Did you think I’d crumble? Did you think I’d rabarberpaj? Oh no, not I, I will survive! Lagom e rabarbaro.

No invece “Oh yeah, I”, ma mi piaceva che rabarberpaj ci stesse così bene in metrica, e poi il gioco di parole con crumble, insomma… No è vero che se spieghi le battute o le rovini o significa che non erano divertenti già da prima (come questa), ma tant’è, non avevo pensato a titoli migliori.

Ariecchime con mesi di ritardo, as usual. Sono incostante. Sempre stata. Vi rivogo sempre le solite scuse, ma la verità è che sono incostante.

Però torno con il botto, perché ho fatto la rabarberpaj, che non avevo mai neanche assaggiato, figuriamoci cucinato, e oh, è BONA! Forse ho ecceduto con la cannella e sapeva solo di cannella, ma se voi evitate di farvi prendere dall’entusiasmo e ce ne mettete meno penso rimarrete piacevolmente stupiti da questo dessert.

Innanzitutto da quando sono emigrata in Sverige ho scoperto diverse cose, tra cui che il rabarbaro è una pianta. Scegliete pure il vostro commento a questo fact of the day:
a) Nooo ma dai, è una pianta?
b) Grazie al cazzo, mi ci volevi te

Oh, io non lo sapevo e non me ne vergogno. Έτσι, δεν γνωρίζω.

Rabarbaro

Rabarbaro

L’unica cosa più vicina al rabarbaro che avevo mai avuto il dispiacere di assaggiare da piccolissima erano delle caramelle che piacevano tanto a mio babbo ma che secondo me sapevano di cerume, e quindi non mi ero poi più interessata alla faccenda.

Comunque sia, è una pianta erbacea perenne, di cui si mangia il picciolone rosso. Fate conto di avere un sedanone rosso. Quello è il rabarbaro.
Pare abbia proprietà digestive e purificanti. Si possono mangiare anche le foglie come succedaneo degli spinaci (non è una bellissima parola, “succedaneo”?) ma l’uso è fortemente sconsigliato (da Wikipedia, almeno, da dove proviene la mia scienza) perché pare contengano un casino di acido ossalico che fa venire cose simpatiche come irritazioni intestinali e calcoli renali (e qui si torna al mio odio per le cugiate del “naturale fa bene”, al centro di buona parte dei miei folli sproloqui).

Il dolce è un crumble, che in svedese si dice smulpaj, ovvero, per voi digiuni di Masterchef, una base di frutta cosparsa con un impasto friabile che durante la cottura diventa croccante mentre il sotto resta morbidoso e marmellatoso (per soddisfare la vostra curiosità sull’argomento “cose svedesi uguali a cose americane ma con nomi viKinghi invece che anglosassoni”, leggete qui).

È un dolce molto buono, se non altro perché è dolce.
Mi spiego meglio: la cioccolata sa di cioccolata, le fragole sanno di fragole, e via dicendo con altre tautologie. Se vi dessi un pezzo di kläddkaka riconoscereste la cioccolata, se ve ne dessi uno di jordgubbstårta riconoscereste le fragole, etc.

Bene, il rabarbaro secondo me non sa di un cazzo.

Con questo non voglio parlar male del mio dolce, eh, che è venuto buonissimo, ma ecco, si sentiva lo zucchero, il burro, cannella, la vaniglia della vaniljsås con cui ho cosparso il dolce, etc. Ma il sapore del rabarbaro, se proprio dovessi descriverlo, dé… non l’ho capito molto bene.

Non stucchevole, ovviamente non salato… direi lagom.

E voi direte, e che minchia è lagom?
È IL concetto svedese. Talmente intrinsecamente legato alla cultura viKi che mi meraviglio di non avervene ancora parlato, probabilmente perché io sono la persona meno lagom del pianeta.

Lui non sta bevendo lagom

Lui non sta bevendo lagom

Etimologie popolari vedono in lagom una contrazione da laget om, originariamente “intorno al gruppo”: i Vichinghi (quelli originali, infatti lo scrivo senza la K) si sedevano in cerchio e bevevano idromele da un pittoresco cornino, lagom era la quantità giusta da bere per non fare le bestie (lo si sa, come ci tenevano all’etichetta i Vichinghi, nessuno mai).
In realtà, fidatevi della linguista, l’etimologia deriva da un arcaico dativo plurale della parola lag, “legge”, traducibile con “secondo la legge [comune]”.

