Pappaledighet, mammi, parità dei sessi. Essere padri in Svezia e mandelmassa.

Ciao cari i miei turisti della democrazia, come state? Oggi si parla di paternità.

Non ho mai voluto scrivere sulla paternità in Svezia per pure questioni ideologiche. Perché ho sempre pensato che “oh, in ogni parte di mondo conosciuto i figlioli si fanno in due, anche se poi si soffre solo noi femmine; anzi, proprio in virtù delle sofferenze gravidiche, il tu’ figliolo appena è nato te lo puppi”.

Però adesso che sono mmmadreee, e sono una terrona in viKilandia, ammetto che ci faccio molto caso alle abitudini genitoriali. E soprattutto alle differenze.

dottorepanciaDunque innanzitutto, e ciò vale per madri e padri, qui la situazione è molto più shanti che in Italia. Ammetto che i controlli sanitari durante la gravidanza in Svezia lasciano molto a desiderare. Ne ho già parlato qui, e io non sono assolutamente ipocondriaca, né a Livorno si dice “fiósa”, ovvero una che scassa la minchia sulle sue condizioni di salute. Niente affatto. Mi presento dal dottore con il mio teschio in mano o solo se sono già entrata in rigor mortis, altrimenti i dottori non li bazzico.

Però una sola ecografia in 9 mesi a 18 settimane, e nessuno che ti voglia ginecologicamente ispezionare la frilli, a me sembra significhi che il sistema sanitario svedese ha i braccini eccessivamente corti. E in questo la gravidanza nel Granducato, come ho a suo tempo affermato quando ho ottenuto il titolo di duchessa, caa in testa alla Svezia e porta tre.

Però una volta che il nano è sfornato, scusate ma qui è molto più a misura d’uomo.

A mio modesto parere ad un infante servono tre cose per crescere bene: buona salute, buone abitudini e buon ambiente psichico. Quest’ultimo secondo me è molto importante e direttamente proporzionale alla rompicoglionite da cui sarà affetta in futuro la vostra progenie.

In Italia vige la paranoia. Coprire il bimbo con 38 gradi all’ombra perché il ‘colpo d’aria’ è sempre in agguato; cremine dovunque su ogni pippolo perché potrebbe essere una rarixima malattia tropicale che anche dr. House avrebbe problemi a diagnosticare; il bimbo deve essere sempre di tra i coglioni perché va monitorato a vista, tante volte morisse nel secondo in cui non lo stai guardando; se il bimbo piange, tragedia, va preso in collo perché ha bisogno di attenzioni.

Ecco. No. Un bimbo cresciuto così cresce male. E se cresce scassaballe te lo sei voluto.

helenlovejoyIo e il mio ragazzo (tra l’altro, dice che quando hai un figlio il tuo partner va chiamato ‘compagno’ perché ‘ragazzo’ sta male… a me ‘compagno’ mi sa di vecchia fricchettona coi peli sotto le ascelle, quindi continuo a chiamarlo ‘ragazzo’) siamo stati l’estate scorsa ad un matrimonio. Il matrimonio si è tenuto nell’unica chiesa non fresca in Italia, e fuori c’era una pinetina con un bel venticello, dove all’ombra si stava abbastanza freschi (compatibilmente con la fine di luglio a Livorno). Il nano dormiva nel passeggino, noi cosa facciamo ovviamente? Lo lasciamo dormire beato all’ombra con l’arietta sollazzante e gli uccellini cinguettanti, ed entriamo nella fornace ardente per vedere il matrimonio.

Scandalo.

Capannello di gente preoccupata perché “ommioddio un bimbo da solo, chi sono quegli scriteriati che non se lo sono suturato addosso?! Povera creaturina!”. E hai voglia a spiegargli che è NORMALE, ti senti sempre gli sguardi di disapprovazione sul collo. Disapprovazione che, va da sé, io rivolgo ai loro paranoici metodi educativi che creano bimbi insicuri e divorati dall’ansia.

Questo accade in Italia. In Svezia vai a fare shopping e lasci la carrozzina fuori.

Ma si sa, in Italia ci sono gli zinghi che notoriamente rubano i pupi (irony alert).

