Warning: explicit content! La svampsås e le ricerche più malate nelle stats di nonsolopolpette

Vi posto una ricetta svedese, come sempre, ma a differenza delle altre volte oggi non vi parlo della Svezia. Sì perché è un periodo in cui tutti fanno un po’ come cavolo gli pare, tipo il papa che si dimette, e allora lo faccio anche io.

No in realtà è perché devo condividere con voi qualcosa da molto tempo ed è giunto il momento.

Forse lo sapete già, ma se non lo sapete ve lo spiego…

Dalle statistiche del mio blog riesco a vedere tante cose interessanti su voi poveri stolti che capitate su nonsolopolpette.

So chi sono i miei followers (e a proposito, grazie), so quali sono i vostri post preferiti, so su quali immagini cliccate più spesso (un giorno di questi ci metterò un culo, così giusto per vedere quanti clic si becca), so la media dei visitatori al giorno e il totale dei visitatori di sempre, so tutto.

Tiè, vi ci piazzo un'altra foto di alce, così mi becco un casino di altri viewers in più. E la aggiungo anche nei tag.

Tiè, e io vi ci piazzo un’altra foto di alce, così mi becco un casino di altri viewers in più. E aggiungo anche “alce” nei tag.

So quali sono le tag che hanno riscosso più successo, e incredibilmente “alce” vince a mani bassissime su tutte le altre, perfino su “fika” e “fika svedese”. Senza l’alce questo blog non se lo inculerebbe nessuno. Non lo avrei mai detto.

So anche da che parte del mondo venite.

Ecco, a tal proposito vorrei ringraziare i viewers più esoticamente assurdi di tutti: cari pakistani, kenioti, portoricani, bosniaci, filippini, canadesi, taiwanesi, abitanti degli Emirati Arabi Uniti (che si chiameranno come? Emiratini? Emiratarabiunitesi? Emiratioti?), etc.: cosa ve ne frega dei vaneggiamenti italiani di una deficiente sulla Svezia e la cucina svedese?!
Voglio dire, io vi ringrazio sentitamente, ci mancherebbe, ma mi chiedo davvero che cosa vi abbia portato qui. Insomma, se volete darmi una spiegazione potete scrivermi un’email quando volete, mi farete solo felice.

Ma la cosa in assoluto più divertente è vedere attraverso quali ricerche Google voi approdate qui.

Io mi diverto in molti modi strani: scrocchiarmi una scapola facendomela uscire da sotto il braccio; staccare l’etichetta della birra cercando di non lasciare neanche un micropezzettino sulla bottiglia; aspettare che i miei gatti abbiano finito di leccarsi completamente, intingere un ditino nell’olio e poi tempestarli di ditate così che devono rincominciare tutto da capo, etc.

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Ma niente al mondo mi fa divertire di più che leggere le vostre ricerche.

Perché scopro innanzitutto che c’è tanta gente malata, e vabbè, questo si sa. Ma ciò che mi rende orgogliosa è che questa gente malata capita tutta sul mio blog! Che onore!

E allora io vi dico qualche ricerca che mi è particolarmente piaciuta.

Divido per sezioni di utenti e specifico che cosa questi individui abbiano cercato:

1) Amanti di pratiche “sessuali” (chiamiamole così) varie: “shitting nella vasca da bagno video”, “palline di carne dentro la vagina”, “salto dell’alce nel sesso” (io conoscevo quello della quaglia), “rimming fatto da donne italiane”, “gusto il cazzo come salsiccia” (occhio a non mordere, però), “figa e la pioggia dov’è”, “bei culi con leggins”, “olio di senape si può mangiare sul pene” (boh, se ce lo metti e poi te lo mangi, direi di sì, però fai caa’), “noce moscata nella figa”, etc.

2) Altri sessuomani a cui interessa in particolar modo la Svezia: “culi di maiale svedesi”, “youporn svedese con uomini di colore”, “la figa pelosa di una svedese”, “svedesi cazzo piccolo”, “concorso per la fica pelosa svedese più bella” (esiste davvero?!), “cazzi mosci svedesi”, etc.

