“Con l’amore io voglio giocare”: la Trombonave e lo stekt strömming med potatismos och rårörda lingon

Io perdo i colpi, perché vi propino cose tipo post di storia, post di linguistica, cose che non vi interessano assolutamente, e lascio da parte le cose importanti.

Perché vi ripeto che io so cosa cercate, lo vedo nella mia dashboard e so che a voi della cultura che trasuda dalla mia nobile persona ve ne sbattete, voi cercate “cazzi mosci“, “figa svedese“, e poi vi va male e finite su un blog di viKicucina.

Ma oggi si cambia. Oggi è per voi.

Oggi si parla di Trombonave! Yuhu!
Quanto ci avete sperato che affrontassi l’argomento Trombonave, ditelo un po’.

La Trombonave in tutto il suo splendore

La Trombonave in tutto il suo splendore

Per i pochi di voi che non sanno cosa sia la Trombonave, è presto detto. La Trombonave è un traghetto della compagnia Viking Line che fa una minicrociera sul Baltico. Le vere Trombonavi sono due (ma il realtà LA mitica è solo una): la Mariella che copre la tratta Stoccolma-Helsinki e ritorno, e la Cinderella (lei, la mitica) che fa una giratina sul Baltico, si ferma alle isole Åland, e poi ritorna indietro.

La leggenda narra che su questi traghetti accadano cose inenarrabili, tipo bionde nude che vi bussano in cabina pregandole di cospargerle di Nutella, che non vedono l’ora di gettarvisi tra le braccia, che non riescono a trattenersi appena vedono un italiano.

Come potete capire anche da soli, mi dispiace per il diludendo, ma queste storie sono leggende metropolitane. E’ più probabile che leggiate sul vostro specchio la scritta “Benvenuto nel mondo dell’AIDS” fatta col rossetto, che incontriate un alligatore nelle fogne di New York, che vi avveleniate con le scie chimiche, che vostro cuggino trovi in spiaggia un cane e invece era un topo.

In realtà se la leggenda è nata, forse c’è stato un tempo in cui le Viking Line erano dei tromba-tromba a cielo aperto, forse tutta la faccenda funzionava di più quando i ragazzi europei viaggiavano low cost usando l’interrail (difatti la Trombonave, forse anche per dimostrare l’attaccamento a una clientela gggiovane, prevedeva fortissimi sconti per chi era in possesso di biglietto interrail). Arrivavano stanchi e puzzolenti dopo aver percorso un intero continente in treno (che l’Europa, per quanto piccola, è pur sempre un continente) e una volta sulla nave si facevano una doccia e erano pronti per il divertimiento. Di turisti giovani se ne vedevano ancora pochi in quelle zone (perché altri preferivano perdere gli ultimi neuroni nei coffeeshop di Amsterdam) e le bionde si incuriosivano.

Ma oggi i pischelli si sono evoluti.

In realtà anche la mia generazione vede l’interrail come una cosa da fratelli grandi, noi già giravamo con gli aerei, e a quindici anni avevamo un’incredibile dimestichezza con i check-in e i gate, sapevamo ridurre il necessario da portare in 10 kg di bagaglio a mano e facevamo già i weekend a Londra e Parigi. Sì. Sono gggiovane anche io.

I pischelli 2.0 quando sono annoiati prenotano un volo Ryanair o Easyjet (e già Ryanair non è più trendy come quando ero adolescente io), buttano automaticamente le bottigliette d’acqua prima di stendere i braccini per il controllo sicurezza, non hanno più un coltellino svizzero, accendono automaticamente l’i-Pad quando il segnale delle cinture di sicurezza si spegne, non sanno neanche più cos’è un interrail: l’interrail fa così anni ’90, quindi dovrebbero inventare un Trombojet stile The Wolf of Wall Street, perché ormai la Trombonave è passata, se voglio andare a Helsinki in un nanosecondo ci arrivo.

E anche gli altri europei si sono, loro malgrado, abituati ad avere a che fare coi ragazzini italici. Così riconoscibili quando li vedi, vestiti di solito malissimo (nonostante l’aura di eleganza che l’italiano si porta appresso: si deve essere adulti per emanarla, i ragazzini in Italia si vestono di merda, soprattutto quando viaggiano), coi marsupi, biascicando un inglese stentato, mostrando tutta la loro incapacità genetica di pronunciare i nomi dei luoghi come si dovrebbero pronunciare.

smileybrufoliMalati di figa, certo, ma questo non direi in un modo particolarmente diverso dai loro coetanei germanici: anche loro si imbarcano in viaggi improbabili verso Firenze e Roma perché le italiane, lo si sa, la sganciano facile. Ho conosciuto un sacco di svedesi che mi raccontavano che da ragazzini si mettevano i soldi da parte per andare in Italia, convinti che, appena scesi, miliardi di morone tettone con le labbra rosse si spogliassero davanti a loro.

Rassegnatevi: il mito che le donne degli altri posti scopino più e più volentieri di quelle della vostra terra natìa è una costante di ogni latitudine.
Il problema caro ragazzino brufoloso che mi stai leggendo, è che se nella tua vita scopi poco non è perché sei nato nel paese sbagliato e le donne (e forse i buoi) dei paesi tuoi sono recalcitranti. E’ perché sei con buone probabilità uno sfigato.
Non preoccuparti, con gli anni passa (nel 70% dei casi), ma levati i prosciutti dagli occhi, fatti una pulizia del viso, lavati le ascelle, vestiti decentemente, non ti scaccolare e se ti manca lo charme prova a farti un corso di teatro. Il problema non sono le italiane (se sei italiano, o le tedesche se sei tedesco, o le svedesi se sei svedese). Il problema sei te.italian

Le svedesi poi, poveracce, ormai si sono stancate dell’italiano macho col collanone d’oro sul petto villoso che è convinto di avere dei punti in più perché non si cheta mai e sa cucinare un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino.

