Finché la barca Vasa lasciala andare: plankstek, musei e scontri culturali

La plankstek. Bona. Strabona. Eccessivamente ricoperta di bearnaisesås ma, a parte questo, bona.

E poi bellina da morire. Infatti, a mio modesto parere, se preparate una cenetta romantica e servite la plankstek al/lla vostro/a ciccipuccioso/a, guadagnerete tanti punti.
Ecco, magari la bearnaisesås e la birra le lasciamo ai baVbaVi, io vi consiglio di sostituire la salsa con un semplice giro d’olio a crudo (olio bono, non quello del Lidl) e la birra con un Brunellino, perché se fate una cenetta romantica, la dovete fare per bene. Altrimenti se avete i braccetti da T-Rex, Chianti, ché tanto cascate sempre bene. Comunque anche il vino bianco ci sta benissimo.

In realtà non è un piatto particolarissimo… è un’entrecôte cotta nel forno, però è servita in un modo talmente figo che alla fine diventa un piatto con una sua dignità formale.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Dunque, innanzitutto è una ricetta di derivazione transilvano-ungherese. Ispiratore della svedese plankstek è infatti il fatányéros, ovvero un gran casino di carni varie servite su una specie di tagliere di legno.

I viKi hanno mantenuto l’uso dell’affare di legno su cui servire il cibo, ma hanno introdotto delle stilosissime modifiche, come usare soltanto una raffinata costata di manzo invece che le carcasse di tutta la Vecchia Fattoria al completo, e creare una guarnizione di verdure di accompagnamento troppo carina, ovvero pomodorini al forno, patate duchessa tutto intorno al piatto, e fagiolini (o a volte asparagi) legati da una striscina di bacon. Sfizioso, n’est-ce pas?

Poi sì, essendo Germa, hanno anche dovuto smerdare il tutto versandoci sopra un litro di salsa bernese. Dilusione forte, dilusione di diludendo.

Erano riusciti addirittura a metabolizzare un’altra tradizione gastronomica, farla propria apportando modifiche ed avere come risultato un piatto serio… e poi si sono emozionati e hanno rovinato ogni cosa. Come gli spettacoli dei bambini piccoli, no? che magari sono stati bravissimi fino quasi alla fine, ma prima dell’ultima scena iniziano a piangere tutti proprio per la tensione di essere stati bravi.

Ce l’ho messa anche io la salsa bernese, perché ho voluto fare un blog di cucina svedese, e ora pedalo. Però voi non fatelo, davvero.
Poi io dovevo fare la spesa velocemente e non ho trovato la costata, quindi ho preso il filetto, ma quello è un problema mio.

La prima volta che ho scoperto la plankstek ero a Stoccolma, ed era una giornata uggiosa. Era una delle primissime volte che andavo in Svezia, forse addirittura la seconda, e quel giorno due cose non mi piacquero.nobirra

La prima: avevo bisogno di vino per la plankstek. Era proprio un richiamo della natura. Io la birra con la carne buona non la bevo, mi dispiace, non ce la faccio.
E allora volevo una bottiglia di rosso.
Bene, un vino discretamente buono che qui al ristorante costa al massimissimo 12-15 euro lì ne costava 35. Per cui per la modica cifra di 22 euro presi il vino più economico. Ma pensavo che fosse tipo vino della casa, qualcosa di non eccelso ma bevibile…
Nein.
Odore di smalto per unghie e sapore di acido trifluorometansolfonico. E soprattutto, e io questo non glielo perdonerò mai, TAPPO A VITE.
Ora io lo so che c’è chi dice che il tappo a vite sigilla come il sughero (anzi, forse meglio), e quindi si potrebbe usare anche quello. Ma io sono una reazionaria. Io in una boccia di vino ci voglio un cazzo di pezzo di sughero. Lo screw cap mi sa di lambruscaccio della Coop da 1,80 per due litri di bottiglia.

La seconda: il museo Vasa.

Ora, mi spiego meglio. Non è che il museo Vasa non mi piacque. Ma è la sproporzione tra la sostanza e l’immagine che si vuole dare che mi ha lasciato basita.

Ecco, io credo che la cultura media (ma diciamo pure la fascia mediocre, più che quella media) della Svezia e dell’Italia siano opposte l’una all’altra. In Italia siamo abituati a cospargerci il capo di cenere per tutto, anche su cose per cui dovremmo gongolare. In Svezia sono abituati a glorificare tutto, anche cose per cui dovrebbero tacere.

Esempio, prendete una ventina di persone a caso in Italia e chiedete: “Com’è il sistema sanitario nel tuo paese?”. Io credo che risponderanno tutti “Una merda”, nonostante sia il secondo migliore del mondo per qualità dopo quello francese, e allo stesso tempo uno tra i meno costosi.

Se la stessa domanda la fate in Svezia credo che vi risponderanno in media “Il migliore del mondo”, nonostante sia messo molto male.

Ognuno dei due approcci ha lati positivi e lati negativi.