Si può tradurre in italiano con “abbastanza“, “medio”, “sufficiente”, “equilibrato” e corrispettivi avverbi. Né troppo né troppo poco, quindi.

Ma troppo o troppo poco di cosa?

Di tutto.

È un concetto filosofico difficilmente traducibile in italiano. ‘Morigeratezza’ dà più l’idea di qualcosa di morale, ‘appropriatezza’ dipende da un contesto, ‘conformità’ rientra anche nel lagom ma è in realtà un altro concetto.

È la misura ottimale. Di ogni cosa.

È la porzione che ti fai al buffet per non fare la figura del porcello, è il modo in cui racconti ad un amico di un tuo successo lavorativo in modo da non apparire tronfio, è la cottura della bistecca che chiedi al tuo amico che sta cucinando, è il modo in cui esulti quando vedi una partita accanto a qualcuno che tifa per l’altra squadra, il modo in cui giochi a calcetto con gli altri anche se pensi che tutte le tue azioni sarebbero maradonesche.
Non si ostenta, non si enfatizza.

Ecco, è il godersi le cose ma con una trave nel culo, per come lo definirei io.

Tempo fa vidi un video di una portoghese emigrata in Svezia che raccontava una scena che l’aveva sconvolta.
Supermercato. Madre con bimbo di circa 6-7 anni. La madre chiede al bimbo di prenderle le cipolle, e il bimbo chiede “quante?”. La madre risponde “lagom” e il viKinfante corre sorridente con la bionda chioma a prendere le cipolle.
LO SA.
Sa quante sono lagom cipolle, lo sa, ce lo ha nel corredo genetico.
La ragazza portoghese si chiede nel video: ma non dovrebbe dipendere da cosa devi cucinare? Quante cazzo sono lagom cipolle? 2,3,10, 20? Ditemelo! Credo che ci abbia perso il sonno su questo.

Dal parrucchiere immagino sia tutto più semplice. Io non ci sono mai andata dal parrucchiere in Svezia, perché una piega costa come una tiara di diamanti, ma immaginatevi come deve essere facile: non più scene come “vorrei una spuntatina leggera qui dietro, però magari davanti me li fai scalati, e poi me li sfiletti un po’ sulle lunghezze, sai tipo Rachel di Friends? Ecco, però un pochino più corti con un ciuffetto laterale sai tipo quella cantante di quel gruppo, dai come si chiamano? Dai quelli della canzone che fa la la la la la, capito?”, che poi comunque esci, ti specchi nel finestrino della prima macchina che vedi e ti sembra di essere Malgioglio.

“Lagom è meglio”

No, qui mi immagino che entri, ti siedi, il parrucchiere ti dice: “come volere taglien?” e te “lagom“. Tiè, pulita. Gli dai il tuo bravo milione di euro e sono tutti contenti.

Però lagom è essenzialmente il concetto che in medio stat virtus.

C’era una barzelletta che io e le mie eleganti amichette ci raccontavamo da piccole: una signora entra al ristorante e dice “vorrei un bicchiere d’acqua, né troppo calda, né troppo fredda, ma SMUACK al punto giusto, poi un piatto di pasta né troppo cotta, né troppo al dente ma SMUACK al punto giusto, e poi una fettina di carne, né troppo al sangue, né troppo cotta, ma SMUACK al punto giusto”; il cameriere allora le risponde “senta signora, lei m’ha fatto du’ palle così, né troppo mosce, né troppo dure ma SMUACK al punto giusto“.

Questa amena facezia, che ci concedeva alla tenera età di 6 anni il lusso di pronunciare la parola “palle” (dimostrandovi tra l’altro che non sono cresciuta tra l’alta nobiltà), riassume però in un certo senso lo spirito italiano per le cose SMUACK al punto giusto.

Gli italiani non sono lagom. Non ci pensano nemmeno.

Anzi, anche solo a livello nazionale noi italiani siamo sicuramente all’opposto, almeno per come funziona il nostro paese: si muore per una tonsillite da qualche parte, si viene operati con le tecniche migliori (e gratis) da un’altra; ci si compra una laurea in un’università da una parte, e si studia nella scuola migliore da un’altra. E guardate che non sto facendo il facile (e non veritiero) gioco dei Nordici e Sudici che ultimamente va un casino (anche qui, abbiamo Salvini ma anche Gino Strada), perché di pozze di sfacelo e ignoranza nella ridente Padania ce ne sono a bizzeffe.

