Kose kimike, Alfred Nobèl e rödkål

Via, oggi post storico. Mi c’è presa benone, e poi ho scoperto un fatto interessante che riguarda un personaggio svedese.

L’altro giorno infatti il mio brit-amico Philip mi ha raccontato la storia di Alfred Nobel e io ho sentito il bisogno di condividerla col mondo.

Alfred Nobel giovane

Alfred Nobel giovane

Innanzitutto, per chi se lo fosse chiesto almeno una volta nella vita, Nobel si pronuncia Nobèl. Io, prima di avere una seppur vaga idea sulla pronuncia dei cognomi svedesi, dicevo Nòbel; e lo dicevo come silenziosa vendetta personale contro l’anziana francesizzazione del tutto che affligge la mia famiglia, mia madre soprattutto.

Sono sicura che avete anche voi madri che prendono il tassì se non hanno trovato il metrò e che vanno su otmèil di defòl (anche se la parola che mi sconquassa i testicoli in misura maggiore è il rallì). Bene, Nòbel era il mio personalissimo modo di schierarmi.

Ora, capitemi, io non sono una fan dell’anglismo (ecco, per intendersi, gli sciampisti che si definiscono hairstylist mi fanno anche un po’ ridere), però il mio punto è questo: hai preso parole da chi, per una ragione o per un’altra, era più ganzo di te (di solito aveva anche parecchi più quattrini), che siano i francesi e le loro puttanatine snob, o gli ammerigani e le loro cugiate, sempre il cugino scemo sei, se no non avresti usato le loro parole. Perché ostinarsi a vivere nel passato? Gli americani hanno vinto gente, mi dispiace anche a me tanto ma è così.

È per questo che noi gggiovani parliamo l’inglese, mangiamo i pancake, suoniamo il rock and roll (o i più stinfi di noi il jazz) e guardiamo BrechinBed. Se fosse andata diversamente avremmo dovuto impararci una lingua dalla grammatica caccosa, avremmo suonato la balalaika, guardato qualche telefilm tristissimo con gente vestita di merda e mangiato brodaglie di sterco equino e barbabietole. Via, almeno per il cibo la guerra fredda ha avuto un esito conveniente.

Comunque tutto ‘sto pippone per dirvi che…?

Che avevo torto.

Alfred si chiamava Nobèl. Mamma avevi ragione. STAVOLTA.

FincheceguerracesperanzaPraticamente il Nostro nasce nel 1833 e cresce in una famiglia dedita al nobile mercato di armi&esplosivi come Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”. Alfredino quindi, pieno zeppo di piccioli familiari, riceve un’educazione molto sofisticata dimostrando spiccate capacità nella chimica. Gira per il mondo imparando tecniche chimico-belliche da vari paesi (tra cui Italia, Francia e Stati Uniti), mentre il solerte babbino arma la Russia fino ai denti per la Guerra di Crimea (evidentemente non abbastanza perché la Russia, lo si sa, ne uscì piuttosto malino).

Alfred torna a casa e perfeziona bombe su bombe, con aggiornamenti su detonatori e altre synpatiche cose, insieme ai dolci fratellini (tipo “I cugini Merda”), uno dei quali muore a causa di un’esplosione.

Ma insomma via, incidenti di percorso, gli altri fratelli Merda, Nobel incluso, continuano a creare strumenti di morte. In questi esperimenti Alfred è abbastanza scocciato dal fatto che la nitroglicerina sia particolarmente instabile e abbia la fastidiosa tendenza a scoppiare a caso, per cui, utilizzando polvere inerte composta da farina fossile, rende l’esplosivo solido, e quindi più maneggevole e stabile e meno pericoloso per chi ci traccheggia (non per chi ci deve morire scoppiato, ovviamente).

Et voilà. La dinamite, brevettata nel 1867.

Dinamite

Dinamite

Alfred è un divo a ‘sto punto, apre laboratori ovunque (anche in Italia) e diventa ricchissimo. Inventa poi anche la gelignite, già che c’è, un esplosivo gelatinoso ancora più stabile e potente della dinamite, e poi la balistite, la cordite, e altre stronzoliti varie, dimostrando che non ci sono ragioni scientifiche per cui le bottigliette d’acqua in aereo vanno buttate perché potrebbero essere esplosive, perché gli esplosivi sono in ogni forma.

Ma attenzione, nel 1888 muore un altro fratello.

KA-BOOM.

Questo episodio cambierà la vita di Nobel (e in un certo senso anche quella del mondo) forevah and evah.

Le Figaro infatti, sbagliando fratello, convinto della morte di Alfred, pubblica un necrologio molto aspro e critico, dal titolo Le marchand de la mort est mort, che continua con: “Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri”.