3) Polemici: “svedesi di merda”, “ikea e una merda” (been there, done that), “ikea = sfruttamento”, “svedesi razzisti”, “Stoccolma quartieri ghetto”, “letto ikea rotto” (e mo’ so cazzi tua), “svedesi se la tirano”, “basta svedesi xenofobi”, etc.

4) Surrealisti: “cosa manca allo sciacquone l’acqua o il vino” (giuro), “patito aneto nela” (qui leggiamo anche del dadaismo), “merdone animale”, “festa re fagiolo jeans”, “droga svedese biscotti”, “lumini tutti”, “donne estremamente pellose che pisano” (surrealsessuale con refusi), etc.

5) … Perché?: “cinghiali stilizzati”, “quadro elettrico per scania”, “mangiare con gli occhi massimo alberini” (ma cu minchia è Massimo Alberini?), “rinfrescarsi in ammollo”, “vorrei cambiare la mia pagina di facebook dalla lingua araba all’italiano perché non conosco l’arabo” (non fa una piega), “qual è la canzone che fa tomorroooooooooooow” (grazie per l’acuto scritto, comunque se cercavi la fastidiosa canzone cantata dall’altrettanto fastidiosa bambina nel musical Annie, prova qui), “sfigati che scatenano litigi”, “come sbucciare le patate lesse” (seriously?), etc.

In particolare vorrei chiedere a chi ha cercato “uomo bello e muscoloso” se ne ha trovato uno e se è disposto/a a concederlo in comodato d’uso, e a “cerco motosega per tagliare a metà il maiale” se ha trovato qualcuno che gli/le ha dato quello che cercava dopo aver specificato che voleva motosegare a metà un suino.

Son cose che fanno pensare.

E soprattutto vorrei dire a colei che ha cercato “sono una cazzona” che ha tutta la mia stima. Questo è un pensiero che rivolgo spesso a me stessa, ma a cercare conferme o consolazioni su internet non ci avevo mai pensato. Se ne vuoi parlare sono qui.

Prova provata della follia dei miei viewers

Prova provata della follia dei miei viewers

Oltretutto vi sembrerà una puttanata (e infatti vi metto un bello screenshot perché se no non mi credete), ma il primo viewer di stasera, appena passata la mezzanotte, ha appena cercato “ragazza svedesa va dal prete per avere lezione di pornno“, quindi capite che questi individui bazzicano sul mio blog abbastanza spesso.

So di essere volgare, a tratti. Tratti larghi. Tratti larghi e frequenti.

Comunque potete dire quello che vi pare, ma io di “culi di maiale” e di “cazzi mosci” non ne ho mai parlato, cribbio.
Nel senso, magari con le mie amiche ne ho anche parlato, ma non ho mai scritto niente in proposito su di un blog.

Per cui se questo post ti sembra troppo volgare, cara la mia intelligenza collettiva, fatti un esamino di coscienza, perché ho solo rivelato quello che tu cerchi nel web (per qualcuna di queste ricerche, anche più di una volta, per giunta! Vedi gli “svedesi cazzo piccolo”, che a quanto pare riscuotono un discreto successo).

cavolinobruxellesTralasciando i cazzi piccoli, la ricetta di oggi (ammesso che non vi sia passata la fame a causa di qualcuna delle ricerche di cui sopra) è la svampsås = “salsa di funghi” (svamp = “fungo”; sås = “salsa”), che sta bene sulla bistecca, sul pollo, sulle costolette d’agnello, insomma, su roba carnosa. Ma secondo me sta di lusso anche sui tortini di verdure, sul riso Basmati usato come contorno, e sulle verdure bollite, come i fagiolini, le patate o i cavolini di Bruxelles, che, piccolo inciso, fanno SCHIFO! Come si può voler mangiare qualcosa che puzza di cassonetto organico estivo? SCHIFO.

Se sostituite i funghi a caso con i finferli, avrete fatto una kantarellsås. Non vi sto a attaccare il solito pippone su come i finferli siano un must del viKifood, se vi interessa leggete qui e qui.

