Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

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ViKimpulsi suicidi, invenzioni gialle e blu e knäckebröd

In Svezia di inverno fa freddo. Verità innegabile altresì lapalissiana. Fa freddo e fa buio, e questa condizione spinge a passare molto tempo senza sapere cosa cazzo fare.

Secondo la mia teoria (che non ha nessuna pretesa di veridicità, ma che mi piaceva parecchio), non sapere che cazzo fare può portare a grandi linee a due soluzioni, con tutti i sottogeneri del caso: 1) l’annullamento 2) la creatività pratica.

Parlando di Svezia molti di voi penseranno a enormi e biondi suicidi di massa, a gente che per non sapere come ammazzare il tempo, ammazza se stessa. Bene, un altro stereotipo svedese è destinato a crollare.

cappioGli svedesi non si suicidano.

No, cioè, non è che sono geneticamente impossibilitati a farlo, qualcuno si suiciderà anche, ma l’idea che sia gente mediamente predisposta all’autoeliminazione è falsa.

Hanno voglia di farla finita discretamente più che in Italia, questo è vero, ma rientrano nella media europea, più o meno allo stesso livello dei francesi (ah, tra l’altro, ungheresi, mi dispiace per voi, cercate di tirarvi un po’ su).

L’idea che avete (e che avevo anche io prima di aver fatto ricerche in proposito) rappresenta un classico sintomo del morbo di “stronzata che si diffonde a macchia d’olio“, pandemia ahimé molto comune nella storia: viviamo di fiori di Bach, di teorie del complotto sulle scie chimiche, prima c’erano gli ebrei tirchi e poi i comunisti che mangiavano i bambini…
Nata negli anni ’60, questa leggenda metropolitana è risultata particolarmente coriacea, e fa fatica a morire.

L’iniziatore di tutto ciò fu nientepopodimenoché il presidente Eisenhower che, da buon repubblic-anal (cit. il mio amico Glavast), incoraggiando l’iniziativa privata mal sopportava le richieste di welfare che lo stupido popolo chiedeva a gran voce.

Erano gli anni ’60, più o meno, e ricercatori svedesi avevano da poco raccolto dati statistici sulla media nazionale dei suicidi, e Eisenhower, a coloro che dicevano “Maaa, un po’ di stato sociale? No?” rispondeva “Avete visto in Svezia?! Hanno fatto un super stato sociale e la conseguenza è che si suicidano tutti. Via, via, si sta bene così”.

Questa frase è piaciuta, è stata ascoltata, è stata digerita e ripetuta da generazioni, e la diciamo anche noi.

Il cazzaro Dwight D. Eisenhower (1890-1969)

Il cazzaro Dwight D. Eisenhower (1890-1969)

Grazie mass media e libertà delle informazioni (del cazzo).

Tornando al discorso principale, l’altra alternativa al rompersi le balle, dicevamo, è la creatività pratica. E su questo, in relazione alla Svezia, voci particolari non girano.

E invece dovrebbero girare, perché signore e signori gli svedesi hanno inventato TUTTO.

E qui parto con una carrellata in ordine sparso di svedesate che ci migliorano la vita (o no, ma comunque sono scoperte scientifiche):

