Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

Våfflor, copimismo e religioni del cazzo

piastra

La mia bellissima piastra

Non c’è stato niente da fare, ho deciso di fare un altro dolce. Sono sotto tesi e in carenza d’affetto, in Toscana piove as usual, fa freddo e quindi i maglioni nascondono il fatto che io sia grassa, e in più ho comprato una fantastica piastra per waffel, che mi implorava di essere immediatamente usata non appena avessi barbaramente distrutto l’imballaggio.

E chi sono io per dire no ad una piastra per waffel? Nessuno, quindi famo ‘sti waffel.

In Svezia i waffel si chiamano våfflor.

E comunque vedo su Wikipedia che in Italia sono conosciuti anche come gaufre, che sono ‘parenti prossimi’ dei pancake, e della stessa famiglia di crêpe, canestrelli, tegole dolci (che non so cosa cazzo siano), e se seccati si trasformano in wafer e coni gelato.

Non avevo idea che ci fosse una classificazione linneana dei biscotti a cialda. Si impara sempre qualcosa.

In Svezia ad ogni modo i våfflor hanno la tipica forma a 5 cuoricini uniti in modo da sembrare un fiorellone, che è peraltro la forma della mia piastra nuova di zecca, perché io se devo fare le cose le faccio per bene, cribbio.

E’ dal 1600 che nelle case svedesi si cucinano i våfflor, e siccome ve l’ho sempre detto che gli svedesi sono pedanti, ogni variante dei våfflor in svedese non si limita a chiamarsi “variante di våffla“, ma ha uno stupido nome. Io ora non sono una grandissima esperta di våfflor, per cui non vi sto a ammorbare con le differenze tra varianti e rispettivi nomi anche perché non lo so, però fidatevi che è così.

Ma anche un’altra cosa tipicamente viKi è strettamente legata ai våfflor: il fatto che il calendario svedese preveda un cazzo di giorno del våffla, il Våffeldagen, che è il 25 marzo.

C’è un giorno per tutto in Svezia. Un po’ come la leggenda metropolitana sulla Svizzera, che se lavi la macchina un giorno che non sia il sabato subisci un ostracismo sociale, perché il “giorno di lavamento macchina” è il sabato. Cose che noi terroni non riusciamo a concepire neanche con uno sforzo psichico sovrumano.

Sì lo so, stavolta sono stata puntuale, nonostante normalmente vi posti le ricette di Natale a febbraio o cose così, ma tanto voi capitate su questo blog solo perché cercate i “culi di maiale svedesi” (per approfondimenti sulle vostre ricerche, vedi qui), quindi spero che mi perdonerete.

By the way, il 25 marzo si mangiano i våfflor per festeggiare l’Annunciazione, ovvero il momento in cui l’arcangelo Gabriele è andato da Maria a dirgli “Cara, ti devo parlare. Puntini di sospensione”. Prima volta in cui il discorsetto viene fatto da un uomo a una donna (sì ok, gli angeli non hanno sesso, ma questo si chiama Gabriele). Che sì, insomma, ciò ha anche senso, perché poi Gesoo è nato il 25 dicembre, quindi la Vergine in stato interessante 9 mesi di gestazione se li è fatti. Cosa che invece non torna se si festeggia l’Immacolata Concezione l’8 dicembre, per cui la Madonna dovrebbe aver avuto una gravidanza o di 17 giorni (roba che nemmeno gli orsetti russi) o di 382 (ovvero più di un anno di dolori articolari, nausee, pesantezza e astensione da alcol&cicchini, essendo oltretutto vergine… inculata maxima).

Ma poi invece pare che l’8 dicembre si festeggi qualcos’altro, in realtà, qualcosa sul peccato originale di Maria che non mi ricordo e non ho voglia di cercare. Anche perché, ecco, ce ne frega qualcosa? No, bene.

Comunque, alla fine delle fatte fini, quel giorno i viKi mangiano våfflor, bella per loro.

Potete cucinarli anche senza l’apposita piastra, e li fate tipo crêpe, però la cosa bella di avere una piastra per våfflor è che vengono tutti bellini uguali che sembrano fatti con il CTRL+C; CTRL+V.

E agli svedesi il copia e incolla piace parecchio, tanto che hanno una religione che celebra proprio questo.

No, non ho bevuto, dico davvero.

Allora, dovete sapere che in Svezia le confessioni religiose hanno cospicui sgravi fiscali (tipo l’esenzione IMU de’ noantri), e ciò a parere mio, ed evidentemente non solo mio, non è per niente giustino.

No, perché se io sono una cazzo di organizzazione atea ma promuovo cose ganze tipo, che so, ripetizioni gratuite a ragazzini che vanno male a scuola, corsi di cucito a ex galeotti, lezioni di shàolínquán a vecchiette aggressive, etc. non risparmio il becco d’un quattrino, in compenso se ululo al cielo che un’entità invisibile ma che permea l’universo risolverà tutti i miei problemi se porgo l’altra chiappa, ho aiuti economici.