Le ricette svedesi consultate, poi, sostengono veementemente che la svampsås si possa usare anche come condimento per spaGetti o lasanGe, ma ormai avete capito, no? Cosa si fa con i viKi che pontificano su piatti di pasta? Li si ignora con disprezzo, bravi.

E bravi lo siete a prescindere, perché è così che ci si comporta nel 99,9% dei casi, ma non vorrei che una volta tanto ci avessero azzeccato. Io questa salsa non l’ho provata nella pasta, a dire la verità, però boh… forse se si frulla un pochino meno e ci si lascia qualche pezzetto… vuoi vedere che ci sta anche bene? Magari meglio la pasta corta. O i tortellini.

Boh, vedete voi.

Comunque sì, ora vi scrivo la ricetta, però prima lasciatevi dire due paroline sulle vostre ricerche Google: davvero, ripigliatevi.

INGREDIENTI PER 8 PERSONE:

  • 80 gr. di funghi secchi (o circa 400 gr. di funghi freschi)
  • 1 cipolla gialla
  • 35 gr. di burro
  • 1 cuore di brodo Knorr di carne (28 gr.)
  • una puntina di senape di Digione (ma proprio una puntina infinitesima)
  • 3 cucchiai di Porto (o Sherry o Marsala)
  • pepe nero q.b.
  • 500 ml di panna fresca
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Mettere i funghi secchi in ammollo per 40 minuti (in caso di funghi freschi sciacquarli e basta).

Tagliare a pezzettini molto piccoli i funghi e la cipolla gialla  e metterli a soffriggere nel burro per circa 10 minuti.

Aggiungere il cuore di brodo, la senape, il Porto, una spolverata di pepe nero e la panna. Frullare con il frullino a immersione e lasciar cuocere per 15 minuti.

Servire calda o fredda, a piacere.

Svampsås pronta!

Svampsås pronta!

Buon appetito!

I.

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De potione cafearia ovo immisso: caffè all’uovo, moralismo protestante e chiesa svedese

Allora, devo premettere due cose:

1) Questo post tratta di Chiesa e religione. Questi sono temi caldi e di solito fanno incazzare la gente, lo so. Però ormai conoscete il tono del mio blog, e se non lo conoscete allora ribadisco il concetto: io non rispetto niente e nessuno, non l’ho mai fatto e non ho intenzione di cominciare proprio adesso, quindi se vi offendete sono problemi vostri, io vi ho avvertito.

2) La ricetta che vi propongo è una variante sofisticata del famoso caffè spiscioso, per cui il 99% di voi italici ci sputerà sopra, però capite meglio di me che non si può affrontare un discorso sulla cucina nordeuropea senza accennare allo sciacquone che viene dai viKi coraggiosamente definito kaffe.

Ora io faccio la splendida, ma ammetto che quando stavo a Copenhagen lo sciacquone mi ha definitivamente conquistata, e da allora io adesso appena mi sveglio lo esigo… l’espresso prima di pranzo non lo tollero più.

Ma io ho tanti problemi, lo si sa: sono riuscita a farmi piacere la pizza-kebab, a nutrirmi senza problemi in Inghilterra e ad amare il cibo scozzese. Diciamo pure che se non fosse così, voi ora non sareste lì a leggere un blog di cucina svedese, per cui fatevene una ragione.

Bene, ma la ricetta di oggi non è un semplice kaffe, che, voglio dire, sono buoni tutti, ma è il famoso (pare) “caffè all’uovo“, che detta così sembrerebbe una cosa nauseante, però in realtà l’uovo non si sente pur avendo un ruolo ben preciso, poiché toglie il retrogusto acido del caffè spisciaccoloso conservandone però il profumo (ecco forse perché molti chimici famosi sono svedesi: si lambiccano il cervello per cercare di migliorare una cosa che, insomma, parte già abbastanza sfigata).