E vabbè.

congestionebagnoIn Italia ci sono pediatri che dicono che la piscina ai bimbi fa male per il cloro, che rischiano i funghi, che rischiano le malattie, che rischiano di prendere freddo quando escono, che rischiano la congestione… Ecco a tal proposito, quelle tre ore de mmmerda che vi facevano aspettare dopo pranzo al mare, vi ricordate? Le tre ore in cui fantasticavate stragi di massa solo per poter fare un cazzo di tuffo?

Bene, quelle tre ore non servivano a NIENTE. Nessuna evidenza scientifica di pranzo + acqua = morte con cui ci hanno fatto terrorismo psicologico da piccoli. Basta evitare di mangiare il cinghiale in umido a Ferragosto per poi cospargersi di ghiaccio mezz’ora dopo, ma con un tramezzino e una susseguente sciacquata di palle in 30 centimetri di mar Mediterraneo no, non c’è nessun rischio di morte prematura.

Il bimbo ha la tosse? Pediatra. Il bimbo ha un puntino rosso? Pediatra. Il bimbo piange? Pediatra. Il bimbo ha una crosticina? Pediatra.
Esami clinici inutili, visite continue, peso del bimbo continuamente monitorato per vedere se cresce, radiografie ad minchiam. Gesoo.

E poi lo svezzamento! Dio che ansia! Pesche no, ciliegie no, cipolle no, aglio no, funghi no, pesce no, crostacei no, spezie no, pepe no, erbe aromatiche no. Ogni nuovo cibo che si vuole introdurre va sottoposto al pediatra che fa pollice verso tipo imperatore romano e stabilisce le sorti del pranzo del vostro nano.

Qui col cazzo.

Qui il concetto è che col bimbo ti devi divertire, e lui verrà su bene. Se piange lo deve fa’, è il suo lavoro. La cosa importante è stare coi bimbi ma non annullarsi per loro. Quello sì che fa male, malissimo. E io non potrei essere più d’accordo.

E la cosa che comunque va specificata, è che queste paranoie dannose in Italia ce le hanno essenzialmente le madri. Ed è concesso loro questo comportamento perché alla fine delle fatte fini i figlioli ce li hanno loro sul groppone.donnaschiava

Li nutrono loro, li lavano loro, li mettono a letto loro, etc. I padri ci giocano ogni tanto, fanno due boccacce, due versi, e poi tornano a leggere il giornale.
Mi verrebbe da chiedermi come funziona nelle coppie omosessuali con figli, ma mi scopro così ingenua a volte.

Che in realtà il congedo di paternità c’è anche in Italia. Obbligatorio è un giorno. UN GIORNO. In Svezia sono 60 giorni inalienabili che entrambi i genitori devono obbligatoriamente prendere a stipendio pieno.

Un giorno vuol dire chiamare i parenti, fumare una decina di sigari, andare al baretto a sbicchierare. Ecco cosa fa un padre italiano obbligatoriamente.
E questo è già stato un ‘passo avanti’ introdotto dalla legge Fornero, perché prima non c’era nemmeno questo giorno.

Ah, le scosse culturali.

In Italia dal 2000 con la legge Turco i padri possono stare a casa da 6 a 7 mesi però beccandosi il 30% dello stipendio, che ecco, se sei un metalmeccanico forse forse a occhio non ti conviene.

Ma la questione è culturale.

Sia durante la gravidanza, fino a poco prima di partorire, sia una settimana dopo aver avuto il nano io ho continuato ad andare all’università perché stavo benone, ero solo grassa prima, e solo un po’ stordita dopo, ma stavo alla grandona. La mattina il mio ragazzo stava col pupo perché è un fotografo, e lavora principalmente il pomeriggio e la sera, quindi i nostri orari erano perfetti.

fotografobimboLa gente (italiana) lo trovava divertente.
Ahahah! E cosa fai? Fai da mangiare? Stai col bimbo? Lo culli? Fai il baby-sitter? Fai il mammo?
No, né baby-sitter né mammo. Esiste una parola per indicare tutto ciò: padre.

Mammo? Siccome stai con il bimbo sei una madre ma siccome hai il pisello hai la desinenza in -o? Stiamo scherzando?