Isak Gerson

Isak Gerson

Allora uno studente di filosofia molto gggiovane e astuto, tale Isak Gerson, ha voluto creare una nuova religione per avere anche lui un alleggerimento delle tasse. Non che non lo avesse anche prima, essendo tesoriere anche del Movimento degli Studenti Cristiani di Svezia (sì, esiste davvero), ma evidentemente ne voleva un po’ di più.

Per cui si è inventato un nuovo credo, e lo ha chiamato kopimism, in italiano “copimismo” (dall’inglese copy-me). Evidentemente il buon Isak doveva essere un nerdone di quelli seri, insomma: tesoriere degli studenti cristiani, particolarmente cesso e particolarmente genialoide = la sua vita sociale doveva limitarsi alle pippe su internet, e infatti proprio dall’informatica (no, non dalle pippe) ha preso ispirazione.

La religione copimista infatti si propone di diffondere ogni tipo di informazione per via telematica, si oppone al copyright in ogni sua forma e incoraggia ogni tipo di pirateria su ogni tipo di medium.

Inizialmente le richieste del movimento di essere riconosciuto come comunità religiosa furono rigettate diverse volte da persone dotate di buon senso. Però spesso il buon senso e la legge sono due cose diverse. E alla fine hanno dovuto riconoscerlo.

Anche perché alla fine, se riesci a sfruttare la legge per fare liberamente i cazzi tuoi, vuol dire che è la legge il problema più grande, perché è fatta col chiulo. Condono docet.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Poi oltre ai soldi c’è anche la questione sottile della “protezione delle comunità religiose” in Svezia, e farsi riconoscere come religione per questa ghenga di tangheri che si definiscono “copimisti” vorrebbe dire anche ottenere una sorta di protettorato continuando a esercitare (e molto probabilmente lucrare su) la pirateria.

Che poi alla fine a me la pirateria mi sta anche simpatica in linea di massima, però è un po’ come il discorso Megavideo, no? Io diffondo materiale soggetto a copyright, però te lo rovino un pochino, e se te lo vuoi tutto per benino mi paghi… ecco, che differenza c’è allora tra te e una mayor? Voglio dire, se ci lucri sopra mi stai sul cazzo, perché dietro a espressioni pompose di “libertà dell’informazione”, “intelligenza collettiva”, “patrimoni intellettuali universali” si nasconde in fondo in fondo, uno stronzone come gli altri.

Poi ci mancherebbe, magari i copimisti sono solo una banda di gonzi, ma io sono dell’idea che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci s’azzecca, quindi diffido.

Per essere definiti comunità religiosa i copimisti si sono dovuti inventare simboli, liturgie e credo, e quindi i loro principi sono: “Copio dunque sono”, “Copiare è cosa buona e giusta”, “L’informazione è sacra e la copiatura è il suo sacramento”. Il credo da pronunciare è: “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti”. I simboli sacri sono CTRL+C e CTRL+V.

No ma gente, non sto esagerando stavolta, eh. E’ davvero così.

Matrimonio copimista: notare la maschera del 'prete', il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Matrimonio copimista: notare la maschera del prete, il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Il 28 aprile dell’anno scorso a Belgrado si è celebrato il primo matrimonio della Chiesa missionaria del Copimismo (che a questo punto vuol dire che è sbarcato anche in Serbia, a dimostrazione del fatto che l’erba più fertile sono le stronzate apocalittiche).

Che poi è il discorso che facevamo l’altra volta sulla Chiesa anglicana, no? Io capisco che uno ci prova a inventarsi una religione per fare i cavoli suoi, nel caso di Enrico VIII divorziare, per esempio, ma è la gente che ci crede che mi sdubbia.

Sì ecco, come si fa a meravigliarci di come ideologie pericolose e folli prendano piede nel mondo, se c’è anche solo un gruppetto che crede in cose come il copimismo?

Bah, comunque, lasciando perdere i malati mentali, i våfflor sono buonissimi, e io sono molto orgogliosa della mia nuova piastra.

E del mio ateismo.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 VÅFFLOR:

  • 125 gr. di burro
  • 270 gr. di farina
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 100 ml di latte intero
  • 500 ml di panna fresca
  • 2 uova
  • 2 dl di acqua fredda di frigorifero
  • 20 cucchiaiate abbondanti di lamponi e marmellata di lamponi (o fragole, o mirtilli, o frutti di bosco, o more)
  • frutti di bosco vari a piacere

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro e farlo raffreddare. Mischiare farina, lievito, zucchero e vanillina in una terrina e aggiungere il latte e 1 dl di panna (il resto andrà poi montato per farcire i våfflor).

Sbattere brevemente le uova e aggiungerle al composto. Aggiungere il burro.

Aggiungere lentamente l’acqua fredda e mischiare.

Coprire e lasciare riposare per una ventina di minuti.

Riscaldare la piastra per våfflor, o una per crêpes, o una padella antiaderente, imburrarla e versare una mestolatina di impasto. Far dorare.

Montare la panna rimasta e versare su ogni våffla un paio di cucchiaiate di panna, un paio di marmellata, e cospargere di lamponi (o le bacche che avete usato).

Våfflor pronti!

Våfflor pronti!

Buon appetito!

I.

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere e che ho preparato qui), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (eccoli qui) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.