Ecco, in realtà il caffè all’uovo non è proprio buonissimissimissimo, nonostante io abbia fatto la ricetta più elaborata (che prevede cardamomo e noce moscata). E’ vero che l’uovo non si sente affatto, quello sì, e non è neanche acido…
Però beh, c’è di meglio.
Se siete come me dei patiti del caffè sbroscia, posso modestamente suggerire che il Nescafè solubile è meglio, comunque insomma, si può bere, dai.
E poi se volete servire ai vostri amici una fika svedese come si deve, non potete caricare una moka. Vi garbano le tradizioni viKi? Allora bevetevi ‘sto sciacquone.

La cosa divertente è che gli svedesi vanno molto orgogliosi del loro caffè, come di ogni cosa svedese del resto, e quindi insomma, questa ricetta io dovevo proprio postarvela. Non ho sinceramente capito se ne vanno orgogliosi perché la torrefazione del viKicaffè è fatta in un modo particolare che si trova solo lì, o se è solo una di quelle cagatine nazionalistiche che costellano il biondomondo… io ho semplicemente registrato l’informazione e ora ve la ripropongo.
Anche perché mi fornisce un ottimo spunto per parlare della Chiesa svedese.

A questo punto vi starete giustamente chiedendo cosa ci combini il caffè con la Chiesa svedese, e io ve lo spiego subito, son qui per questo.

Allora, il caffè all’uovo, conosciuto in America come, pensate un po’, egg coffee, è una ricetta scandinava di cui si sono perse le origini, quindi potrebbe anche essere norvegese, chissà, ma ci sono forti motivi (non chiedetemi quali, io devo la mia erudizione a libri di antiche ricette luterane appositamente studiati per il post, ma non ho informazioni più specifiche) di ritenere che sia una ricetta svedese, quindi ve la puppate.

E’ una ricetta che introdussero i moltissimi immigrati scandinavi negli Stati Uniti d’America ai tempi in cui non avevano il becco d’un quattrino, poi loro si sono arricchiti e noi continuiamo a emigrare… L’Europa è come una grande famiglia: c’è lo zio che fa fortuna, e quello che si beve i pochi spiccioli che ha, ma questa è un’altra storia.

Ok, le viKidonnone erano le addette a preparare il cibo e il caffè per gli ospiti, soprattutto durante i banchetti per occasioni varie ed eventuali (funerali, matrimoni, battesimi, roba così), come da autentica tradizione evangelica: mai visto i film americani dove tutti bevono caffè e mangiano tramezzini con la bara aperta e il cadavere davanti? Ovvove.

Queste donne perfezionarono un modo per fare un “buon” (evidentemente la Bialetti l’avevano dimenticata nel Vecchio Continente) caffè in grandi quantità, facendo sì che, sebbene il caffè avesse dovuto riposare fermo per tutto il tempo del banchetto, non avrebbe preso il caratteristico sapore amarognolo che prende normalmente quando lo fate raffreddare o lo riscaldate.

E questo modo prevedeva l’uso dell’uovo. Di tutto l’uovo, comprensivo di guscio.

In Svezia e Norvegia questa bevanda era molto comune fino a tutti gli anni ’30 del ‘900, poi però smisero, anche se dagli anni ’90 c’è stato un revival di recupero di tradizioni culinarie antiche in tutta la Svezia, e quindi sta tornando tutta quella mole di ricette povere rivisitata in chiave trendy (tipo “mousse di corteccia d’albero”, “sfilaccetti di pesce decomposto”, and so on), pensate come sono cool che vi do anche le ricette che vanno un casino.

Negli Stati Uniti però, in particolare nel Midwest (che comprende stati con nomi che fanno proprio uazzamerigan come Wisconsin, Ohio, Indiana, Minnesota, etc.), dove la comunità scandinava si raccolse in maniera cospicua, si sono conservate tradizioni scandinave che nel Nord Europa piano piano si sono perse, e lì il caffè all’uovo continua a essere di tendenza… Sì ecco, neanche gli americani sono conosciuti per avere molto gusto nel caffè, via, diciamocelo.

Questa bevanda è dunque associata alla chiesa Luterana proprio perché abitualmente servita in tutte le occasioni chiesistiche del caso, proprio quelle dove si aggira la celeberrima figura del “reverendo” onnipresente nei film americani in costume (e che io da piccola, quando guardavo “La Casa nella Prateria”, cresciuta in una famiglia molto politicizzata, chiamavo “referendum”).