Ecco, la cultura comunque si cambia con la coercizione, secondo me. O con la pecunia. Dovrebbe essere obbligatorio o economicamente incentivato stare a casa. Anche perché magari una donna dopo la gravidanza un pochino si vuole riposare, e se la lasciate con un infante sola a casa non si riposa molto. Poi, e quello è anche carattere, ma è anche cultura, diventa ansiosa. E questo cocktail micidiale può diventare tragico: la donna si sposa col figliolo, la coppia non tromba più, il figliolo ti limita l’esistenza invece di accrescertela, e si vive male.

Ho sentito dire che l’arrivo di un figliolo metta a dura prova la coppia. Boh. A me non è successo. Fare le cose insieme, dividere il carico del lavoro e godersi insieme i momenti di tenerezza secondo me invece è stato un collante. E non avere l’ansia soffocante intorno anche.

In Svezia (e anche in Danimarca, Bea e Eli rimembrate ancora?) è pieno di babbi che vanno a fare jogging con la carrozzina, che vanno a prendere un caffè con gli amici col pupo, che vanno al parco con un libro e il pupo, che vanno ai corsi di massaggio neonatale, etc. Probabilmente sono in pappaledighet, ovvero in congedo di paternità.

Allora, la maternità consiste in 7 settimane prima del parto e 7 settimane dopo. Il padre sta 10 giorni insieme alla madre, appena nato il nano.

Poi ci sono i 480 giorni di congedo parentale, di cui 60 appannaggio esclusivo del padre. Il resto dei giorni la coppia se li gestisce come vuole, e poi ci sono i soldi che vengono dati per aiutare i genitori a affrontare le spese che il nuovo nano comporta.

Per nascite gemellari e bambini malati, dipendentemente dalla malattia, ci sono giorni e soldi in più.

Se la donna e l’uomo prendono lo stesso numero di giorni di congedo, ovvero 240 stecchiti a testa, lo stato ti manda un bell’assegno di 2000 e passa euro perché la tua famiglia si sta battendo per le pari opportunità. Yeah.

Perchè sì, in Svezia non è vero che sono più padri che prendono il congedo rispetto alle madri, questa è una gran cazzata: due anni fa eravamo ancora a quote 25% dei giorni uomini e 75% donne.
Però la tendenza è sempre più verso il 50 e 50, vedete? Coercizione e quattrini aiutano a cambiare la cultura.

babbofiglioNon so come funzioni per le coppie omosessuali, ripeto. Però io e il mio ragazzo portiamo due volte alla settimana il nano ad una cosa che si chiama öppna förskola, che sarebbe una specie di asilo gratis in cui te vai col bimbo senza prenotare niente, ti presenti con bimbo e vai; e lì ci sono due signore, che credo siano ostetriche in pensione, che cantano con la chitarra e i nanetti le guardano estasiati. Bene, una canzoncina fa: “Ciao sono con mamma e babbo, che bello avere mamma e babbo; ciao sono solo con mamma/babbo, che bello avere solo mamma/babbo; ciao sono con mamma e mamma/babbo e babbo, che bello avere mamma e mamma/babbo e babbo”.

Oh, può darsi che siano le solite cugiate svedesi del politically correct, che qui non mancano di certo eh (tipo vedi questo articolo); però a me questa è piaciuta. Perché si parte da ‘ste cazzatine qui, dai nani, dalle canzoncine, dalle pubblicità. Perché queste cose ti scavano nel cervello molto più del ‘reato di omofobia’.

Per quanto riguarda i lavori di casa, gente, non ne sto neanche a parlare, perché se passi la tua vita a fare da massaia al tu’ marito non è un problema mio, è un problema, problemone, tuo. E qui sì, sono tendenze culturali, ma secondo me non servono tante politiche, serve rispondere un “Alza le chiappe!” ogni tanto, lavarsi solo la propria roba, cucinare solo per sé, e vedere se quell’altro capisce.

Comunque, la ricetta di oggi è una cazzata facile da cucinare, che perfino tu, uomo lasciato solo, puoi fare! La mandelmassa, una pasta di mandorle alla base di mille dolcetti svedesi (tipo i favolosi semlor) e non. Bona anche infilata nei cornetti. Anche spalmata sul pane, tiè.