  • Chiave inglese = chiavi per sbullonare e svitare erano già state inventate più o meno dovunque, ma quella con la rotellina regolabile fu creata dall’ingegnere inglese Richard Clyburn. E allora perché dovrebbe essere un’invenzione svedese se si chiama “chiave inglese” e l’ha inventata un inglese? Perché uno svedese gli ha inculato il brevetto, tale Johan Petter Johansson, nel 1891.
  • Schermo piatto LCD = possibile grazie alla scoperta di Sven Torbjörn Lagervall, che nel 1979 scoprì i cristalli liquidi ferroelettrici.
  • Cinture di sicurezza a tre punti = ovvero non come quelle dell’aereo, che se inchiodi ti spacchi lo sterno sul volante, ma che bloccano tutto il torace. Ideona di un tecnico Volvo, Nils Bohlin.
  • Cuscinetto a sfera = anche qui, diatribe. Perché se proprio vogliamo, un disegnetto di Leonardo da Vinci dimostra che qualcuno leggermente prima di Sven Gustav Wingqvist ci aveva già pensato.
  • Tetra-pak = cartoncino rivestito di plastica per imballaggi impermeabili molto economici e eco-friendly: più leggero quindi meno trasporti, di carta quindi meno emissioni di gas climalteranti (anche se più alberi tagliati per fare la carta, quindi boh, io con gli ecologisti non ci capisco mai una sega).
  • Dinamite = invenzione di Alfred Nobel, il tizio del premio. Meno pericoloso della nitroglicerina precedentemente usata, in quanto composto granulare stabile e non liquido sensibilissimo a scosse e variazioni termiche.
  • Skype = software freeware che, grazie a un sistema basato su network peer-to-peer, vi permette di parlare e allo stesso tempo mostrare le chiappe ai vostri amici a video se vivete in Australia, o di fare sesso virtuale col/la vostro/a moroso/a (o anche con qualcuno a caso, perché no) che si trova fuori dalla vostra portata.
  • Pacemaker = la prima versione effettivamente impiantabile, che stimolava i ventricoli cardiaci con degli elettrodi a stimolazione fissa, è del 1958, e si deve ai chirurghi svedesi Rune Elmquist e Åke Sennin.
  • Cerniera zip = al prototipo ci aveva già pensato l’americano Withcomb Judson, ma era un meccanismo difettoso (chissà per voi maschietti come sarebbe stato mettersi i pantaloni senza le mutande quando c’era ancora questo meccanismo molto inaffidabile e impreciso). Gideon Sundbäck fece allora come “Sono il signor Wolf, risolvo problemi” e tac, perfetta, pulita, precisa.
Cuscinetti a sfera © by Leonardo da Vinci, XV century

Cuscinetti a sfera © by Leonardo da Vinci, XV century

Quindi sì, gli svedesi quando si rompono studiano l’ambiente circostante e inventano.

E qui veniamo a noi, perché gli svedesi, oltre a queste simpatiche cose, hanno creato anche lo knäckebröd, il pane di segale croccante (dal verbo knäcka, “crocchiare” giustappunto).

Fondamento dell’alimentazione svedese, che sta alla pasta per gli italiani, alla patata per gli irlandesi, al tè per gli inglesi, alla merda fritta per gli olandesi, lo knäckebröd viene preparato in Svezia dal 500 a.C.
Cioè, quando ancora in Svezia non avevano una lingua scritta (le rune sarebbero comparse 300 anni dopo), lo knäckebröd C’ERA.

E continuano a sfondarcisi (e, va da sé, ne hanno ottomila varianti). E non so che potere abbia questo pane secco che ricorda un po’ il mangime per pappagalli, ma oh, quando sei in Svezia lo devi comprare. Magari ti fa cagare eh, ma garantito, esci da un supermercato svedese e ce ne hai il carrello pieno.

Inoltre lo knäckebröd rappresenta perfettamente la creatività pratica svedese di cui sopra: le bollicine d’aria all’interno della pasta, che rendono il pane croccantissimo e fanno sì che duri per secoli, in origine erano create aggiungendo neve o ghiaccio all’impasto; queste poi durante la cottura evaporavano e ci lasciavano l’aria dentro, e qui vedi che la Svezia fa l’uomo creativo.
Ora le bolle sono introdotte meccanicamente, in modo più igienico e meno baVbaVo, ma la croccantezza è la stessa.

La forma tradizionale è quella di cerchi di pane con un buco dentro, tipo ciambelle piatte e secche, perché così venivano impilati su dei bastoni e ce ne stavano tantissimi. Ora non è necessario, vengono venduti anche a rettangoli normali, però la forma tradizionale piace, e trovate nei viKisupermercati anche i cerchioni col buco in mezzo.

Lo knäckebröd tradizionale dalla classica forma "a ciambella"

Lo knäckebröd tradizionale dalla classica forma “a ciambella”

Sopra questo pane ci sta bene il salmone, l’aringa, il formaggio, le salse strane, etc. Sono sostanzialmente crackers dalla consistenza più cementizia per via della segale, quindi sopra ci sta bene quello che sta bene sui crackers.

Confesso che a me manca il vero viKiclassicone: fetta di knäckebröd con burro salato sopra a profusione. Me ne accorgo solo ora che ne parlo. Mi manca.