Ma noi italiani non abbiamo uno standard, le oasi felici sono a macchia di leopardo, se caschi bene caschi benissimo, se caschi male, ciaone.
In Svezia non hanno una media luccicante tanto come vorrebbero far credere al mondo, ma più dell’Italia sì.

La Svezia è pallosamente lagom.

Non mi fraintendete, secondo me la società ideale è quella senza nessuna prevaricazione, e una società in cui io arraffo di più e te rimani a becco asciutto non mi piacerebbe per niente. Va da sé, non mi piacerebbe neanche una società in cui è il mio becco a rimanere asciutto, per cui una ripartizione salomonica è, secondo il mio umile parere, ontologicamente sinonimo di giustizia.

Però, a parte che ecco, da parte di un paese che ha un cazzo di re con una cazzo di corona e un cazzo di scettro, il concetto di lagom mi sembra quantomeno divertente, e poi secondo me questo concetto in Svezia rischia di creare mostri.

È un po’ lo stesso discorso dell’appiattimento delle differenze di cui vi ho parlato tempo fa a proposito dell’ideologia del gender.
Ottima cosa l’uguaglianza, le pari opportunità, etc. ma creare bambole e bamboli senza wulwe né piselli se no i bambini e le bambine pensano che oVVoVe, siamo diversi, ecco, no. Qui si esagera. No Merchandising. Editorial Use Only. No Book Cover Usage. Mandatory Credit: Photo by Moviestore Collection / Rex Features (1555426a) Antz Film and Television

L’auspicarsi una popolazione fatta di individui simili, dove menti brillanti cercano di non dare troppo nell’occhio, dove si aspira al livellamento, è malato, e fascista, e pericoloso.

Se non credete a me guardate Z la formica, in quel cartone c’è più verità di quanta ne troviate da gente che si crede di sinistra ma ha in realtà il cervello pieno de mmmerda.

Beh, in realtà io vivo a Malmö, e qui, vi dico la verità, l’ideologia del lagom non è assolutamente così evidente.
Qui è pieno di immigrati, creativi, folli, bianchi, gialli, neri, e anche fascisti, nazisti, etc.
Ma via, benvengano i nazisti se sopportare loro mi porta anche ad una società variegata, non omologata, imperfetta ma brulicante: “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva il Presidente Mao.

INGREDIENTI PER CIRCA 6 PERSONE:

  • 3 sedanoni di rabarbaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 1,5 cucchiai di fecola di patate
  • 1 cucchiaino raso di cannella
  • 200 gr. di burro
  • 240 gr. di farina
  • 40 gr. di fiocchi d’avena
  • vaniljsås
  • lamponi e foglioline di menta per guarnire

PREPARAZIONE: Accendere il forno a 200°C e togliere il burro dal frigorifero. Tagliare il rabarbaro in pezzetti di circa mezzo centimetro di spessore e mettere i pezzetti in una teglia di circa 25 cm di diametro. Spolverare con 100 gr. di zucchero, fecola e cannella. In una terrina mescolare burro, farina, il resto dello zucchero e i fiocchi d’avena. Mischiare con le mani fino ad ottenere un impasto brignoccoloso con cui cospargerete la teglia dove avete messo il rabarbaro. Cuocere a metà forno per circa 25-30 minuti, fino a quando la ricopertura avrà un bel colore dorato. Servire cospargendo di vaniljsås e guarnire con qualche lampone e qualche fogliolina di menta.

Rabarberpaj pronta! - Ph. Gianluca La Bruna

Rabarberpaj pronta! – Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito! I.

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Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

Faccio l’accento svedese? Errori di pronuncia, culto del sole e vaniljsås…

Mia mamma mi ha detto diverse volte (perché è anziana e ripete le cose in loop) di una pubblicità, che passavano nella sua epoca antidiluviana, di un viKingone biondo nudo dentro una tinozza su uno sfondo bucolico che diceva la seguente frase: “Mai proFata la primaFera in ScanTinaFia? PROFA!“.

Ora, non so cosa esattamente pubblicizzasse, forse turismo sessuale, però mi ha colpito il fatto che l’accento riprodotto fosse tendenzialmente tedesco… Come il discorso di insediamento di Razzinghe’, il ‘”Zemplice umile laForatore nella Figna di Zignore”.

Ho notato che l’accento svedese ha sempre attirato questo misunderstanding, ovvero l’idea che la lingua svedese fosse più o meno come il crucchese. Arrivano puntuali, sono alti e biondi e rispondono “Ja” per dire sì, stessa roba.

Niente di più sbagliato.