Nobel allora ha un’epifania (della serie, ti serviva il Figaro, perché da soli è difficile capire che le bombe fanno la bua) e, come se avesse visto lo spirito dei Natali futuri, vede come sarà ricordato dopo la sua morte.

Testamento di Alfred Nobel

Testamento di Alfred Nobel

Nel 1895 quindi sottoscrive il suo testamento: non appena morirò date tutte le mie immense ricchezze e il mio nome a un’istituzione che premi, stimolandola, la ricerca nella scienza e in tutte le discipline che rendono l’uomo l’Uomo.

Una paraculata alla svedese, via. Alla fine vediamo che la Svezia ce l’ha da diverso tempo questa cosa di essere enormi produttori e venditori di armi distruttive ma anche la pretesa di essere ricordati come grandi pacioccolosi pacifici (qui una riflessione sulla viKibelligeranza).

E parlando di chimica, la sapete una cosa figherrima che ho scoperto di recente? Si possono fare cartine di tornasole con il cavolo rosso.
Sì perché il cavolo rosso è ricco di flavonoli e antocianine, antiossidanti, solubili in acqua e usate un sacco per fare coloranti alimentari, ma soprattutto che cambiano colore mostrando l’acidità delle sostanze.

Vi spiego meglio con un esperimentino bellino: fate a pezzetti piccoli un cavolo rosso e fatelo sobbollire in acqua. Raccogliete l’acqua di cottura (che sarà diventata tipo porpora). Poi mettete questo liquido diluito con acqua in tanti bei bicchierini e mettete diverse sostanze per vedere il cambiamento di ph: tipo, con un po’ di succo di limone (ph 2-3) dovrebbe diventare molto rosso, mentre con un po’ di bicarbonato (ph 8) dovrebbe diventare blu, con l’ammoniaca (ph 10) dovrebbe diventare verde, e con la soda caustica (ph 12) dovrebbe diventare giallo. Insomma… GANZO!

phE il cavolo rosso non è solo chimicamente molto ganzo, ma è anche bono.

Ad esempio ci si può fare una sifiziousa ricettina con mele, cipolle e miele che rende il cavolo ‘nu babbà, e questo innanzitutto è un piatto immancabile nel buffet di Natale (per altri piatti vedi qui, qui, qui, qui, e qui), e poi è una buona scusa per far mangiare il cavolo ai bimbi.

Oddio, dipende che bimbi.

Io ho sempre avuto un’idiosincrasia per quelle famiglie che vanno al ristorante, e mentre mamma e babbo mangiano piatti “di ristorante”, ai bimbi vengono portate le penne alla pomodoro. Cioè no minchia, bordello.

Sarà che io da piccola, nelle rare occasioni in cui andavo al ristorante con i miei genitori, se il cameriere ignaro si azzardava a pronunciare “alla bimba?“, mi impuntavo stizzita e ribattevo con la vocina bianca: “la bimba ha letto sul menù del giorno ‘astice alla catalana’, ecco, quindi alla bimba le porti quello e delle tronchesine per spezzargli le chele, grazie”.

Le penne al pomodoro al ristorante… Tsè.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 st  cespo di cavolo rosso (circa 1/2 chilo)
  • 1 cipolla rossa
  • 1 mela
  • 3 cucchiai di miele
  • 2 cucchiai di  marmellata di ribes (o lamponi)
  • 1 cucchiaio raso di aceto di mele
  • 2 chiodi di garofano tritati (mezzo cucchiaino)
  • 1 dl  d’acqua
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.

PREPARAZIONE:

Tagliare il cavolo, la cipolla e la mela a pezzetti molto piccoli e metterli in una pentola grande.

Aggiungere il miele e la marmellata.

Aggiungere aceto, acqua e chiodi di garofano.

Coprire, mettere a fuoco basso e cuocere per minimo un’ora. Ma il concetto è che più cuoce e meglio è.

Aggiustare di sale e di pepe.

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Buon appetito!

I.

Gimme! Gimme! Gimme! A knäck after midnight

Non si può avere un blog sulla Svezia senza affrontare l’argomento Abba.
No, no, no, no, non si può.
E allora vai col nuovo articolo, anche e soprattutto perché l’ho promesso a Irene F., compagna adolescenziale di concerti e richieste di autografi di dubbio gusto, persa negli anni e poi ritrovata all’isola d’Elba.

Dunque, ognuno di noi conosce almeno una canzone degli Abba. Forse non proprio ognuno di noi, ma molti (me inclusa) si ritrovano talvolta sotto la doccia a cantare “Fernandooooo” usando la cornetta come microfono.Abba

I ritornellini degli Abba ti si piantano nel cervello in un modo tale che neanche una lobotomia sarebbe d’aiuto.