Ecco, premetto che io di confessioni religiose ne so quanto un musulmano ne sa di porchetta d’Ariccia e Nero d’Avola, però dall’idea che mi sono fatta i protestanti si dividono in un casino di sette, sottosette, controsette, antisette, dividopertreeriportodisette, etc.

In più nella storia ci sono i protestanti “avanti”, quelli per cui c’era una ragione interiore che spingeva al dibattito politico, al giornalismo, stimolando un’opinione pubblica di habermasiana memoria; e ci sono i protestanti “indietro”, un nome tra tutti, la comunità Amish, i cui membri rimangono imbottigliati come gli altri nel traffico dietro ai SUV, con la differenza che loro sono in carrozza e hanno o una cuffietta in capo (le donne), o delle barbe imbarazzanti (gli uomini, o le donne molto pelose che non possono beneficiare di ceretta né tantomeno di epilazione laser perché è taboo).

Tendenzialmente comunque la cultura protestante è più moralista di quella cattolica, che più che moralista è ipocrita: io ti vieto le cose, tanto so che quando non ti vede nessuno le fai lo stesso, però te ti penti e salvi la faccia, e io faccio finta di non vedere, in cambio ti fai leggere la Bibbia solo dal prete, e io non ti faccio imparare i versetti a memoria, che diciamoci la verità, sono anche parecchio pallosi.
I protestanti invece hanno un dio che li guarda e li giudica sempre: quando guardano i filmacci sulla payTV, quando si strizzano i punti neri, e quando bevono direttamente dal cartone del latte, quindi hai voglia di pentirti, se sei stronzo sei stronzo.

E questo porta sì ad un senso etico spiccatamente più marcato, che Weber dice essere fondamento dell’etica capitalistica (anche se però io la vedo più come Marx… per me quando c’è il cash di mezzo, è l’etica che si plasma sul sistema economico, non viceversa, ma vabbè), però porta anche a gente più pallosa e anche più moralista e costretta nel modo di pensare, perché l’etica comune, il politically correct e la comunità si sostituiscono alla figura singola del Papa, che sì, potrà dire anche agli adolescenti di non fare sesso prematrimoniale, ma voglio vedere chi lo ca’a, e neanche lui se lo aspetta, è come una mamma che ti dice di non bere troppo alla tua festa di laurea… lo deve fa’.

Un po’ come la puntata dei Simpson in cui Homer e Bart vogliono diventare cattolici e Marge si immagina sola in un paradiso protestante pallosissimo tutto ordinato e precisino fatto da snob inglesi che giocano a golf, mentre Homer e Bart se la spassano insieme a Gesù nel paradiso cattolico, con messicani che trincano e giocano alla piñata, irlandesi che ballano e si picchiano, e italiani che mangiano e trombano.

Ecco, dicevamo… In Svezia, lo saprete benissimo, la confessione in cui si riconosce il 71,3% della popolazione è una delle innumerevoli chiese protestanti.
E secondo voi i viKi si potevano accontentare di scegliere una religione a caso tra quelle che esistevano già?! Vi ho già detto che sono orgogliosi del loro caffè… si dovevano per forza inventare la CHIESA SVEDESE Svenska Kyrkan.

Pare che la Svezia abbia deciso di diventare un paese protestante così che il re si potesse prendere tutto l’oro che stava nelle chiese cattoliche, ma insomma, non sono né i primi né gli ultimi… voglio dire, Enrico VIII si inventò la religione anglicana per sposarsi la ganza, se guardiamo la storia e i meccanismi delle Chiese ufficiali è abbastanza difficile trovare tracce di spiritualità.

Anders Wejryd, il Primate dal vincastro opponibile

La Chiesa svedese ha un’organizzazione nazionale e un Primate, si chiama così la loro forma di Papa (anche se a me questa parola fa venire in mente uno scimpanzé con gli occhini simpatici e il pollice opponibile), ed è stata la prima Chiesa cristiana al mondo (e boh, direi anche l’unica, ma parlo per deduzione, non perché lo so mi informano che c’è anche la chiesa valdese) a riconoscere i matrimoni omosessuali, per cui nell’ambito dei diritti civili sono stra-avanti.