L’approccio italico è intellettualmente vivace, in un continuo dibattito dialettico tra ciò che il potere costituito propone e ciò su cui invece il singolo deve essere vigile, prima di ogni altra cosa. L’individuo non deve farsi fregare da “loro”.
Questo approccio stimola l’autoanalisi e anche l’intelligenza, però non porta assolutamente a niente.
A posto con la propria coscienza combattiva (quella del “Ahaaaa, lo sapevo io!”) quando trovano falle nel sistema (e se le cerchi le trovi sempre, anche in Svezia), gli italiani si adagiano e adattano alla fallacia, vanno allo stadio, guardano Barbara d’Urso e bona lì.

L’approccio svedese è intellettualmente morto. La palestra cerebrale del “cerco sofisticamente di capire tutto e il contrario di tutto”, ho i sensi all’erta e il mio spirito critico prude incessantemente, è completamente assente. Mamma Svezia fa bene anche quando fa male, piccinina e io viKi faccio l’accordo con lei di non cagare troppo la minchia e non andare a cercare gli scheletrini negli armadi IKEA.
Ma se mamma Svezia si azzarda a fare troppo la furba e uno scandalo viene fuori anche se io non ho voluto indagare, e io capisco che l’immagine del mio mondo Polly Pocket fatto di cagnolini col pelo di Perlana e bambine su biciclette rosa è messa in discussione, non va assolutamente bene. I panni sporchi si lavano in famiglia, non ci sono cazzi. Perché io a come appare mamma Svezia nel mondo ci tengo, e tanto. E quindi alla fine sviluppo un senso civico sereno, magari anche illuso e paraculo, ma che alla fine mi permette di vivere in un paese che complessivamente funziona (per gli svedesi almeno, per gli immigrati non ne sarei così sicura).

Il Vasamuseet

Il Vasamuseet

Ecco, il Vasa rappresenta tutto questo.

Sostanzialmente la storia del museo Vasa è questa:

“Nel ‘600 costruiscono un galeone per il re Gustavo II Adolfo Vasa (discendente peraltro di quello che sta sempre di tra i coglioni, ovvero quello che si preoccupa per il carico di biscotti in mare, che non ha inventato il glögg ma si dice comunque che lo abbia fatto, che sobilla i bifolchi svedesi per combattere i danesi, che ha dato il nome ai crackers, insomma, un regale Chuck Norris svedese) e lo costruirono con le chiappe.

Nel 1628 la Regalskeppet Vasa, ovvero questo sproporzionato barcone, salpa, e appena tira un po’ di vento affonda durante il viaggio inaugurale.

Nonostante affondata a una profondità di circa 30 metri, la nave è stata recuperata soltanto nel 1961.

I lavori di restauro, fatti da dio solo sa chi, hanno per circa una ventina d’anni previsto l’uso di borace e acido borico, che hanno mangiato il legno, e tantissime parti hanno dovuto essere ricostruite. Poi hanno capito che stavano rovinando tutto.

Si è deciso di fare un museo per questa nave nel 1981, che è stato inaugurato soltanto 10 anni dopo.

15 euro di biglietto, 12 per gli studenti.”

Ecco, voi come lo commentate tutto questo? Io lo definirei: figure di merda all’ennesima potenza.

Schermata 2013-05-18 a 16.42.30Ecco, ora invece vi copio la storia del galeone così come descritta dalle didascalie del museo Vasa:

“Stoccolma è degna di essere visitata anche solo per ammirare il Vasa.

Il 10 agosto 1628, una flotta di navi da guerra reali salpò dal porto di Stoccolma. Tra esse giganteggiava il Vasa, da poco varato e battezzato in onore della dinastia regnante. La solenne circostanza fu sottolineata con la salva sparata dai cannoni del vascello, che sporgevano dai portelli aperti su entrambe le murate.

Mentre il maestoso vascello si faceva largo lentamente verso l’imboccatura del porto, una raffica di vento levatasi all’improvviso lo investì in pieno. Il Vasa ondeggiò, tuttavia riuscì a raddrizzarsi nuovamente. Ma nulla potette contro una seconda raffica folgorante, che lo piegò su uno dei suoi fianchi. L’acqua penetrò attraverso i portelli dei cannoni aperti. Il Vasa colò a picco sul fondo, portando con sé almeno 30, forse 50, delle 150 persone a bordo.

Dopodiché, ci vollero 333 anni prima che il Vasa rivedesse la luce.

A quel punto l’attenzione si riversò completamente sulla conservazione del vascello. Un relitto rimasto sommerso così a lungo non poteva essere lasciato senza le cure appropriate. Altrimenti, con il passare del tempo, sarebbe caduto inevitabilmente a pezzi. All’inizio, mentre gli esperti studiavano il metodo di conservazione più adatto, il Vasa veniva spruzzato regolarmente con acqua dolce. Infine, il conservante scelto fu il glicole polietilenico (PEG), un prodotto cereo idrosolubile che penetra lentamente nel legno sostituendo l’acqua.