Perfino Madonna ha ceduto al fascino degli Abba riproponendo un campionamento di una loro canzone (quella che ha citato anche la sottoscritta per il titolo di questo post) nella sua Hung Up, leitmotiv della mia ubriachezza molesta la notte di Capodanno del 2005 sotto la porta di Brandeburgo assieme a tre miei amici.
Ma credo che i cazzi miei vi interessino in misura limitata, quindi torniamo a parlare degli Abba.

Gli Abba nascono nel lontano 1970, quando Agnetha Fältskog & Björn Ulvaeus, e Benny Andersson & Anni-Frid Lyngstad decidono di formare una band composta da una doppia-coppia canterina; la struttura chiastica con cui vi ho detto i loro nomi serviva a contenere la spiegazione sul perché del nome Abba, ovvero le iniziali delle due coppiette, anche se pare che il nome Abba sia stato anche un furbo stratagemmino usato per far sì che i loro album fossero sempre ai primi posti nei negozi di dischi.

Ad ogni modo, vuoi per lo stratagemmino, vuoi per due bionde mezze ignude che si sgolano su un palco, vuoi per le tutine di lustrini (indossate sia dalle summenzionate bionde, sia dai mariti), gli Abba hanno venduto oltre 375 milioni di dischi in tutto il mondo, e sono considerati tra i gruppi più influenti del pop internazionale.

Ecco, io personalmente non credo che gli Abba siano propriamente i Mozart del pop, quelli sono i Beatles (dei primi tempi, perché dopo abbandonano il pop per darsi alla genialità). Penso che la viKiband abbia inventato poco e che musicalmente non sia poi particolarmente creativa. Ma nessuno come loro trasmette energie positive sul mondo, questo va riconosciuto. Se il mondo è una merda, come è, una canzone degli Abba ti dà una carica diocristo, che poi vai a manetta.

E quindi a me stanno davvero simpatici.

Bene, per tornare alla loro storia personale, le coppiette si sfasciarono dopo poco e alla fine il gruppo si sciolse. Fu proposta loro una reunion nel 2000 per una tournée che avrebbe fruttato ai 4 biondi circa un miliardo di dollari… evidentemente non avevano problemi economici perché hanno rifiutato per “non deludere i fan”. No, bravi eh, per carità. Io per un miliardo di dollari prendevo la macchina e li mettevo sotto, i miei fan, ecco forse perché di fan non ne ho e vivo in un sereno anonimato.

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

Ad ogni modo, gli Abba furono i pionieri di tutto un filone di svedesi travestiti da anglosassoni che portò e continua a portare alla Svezia diversi soldini nell’esportazione di musica in tutto il mondo. Vi avevo già scritto questo post che parlava di svedesi insospettabili, ma vi rinfresco la memoria nel campo musicale: Ace of BaseRednexRoxetteThe CardigansEuropeAlcazar, The Ark, Meja, Eagle-Eye Cherry, The Hives, Emilia, e altri ottocento milioni che mi sto dimenticando.

Comunque, per tornare agli Abba

L’incontro primordiale nasce dai due uomini, che negli anni ’60 suonano entrambi in due gruppi non particolarmente affermati, ma comunque con un loro seguito; i due iniziano a collaborare musicalmente insieme nei tempi morti e continueranno per sempre, anche dopo la fine degli Abba, a dimostrazione del fatto che i veri amici non ti lasciano mai, la figa prima o poi sì.

Agnetha nel frattempo era già conosciuta per aver fatto la Maddalena nella versione svedese di Jesus Christ Superstar. Sì perché gli svedesi sono come gli americani, devono avere la loro versione di tutto, se no non capiscono.
Era particolarmente famosa in Germania e cantava spesso in concerti hippy svedesi. Durante uno di questi, tra un acido e un’ascella pezzata, aveva conosciuto Björn e se lo era sposato qualche anno dopo, per la gioia delle rivistacce sceme di viKigossip che documentarono maniacalmente il matrimonio un po’ come hanno fatto con la principessa Vittoria ai tempi nostri (se vi interessa sapere di più su quest’ignobile storia leggete qui).

Frutto dell'amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l'incendiaria

Frutto dell’amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l’incendiaria

Anni-Frid, l’unica non svedese del gruppo (perché come dimostrano gli Aqua, una topa norvegese ci sta sempre bene), si fece conoscere un po’ di più nella serata in cui in Svezia cambiò il senso di marcia automobilistico da sinistra a destra. Gli astuti governanti infatti quella sera organizzarono grandi concerti e spettacoli televisivi per convincere le persone a restare a casa davanti allo schermo evitando così di far loro prendere la macchina per poi spiaccicarsi nei pali.

Qualche tempo dopo, ad un concerto hippy anche lei, conobbe Benny e ecco gli Abba pronti e impacchettati.

Poi c’è stato il revival Abba anni ’90 grazie anche al musical Mamma mia! che io non ho visto perché nutro un odio profondo per ogni genere di musical. Ho provato a vedere anche Hair e Jesus Christ Superstar. No, non ci riesco. Se canti e balli, mi stai sul cazzo.
Però ammetto che è un problema mio.