C’è però da dire che il rapporto tra Stato svedese e Chiesa (come da tradizione protestante, in cui Chiesa&Nazione sono concetti discretamente sovrapponibili) è molto più stretto che da noi.
Dunque, innanzitutto la Chiesa svedese fino al 2000 era religione di stato in Svezia e, voglio dire, il 2000 è tanta roba.
Poi qualche esempio a caso: i membri della famiglia reale sono obbligati per legge a professare la religione evangelica; l’inaugurazione di una nuova legislatura si svolge in chiesa invece che in Parlamento; sui documenti ufficiali (tipo il passaporto) è indicata la parrocchia di nascita; a scuola la materia scolastica di religione è obbligatoria, etc.

Insomma, io davvero non saprei dirvi cosa fanno di diverso i membri della Chiesa svedese da tutti gli altri, pentecostali, battisti, metodisti e Dio solo sa cosa (beh, se non lo sa lui…), però mi ha meravigliato aver conosciuto in Svezia molte persone intrippate con Gesù, membri di sette adoratrici del Cristo, ragazzi che volevano arrivare vergini al matrimonio, adolescenti che a 13 anni hanno visto la luce e si sono voluti far battezzare per forza, persone che conoscono tutti i personaggi della Bibbia (quelli che di solito finiscono in -ìa, tipo un versetto così: Nonsolopolpette 19:25 “Quando Zoologìa e Mammamìa attraversarono il grande deserto ebbero timore, ma il Signore disse loro una di quelle cose che nell’Antico Testamento convincono sempre tutti, ed essi non ebbero più paura, poiché Egli dette loro la forza di andare avanti. Amen”).

Magari io non rappresento un campione statistico, ma le memorie dei 13 anni delle persone che conosco io prevedono sempre una grande quantità di pippe, ma di desiderio di abbracciare Gesoo a dire la verità non ne ho mai sentito parlare (poi magari sono io che frequento male).

Addirittura una mia professoressa svedese tenne a specificare durante una lezione di lingua svedese che “la religione cristiana è la più buona del mondo“, e davanti alla reazione divertita degli studenti che pensavano scherzasse (perché i miei compagni ingenui non pensavano di ricevere la predica alla Statale di Milano, e soprattutto da una democratica free svedese che si vantava spesso di essere tale contrapponendosi sempre ai retrogradi italiani), si accese molto, rimarcando questo concetto con forza, perché tragicamente non stava scherzando. In un’università pubblica. Davanti ad un’aula piena di studenti. Ad una lezione di lingua. Poi ecco, parlava della stessa religione che ha promosso le crociate e la Santa Inquisizione.

Tirando le somme, quello svedese mi sembra un modo diverso di viversi la religiosità, un modo in cui la religione non entra nella vita delle persone in maniera prepotente (tipo, che so, avendo uno stato dentro una capitale europea); vi entra però in un modo silenzioso e interiorizzato, all’apparenza, ma che vincola molto più i comportamenti effettivi delle persone e persino gli ambiti pubblici.

Quindi c’è proprio una contraddizione in termini: il cattolicesimo è visto come più severo e oppressivo perché c’è il Papa, ma in realtà è quasi sempre un insieme di ritualità che si può mettere tra parentesi preservando una modalità di vita gaudente e anche libertina; mentre il protestantesimo, che è visto come religione più volta all’individualità e all’autonomia, comporta un rischio di conformismo e di onnipresenza non solo dello sguardo di Dio, ma di tutta una comunità sempre pronta ad alzare il dito (e a infilartelo nel culo).

Ora, prima che un fulmine mi incenerisca il computer e il pavimento si apra per inghiottirmi, vi do la ricetta del caffè all’uovo, che è un argomento meno sensibile.