A causa dell’inquinamento, le acque del porto di Stoccolma erano ricchissime di zolfo. Lo zolfo si infiltrò nel legno del Vasa nei lunghi anni d’immersione. Oggi lo zolfo reagisce con l’ossigeno formando acido solforico. Quest’acido attacca il legno, tuttavia è assolutamente innocuo per i visitatori del museo [no ecco, ora, sicuramente qui sarà in concentrazioni tali da essere innocuo, però tengo a specificare che l’acido solforico non è innocuo per nessuno, nemmeno per i visitatori del museo Vasa].

I bambini entrano gratis, forti sconti per gli studenti.”

Ecco capite allora che non è tanto la realtà delle cose, ma come uno se le racconta. E loro se le raccontano bene, data l’impressionante quantità in Svea Rike di musei del menga, cosa che ha notato anche il mio amico dok, che è stato poi l’ispiratore di questo post e lo ringrazio di questo.
[E già che sono in fase di ringraziamenti, un grazione speciale va a Gianluca per la foto, a Denise per la composizione, e a Lorenzo & Marco per aver mangiato].

Addirittura una mia amica svedese quando siamo andate insieme al Vasa ha avuto il coraggio di dirmi: “Il Vasa è bellissimo, sono contenta che ci andiamo perché questo è un museo unico, scommetto che in Italia di queste cose non le trovi…”. Con tanto di strizzata d’occhio.

carotaE però ha ragione lei, minchia! In Italia trovo gli Uffizi, il Palazzo Ducalela Galleria Borghese e altri milioni di cose che neanche noi del Belpa conosciamo, da quante ce ne sono (ad esempio io ho scoperto molto recentemente, troppo recentemente, che qui a Livorno, oltre a mestizia ed ignoranza, ci sono anche un Beato Angelico e un Vasari), ma la capacità di valorizzare ogni cosa che capita a tiro non la trovo, non la troverò mai.
Il riuscire a trasmettere bellezza e a raccontare una storia interessante su pochi elementi concreti, o comunque su elementi di poco valore, e non solo, ma far persino pagare alla gente 15 euro per starla anche ad ascoltare questa storia, in Italia non esiste.

L’Italia è il paese a cui crolla la Schola Armaturarum con decorazioni e ornamenti del primo secolo dopo Cristo; la Svezia è il paese che te la pompa a mille per una nave che ha fatto due metri e è andata giù come un povero stronzo con un sasso al collo.

Chissà poi alla fine chi lo vince questo Kampf der Kulturen

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per le patate duchessa:

  • 1 kg. di patate farinose
  • 2 dl. di panna fresca
  • 10 gr. di burro
  • 2 tuorli
  • 15 gr. di Västerbottensost grattugiato (sostituibile con Parmigiano)
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.
  • noce moscata q.b.

Per il resto:

  • 4 costate di manzo da 200 gr. circa l’una
  • sale
  • pepe nero
  • 15 gr. di burro
  • 140 gr. di fagiolini
  • 4 strisce di bacon
  • 4 pomodorini
  • un cucchiaino di olio d’oliva
  • 8 cucchiaiate abbondanti di bearnaisesås
  • prezzemolo
  • dragoncello

PREPARAZIONE

Preparare le patate duchessa: sbucciare e tagliare le patate a pezzetti piccoli e bollirle in acqua salata già bollente per circa 15 minuti.
Scolarle bene e spiaccicarle tutte. Aggiungere la panna e il burro e mescolare energicamente fino ad ottenere un purè abbastanza liquido ma non troppo. Aggiungere i tuorli ed il formaggio grattugiato e aggiustare di sale, pepe e noce moscata.

Cospargere la carne di sale e di pepe su entrambi i lati e scottarla nel burro per circa 30 secondi per lato in una padella già calda.
Mettere in un piatto la carne e farla riposare sotto la carta d’alluminio.

Preriscaldare il forno a 250 °C.

Sbollentare i fagiolini nella padella ancora imburrata dove avete passato la carne per una decina di minuti. Fateli riscaldare e divideteli in quattro gruppi. A questo punto avvolgete una fettina di bacon attorno ad ogni gruppo (magari cercando di fare un nodino, così non verrà via).

Con uno stuzzicadenti fare qualche buchino nei pomodori.

Adesso dovrete fare in modo di comporre i piatti in due teglie che saranno anche i piatti di portata, per cui prendete due teglie piccoline che possano andare nel forno ma che siano anche gradevoli esteticamente parlando.
Se non ce le avete potete comporre un finto piatto dentro la carta da forno, cuocerlo e poi servirlo pari pari nel piatto. Sarà bruttissimo avere la carta da forno nel piatto ma insomma, vi accontentate.
Se poi avete proprio la piastra di legno lavica, o di ghisa, o di sale rosa, etc. siete troppo avanti e componete tutto lì (in questo caso fate scaldare una decina di minuti anche la piastra).
Se è troppo complicato per voi cuocere e servire nello stesso posto, fate le patate duchessa a parte e aggiungetele al piatto di portata solo in un secondo momento. Io ho fatto così, ad esempio.