INGREDIENTI PER 400 GR. DI MANDELMASSA:

  • 200 gr. di mandorle
  • 200 gr. di zucchero
  • mezza tazzina da caffè di latte intero

PREPARAZIONE:

Pelare le mandorle e frullarle nel frullino. Aggiungere lo zucchero nel frullino e frullare per parecchio tempo, circa 5 minuti, fino a raggiungere un composto compatto e tiepido.

Aggiungere il latte e mescolare.

Mandelmassa pronta! Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabrunaphotography.com

Mandelmassa pronta! Foto di Gianluca La Bruna – www.gianlucalabrunaphotography.com

Buon appetito!

I.

Finché la barca Vasa lasciala andare: plankstek, musei e scontri culturali

La plankstek. Bona. Strabona. Eccessivamente ricoperta di bearnaisesås ma, a parte questo, bona.

E poi bellina da morire. Infatti, a mio modesto parere, se preparate una cenetta romantica e servite la plankstek al/lla vostro/a ciccipuccioso/a, guadagnerete tanti punti.
Ecco, magari la bearnaisesås e la birra le lasciamo ai baVbaVi, io vi consiglio di sostituire la salsa con un semplice giro d’olio a crudo (olio bono, non quello del Lidl) e la birra con un Brunellino, perché se fate una cenetta romantica, la dovete fare per bene. Altrimenti se avete i braccetti da T-Rex, Chianti, ché tanto cascate sempre bene. Comunque anche il vino bianco ci sta benissimo.

In realtà non è un piatto particolarissimo… è un’entrecôte cotta nel forno, però è servita in un modo talmente figo che alla fine diventa un piatto con una sua dignità formale.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Dunque, innanzitutto è una ricetta di derivazione transilvano-ungherese. Ispiratore della svedese plankstek è infatti il fatányéros, ovvero un gran casino di carni varie servite su una specie di tagliere di legno.

I viKi hanno mantenuto l’uso dell’affare di legno su cui servire il cibo, ma hanno introdotto delle stilosissime modifiche, come usare soltanto una raffinata costata di manzo invece che le carcasse di tutta la Vecchia Fattoria al completo, e creare una guarnizione di verdure di accompagnamento troppo carina, ovvero pomodorini al forno, patate duchessa tutto intorno al piatto, e fagiolini (o a volte asparagi) legati da una striscina di bacon. Sfizioso, n’est-ce pas?

Poi sì, essendo Germa, hanno anche dovuto smerdare il tutto versandoci sopra un litro di salsa bernese. Dilusione forte, dilusione di diludendo.

Erano riusciti addirittura a metabolizzare un’altra tradizione gastronomica, farla propria apportando modifiche ed avere come risultato un piatto serio… e poi si sono emozionati e hanno rovinato ogni cosa. Come gli spettacoli dei bambini piccoli, no? che magari sono stati bravissimi fino quasi alla fine, ma prima dell’ultima scena iniziano a piangere tutti proprio per la tensione di essere stati bravi.

Ce l’ho messa anche io la salsa bernese, perché ho voluto fare un blog di cucina svedese, e ora pedalo. Però voi non fatelo, davvero.
Poi io dovevo fare la spesa velocemente e non ho trovato la costata, quindi ho preso il filetto, ma quello è un problema mio.

La prima volta che ho scoperto la plankstek ero a Stoccolma, ed era una giornata uggiosa. Era una delle primissime volte che andavo in Svezia, forse addirittura la seconda, e quel giorno due cose non mi piacquero.nobirra

La prima: avevo bisogno di vino per la plankstek. Era proprio un richiamo della natura. Io la birra con la carne buona non la bevo, mi dispiace, non ce la faccio.
E allora volevo una bottiglia di rosso.
Bene, un vino discretamente buono che qui al ristorante costa al massimissimo 12-15 euro lì ne costava 35. Per cui per la modica cifra di 22 euro presi il vino più economico. Ma pensavo che fosse tipo vino della casa, qualcosa di non eccelso ma bevibile…
Nein.
Odore di smalto per unghie e sapore di acido trifluorometansolfonico. E soprattutto, e io questo non glielo perdonerò mai, TAPPO A VITE.
Ora io lo so che c’è chi dice che il tappo a vite sigilla come il sughero (anzi, forse meglio), e quindi si potrebbe usare anche quello. Ma io sono una reazionaria. Io in una boccia di vino ci voglio un cazzo di pezzo di sughero. Lo screw cap mi sa di lambruscaccio della Coop da 1,80 per due litri di bottiglia.