INGREDIENTI PER 10/15 FETTE:

  • 25 gr. di lievito di birra
  • 2,5 dl di acqua
  • 1 cucchiaio di sale grosso
  • 240 gr. di farina di segale
  • 145 gr. di farina di grano tenero 00
  • 2 cucchiaini di miele

PREPARAZIONE:

Spezzettare il lievito e aggiungere l’acqua a 37°C. Aggiungere il sale e il miele. Aggiungere la farina (l’impasto dovrebbe risultare appiccicoso).

Fare una palletta, spolverare sopra la palletta un paio di cucchiai di farina e lasciar riposare in una ciotola con la pellicola trasparente per una notte.

Dividere la pasta in una decina di pallette più piccole, infarinare un piano con abbondante farina di segale e stendere la pasta, una palletta alla volta. Dovrà essere finissima, un paio di millimetri di spessore.

Usare una ciotola per fare delle forme tonde. Se vi piace il buchino nel mezzo ricavatelo da una tazzina da caffè o un bicchierino. Con una forchetta, bucherellare la superficie.

Cuocere su carta forno in forno già caldo a 250°C per circa 6-8 minuti (controllare attentamente perché ci vuole molto poco per bruciare tutto).

Lasciar raffreddare su una griglia.

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part III): zafferano, demonio e lussekatter

Io loro li amo. Però non hanno riscosso molto successo nelle cene che ho fatto nel Belpa, perché gli italiani si lamentano del fatto che “non sono abbastanza dolci”.

Stica, a me piacciono. Poi sono carini perché grazie allo zafferano che contengono (tra l’altro, ce ne va uno sbotto) sono giallissimi. E poi a me i dolci stucchevoli mi fanno cagare, quindi loro li approvo.

Vi do un avvertimento: se li fate seguendo quasi tutte le ricette italiane che trovate in rete, vi verranno dei mattoni durissimi. Il segreto è la kesella, presente in tutte le ricette svedesi (almeno in tutte quelle che ho trovato io), che sarebbe il nome commerciale del kvarg, nome svedese del quark, non il noto fermione, ma un crucchissimo formaggio che viene spesso tradotto con “ricotta”, ma che in realtà può essere sostituito dal Philadelphia.

Kesella

Kesella

Questo vuol dire che per quanto riguarda le ricette di lussekatter scritte nella nostra nobile favella, la mia ricetta è la meglio di tutte. Non c’è versi.

Da quando seguo le ricette svedesi (rintracciando libri regionali-tradizionali-originali, o siti particolarmente fatti bene, e in qualche caso innestando le ricette tra loro per trovare la migliore, in un’opera di contaminatio filologicamente discutibile ma che si rivela quasi sempre la scelta migliore), la mia viKicucina è infatti nettamente migliorata, e i miei lussekatter non sembrano più fatti di fullerite, ma sono belli sofficiosi.

Quindi ho risolto almeno questo problema della mia vita, ed è già qualcosa.

Bon, i lussekatter sarebbero delle brioscine di zafferano, tipo pagnottine, che sono associate alla festa di Santa Lucia e al Natale.

Ecco, l’eziologia dei lussekatter pare che si ritrovi in una leggenda tedesca del 1600: secondo questa storia, Lucifero ammazzava il tempo graffiando e mordendo dei bambini (facendo la parte del proverbiale gatto attaccato ai proverbiali maroni), e Gesù volle intervenire travestendosi da (o incarnandosi in un, non ho ben capito) bambino.
Siccome Gesù nelle leggende è notoriamente buono, e lo è anche in questa, distribuiva dolcetti ai bambini buoni come lui, e per tenerli lontani dal suddetto gatto-diavolo, faceva sì che fossero dei solini splendenti (perché il demonio al sole reagisce come Maga Magò), e infatti la forma originaria di questi dolci era a solino giallo di zafferano.

Evidentemente Gesù deve essersi detto: “Perché combattere il Male supremo con il disarmo nucleare, la cura per il cancro, o la comunanza dei mezzi di produzione quando puoi offrire in giro dei lussekatter?”. Ognuno fa i suoi errori di valutazione, anche se è il figlio del boss.