Componete la teglia in questo modo: aggiungete il pezzo di carne, sopra al pezzo di carne mettete i pacchettini di fagiolini e il pomodorino al lato (io vi dico come dovrebbe essere, ma poi invece ho fatto come mi pareva).

Inserire il purè in una sac-à-poche e comporre dei fiocchetti di patata (come quelli che si fanno con la panna) tutto intorno alla carne.

Cospargere i pomodori e i fagiolini con un pochino d’olio e mettere nel ripiano più alto forno.

Lasciare finché le patate non avranno un bel colore dorato (circa 20 minuti).

Cospargere la carne con due belle cucchiaiate di salsa bernese, prezzemolo tagliato fine e dragoncello, e servire immediatamente.

Buon appetito!
I.

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De potione cafearia ovo immisso: caffè all’uovo, moralismo protestante e chiesa svedese

Allora, devo premettere due cose:

1) Questo post tratta di Chiesa e religione. Questi sono temi caldi e di solito fanno incazzare la gente, lo so. Però ormai conoscete il tono del mio blog, e se non lo conoscete allora ribadisco il concetto: io non rispetto niente e nessuno, non l’ho mai fatto e non ho intenzione di cominciare proprio adesso, quindi se vi offendete sono problemi vostri, io vi ho avvertito.

2) La ricetta che vi propongo è una variante sofisticata del famoso caffè spiscioso, per cui il 99% di voi italici ci sputerà sopra, però capite meglio di me che non si può affrontare un discorso sulla cucina nordeuropea senza accennare allo sciacquone che viene dai viKi coraggiosamente definito kaffe.

Ora io faccio la splendida, ma ammetto che quando stavo a Copenhagen lo sciacquone mi ha definitivamente conquistata, e da allora io adesso appena mi sveglio lo esigo… l’espresso prima di pranzo non lo tollero più.

Ma io ho tanti problemi, lo si sa: sono riuscita a farmi piacere la pizza-kebab, a nutrirmi senza problemi in Inghilterra e ad amare il cibo scozzese. Diciamo pure che se non fosse così, voi ora non sareste lì a leggere un blog di cucina svedese, per cui fatevene una ragione.

Bene, ma la ricetta di oggi non è un semplice kaffe, che, voglio dire, sono buoni tutti, ma è il famoso (pare) “caffè all’uovo“, che detta così sembrerebbe una cosa nauseante, però in realtà l’uovo non si sente pur avendo un ruolo ben preciso, poiché toglie il retrogusto acido del caffè spisciaccoloso conservandone però il profumo (ecco forse perché molti chimici famosi sono svedesi: si lambiccano il cervello per cercare di migliorare una cosa che, insomma, parte già abbastanza sfigata).

Ecco, in realtà il caffè all’uovo non è proprio buonissimissimissimo, nonostante io abbia fatto la ricetta più elaborata (che prevede cardamomo e noce moscata). E’ vero che l’uovo non si sente affatto, quello sì, e non è neanche acido…
Però beh, c’è di meglio.
Se siete come me dei patiti del caffè sbroscia, posso modestamente suggerire che il Nescafè solubile è meglio, comunque insomma, si può bere, dai.
E poi se volete servire ai vostri amici una fika svedese come si deve, non potete caricare una moka. Vi garbano le tradizioni viKi? Allora bevetevi ‘sto sciacquone.

La cosa divertente è che gli svedesi vanno molto orgogliosi del loro caffè, come di ogni cosa svedese del resto, e quindi insomma, questa ricetta io dovevo proprio postarvela. Non ho sinceramente capito se ne vanno orgogliosi perché la torrefazione del viKicaffè è fatta in un modo particolare che si trova solo lì, o se è solo una di quelle cagatine nazionalistiche che costellano il biondomondo… io ho semplicemente registrato l’informazione e ora ve la ripropongo.
Anche perché mi fornisce un ottimo spunto per parlare della Chiesa svedese.

A questo punto vi starete giustamente chiedendo cosa ci combini il caffè con la Chiesa svedese, e io ve lo spiego subito, son qui per questo.

Allora, il caffè all’uovo, conosciuto in America come, pensate un po’, egg coffee, è una ricetta scandinava di cui si sono perse le origini, quindi potrebbe anche essere norvegese, chissà, ma ci sono forti motivi (non chiedetemi quali, io devo la mia erudizione a libri di antiche ricette luterane appositamente studiati per il post, ma non ho informazioni più specifiche) di ritenere che sia una ricetta svedese, quindi ve la puppate.

E’ una ricetta che introdussero i moltissimi immigrati scandinavi negli Stati Uniti d’America ai tempi in cui non avevano il becco d’un quattrino, poi loro si sono arricchiti e noi continuiamo a emigrare… L’Europa è come una grande famiglia: c’è lo zio che fa fortuna, e quello che si beve i pochi spiccioli che ha, ma questa è un’altra storia.