I miei solerti lettori mi hanno giustamente ricordato che a Stoccolma l’anno scorso è stato creato: ABBA The Museum. Nasce come mostra itinerante e diventa un museo stabile, rientrando nel novero dei musei “non c’ho un cazzo da far vedere, beccati questo”, di cui la Svezia è piena, e di cui ho già parlato a proposito della famosa nave Vasa.
In questo museo, pensate, potete cantare e ballare in una cabina con ologrammi degli Abba indossando anche un’ologrammica tutina imbarazzante, e scaricare la vostra ignobile performance per poi condividerla sui social network per meglio esporvi al pubblico ludibrio.
Il mio modesto consiglio (poi fate come volete) è: andate a Copenhagen, compratevi una chilata di erba buona, portatevela a Stoccolma, fumatela prima di entrare e infilatevi nella cabina ologrammica. E poi mandatemi i vostri video e io li posto qui. Per favore.

Tornando a noi, normalmente si ritiene che gli Abba abbiano inventato uno stile. Sono ricordati sicuramente più per i completini che per i loro nomi di battesimo.
Si pensa spesso (credo almeno, io di solito non penso che le rivoluzioni siano fatte coi vestiti, ma nazionalpopolarmente lo si crede): “hanno voluto dare un segnale di rottura pur seguendo l’onda degli anni ’70”, “liberavano il corpo liberando anche ciò che lo comprimeva”, “i colori dei tessuti con cui si fasciavano rappresentavano gioia e serenità”.

Bene, no.

Gli Abba si vestivano da cazzoni per non pagare le tasse.

È una dura verità da accettare, ma è così. È difficile accettare che l’Italia sia fuori dai mondiali, che John Lennon sia stato ucciso, che Roberto Bolle sia gay, e quindi provate a ingoiare un po’ di Xanax e a mandare giù anche questa.

Il solerte Benny ha addirittura detto: “Nessuno si vestiva male come noi, ci vestivamo da idioti solo per non pagare le tasse”. Capito? Al vostro amico Benny le frange luccicose che voi trovate tanto sovversive FACEVANO CAGARE!!

costumiabbaSì perché in Svezia c’era (o forse c’è ancora, non so) una legge per cui i costumi di scena potevano essere detratti dalle tasse, e per qualificare un vestito come “costume di scena”, questo avrebbe dovuto suscitare una reazione del genere: “Cara viKiagenzia delle Entrate… Ti pare che io normalmente vo a giro con questa merda addosso?”.

Ecco perché i colori sgargianti, le vertiginose zeppe e tutte le mise degne dei migliori Cugini di Campagna.

Oltretutto il caro Benny aveva già avuto dei disagi con il fisco biondo, dal momento che pare avesse evaso tipo 10 milioni di euro.

Quindi, nulla, a parte queste storiacce, il piatto che vi illustro oggi non c’entra in realtà un cazzo con gli Abba, con l’evasione fiscale, con luglio, con l’estate, ma era un ottimo monosillabo che stava nella metrica del mio titolo.

Lo knäck è un dolcetto tradizionale tipico del Natale svedese (se volete altre ricette natalizie tipiche svedesi cercate “en riktig svensk jul” su questo blog) e deve il suo onomatopeico nome al fatto che quando lo mangiate vi sembrerà di tornare nel Medioevo per essere sottoposti alla tortura dello schiacciatesta, perché basta un morso di queste caramelle per frantumarvi gli alveoli dentari.
Si può porre rimedio aggiungendo molto latte alla ricetta e cuocendoli un po’ meno, però ecco, agli svedesi piace così.

Però se ciucciate e non mordete è buono. Sa di mou, anche se ho letto che è più precisamente un toffee, anche se poi non ho mai capito la differenza tra le due cose.

Dentisti del mondo, ringraziatemi per aver postato questa ricetta.

INGREDIENTI PER 10-15 KNÄCK:

  • 90 gr. di zucchero
  • 170 gr. di miele (o di sciroppo d’acero)
  • 2 dl di panna fresca
  • 90 gr. di granella di mandorle (o di nocciole). Se non la trovate già pronta spezzettate tutto voi con un coltello affilato.

* Servono 10-15 stampini da minicupcake!

PREPARAZIONE:

Mischiare lo zucchero, il miele e la panna in una pentola dal fondo spesso (così non si brucia tutto).

Portare a ebollizione mescolando e abbassare il fuoco appena bolle.

Far cuocere per 20-30 minuti finché diventa appiccicoso e marroncino (il tempo dipende da quanto è grande la pentola).

Per vedere se è pronto fare quella che gli svedesi chiamano kulprovet (hehe), che non è la prova del culo: prendere un bicchiere pieno di acqua fredda e un pezzettino piccolissimo di impasto bollente con un cucchiaino. Buttare l’impasto nell’acqua fredda e se si riesce a formare facilmente una palletta vuol dire che è pronta.