Andate in pace.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 TAZZE:

  • 1 uovo
  • 1,7 litri d’acqua
  • 75 gr. di caffè
  • 1/2 cucchiaino di noce moscata
  • 3 semi di cardamomo spezzettati

PREPARAZIONE:

Sbattere un uovo in una terrina e mettere da parte il guscio.

Aggiungere mezza tazza d’acqua (circa un decilitro e mezzo), il caffè, il guscio sbriciolato con le mani, la noce moscata e il cardamomo.

Tenere da parte una tazza d’acqua fredda e mettere a bollire la restante acqua.

Quando bolle mettere il caffè con gli altri ingredienti, abbassare la fiamma, e far bollire a fuoco lento per 3 minuti.

Passati i 3 minuti spegnere immediatamente il fuoco e versare velocemente la tazza d’acqua fredda.

Filtrare e versare. Si può servire anche riscaldato.

Caffè all'uovo pronto!

Caffè all’uovo pronto!

Buon appetito!

I.

“Chiamale come vuoi”, io le chiamo palle. Le chokladbollar.

Le mitiche palle. FINALMENTE.

Era da una vita che le volevo fare, ora le ho fatte e sono venute strabone. Cara amica Laisa, questa ricetta è solo per te.

Le chokladbollar sono delle palle di zucchero, fiocchi d’avena, caffè, cacao e cocco che si sciolgono in bocca. Si trovano più o meno in ogni caffetteria, perché sono il classico dolcetto da fika, ma si trovano anche impacchettate al supermercato e tra i surgelati, perché tra i vari pregi che hanno c’è anche quello di poter essere tranquillamente piazzate nel freezer per essere poi tirate fuori nei momenti di carenza d’affetto.

La storia del nome delle chokladbollar è un po’ particolare, infatti il loro nome d’origine è negerbollar, letteralmente “palle di negro” (anche se c’è chi sostiene che il neger venga dal latino niger per indicare “palle nere”… ho i miei dubbi su questo, ma servirebbe uno studio etimologico che non ho voglia di intraprendere perché, credeteci o no, ho cose più importanti da fare).

Il termine neger in svedese, esattamente come il termine negro in italiano, non è sempre stato offensivo, ma lo è diventato con il tempo, più o meno intorno agli anni ’70, probabilmente sotto l’influsso dell’inglese nigger, che offensivo invece lo è sempre stato.

In realtà non sono sicura se la questione in Svezia e in Italia sia: 1. è sempre stato offensivo ma prima se ne sbattevano le palle se i neri si offendevano 2. è una connotazione che è venuta dopo che la parola si è affermata, appunto su modello inglese. Comunque ora lo è, per cui chiamatele chokladbollar, per favore.

Ovviamente i problemi si presentano nel bel mezzo delle fasi intermedie… Non avviene mai che un giorno un termine è accettato, e il giorno dopo è tabù, anche considerando il fatto che le persone cresciute a negerbollar si sono ritrovate a cambiare un termine familiare con uno sentito magari come la classica sviolinata del politically correct. Obiettivamente… chi di voi dice diversamente abile invece di disabile? Mia nonna continua a chiamare le liquirizie Saila, le “caccole di Menelik” (pronuncia: /menelikkE/), perché piccole e nere, e non lo fa perché è un membro segreto del KKK, ma perché lo ha sempre fatto.

“Chiamale come vuoi”

Qualche simpaticone ha risolto il problema ironizzandoci su e definendole “chiamale come vuoi“, sia per evitare un termine definito come un’eccessiva gravità linguistica, che un termine ormai dichiaratamente offensivo.

Comunque queste palle (che io e la mia amica Lisa, di cui sopra, ancora più prosaicamente definiamo palle di merda) sono apparse in Svezia prima della massiccia immigrazione, di conseguenza il termine non era sentito offensivo anche perché non c’era nessuno da offendere. Certo, questo non vuol dire niente, ma si capisce come il termine si sia diffuso senza resistenze. Il nuovo termine chokladbollar è oltretutto entrato da pochissimo nel dizionario ufficiale dell’Accademia svedese (creata sul modello della Crusca) che lo registra soltanto dal 2006, benché fosse entrato nell’uso da molto prima. E comunque accanto al termine chokladbollar l’Accademia continua a considerare come variante senza connotazioni il termine negerbollar. Boh.