La seconda: il museo Vasa.

Ora, mi spiego meglio. Non è che il museo Vasa non mi piacque. Ma è la sproporzione tra la sostanza e l’immagine che si vuole dare che mi ha lasciato basita.

Ecco, io credo che la cultura media (ma diciamo pure la fascia mediocre, più che quella media) della Svezia e dell’Italia siano opposte l’una all’altra. In Italia siamo abituati a cospargerci il capo di cenere per tutto, anche su cose per cui dovremmo gongolare. In Svezia sono abituati a glorificare tutto, anche cose per cui dovrebbero tacere.

Esempio, prendete una ventina di persone a caso in Italia e chiedete: “Com’è il sistema sanitario nel tuo paese?”. Io credo che risponderanno tutti “Una merda”, nonostante sia il secondo migliore del mondo per qualità dopo quello francese, e allo stesso tempo uno tra i meno costosi.

Se la stessa domanda la fate in Svezia credo che vi risponderanno in media “Il migliore del mondo”, nonostante sia messo molto male.

Ognuno dei due approcci ha lati positivi e lati negativi.

L’approccio italico è intellettualmente vivace, in un continuo dibattito dialettico tra ciò che il potere costituito propone e ciò su cui invece il singolo deve essere vigile, prima di ogni altra cosa. L’individuo non deve farsi fregare da “loro”.
Questo approccio stimola l’autoanalisi e anche l’intelligenza, però non porta assolutamente a niente.
A posto con la propria coscienza combattiva (quella del “Ahaaaa, lo sapevo io!”) quando trovano falle nel sistema (e se le cerchi le trovi sempre, anche in Svezia), gli italiani si adagiano e adattano alla fallacia, vanno allo stadio, guardano Barbara d’Urso e bona lì.

L’approccio svedese è intellettualmente morto. La palestra cerebrale del “cerco sofisticamente di capire tutto e il contrario di tutto”, ho i sensi all’erta e il mio spirito critico prude incessantemente, è completamente assente. Mamma Svezia fa bene anche quando fa male, piccinina e io viKi faccio l’accordo con lei di non cagare troppo la minchia e non andare a cercare gli scheletrini negli armadi IKEA.
Ma se mamma Svezia si azzarda a fare troppo la furba e uno scandalo viene fuori anche se io non ho voluto indagare, e io capisco che l’immagine del mio mondo Polly Pocket fatto di cagnolini col pelo di Perlana e bambine su biciclette rosa è messa in discussione, non va assolutamente bene. I panni sporchi si lavano in famiglia, non ci sono cazzi. Perché io a come appare mamma Svezia nel mondo ci tengo, e tanto. E quindi alla fine sviluppo un senso civico sereno, magari anche illuso e paraculo, ma che alla fine mi permette di vivere in un paese che complessivamente funziona (per gli svedesi almeno, per gli immigrati non ne sarei così sicura).

Il Vasamuseet

Il Vasamuseet

Ecco, il Vasa rappresenta tutto questo.

Sostanzialmente la storia del museo Vasa è questa:

“Nel ‘600 costruiscono un galeone per il re Gustavo II Adolfo Vasa (discendente peraltro di quello che sta sempre di tra i coglioni, ovvero quello che si preoccupa per il carico di biscotti in mare, che non ha inventato il glögg ma si dice comunque che lo abbia fatto, che sobilla i bifolchi svedesi per combattere i danesi, che ha dato il nome ai crackers, insomma, un regale Chuck Norris svedese) e lo costruirono con le chiappe.

Nel 1628 la Regalskeppet Vasa, ovvero questo sproporzionato barcone, salpa, e appena tira un po’ di vento affonda durante il viaggio inaugurale.

