Buon appetito!

I.