Lussekatt fatto a solino/svastica

Lussekatt fatto a solino/svastica

Questo solino stilizzato comunque veniva fatto facendo una croce di pasta e uncinandone i bordi, poi però questo simbolo è diventato inspiegabilmente fuori moda, e la forma oggi più comune (quella che trovate anche nei lussekatter del Pressbyrån) è a S, con un uvetta dentro entrambi i riccioli della S.

Tutta questa storia della luce per tenere lontano Lucifero si riversò allora nella festività della santa della Luce, Lucia, e lussekatter sono stati da allora per sempre associati a Santa Lucia. Talmente indissolubilmente legati che gli stessi svedesi fanno casino sull’etimologia del nome, perché Lusse katter non sta per “gatti di Lucia”, ma per “gatti di Lucifero“, in quanto Lucifer (la in svedese si pronuncia [s]) è abbreviato in Lusse, per lo stesso principio per cui il nome Karl si abbrevia in “Kalle”, il nome Fredrik in “Fredde”, e così via.

Alla fine del 1600 dalla Germania infatti i lussekatter erano stati introdotti in Svezia, inizialmente soltanto nelle regioni intorno al lago Mälaren, in Östergötland e sull’isola di Gotland, e poi nell’ ‘800, quando il culto di Santa Lucia si diffuse in tutta la viKinghia, in ogni parte della Svezia.

Comunque la dimostrazione dell’origine del nome si ha anche per il semplice fatto che in qualche parte della Svezia, questi dolcetti venivano fino a non molto tempo fa chiamati anche dövelskatter o dyvelkatter, viKiforme un po’ arcaiche per indicare “diavolo”.

Sì poi ad ogni modo l’origine del nome continua a essere dibattuta, perché i linguisti non hanno mai una sega da fare, e quindi così, a tempo perso, dibattono.

Alcuni dei modi di modellare i lussekatter

Alcuni dei modi di modellare i lussekatter

Bene, esistono milioni di forme di lussekatter (NB ognuna di esse ha un cazzo di nome), e di varianti (tipo senza uvette ma con la granella di zucchero, con la pasta di mandorle, con la farina di mandorle, etc.), ma la versione che vi posto io è quella più comune. Anche come forma. Se poi volete costruire cose assurde tipo il pane votivo sardo, fate pure, io li ho fatti senza sbatti, visto che sono già indietro sul cibo natalizio e non ho tempo per stracciarmi le balle a fare delle composizioni artistiche.

Le dosi che vi do sono per 34 lussekatter. La ricetta diceva 40, ma io li ho fatti più ciccioni del previsto perché sono ancora una principiante nell’arte del lussekatteraggio, ed è un po’ come le canne, le prime che rolli ti vengono sempre troppo panzute.

Ad ogni modo potete dimezzare tutto se non li avete mai assaggiati, perché appunto, alle altezzose papille italiane non è detto che piacciano, dato che è un sapore davvero ‘estero’. Però provateli, davvero, perché regalano delle emozioni, specie se consumati con il glögg.

Quando vi ho detto che rimangono molto più morbidi del previsto grazie alla scoperta del Philadelphia nell’impasto è vero, però se li conservate a merda si induriscono anche loro, quindi magari metteteli in dei tupperware o in delle bustine. Potete anche congelarli e tirarli fuori all’occorrenza, scaldandoli nel microonde e sbranandoveli avidamente tutti tiepidini.

Non so come io abbia ancora la forza di parlare goduriosamente di cibo dopo questi giorni di fondismo alimentare.

INGREDIENTI PER UNA 40INA DI LUSSEKATTER:

  • 50 gr. di lievito fresco per dolci
  • 150 gr. di burro
  • 1/2 l. di latte intero
  • 250 gr. di Philadelphia
  • 2 uova (uno è per guarnire)
  • 1 gr. di zafferano (no, non avete letto male, è proprio un grammo, frugatevi le tasche che costa tanto)
  • 1 pizzico di sale
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 kg. di farina
  • 80 chicchi di uvetta

PREPARAZIONE:

Sbriciolate il lievito fresco in una terrina. Sciogliete il burro in un pentolino, aggiungete il latte e riscaldate fino a raggiungere la temperatura-dito (37 °C).

Versate lentamente tutto sul lievito fino a sfarlo completamente. Aggiungete un uovo, il Philadelphia, lo zafferano, lo zucchero e il sale. Mescolate con le fruste elettriche e aggiungete la farina.