Nonostante affondata a una profondità di circa 30 metri, la nave è stata recuperata soltanto nel 1961.

I lavori di restauro, fatti da dio solo sa chi, hanno per circa una ventina d’anni previsto l’uso di borace e acido borico, che hanno mangiato il legno, e tantissime parti hanno dovuto essere ricostruite. Poi hanno capito che stavano rovinando tutto.

Si è deciso di fare un museo per questa nave nel 1981, che è stato inaugurato soltanto 10 anni dopo.

15 euro di biglietto, 12 per gli studenti.”

Ecco, voi come lo commentate tutto questo? Io lo definirei: figure di merda all’ennesima potenza.

Schermata 2013-05-18 a 16.42.30Ecco, ora invece vi copio la storia del galeone così come descritta dalle didascalie del museo Vasa:

“Stoccolma è degna di essere visitata anche solo per ammirare il Vasa.

Il 10 agosto 1628, una flotta di navi da guerra reali salpò dal porto di Stoccolma. Tra esse giganteggiava il Vasa, da poco varato e battezzato in onore della dinastia regnante. La solenne circostanza fu sottolineata con la salva sparata dai cannoni del vascello, che sporgevano dai portelli aperti su entrambe le murate.

Mentre il maestoso vascello si faceva largo lentamente verso l’imboccatura del porto, una raffica di vento levatasi all’improvviso lo investì in pieno. Il Vasa ondeggiò, tuttavia riuscì a raddrizzarsi nuovamente. Ma nulla potette contro una seconda raffica folgorante, che lo piegò su uno dei suoi fianchi. L’acqua penetrò attraverso i portelli dei cannoni aperti. Il Vasa colò a picco sul fondo, portando con sé almeno 30, forse 50, delle 150 persone a bordo.

Dopodiché, ci vollero 333 anni prima che il Vasa rivedesse la luce.

A quel punto l’attenzione si riversò completamente sulla conservazione del vascello. Un relitto rimasto sommerso così a lungo non poteva essere lasciato senza le cure appropriate. Altrimenti, con il passare del tempo, sarebbe caduto inevitabilmente a pezzi. All’inizio, mentre gli esperti studiavano il metodo di conservazione più adatto, il Vasa veniva spruzzato regolarmente con acqua dolce. Infine, il conservante scelto fu il glicole polietilenico (PEG), un prodotto cereo idrosolubile che penetra lentamente nel legno sostituendo l’acqua.

A causa dell’inquinamento, le acque del porto di Stoccolma erano ricchissime di zolfo. Lo zolfo si infiltrò nel legno del Vasa nei lunghi anni d’immersione. Oggi lo zolfo reagisce con l’ossigeno formando acido solforico. Quest’acido attacca il legno, tuttavia è assolutamente innocuo per i visitatori del museo [no ecco, ora, sicuramente qui sarà in concentrazioni tali da essere innocuo, però tengo a specificare che l’acido solforico non è innocuo per nessuno, nemmeno per i visitatori del museo Vasa].

I bambini entrano gratis, forti sconti per gli studenti.”

Ecco capite allora che non è tanto la realtà delle cose, ma come uno se le racconta. E loro se le raccontano bene, data l’impressionante quantità in Svea Rike di musei del menga, cosa che ha notato anche il mio amico dok, che è stato poi l’ispiratore di questo post e lo ringrazio di questo.
[E già che sono in fase di ringraziamenti, un grazione speciale va a Gianluca per la foto, a Denise per la composizione, e a Lorenzo & Marco per aver mangiato].

Addirittura una mia amica svedese quando siamo andate insieme al Vasa ha avuto il coraggio di dirmi: “Il Vasa è bellissimo, sono contenta che ci andiamo perché questo è un museo unico, scommetto che in Italia di queste cose non le trovi…”. Con tanto di strizzata d’occhio.

carotaE però ha ragione lei, minchia! In Italia trovo gli Uffizi, il Palazzo Ducalela Galleria Borghese e altri milioni di cose che neanche noi del Belpa conosciamo, da quante ce ne sono (ad esempio io ho scoperto molto recentemente, troppo recentemente, che qui a Livorno, oltre a mestizia ed ignoranza, ci sono anche un Beato Angelico e un Vasari), ma la capacità di valorizzare ogni cosa che capita a tiro non la trovo, non la troverò mai.
Il riuscire a trasmettere bellezza e a raccontare una storia interessante su pochi elementi concreti, o comunque su elementi di poco valore, e non solo, ma far persino pagare alla gente 15 euro per starla anche ad ascoltare questa storia, in Italia non esiste.