Spegnere il fuoco, aggiungere la granella di mandorla.

Versare tutto negli stampini da minicupcake facendo molta attenzione, perché il caramello bollente fa effetto napalm.

Mettere in frigo e far raffreddare per un paio d’orette.

Si conservano per un paio di mesi a temperatura ambiente.

Buon appetito!

I.

ViKimpulsi suicidi, invenzioni gialle e blu e knäckebröd

In Svezia di inverno fa freddo. Verità innegabile altresì lapalissiana. Fa freddo e fa buio, e questa condizione spinge a passare molto tempo senza sapere cosa cazzo fare.

Secondo la mia teoria (che non ha nessuna pretesa di veridicità, ma che mi piaceva parecchio), non sapere che cazzo fare può portare a grandi linee a due soluzioni, con tutti i sottogeneri del caso: 1) l’annullamento 2) la creatività pratica.

Parlando di Svezia molti di voi penseranno a enormi e biondi suicidi di massa, a gente che per non sapere come ammazzare il tempo, ammazza se stessa. Bene, un altro stereotipo svedese è destinato a crollare.

cappioGli svedesi non si suicidano.

No, cioè, non è che sono geneticamente impossibilitati a farlo, qualcuno si suiciderà anche, ma l’idea che sia gente mediamente predisposta all’autoeliminazione è falsa.

Hanno voglia di farla finita discretamente più che in Italia, questo è vero, ma rientrano nella media europea, più o meno allo stesso livello dei francesi (ah, tra l’altro, ungheresi, mi dispiace per voi, cercate di tirarvi un po’ su).

L’idea che avete (e che avevo anche io prima di aver fatto ricerche in proposito) rappresenta un classico sintomo del morbo di “stronzata che si diffonde a macchia d’olio“, pandemia ahimé molto comune nella storia: viviamo di fiori di Bach, di teorie del complotto sulle scie chimiche, prima c’erano gli ebrei tirchi e poi i comunisti che mangiavano i bambini…
Nata negli anni ’60, questa leggenda metropolitana è risultata particolarmente coriacea, e fa fatica a morire.

L’iniziatore di tutto ciò fu nientepopodimenoché il presidente Eisenhower che, da buon repubblic-anal (cit. il mio amico Glavast), incoraggiando l’iniziativa privata mal sopportava le richieste di welfare che lo stupido popolo chiedeva a gran voce.

Erano gli anni ’60, più o meno, e ricercatori svedesi avevano da poco raccolto dati statistici sulla media nazionale dei suicidi, e Eisenhower, a coloro che dicevano “Maaa, un po’ di stato sociale? No?” rispondeva “Avete visto in Svezia?! Hanno fatto un super stato sociale e la conseguenza è che si suicidano tutti. Via, via, si sta bene così”.

Questa frase è piaciuta, è stata ascoltata, è stata digerita e ripetuta da generazioni, e la diciamo anche noi.

Il cazzaro Dwight D. Eisenhower (1890-1969)

Il cazzaro Dwight D. Eisenhower (1890-1969)

Grazie mass media e libertà delle informazioni (del cazzo).

Tornando al discorso principale, l’altra alternativa al rompersi le balle, dicevamo, è la creatività pratica. E su questo, in relazione alla Svezia, voci particolari non girano.

E invece dovrebbero girare, perché signore e signori gli svedesi hanno inventato TUTTO.

E qui parto con una carrellata in ordine sparso di svedesate che ci migliorano la vita (o no, ma comunque sono scoperte scientifiche):