Vi verrà una cosa parecchio appiccicosa, ma voi fregatevene, ungetevi le mani con un po’ d’olio e impastate bene. Coprite con un canovaccio e fate riposare per 30 minuti.

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Infarinate un piano e metteteci l’impasto. Dividetelo in 4 parti e da ogni parte ricavate 10 striscioline abbastanza sottili (tipo un centimetro e mezzo di diametro). Fate una S con ogni strisciolina arricciando bene le estremità su se stesse (come nella foto) e mettete un uvetta al centro di ogni ricciolino. Fateli abbastanza sottili perché gonfiano un casino.

Coprite di nuovo con un canovaccio e fate riposare altri 30 minuti.

Nel frattempo scaldate il forno a 225 °C.

A questo punto ricoprite una teglia di carta da forno e appoggiate pochi lussekatter, distanziandoli parecchio tra loro perché continueranno a gonfiare durante la cottura. Vi serviranno diverse infornate, sappiatelo.

Con l’altro uovo spennellateli uno ad uno e infornare per circa 10 minuti, quando avranno un bel colore marroncino chiaro sopra e giallo ai bordi.

Fate raffreddare sotto un canovaccio e riponete in contenitori ermetici.

Lussekatter pronti!

Lussekatter pronti!

Buon appetito!

I.

Febbraio: arrivano i Semlor!

A febbraio i panifici, le caffetterie, e perfino i supermercati svedesi si riempiono di un profumino di dolce fatto in casa grazie ai mitici semlor (pronuncia: /’sem-lur/, singolare semla).

Tradizionalmente erano semplici fette di pane in una ciotola di latte caldo… insomma, anche no. Poi però gli svedesi si devono essere resi conto che un dolce, per essere tale, ha bisogno di tante cose grasse e zuccherose, altrimenti è penitenziale, e hanno iniziato ad aggiungere al pane e latte cose che hanno reso i semlor davvero libidinosi.

I semlor attuali infatti sono delle pagnotte dolci morbidissime al profumo di cardamomo ripiene di panna e pasta di mandorle (mandelmassa). Nel senso, ne basta una per prendere una ventina di chili, ma forse avrei dovuto specificare che non è un blog di ricette dietetiche.

Qualcuno continua a mangiarli dentro il latte pur nella loro versione elaborata, ma gli svedesi normali hanno capito che il grasso animale contenuto in un semla è sufficiente, e quindi li accompagnano con tè o caffè.

Originariamente queste palle ripiene venivano mangiate il martedì grasso prima del digiuno, poi la Svezia diventò protestante e iniziò a sbattersene di digiuni, quaresime, carnevali, e cose del genere (anche se in Scania, la regione di Malmö, i semlor vengono ancora chiamati fastlagsbulle, ovvero “i dolci della quaresima”). Rimase però la tradizione di mangiarli a febbraio.

Mi stupivo all’inizio che un dolce così buono si trovasse solo in un mese dell’anno, ma poi ho pensato “e se volessi due o tre chiacchiere (‘cenci’ per me, dato che vengo da terra toscana) a ottobre?”  e mi sono anche risposta “mi attaccherei”, quindi è un po’ la stessa cosa.

Un difetto che possono avere questi apparentemente perfetti pseudo-maritozzi è il cuore di pasta di mandorle, che dopo un paio di morsi diventa davvero stucchevole, per cui io sono dell’idea che si può eliminare completamente (insomma, la pannona lattosa potrebbe anche essere abbastanza) oppure sostituire con qualcos’altro:

  • nutella per le crisi d’affetto
  • marmellata di arance amare per fare i raffinati
  • marmellata di lamponi come fanno in Finlandia
  • crema chantilly come nei bomboloni
  • pasta di cocco come previsto da una variante svedese (anche se secondo me si rischia di fare peggio)

Insomma, un po’ come vi pare, fermo restando che secondo me dentro alla pasta si potrebbero anche infilare delle uvette o delle gocce di cioccolata (tipo Pangoccioli, per intenderci) ed evitare anche la panna. La pasta infatti è morbidissima e perfetta così com’è, quindi può fare da base a ogni cosa dolce che vi viene in mente.

Qui metto la ricetta originale, pronta ad accogliere suggerimenti strani o meno strani.