L’Italia è il paese a cui crolla la Schola Armaturarum con decorazioni e ornamenti del primo secolo dopo Cristo; la Svezia è il paese che te la pompa a mille per una nave che ha fatto due metri e è andata giù come un povero stronzo con un sasso al collo.

Chissà poi alla fine chi lo vince questo Kampf der Kulturen

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per le patate duchessa:

  • 1 kg. di patate farinose
  • 2 dl. di panna fresca
  • 10 gr. di burro
  • 2 tuorli
  • 15 gr. di Västerbottensost grattugiato (sostituibile con Parmigiano)
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.
  • noce moscata q.b.

Per il resto:

  • 4 costate di manzo da 200 gr. circa l’una
  • sale
  • pepe nero
  • 15 gr. di burro
  • 140 gr. di fagiolini
  • 4 strisce di bacon
  • 4 pomodorini
  • un cucchiaino di olio d’oliva
  • 8 cucchiaiate abbondanti di bearnaisesås
  • prezzemolo
  • dragoncello

PREPARAZIONE

Preparare le patate duchessa: sbucciare e tagliare le patate a pezzetti piccoli e bollirle in acqua salata già bollente per circa 15 minuti.
Scolarle bene e spiaccicarle tutte. Aggiungere la panna e il burro e mescolare energicamente fino ad ottenere un purè abbastanza liquido ma non troppo. Aggiungere i tuorli ed il formaggio grattugiato e aggiustare di sale, pepe e noce moscata.

Cospargere la carne di sale e di pepe su entrambi i lati e scottarla nel burro per circa 30 secondi per lato in una padella già calda.
Mettere in un piatto la carne e farla riposare sotto la carta d’alluminio.

Preriscaldare il forno a 250 °C.

Sbollentare i fagiolini nella padella ancora imburrata dove avete passato la carne per una decina di minuti. Fateli riscaldare e divideteli in quattro gruppi. A questo punto avvolgete una fettina di bacon attorno ad ogni gruppo (magari cercando di fare un nodino, così non verrà via).

Con uno stuzzicadenti fare qualche buchino nei pomodori.

Adesso dovrete fare in modo di comporre i piatti in due teglie che saranno anche i piatti di portata, per cui prendete due teglie piccoline che possano andare nel forno ma che siano anche gradevoli esteticamente parlando.
Se non ce le avete potete comporre un finto piatto dentro la carta da forno, cuocerlo e poi servirlo pari pari nel piatto. Sarà bruttissimo avere la carta da forno nel piatto ma insomma, vi accontentate.
Se poi avete proprio la piastra di legno lavica, o di ghisa, o di sale rosa, etc. siete troppo avanti e componete tutto lì (in questo caso fate scaldare una decina di minuti anche la piastra).
Se è troppo complicato per voi cuocere e servire nello stesso posto, fate le patate duchessa a parte e aggiungetele al piatto di portata solo in un secondo momento. Io ho fatto così, ad esempio.

Componete la teglia in questo modo: aggiungete il pezzo di carne, sopra al pezzo di carne mettete i pacchettini di fagiolini e il pomodorino al lato (io vi dico come dovrebbe essere, ma poi invece ho fatto come mi pareva).

Inserire il purè in una sac-à-poche e comporre dei fiocchetti di patata (come quelli che si fanno con la panna) tutto intorno alla carne.

Cospargere i pomodori e i fagiolini con un pochino d’olio e mettere nel ripiano più alto forno.

Lasciare finché le patate non avranno un bel colore dorato (circa 20 minuti).

Cospargere la carne con due belle cucchiaiate di salsa bernese, prezzemolo tagliato fine e dragoncello, e servire immediatamente.

Buon appetito!
I.