Ok, le viKidonnone erano le addette a preparare il cibo e il caffè per gli ospiti, soprattutto durante i banchetti per occasioni varie ed eventuali (funerali, matrimoni, battesimi, roba così), come da autentica tradizione evangelica: mai visto i film americani dove tutti bevono caffè e mangiano tramezzini con la bara aperta e il cadavere davanti? Ovvove.

Queste donne perfezionarono un modo per fare un “buon” (evidentemente la Bialetti l’avevano dimenticata nel Vecchio Continente) caffè in grandi quantità, facendo sì che, sebbene il caffè avesse dovuto riposare fermo per tutto il tempo del banchetto, non avrebbe preso il caratteristico sapore amarognolo che prende normalmente quando lo fate raffreddare o lo riscaldate.

E questo modo prevedeva l’uso dell’uovo. Di tutto l’uovo, comprensivo di guscio.

In Svezia e Norvegia questa bevanda era molto comune fino a tutti gli anni ’30 del ‘900, poi però smisero, anche se dagli anni ’90 c’è stato un revival di recupero di tradizioni culinarie antiche in tutta la Svezia, e quindi sta tornando tutta quella mole di ricette povere rivisitata in chiave trendy (tipo “mousse di corteccia d’albero”, “sfilaccetti di pesce decomposto”, and so on), pensate come sono cool che vi do anche le ricette che vanno un casino.

Negli Stati Uniti però, in particolare nel Midwest (che comprende stati con nomi che fanno proprio uazzamerigan come Wisconsin, Ohio, Indiana, Minnesota, etc.), dove la comunità scandinava si raccolse in maniera cospicua, si sono conservate tradizioni scandinave che nel Nord Europa piano piano si sono perse, e lì il caffè all’uovo continua a essere di tendenza… Sì ecco, neanche gli americani sono conosciuti per avere molto gusto nel caffè, via, diciamocelo.

Questa bevanda è dunque associata alla chiesa Luterana proprio perché abitualmente servita in tutte le occasioni chiesistiche del caso, proprio quelle dove si aggira la celeberrima figura del “reverendo” onnipresente nei film americani in costume (e che io da piccola, quando guardavo “La Casa nella Prateria”, cresciuta in una famiglia molto politicizzata, chiamavo “referendum”).

Ecco, premetto che io di confessioni religiose ne so quanto un musulmano ne sa di porchetta d’Ariccia e Nero d’Avola, però dall’idea che mi sono fatta i protestanti si dividono in un casino di sette, sottosette, controsette, antisette, dividopertreeriportodisette, etc.

In più nella storia ci sono i protestanti “avanti”, quelli per cui c’era una ragione interiore che spingeva al dibattito politico, al giornalismo, stimolando un’opinione pubblica di habermasiana memoria; e ci sono i protestanti “indietro”, un nome tra tutti, la comunità Amish, i cui membri rimangono imbottigliati come gli altri nel traffico dietro ai SUV, con la differenza che loro sono in carrozza e hanno o una cuffietta in capo (le donne), o delle barbe imbarazzanti (gli uomini, o le donne molto pelose che non possono beneficiare di ceretta né tantomeno di epilazione laser perché è taboo).

Tendenzialmente comunque la cultura protestante è più moralista di quella cattolica, che più che moralista è ipocrita: io ti vieto le cose, tanto so che quando non ti vede nessuno le fai lo stesso, però te ti penti e salvi la faccia, e io faccio finta di non vedere, in cambio ti fai leggere la Bibbia solo dal prete, e io non ti faccio imparare i versetti a memoria, che diciamoci la verità, sono anche parecchio pallosi.
I protestanti invece hanno un dio che li guarda e li giudica sempre: quando guardano i filmacci sulla payTV, quando si strizzano i punti neri, e quando bevono direttamente dal cartone del latte, quindi hai voglia di pentirti, se sei stronzo sei stronzo.

E questo porta sì ad un senso etico spiccatamente più marcato, che Weber dice essere fondamento dell’etica capitalistica (anche se però io la vedo più come Marx… per me quando c’è il cash di mezzo, è l’etica che si plasma sul sistema economico, non viceversa, ma vabbè), però porta anche a gente più pallosa e anche più moralista e costretta nel modo di pensare, perché l’etica comune, il politically correct e la comunità si sostituiscono alla figura singola del Papa, che sì, potrà dire anche agli adolescenti di non fare sesso prematrimoniale, ma voglio vedere chi lo ca’a, e neanche lui se lo aspetta, è come una mamma che ti dice di non bere troppo alla tua festa di laurea… lo deve fa’.

Un po’ come la puntata dei Simpson in cui Homer e Bart vogliono diventare cattolici e Marge si immagina sola in un paradiso protestante pallosissimo tutto ordinato e precisino fatto da snob inglesi che giocano a golf, mentre Homer e Bart se la spassano insieme a Gesù nel paradiso cattolico, con messicani che trincano e giocano alla piñata, irlandesi che ballano e si picchiano, e italiani che mangiano e trombano.