  • Chiave inglese = chiavi per sbullonare e svitare erano già state inventate più o meno dovunque, ma quella con la rotellina regolabile fu creata dall’ingegnere inglese Richard Clyburn. E allora perché dovrebbe essere un’invenzione svedese se si chiama “chiave inglese” e l’ha inventata un inglese? Perché uno svedese gli ha inculato il brevetto, tale Johan Petter Johansson, nel 1891.
  • Schermo piatto LCD = possibile grazie alla scoperta di Sven Torbjörn Lagervall, che nel 1979 scoprì i cristalli liquidi ferroelettrici.
  • Cinture di sicurezza a tre punti = ovvero non come quelle dell’aereo, che se inchiodi ti spacchi lo sterno sul volante, ma che bloccano tutto il torace. Ideona di un tecnico Volvo, Nils Bohlin.
  • Cuscinetto a sfera = anche qui, diatribe. Perché se proprio vogliamo, un disegnetto di Leonardo da Vinci dimostra che qualcuno leggermente prima di Sven Gustav Wingqvist ci aveva già pensato.
  • Tetra-pak = cartoncino rivestito di plastica per imballaggi impermeabili molto economici e eco-friendly: più leggero quindi meno trasporti, di carta quindi meno emissioni di gas climalteranti (anche se più alberi tagliati per fare la carta, quindi boh, io con gli ecologisti non ci capisco mai una sega).
  • Dinamite = invenzione di Alfred Nobel, il tizio del premio. Meno pericoloso della nitroglicerina precedentemente usata, in quanto composto granulare stabile e non liquido sensibilissimo a scosse e variazioni termiche.
  • Skype = software freeware che, grazie a un sistema basato su network peer-to-peer, vi permette di parlare e allo stesso tempo mostrare le chiappe ai vostri amici a video se vivete in Australia, o di fare sesso virtuale col/la vostro/a moroso/a (o anche con qualcuno a caso, perché no) che si trova fuori dalla vostra portata.
  • Pacemaker = la prima versione effettivamente impiantabile, che stimolava i ventricoli cardiaci con degli elettrodi a stimolazione fissa, è del 1958, e si deve ai chirurghi svedesi Rune Elmquist e Åke Sennin.
  • Cerniera zip = al prototipo ci aveva già pensato l’americano Withcomb Judson, ma era un meccanismo difettoso (chissà per voi maschietti come sarebbe stato mettersi i pantaloni senza le mutande quando c’era ancora questo meccanismo molto inaffidabile e impreciso). Gideon Sundbäck fece allora come “Sono il signor Wolf, risolvo problemi” e tac, perfetta, pulita, precisa.
Cuscinetti a sfera © by Leonardo da Vinci, XV century

Cuscinetti a sfera © by Leonardo da Vinci, XV century

Quindi sì, gli svedesi quando si rompono studiano l’ambiente circostante e inventano.

E qui veniamo a noi, perché gli svedesi, oltre a queste simpatiche cose, hanno creato anche lo knäckebröd, il pane di segale croccante (dal verbo knäcka, “crocchiare” giustappunto).

Fondamento dell’alimentazione svedese, che sta alla pasta per gli italiani, alla patata per gli irlandesi, al tè per gli inglesi, alla merda fritta per gli olandesi, lo knäckebröd viene preparato in Svezia dal 500 a.C.
Cioè, quando ancora in Svezia non avevano una lingua scritta (le rune sarebbero comparse 300 anni dopo), lo knäckebröd C’ERA.

E continuano a sfondarcisi (e, va da sé, ne hanno ottomila varianti). E non so che potere abbia questo pane secco che ricorda un po’ il mangime per pappagalli, ma oh, quando sei in Svezia lo devi comprare. Magari ti fa cagare eh, ma garantito, esci da un supermercato svedese e ce ne hai il carrello pieno.

Inoltre lo knäckebröd rappresenta perfettamente la creatività pratica svedese di cui sopra: le bollicine d’aria all’interno della pasta, che rendono il pane croccantissimo e fanno sì che duri per secoli, in origine erano create aggiungendo neve o ghiaccio all’impasto; queste poi durante la cottura evaporavano e ci lasciavano l’aria dentro, e qui vedi che la Svezia fa l’uomo creativo.
Ora le bolle sono introdotte meccanicamente, in modo più igienico e meno baVbaVo, ma la croccantezza è la stessa.

La forma tradizionale è quella di cerchi di pane con un buco dentro, tipo ciambelle piatte e secche, perché così venivano impilati su dei bastoni e ce ne stavano tantissimi. Ora non è necessario, vengono venduti anche a rettangoli normali, però la forma tradizionale piace, e trovate nei viKisupermercati anche i cerchioni col buco in mezzo.

Lo knäckebröd tradizionale dalla classica forma "a ciambella"

Lo knäckebröd tradizionale dalla classica forma “a ciambella”

Sopra questo pane ci sta bene il salmone, l’aringa, il formaggio, le salse strane, etc. Sono sostanzialmente crackers dalla consistenza più cementizia per via della segale, quindi sopra ci sta bene quello che sta bene sui crackers.

Confesso che a me manca il vero viKiclassicone: fetta di knäckebröd con burro salato sopra a profusione. Me ne accorgo solo ora che ne parlo. Mi manca.

INGREDIENTI PER 10/15 FETTE:

  • 25 gr. di lievito di birra
  • 2,5 dl di acqua
  • 1 cucchiaio di sale grosso
  • 240 gr. di farina di segale
  • 145 gr. di farina di grano tenero 00
  • 2 cucchiaini di miele

PREPARAZIONE:

Spezzettare il lievito e aggiungere l’acqua a 37°C. Aggiungere il sale e il miele. Aggiungere la farina (l’impasto dovrebbe risultare appiccicoso).

Fare una palletta, spolverare sopra la palletta un paio di cucchiai di farina e lasciar riposare in una ciotola con la pellicola trasparente per una notte.