Nel 2003 addirittura in Scania (regione nota per la tolleranza verso gli immigrati, nota bene: IRONIA) il proprietario di una caffetteria è stato portato davanti a una specie di tribunale per aver scritto sul cartellino delle palle negerbollar, però non gli è stato fatto nulla perché hanno dimostrato (e sarei tanto curiosa di sapere come) che non voleva davvero offendere le persone di colore. Insomma, alla fine ci sono anche loro purtroppo nel mondo…

Uno sketch molto carino sul problema del nome da dare a queste palle si trova nel film Sunes sommar, dove quando un gruppo di afroamericani chiede il nome di questi dolci, il tipo della caffetteria ci va in paranoia e dice istintivamente il nome di un dolce danese che si chiama wienerbröd, che non ci combina niente con le palle.

Oltretutto, piccola digressione: l’attore svedese di questo sketch, Peter Haber, è stato sia Martin Beck nella serie Beck, che uno di Uomini che odiano le donne, su cui non posso essere più specifica perché non voglio fare la spoiler… cercatevelo da soli. Comunque oh, su 9 milioni e mezzo di persone 8 milioni e mezzo hanno a che fare con qualche giallo. Buon per loro.

E comunque, siccome la mia missione nel mondo è rompere i coglioni, ci tengo a precisare che in realtà il termine chokladbollar è cazzo sbagliato. Per il semplicissimo motivo che di choklad ce n’è davvero poca. Il poco di cacao previsto dalla ricetta serve solo, insieme al caffè, a dare colore. A Göteborg ad esempio tagliano la testa al toro e le chiamano kokosbollar, dal momento che c’è il cocco dentro… Era elementare, suvvia, ci potevano arrivare anche gli altri.

Si possono definire anche havrebollar, che starebbe per “palle d’avena” però di solito con questo termine si tende a specificare che dentro non c’è il cocco né il cacao… insomma, le palle sfigate.

Inoltre, siccome un’azienda svedese che produce palle si chiama Delicato (il nome italiano associato al cibo viKi di solito mi spaventa molto, non so a voi…), ha proposto di chiamarle delicatobollar, così, un nome a caso… Non so neanche se le converrebbe comunque, a volte conoscere un prodotto soltanto con il suo nome commerciale manda paradossalmente a puttane l’aspetto pubblicitario… insomma, gli Scottex sono gli Scottex, ‘sticazzi se non sono Scottex, o no?

E comunque ‘ste palle sono davvero buone, sono una stronzata da fare e insomma, col caffè, il cacao, lo zucchero e quant’altro, risvegliano i morti.

Se il cocco non vi piace potete toglierlo dalla ricetta e strofinare le palle nella granella di zucchero, oppure nei cosini colorati che si mettono sulle torte dei bambini, oppure ancora nel cacao in polvere tipo tartufini, o nella farina di mandorle, o nel parmigiano. Cosa? Nel parmigiano?! Volevo vedere se stavate attenti.

INGREDIENTI PER CIRCA 25 PALLE:

  • 150 gr. di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di cacao amaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 150 gr. di fiocchi d’avena
  • 70 gr. di farina di cocco da mettere dentro più circa 30 gr. con cui ricoprire
  • 2 cucchiaini di caffè solubile in 2 cucchiai d’acqua

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro il un pentolino e aggiungere zucchero, vanillina e cacao. Mescolare bene e aggiungere avena, cocco e caffè. Far riposare in frigo per 30 minuti, così diventerà tutto un po’ più duro e sarà semplice fare le palle.

Su un piattino rovesciare 30 gr. di farina di cocco (potrebbero servirne di più, ma non ho pesato quella che ho usato per farcire, quindi vado un po’ a occhio, chiedo venia). Fare le palle e rotolarle nella farina di cocco.

Far riposare altri 30 minuti nel frigo e alé! Pronte.

Si possono anche surgelare!

Chokladbollar pronte!

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere e che ho preparato qui), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (eccoli qui) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.