Ecco, dicevamo… In Svezia, lo saprete benissimo, la confessione in cui si riconosce il 71,3% della popolazione è una delle innumerevoli chiese protestanti.
E secondo voi i viKi si potevano accontentare di scegliere una religione a caso tra quelle che esistevano già?! Vi ho già detto che sono orgogliosi del loro caffè… si dovevano per forza inventare la CHIESA SVEDESE Svenska Kyrkan.

Pare che la Svezia abbia deciso di diventare un paese protestante così che il re si potesse prendere tutto l’oro che stava nelle chiese cattoliche, ma insomma, non sono né i primi né gli ultimi… voglio dire, Enrico VIII si inventò la religione anglicana per sposarsi la ganza, se guardiamo la storia e i meccanismi delle Chiese ufficiali è abbastanza difficile trovare tracce di spiritualità.

Anders Wejryd, il Primate dal vincastro opponibile

La Chiesa svedese ha un’organizzazione nazionale e un Primate, si chiama così la loro forma di Papa (anche se a me questa parola fa venire in mente uno scimpanzé con gli occhini simpatici e il pollice opponibile), ed è stata la prima Chiesa cristiana al mondo (e boh, direi anche l’unica, ma parlo per deduzione, non perché lo so mi informano che c’è anche la chiesa valdese) a riconoscere i matrimoni omosessuali, per cui nell’ambito dei diritti civili sono stra-avanti.

C’è però da dire che il rapporto tra Stato svedese e Chiesa (come da tradizione protestante, in cui Chiesa&Nazione sono concetti discretamente sovrapponibili) è molto più stretto che da noi.
Dunque, innanzitutto la Chiesa svedese fino al 2000 era religione di stato in Svezia e, voglio dire, il 2000 è tanta roba.
Poi qualche esempio a caso: i membri della famiglia reale sono obbligati per legge a professare la religione evangelica; l’inaugurazione di una nuova legislatura si svolge in chiesa invece che in Parlamento; sui documenti ufficiali (tipo il passaporto) è indicata la parrocchia di nascita; a scuola la materia scolastica di religione è obbligatoria, etc.

Insomma, io davvero non saprei dirvi cosa fanno di diverso i membri della Chiesa svedese da tutti gli altri, pentecostali, battisti, metodisti e Dio solo sa cosa (beh, se non lo sa lui…), però mi ha meravigliato aver conosciuto in Svezia molte persone intrippate con Gesù, membri di sette adoratrici del Cristo, ragazzi che volevano arrivare vergini al matrimonio, adolescenti che a 13 anni hanno visto la luce e si sono voluti far battezzare per forza, persone che conoscono tutti i personaggi della Bibbia (quelli che di solito finiscono in -ìa, tipo un versetto così: Nonsolopolpette 19:25 “Quando Zoologìa e Mammamìa attraversarono il grande deserto ebbero timore, ma il Signore disse loro una di quelle cose che nell’Antico Testamento convincono sempre tutti, ed essi non ebbero più paura, poiché Egli dette loro la forza di andare avanti. Amen”).

Magari io non rappresento un campione statistico, ma le memorie dei 13 anni delle persone che conosco io prevedono sempre una grande quantità di pippe, ma di desiderio di abbracciare Gesoo a dire la verità non ne ho mai sentito parlare (poi magari sono io che frequento male).

Addirittura una mia professoressa svedese tenne a specificare durante una lezione di lingua svedese che “la religione cristiana è la più buona del mondo“, e davanti alla reazione divertita degli studenti che pensavano scherzasse (perché i miei compagni ingenui non pensavano di ricevere la predica alla Statale di Milano, e soprattutto da una democratica free svedese che si vantava spesso di essere tale contrapponendosi sempre ai retrogradi italiani), si accese molto, rimarcando questo concetto con forza, perché tragicamente non stava scherzando. In un’università pubblica. Davanti ad un’aula piena di studenti. Ad una lezione di lingua. Poi ecco, parlava della stessa religione che ha promosso le crociate e la Santa Inquisizione.

Tirando le somme, quello svedese mi sembra un modo diverso di viversi la religiosità, un modo in cui la religione non entra nella vita delle persone in maniera prepotente (tipo, che so, avendo uno stato dentro una capitale europea); vi entra però in un modo silenzioso e interiorizzato, all’apparenza, ma che vincola molto più i comportamenti effettivi delle persone e persino gli ambiti pubblici.

Quindi c’è proprio una contraddizione in termini: il cattolicesimo è visto come più severo e oppressivo perché c’è il Papa, ma in realtà è quasi sempre un insieme di ritualità che si può mettere tra parentesi preservando una modalità di vita gaudente e anche libertina; mentre il protestantesimo, che è visto come religione più volta all’individualità e all’autonomia, comporta un rischio di conformismo e di onnipresenza non solo dello sguardo di Dio, ma di tutta una comunità sempre pronta ad alzare il dito (e a infilartelo nel culo).

Ora, prima che un fulmine mi incenerisca il computer e il pavimento si apra per inghiottirmi, vi do la ricetta del caffè all’uovo, che è un argomento meno sensibile.