L’accento svedese è diverso. E’ musicale, dolce, piacevole a sentirsi. Con questo non voglio dire che l’accento tedesco non lo sia…

Anzi, sì cazzo, voglio dire proprio questo! Il tedesco non è musicale per niente. E’ bello, è pulito, è nitido e scandito, ma dai, solo Mozart ha potuto rendere il tedesco armonioso. Dopo di lui non ce l’ha fatta nessun altro, forse solo Nena con 99 Luftballons e la mia ex coinquilina bavarese Lina, la ragazza più dolce del pianeta.

Comunque sia, ascoltando le recenti pubblicità radiofoniche dell’IKEA ho notato che l’accento usato è sorprendentemente svedesissimo, stoccolmese per l’esattezza, ovvero pieno di r mosce e di iiiiii strettissime, snob quant’altri mai.

Questo vuol dire che la conoscenza dell’italiano medio verso la lingua svedese ha comunque subito un upgrade. Insomma, dai tempi di Fantozzi che faceva l’accento svedese ne è passata di alce sotto i ponti.

Comunque, a parte l’accento e il biondo nudo nella tinozza, la primaFera in ScanTinaFia è davvero bella, forse il periodo migliore per andare in Svezia, perché è tutto pieno di fiori, i prati sono verdi, ed è bellissimo vedere l’entusiasmo dei viKi che appena vengono colpiti dai deboli fotonucci di un nordico sole d’aprile non capiscono più un cazzo.

E’ come se ci fosse ancora il culto egizio del Sole: si denudano, vanno a giro con dei pantaloncini improbabili, ignorando la cellulite provocata dai chili di burro che ingurgitano e il buon gusto, e si mettono a prendere il sole così, in piedi, seduti, sdraiati, dove capita, come i rettili. Sono adorabili. E poi tornano a casa con il naso rossissimo e non si capisce se è perché sono sbronzi (opzione molto probabile) o se si sono bruciati per 10 minuti di sole pur avendo usato la cremina a protezione 97, che teneri.

Kungsträdgården, parchetto nel centro di Stoccolma dove i viKi sono soliti fare i girasoli

La primavera nordica è bella anche per tutti i dolci che comporta… E per la frutta di stagione, anche se comunque, essendo una nazione che tendenzialmente importa frutta, per ovvie ragioni climatiche, la frutta primaverile la trovate più o meno sempre, non solo a primavera.

E che cosa c’è di più bello che rendere le cose salubri immondamente grasse? Voglio dire, se Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso per una pidocchiosissima mela è perché avevano intuito le potenzialità di quell’insulso frutto. Quale divinità sana di mente si incazzerebbe così tanto per una mela? Doveva esserci qualcosa sotto.

E comunque, se proprio dobbiamo spaccare il capello in quattro e affrontare un dibattito teologico, se il padre eterno non avesse voluto che i due umani toccassero il frutto proibito, poteva anche fare a meno di dire loro: “Toccate tutto tranne questo”. Nel senso, in un posto dove c’è TUTTO, dove stai da dio (giustappunto) e non soffri mai, cosa te ne frega di rovinarti la vita per una mela? Certo è che se ti dicono che puoi fare tutto tranne quella cosa minimale, parliamoci chiaro, non ti viene subito la voglia di fare proprio quello? Si chiama sfidare i limiti intellettuali che ti vengono imposti, domandandosi un banale: “E se invece lo facessi lo stesso?”, chiunque di voi sia mai stato adolescente mi capirà.

Quanto vi piacerebbe averlo per non dover leggere tutta la ricetta, vero? Ma in Italia non si trova, peccato…

Ma a parte i miei prolissi quanto inutili incisi, converrete con me che la vaniglia sulla mela è la morte sua, o no?

Bene, e a questo proposito viene la ricetta di oggi, la vaniljsås (salsa di vaniglia). Una salsa dolce e buonissima che si può versare a litrate su ogni cosa.

Curiosità: in Svezia si trova già pronta, come tutto, del resto, e si chiama Marsán, marchio registrato della ditta Ekströms, fondata a Örebro nel 1848. Bello vero? Quando in tutta l’Europa imperversavano i moti rivoluzionari, in Svezia si pensava a sbafare dolci

BTW, a parte le suddette mele (e tutto ciò che ne consegue: strudel, mele cotte con la cannella, torta di mele, muffin alle mele, etc.), secondo me la vaniljsås sta bene sul gelato alla frutta, sull’ananas, sulle fragole, sulla macedonia, sulla torta della nonna, sulle crostate di frutta e su altri milioni di cose… Lo diceva anche Shakespeare: “Ci sono più dolci in cielo e in terra, Orazio, di quanti ne sogni la tua filosofia“.