Dividere la pasta in una decina di pallette più piccole, infarinare un piano con abbondante farina di segale e stendere la pasta, una palletta alla volta. Dovrà essere finissima, un paio di millimetri di spessore.

Usare una ciotola per fare delle forme tonde. Se vi piace il buchino nel mezzo ricavatelo da una tazzina da caffè o un bicchierino. Con una forchetta, bucherellare la superficie.

Cuocere su carta forno in forno già caldo a 250°C per circa 6-8 minuti (controllare attentamente perché ci vuole molto poco per bruciare tutto).

Lasciar raffreddare su una griglia.

Buon appetito!

I.

Avanti popolo! Bamse e gli honungsflarn.

Aujourd’hui il piatto che vi propongo sono gli honungsflarn, ovvero dei buonissimi biscottini al miele

E’ una ricetta elementare, anche perché non c’è il lievito, quindi non c’è la menata di aspettare, coprire, non fare casino nella stanza dove lievita la pasta, etc. Si mischia, si inforna, si mangia. Olé.

Con lo zucchero a velo non si creano grumi, e il miele poi non li rende troppo dolci, resta come retrogusto ma senza essere stucchevole, e in più fa sì che la pasta sia morbida ed elastica e facile da lavorare.

Occhio alla cottura! Come tutti i biscotti che si rispettino, può capitare che in un forno bastino 2 minuti, in un altro 6, e così via. Ovviamente dipende anche dallo spessore, ma secondo me dipende anche dai forni. Comunque basta affidarsi alla prova empirica guardando la cottura per la prima infornata, registrare e ripetere. Io una mandata l’ho bruciata, ma mi consolo perché è un’inevitabile certezza: almeno qualcuno uscirà carbonizzato, fatevene una ragione, (tanto la ricetta che vi scrivo è per 97 biscotti -contati uno per uno-, quindi anche se 7 o 8 vanno a puttane, ci può stare, no?).

Bene, dopo avervi dato i classici consigli di tipo materno, ovvero intrinsecamente inutili, della serie: “non perdere le chiavi”, “se hai fame mangia”, and so on, and so on (infanzia difficile), vi passo a parlare dell’ingrediente principale, ovvero il miele.

Mia madre (quella di cui parlavo sopra, quella dei consigli superflui come i peli sotto le ascelle) mi ha attaccato la paranoia del miele italiano. Da Chernobyl infatti non si è più ripresa, povera donna. No, no… non nel senso che ha una coda di macaco in mezzo agli occhi o i denti sui gomiti, ma nel senso che per il miele c’è andata in crisi, e quindi dall’86 compra solo miele 100% italiano, e siccome io ho la capacità di farmi attaccare le paranoie come l’influenza, lo compro anche io. Grazie mamma per un’altra turba mentale che ho aggiunto alla lista per colpa tua.

Ma tralasciamo i drammi familiari e continuiamo sull’argomento miele.

Un dolcissimo svedese intrippato con il miele è Bamse, Världens starkaste björn, ovvero l’orsetto più forte del mondo.

Bamse fu creato negli anni ’60 da Rune Andréasson, ed ebbe subito un grande successo: è un piccolo orsetto marrone, che diventa il più forte del mondo quando mangia il Miele del Tuono della nonna (Farmors dunderhonung), e lo fa sempre per aiutare i deboli contro i potenti. Bamse vive su una collina (tra l’altro disegnata da Andréasson dopo una vacanza in Italia e dopo essere stato folgorato da Taormina) con i suoi amichetti (tra cui un gattino tanto carino che si chiama Jansson come il mio fidanzato).

Bamse con il suo Miele del Tuono

Comunque può sembrare un banale fumetto per bambini ma non lo è: la serie nel tempo ha trattato di argomenti molto seri, come bullismo, razzismo, abuso sui minori, disabilità, alcolismo, traffico d’armi, xenofobia, etc. schierandosi apertamente su posizioni antimilitaristiche, animaliste, di responsabilità sociale, di eguaglianza, contro l’ignoranza e i falsi miti (es. ha apertamente criticato l’astrologia), e sull’importanza della conoscenza per combattere gli affamatori del popolo.

Uno dei cattivi sarebbe infatti un topo ricchissimo e avido, simbolo del capitalismo, che compie ogni azione per soldi, e va da sé che le azioni che compie sono sempre nefande (amo la parola ‘nefando’) e dirette contro i poveri animaletti abitanti della collina, che chiedono così aiuto al Che GueBamse.

“Bene, se non fate come dico io, chiudo la galleria. Arrivederci!”. Vediamo qui rappresentato un fenomeno noto come serrata, dove il padrone chiude baracca e burattini e si rifiuta di cacciare soldi se gli operai non accettano tutto quello che lui vuole. In Italia (ma non in Svezia) la serrata è fortunatamente un illecito sindacale (art. 28 Statuto dei Lavoratori).