ATTENZIONE!: si narra che il re Adolfo Federico di Svezia morì di indigestione dopo averne mangiati 14, quindi insomma, datevi una regolata.

INGREDIENTI PER 14 SEMLOR

Per la pasta:

  • 750 gr. di farina
  • 1 uovo
  • 50 gr. di lievito di birra fresco
  • 100 gr. di burro
  • 300 ml di latte
  • mezzo cucchiaino di sale
  • 1 cucchiaino di cardamomo macinato
  • 100 gr. di zucchero

Per la spennellata prima di infornare:

  • un uovo
  • un cucchiaio d’acqua

Per il ripieno (si chiama mandelmassa, ed è una specie di pasta di mandorle che sa di marzapane):

  • 100 gr. di mandorle sgusciate e tritate
  • 100 gr. di zucchero
  • 2 cucchiai di latte
  • un bicchiere di latte bollente da aggiungere al mandelsmassa e alle molliche

Per la farcitura:

  • 1 litro di panna fresca da montare
  • un cucchiaio di zucchero
  • un paio di cucchiai di zucchero a velo

PREPARAZIONE

Tirare fuori l’uovo dal frigorifero per evitare che sia troppo freddo e spezzettare il lievito in una ciotola. In un pentolino far sciogliere il burro e aggiungere il latte, fino a far arrivare il tutto a 37°C (infilare il ditino dentro per verificare). Versare un pochino nella ciotola con il lievito finché il lievito non si scioglie, poi aggiungere il resto.

1- Versare lentamente il burro e il latte sul lievito spezzettato

Aggiungere sale, cardamomo, zucchero e uovo. Aggiungere la farina piano piano, facendo attenzione a non metterne troppa altrimenti la lievitazione ne risentirà, e lavorare fino ad ottenere un impasto liscio e morbido.

2- Pagnotta liscia e morbida

Coprire con un panno, e lasciare riposare per 45 minuti in un luogo fresco e asciutto e lontano dalla luce diretta del sole (ad es. il forno spento potrebbe essere un ottimo posto). Passati i 45 minuti lavorare la pasta ancora un po’ per eliminare le bollicine d’aria che si saranno create durante la lievitazione. Dividere la pasta in 14 pezzi e fare delle palline.

Mettere le palline ben distanziate l’una dall’altra su una teglia con la carta da forno e lasciar riposare per altri 45 minuti (in cui la pasta continuerà a crescere, è per questo che è importante distanziarle, altrimenti si attaccano l’una all’altra). Nel frattempo riscaldare il forno a 225-250°C. Passati i 45 minuti spennellare le palline con l’uovo e l’acqua e cuocere nel forno per 10 minuti. E’ importante che siano messe nel ripiano al centro del forno e abbastanza lontane dai bordi, anche se per fare questo sono necessarie più infornate.

3- Mandelsmassa

Una volta cotte tutte (devono essere marroncine e lucide) lasciarle raffreddare. Mentre le palline raffreddano fare la mandelmassa mescolando le mandorle tritate, lo zucchero e la tazzina di latte. A questo punto si riempiono le palline: tagliare la calottina di ogni palla e togliere un po’ di mollica con un cucchiaino. Aggiungere tutte le molliche alla pasta di mandorle, aggiungere un bicchiere di latte bollente e mescolare.

4- Pagnotte cotte

Riempire ogni pallina con la pasta così ottenuta.

Aggiungere lo zucchero alla panna fresca e montarla* finché non diventa molto ferma, e aggiungerla sulle mezze palline riempite con la pasta di mandorle (meglio sarebbe con il siringone da dolci, ma va bene anche con un cucchiaio). A questo punto rimettere la calottina e spolverare con zucchero a velo.

5- Panna montata al frullatore

*Momenti di panico, non avevo le fruste elettriche né voglia di montare a mano: ho sperimentato il montaggio in frullatore e la panna è venuta perfetta.

Cosa ho imparato cucinando questo piatto:

1) Evitare di togliere maldestramente il coperchio del frullatore mentre sta frullando
2) Non cucinare con il Mac accanto
3) Non cucinare con il Mac accanto soprattutto se si ha la tendenza a togliere maldestramente il coperchio del frullatore mentre sta frullando.

Buon appetito!

I.

5- Semlor pronti!