INGREDIENTI PER 1/2 LITRO DI SALSA:

  • 1 uovo
  • 35 gr. di zucchero a velo
  • 2 cucchiaini di fecola di patate
  • 3oo ml. di latte intero
  • 1 bacca di vaniglia
  • 300 ml. di panna fresca da montare
  • 1 cucchiaio di zucchero

PREPARAZIONE:

Rompere un uovo in un pentolino e aggiungere lo zucchero a velo. Sbattere l’uovo e lo zucchero con una forchetta e quando non ci sono più grumi aggiungere la fecola di patate e il latte.

Tagliare nel senso della lunghezza la bacca di vaniglia, raccogliere i semini con un cucchiaino e metterli nel pentolino. Mettere anche la bacca e portare a ebollizione a fuoco medio-basso.

Quando la salsa inizia a rapprendersi abbassare il fuoco e mescolare continuamente per evitare che si attacchi sul fondo. Quando inizia a fare le bolle spengere il fuoco e far raffreddare. Togliere la bacca intera.

A parte, montare la panna con lo zucchero.

Quando la crema è a temperatura ambiente aggiungere la panna montata e mescolare delicatamente.

Con questa ricetta la salsa viene discretamente densa, per diluirla aggiungere latte a piacere.

Vaniljsås pronta!

Buon appetito,

I.

Bersi una blåbärssoppa dopo aver fatto la Vasaloppet: oh yes, very very viking.

Orbene, siamo alla prima ricetta vegana del blog, e ciò grazie al contributo di un amico che mi ha fatto notare che non ci avevo ancora pensato. Ora c’è. Tiè.

Per rimanere in tema di consigli di amici, la BEA (tu non te la caverai con l’anonimato) ha osato dirmi che le mie foto fanno cagare…

Innanzitutto ha ragione, però ho non una, non due, ma trèèè scuse:

1) questione di struttura: non ho una macchina fotografica at the moment, e le foto che faccio sono fatte con il mio telefono antidiluviano.

2) questione di sovrastruttura: non ho una baita di legno piena di servizi di piatti strafighi, né un balcone con vista su campagne lussureggianti, come la maggior parte dei foodblogger ha. Vivo in una casa di studenti la cui padrona di casa non vuole verniciare i muri, e dal mio balcone si apre uno squarcio di Germania dell’Est, come dimostro con un’altra foto mediocre. E’ anche difficile fare belle foto in queste circostanze…

Il panorama sovietico che si può ammirare dal mio balcone

3) questione di formazione: purtroppo non ho passato la fase ‘fotografia’. Intendiamoci… di fasi intellettualoidi, sinistroidi, anarcoidi, e tutti gli -oidi che vi vengono in mente, ne ho passate parecchie: abbonamento al manifesto, fare le sciarpe ai ferri, dipingere quadri astratti, fare un corso di francese, comprarmi una kefiah, etc. Ma la fase classica del sono-una-ragazza-affascinante-quindi-mi-compro-una reflex-per-fotografare-in-diagonale-i-marciapiedi-per-mostrare-il-mio-animo-sensibile, mi manca. Ergo non ho idea di come cazzo si faccia una bella foto. Ognuno ha le sue croci.

A parte le premesse doverose, garantisco che d’ora in avanti proverò a fare foto migliori, infatti mi sono impegnata per questa ricetta e ho deciso di cucinarla a casa dei miei, che possiedono un romantico giardinetto, per fare le foto lì. Cari amici, la foto di un bicchiere tra le piante è segno della mia maturazione artistica. Sì.

Ohhhh, mi sono levata un peso.

Ora posso passare a parlare dell’argomento di oggi, ovvero la Vasaloppet.

La Vasaloppet è una maratona sciistica di ben 90 km che si tiene nel marzo di ogni anno tra Sälen e Mora, due cittadine della Dalecarlia (o Dalarna, la regione più svedese della Svezia, che ci ha regalato il cavallino rosso, un sacco di cantanti folk e di gruppi heavy metal). Wikipedia mi informa che è la più vecchia, la più lunga e la più grande gara di sci di fondo del mondo, quindi buon per loro.