Quindi i fremiti del ’68 colpirono duramente (e giustamente, direi) anche il fumetto, e Bamse iniziò ad essere visto come un cospiratore, come un sobillatore: fu apertamente ‘accusato’ di essere un comunista, perché i suoi slogan come Många små svaga tillsammans kan besegra den starke, “tanti piccoli e deboli possono distruggere il forte”, facevano temere la ridente socialdemocrazia, che per colpa di uno stupido orsetto vedeva smascherate tutte le sue stronzate nell’armadio (o forse erano scheletri).

Addirittura studenti universitari scrissero tesi per affermare questo orientamento politico di Bamse, orsetto rosso che esaltava i regimi comunisti (ecco però, voi immaginatevi questi professori poverini, che dovevano mettersi a discutere una tesi su uno pseudo Topolino… io avrei bocciato tutti senza pietà), etc…. Povero Bamse, mammamia.

Nel 1988 ci fu un altro albo che fece scandalo: si voleva condannare l’uso di droga, e si presentarono tre figure chiamate Eragord, Nifrom e Nioreh (leggetele un po’ al contrario) che offrivano una strana bevanda fatta di fiori alla tartarughina, che dopo aver bevuto iniziava a volare su nuvole rosa e ad avere la cosiddetta botta del giaguaro, sostanzialmente. Allora ci fu una sollevazione popolare di genitori incazzati (tipo quella dei Simpson “perché nessuno pensa ai bambiiiiiniiiiii?”), insegnanti incazzati, tutti incazzati.

Comunque nel 2004 Andréasson morì, e Bamse, come da prevedere, si annacquò, per la buona pace della classe dirigente svedese. Addirittura il suo creatore aveva assolutamente proibito che Bamse avesse una schiera di merchandising con il suo marchio, per evitare che fosse commercializzato, mentre invece oggi abbiamo: dentifrici, spazzolini, shampoo, balsami, creme solari, chewing gum, un gioco per Game Boy, un gioco per PC, un gioco per Nintendo DS/DSi, una sala per bambini in una grande catena di hotel svedesi, una collezione di vestiti del marchio Lindex,  e… al colmo dell’umiliazione, la catena svedese di fast-food chiamata Clock (che non ha retto alla concorrenza dei colossi yankee e ha chiuso), aveva addirittura il Bamse Meal… Che bruttissima fine… Un po’ come Gorbaciov che pubblicizza Pizza Hut.

Bene, dopo questa storia tristissima di crollo di ideali, e omologazione del primo mondo, e logica del potere e del denaro, passo a illustrarvi la ricetta di oggi.

Le quantità prendetele con le molle, perché dipende dalla consistenza che volete per la pasta, io ad esempio ho aggiunto della farina, regolatevi un po’ a occhio, tanto i biscotti sono buoni sempre. Ah, se non volete passare i prossimi 4 giorni a mangiare honungsflarn potete anche dimezzare le dosi.

Sono buonissimi cosparsi di honungsnötter, ovvero miele + noci, mandorle, nocciole, arachidi, anacardi (insomma, la frutta secca che si mangia a Natale). Sostanzialmente prendete le nötter (ovvero la frutta secca) che volete, le fate a pezzi piccoli ma non troppo, tipo granella, e poi aggiungete il miele finché non ha la consistenza che vi piace. Io non l’ho aggiunta ai biscotti perché sono una deficiente e me lo sono dimenticata, ma voi fatelo perché secondo me ci sta benissimo (consiglio fuori tema: provate la honungsnötter anche su macedonia e gelato alla vaniglia).

Questi biscottini sono ottimi da servire con tè e caffè e anche con il gelato, se li fate sottilissimi come una cialdina. I golosi svedesi raccomandano anche questa simpatica soluzione: prendere biscotto 1, spalmarlo di nutella o marmellata, prendere biscotto 2, sovrapporre biscotto 2 a biscotto 1 farcito = mini sandwich di biscotto.

Come sono creativi questi svedesi!

INGREDIENTI PER 97 BISCOTTI:

  • 200 gr. di burro
  • 125 gr. di zucchero a velo
  • 250 gr. di farina
  • 4 cucchiai colmi di miele
  • 2 uova
  • 5 cucchiaini di zenzero

PREPARAZIONE:

Riscaldare il forno a 200 °C.

Far sciogliere il burro in un pentolino e aggiungere tutti gli ingredienti. Rovesciare su un piano infarinato e lavorare bene la pasta con le mani.

Stendere la pasta in uno strato sottilissimo e fare dei biscottini con una tazzina da caffè.

Mettere su carta da forno e sopra una teglia e infornare. Cuocere per 3-5 minuti, girare i biscotti e cuocere per altri 3-4 minuti.

Far raffreddare.

Honungsflarn pronti!

Buon appetito!

I.