Andate in pace.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 TAZZE:

  • 1 uovo
  • 1,7 litri d’acqua
  • 75 gr. di caffè
  • 1/2 cucchiaino di noce moscata
  • 3 semi di cardamomo spezzettati

PREPARAZIONE:

Sbattere un uovo in una terrina e mettere da parte il guscio.

Aggiungere mezza tazza d’acqua (circa un decilitro e mezzo), il caffè, il guscio sbriciolato con le mani, la noce moscata e il cardamomo.

Tenere da parte una tazza d’acqua fredda e mettere a bollire la restante acqua.

Quando bolle mettere il caffè con gli altri ingredienti, abbassare la fiamma, e far bollire a fuoco lento per 3 minuti.

Passati i 3 minuti spegnere immediatamente il fuoco e versare velocemente la tazza d’acqua fredda.

Filtrare e versare. Si può servire anche riscaldato.

Caffè all'uovo pronto!

Caffè all’uovo pronto!

Buon appetito!

I.

Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

Di potatismos, viKi-scuola e bandiere.

Sto latitando in questo periodo, perché voi pensate che io sia una nullafacente (che in realtà poi è anche vero), però cari miei sappiate che anche i nullafacenti attraversano il periodo-sessione-d’esami, e in quei periodi è meglio sospendere l’autocompiacimento verso le proprie stronzate e fare qualcosa di utile.

Vabbè ok, la mia resipiscenza è durata come un gatto sull’Aurelia, dato che mi sono appena messa a scrivere ‘ste cazzate.

E quindi alé, si parte, e oggi parliamo del (o della) potatismos, o meglio del purè di patate. Potatis = patate; mos = purea.

Potrei anche non insegnare a nessuno a fare il purè, e sembrerei meno ridicola, ma siccome quello italiano non l’ho mai fatto (l’unica al mondo, aggiungerei) metto la ricetta lo stesso perché sia mai che quello svedese sia diverso. Si vede che sono poco creativa in questi giorni, vero?

Vi giuro, la prossima ricetta sarà meno inutile. D’altronde scusate, esiste anche il purè nel mondo, poverino. E poi in Svezia lo infilano praticamente nel biberon ai bambini, quindi è un must della cucina viKi. (Ah, attenzione, in Svezia è altresì molto frequente aggiungerci il ketchup, io vi prego, se mi volete un pochino di bene, di non farlo).

Ho pensato giorni e giorni ad un argomento da collegare al purè per questo post… e non ho trovato niente. Dei mille modi di chiamare le patate ve ne ho parlato qui, così come dell’Accademia della patata… Ho fatto le solite battutine idiote sulla patata (così come non mi sono persa neanche la fika, tranquilli), e mi sono detta da sola di essere una grande simpaticona.

Per cui ora mi guardo intorno mestamente e ammetto con tutto il candore di questo mondo che non riesco a pensare a niente da dirvi che si possa ricollegare al purè. Vuoto totale. Encefalogramma piatto.

In realtà vorrei tanto parlare di una cosa che non c’entra proprio nulla con le patate, e a tal proposito vi sbatto in faccia il fatto che l’altra sera la mia amica Gemma mi ha detto di fottermene di cercare collegamenti e mi ha consigliato di fare un po’ come cazzo mi pare. Quindi con la benedizione della Gemma vi parlerò della scuola svedese.

Sì, scuola svedese & purè di patate, avete sentito bene. Se c’è qualcosa che non vi torna, andatevi a leggere il blog di Benedetta Parodi e non mi rompete le scatole, io so quello che faccio.

Quali sono le prime associazioni mentali quando pensate alla scuola in Svezia? Bene, non ne ho idea, ma so di sicuro che saranno sbagliate

Schemino della scuola dell’obbligo svedese

Il sistema scolastico svedese infatti somiglia molto a quello italiano, quindi è inutile che vi fate tante pippe mentali su come potrà mai essere la scuola nel regno del Welfare. E’ più o meno la stessa zuppa, anche se nettamente diversa è la scansione dei livelli scolastici all’interno della sua durata complessiva. In Italia (cosa ve lo dico a fare?) abbiamo 5 anni di elementari, 3 anni di medie, 5 anni di superiori. In Svezia invece 3 anni di livello inferiore, 3 anni di livello medio, 3 anni di livello superiore, 3 anni di ginnasio.

Eh sì, in Svezia si studia un anno meno, e si entra a scuola a 7 anni. Immagino la pacchia per i ragazzini.

Nei primi anni di scuola elementare e media le differenze tra Svezia e Italia sono minime. Maestro unico alle elementari, scuole private con finanziamenti dallo Stato, maestre donne sia per tradizione sia perché i salari sono più bassi, etc. Cose a cui siamo abituati anche noi terroni, insomma…

Cosa a cui non siamo abituati invece sono: 1) non è la scuola a decidere di bocciare un bambino, ma i genitori (LOL) 2) si può avere come insegnante il proprio genitore (altro LOL).