Vasaloppet

La Vasaloppet è nata nel 1922, 402 anni dopo che il re Gustavo Vasa aveva fatto lo stesso tragitto cercando di scappare dai danesi cattivi. Praticamente il re danese Cristiano III, che governava all’epoca anche la Svezia, era stanco degli svedesi che rompevano (già allora) con nazionalismi e snobismi vari, per cui disse così: “Allora cari i miei svedesini, facciamo pace e vi offro una cena da me, così la smettiamo con tutte queste storie, ok?”. Gli svedesi, che a quanto pare non brillavano per acume, ci andarono; Cristiano allora li chiuse dentro il castello e per tre giorni massacrò i lamentosi nobili svedesi, compiendo quello che è conosciuto come il bagno di sangue di Stoccolma.

Il nostro Gustavo vide la mala parata e fece come il Leone Svicolone, fuggendo per la Dalecarlia. Andò a Mora e cercò di convincere i cittadini a rivoltarsi. I cittadini però in quel preciso momento non ne avevano molta voglia, e Gustavo allora se ne andò cercando di raggiungere la Norvegia. Giunto a Sälen però venne raggiunto dai cittadini di Mora di cui sopra, che avevano cambiato idea e ora volevano ribellarsi, a patto che Gustavo guidasse la rivolta, cosa che in effetti fece. Poi diventò re, la Svezia indipendente, e buona camicia a tutti.

Il Vasaloppet celebra appunto questo percorso, per commemorare l’indipendenza della Svezia e il re Vasa (per intenderci, lo stesso che ha dato il nome sia alla nave affondata circa dieci secondi dopo essere stata varata, sia ai crackers fatti di compensato e calcinacci).

Questa gara sciistica fa parte di una combinazione di gare a giro per la Svezia, la partecipazione alle quali permette di ottenere il titolo “en svensk klassiker“, ovvero “un classico svedese”… Me cojoni! Per diplomarsi da classico svedese oltre ai 90 km di sci di fondo, devi anche andare in bici per 300 km, nuotare per 3 km  e correre per 30 km. Io preferisco fare un altro svensk klassiker, mangiando carne di porco e bevendo birra. Mica scema.

E comunque, tutta questa storiellina per arrivare a dire che dopo questi 90 km, per rifocillare i poveri biondoni infreddoliti e stanchi, viene tradizionalmente servita la nostra blåbärssoppa calda, ovvero una zuppa di mirtillo che può essere servita calda bollente o fresca gelata.

Si può bere d’inverno per riscaldarsi e d’estate per rinfrescarsi, e può anche essere servita così com’è come dessert leggero, oppure bella calda su una torta di mele o sul gelato per un dessert maialoso, a voi la scelta. Secondo me per esaltare la freschezza della frutta si possono anche aggiungere delle foglie di menta, la ricetta originale non lo prevede però.

E’ davvero semplice da preparare, l’unica cosa è che i mirtilli che si trovano qui (almeno all’Ipercoop di Livorno) sono belli grandi e blu ma sanno di poco… La cosa migliore sarebbe prendere i mirtilli piccoli, oppure magari invece che con la frutta, farla con il succo di mirtillo, quello al 100% senza zucchero che lascia tutti i denti neri. La prossima volta userò quello.

I mirtilli comunque fanno bene all’occhi (dice mio padre), combattono i disagi gastrointestinali e sono ricchi di energia. Se di energia poi ne volete à gogo, potete fare il blåbärsshot, ovvero 50% blåbärssoppa, 50% vodka e sopra panna montata, e vai che si vola.

Le dosi che vi do sono quelle che ho usato io. A me è venuta molto densa, assaggiatela e se non vi convince aggiungete succo di mela per diluirla. Se invece la volete più densa aggiungete la fecola.

INGREDIENTI PER UNA DECINA DI BICCHIERI:

  • 625 gr. di mirtilli
  • 600 ml d’acqua
  • 2 cucchiai di zucchero (preferibilmente di canna)
  • 2 cucchiai di fecola di patate
  • 2 tazzine da caffè di succo di mela
  • granella di nocciola per guarnire

PREPARAZIONE

Lavare i mirtilli e metterli in una pentola, aggiungere acqua, zucchero e succo di mela, e cuocere a fuoco basso per un bel po’, finché i mirtilli si sono ammorbiditi.

A parte mescolare la fecola di patate con una tazzina d’acqua e aggiungerla ai mirtilli in cottura.

Con un frullino a immersione frullare tutto e aggiustare la consistenza a piacimento.

Servire calda o fredda e aggiungere sopra una spolveratina di granella di nocciola.

Blåbärssoppa pronta

Buon appetito!

I.