La scuola superiore invece è abbastanza diversa: non c’è un aula fissa ma ci si sposta di aula in aula a seconda della lezione. In realtà questo lo facevo anche io, però non vale, perché io ho fatto un Istituto d’Arte, e quindi ero figa. Tutti gli altri che non hanno avuto l’onore di essere fighi come me hanno avuto l’auletta sgrausa con sopra scritto il nome della classe. Ben vi sta.

Altra cosa FONDAMENTALE: non c’è l’esame di maturità! E yuhuuuu, altra pacchia.

Immaginatevi adesso di avere un fischietto tricolore al collo. E ora vergognatevi pure.

La fine della scuola (detta studenten) in Svezia infatti consiste semplicemente in: mettersi un cappellino da marinaio in testa (studentmössa: Wikipedia mi dice che mössa vuol dire toque… boh, ai mi’ tempi si chiamava “cappello”), fare casino, sbronzarsi (strano), molto frequente è finire la giornata con delle celebrazioni in chiesa (eh sì, questi problemi ce li hanno anche lassù), e poi altrettanto comune è vestirsi da damerini anacronistici per il ballo di fine anno. Sì, la puttanata americana del ballo di fine anno c’è anche in Svezia, e il mio Jansson l’ha fatto. Ve lo dico solo perché se lo incontrate dovete prenderlo per il culo per questo, davvero, se lo merita 😉

Altra cosa della festa di fine scuola: ognuno si porta addosso da qualche parte, ci addobba la propria casa, ci farcisce le torte, e si tatua anche sulla pelle, magari, l’onnipresente bandiera svedese. Sì, in Svezia ti abituano fin da piccolo a questa associazione pavloviana: festa = Svezia. Poi uno si meraviglia che sono nazionalisti a manetta, per forza, da quando sei nato ti installano nel cranio un chip giallo e blu. Comunque della storia delle bandiere in-tutti-i-modi-in-tutti-i-luoghi-in-tutti-i-laghi, ne riparleremo presto, perché è un discorso che merita approfondimento.

Tizio che si trascina addirittura il bandierone a giro.

Non vi sto invece a parlare del livello qualitativo della scuola perché 1) scio segam 2) dipende troppo da città e città e da scuola e scuola 3) allo stesso modo che in Italia ci sono punte di scuole buonissime e punte di scuole di merda 4) non ne ho voglia.

La cosa di cui vi voglio invece parlare è del periodo in cui si va a scuola.

Dunque, l’anno scolastico inizia il 20 Agosto! Poveracci! E’ anche vero che se non hai l’estate cosa te ne frega di stare a romperti a casa? Meglio la scuola. Finisce il 15 giugno anche da loro, ma hanno più feste durante l’anno scolastico. Pasqua, Natale e fin qui ci siamo. E poi Ascensione, Pentecoste, vacanze di primavera (una settimana a fine febbraio) e vacanze d’autunno (una settimana a fine novembre).

E parliamo così delle vacanze di autunno… Anche in Danimarca i ragazzetti a scuola hanno questa settimana di kazzing estemporaneo, e indovinate da cosa viene? Dalla raccolta delle patate!! E così frego la Gemma e vi trovo anche l’aggancio con la ricetta.

Praticamente da che mondo e mondo, i bambini in Europa hanno lavorato fino all’altro giorno, no? E in tutte le scuole d’Europa nel periodo dei raccolti a scuola i bambini non ci andavano, perché stavano a π/2 a vangare la terra. Ecco, se da noi i bimbi raccoglievano il grano, mettiamo, in Svezia i bambini raccoglievano le patate.

Quindi questa vacanza venne introdotta nelle scuole per permettere ai bambini di raccogliere le patate senza perdere le lezioni. Che dolci, vero?

E da qui, facendo un altro volo pindarico, vi posso anche dire che per il purè NON si devono usare le patate fresche, ma preferibilmente quelle farinose (tanto andate tranquilli perché in Italia le patate del supermercato fanno tendenzialmente cagare e sono tutte farinose), altrimenti il purè sembra dentifricio.

Questa perla di saggezza viene dalla Jansson superiora, ovvero la mmmadreeee di Sua Biondezza, che in cucina ne sa una più del diavolo, e tra l’altro mi ha recentemente dato una ricetta spettacolare, tipica di un posto spettacolare. Devo ancora farla, quando la smetto di non-studiare ve la faccio.

Dai, dopo una ricetta pallosa come il purè, dovevo stuzzicarvi un po’…

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 12 patate
  • 50 gr. di burro
  • 250 ml di latte intero
  • 50 ml di panna fresca
  • sale
  • pepe bianco
  • noce moscata

PREPARAZIONE:

Sbucciare le patate e bollirle normalmente. Magari fatele a pezzetti prima, così ci vuole meno tempo (vedi: consigli pleonastici).

Asciugare le patate e rimetterle in pentola, schiacciarle e aggiungere il burro, il latte e la panna.

Aggiustare di sale, di pepe e di noce moscata.

Potatismos pronto/a!

Buon appetito!

I.