Di copulare no, non credo siano stanche, anche perché altrimenti la popolazione svedese si sarebbe estinta, ma la globalizzazione ha fatto sì che un ricciolo moro non stupisca più nessuno. Voglio dire, ci emigrano un sacco di somali, senegalesi, etiopi, se le svedesi la devono dare a qualcuno perché è più scuro di loro, sappiate cari amici italici che in Svezia c’è gente molto più scura di voi. E il popolare adagio insegna: once you go black, you never go back.

Se volete che vi faccia da consulente di turismo sessuale faccio anche questo per voi, figuriamoci, ed è più facile di quello che sembra. Per quanto riguarda la Svezia siate splendidi ma non troppo, improfumatevi, vestitevi da hipster, andate in un locale trendy e costoso ma che non lo dà a vedere, prendete una bionda e parlatele di cinema e fotografia mentre la ingozzate di Black Russian (e siete in Svezia, quindi calcolate un 10-15€ a bicchiere). In questo modo ci sono buone possibilità che raggiungiate le triangolare meta. Insomma via, fate come fareste in Italia, in Giappone, in Francia e in Portogallo.

Smettetela di credere alle puttanate che i nordici (e le nordiche) sono diversi, che in Svezia le donne sono più emancipate e quindi la danno a tutti, che le italiane sono più acide perché è un paese cattolico… insomma, davvero credete ancora a queste cose?

Oltretutto io a Linköping ho conosciuto un sacco di ragazze intrippate con sette gesuitiche che volevano arrivare vergini al matrimonio, e nel resto della Svezia ho conosciuto mille svedesi che non volevano “concedersi” troppo in fretta (come se durante l’atto sessuale la donna si concedesse e basta e non si divertisse anche lei), che in ogni rapporto del cazzo vedevano il grande amore, e dal canto opposto ho conosciuto parecchi svedesi maschi che se una donna “gliela dava” al primo appuntamento era una donnaccia, che non volevano che la loro ragazza facesse cose troppo spinte (ovvero con una squinzia occasionale ci faccio i numeri ma la sposa solo a missionario, se no mi si sciupa), e altre aberrazioni del genere.

Quindi tutta questa libertà sessuale io in Svezia non l’ho vista.

Però le testine a pinolo e le persone intelligenti esistono dovunque, quindi secondo me cambia poco.

Ad ogni modo, il mito della Trombonave (come molte cose in viKinghia) deriva probabilmente dal discorso alcol.
Sulla nave infatti gli alcolici sono esenti da tasse, e questo, lo si sa, piace molto ai viKi, che hanno la mordacchia del Systembolaget.

Quindi, essendoci poi due discoteche a bordo, ecco che si crea una miscela esplosiva: discoteche + litri di alcol a poco prezzo + gioventù. Ed ecco che l’ormone schizza più velocemente e rimbalza su più bersagli, ed ecco che la nomea di Trombonave si espande a macchia d’olio.

Ci sono però i suoi effetti collaterali, ovvero: nordici/nordiche che collassano pisciando vomitandoque perché dal momento che gli alcolici costano poco si sentono autorizzati a devastarsi fino al delirium tremens (pare che nei Nineties la maggior parte della gente non scendesse neanche dal traghetto per un secondo perché troppo dilaniata per muovere un muscolo, con scene da Notte dei Morti Viventi di Romero, bella vacanza), turisti che sperano nelle procaci bionde, e last but not least, le suddette bionde che lo sanno e quindi si tengono alla larga da questo girone dantesco, e soprattutto le tardone cesse che sperano di ruscolare qualcosa.

Insomma, un epic fail.

Dando poi un’occhiata su siti specializzati (come “gnoccatravel.com”) risulta che queste trombonavi siano sempre state delle voliere di napoletani con la bava alla bocca da un lato, e gite di sedicenni finlandesi in modalità devasto dall’altro, quindi ecco, si riconferma il fatto che se vi prospettavate con gli occhialini da sole, la camicina aperta e due bionde che vi sventolano con in sottofondo “Mareee profumo di mareeee”, avete nettamente sbagliato nave.
La Genova-Barcellona è sicuramente più festaiola. Lo dico per esperienza diretta.

Sono sempre pronta a smentite comunque eh, fatemi sapere, magari si dice in giro che è tutta una fuffa perché è una specie di Fight Club che nessuno sa, nessuno parla, e invece appena entri sembra di essere in Eyes Wide Shut, non lo so.

TROMBONAVEPare che una fetta di mercato però ci sia: le donne nordiche che viaggiano sole per ruscolare dell’affetto risultano essere nate nell’entredeuxguerres, quindi, per chi ama il genere granny, ci sono buone probabilità di riuscita di conquistare una notte tra flaccide braccia e baci al sapore di Algasiv.

Negli anni inoltre, qualcosa è cambiato: hanno chiuso il duty free dei negozi di alcolici in orario serale ad esempio, perché la Viking voleva evitare il fenomeno di quelli che compravano alcol non tassato nei negozietti per fare i festini privati nelle stanze (distruggendole come sbabbari) e non spendere nemmeno una corona nei pub e nelle discoteche.
Pare ci siano state delle sollevazioni popolari per questo, ma alla fine la compagnia decide, o così o Pomì. Se volete le vostre scorte private di booze le comprate solo la mattina, la sera disco.

Certo, è comunque molto più economico comprare alcolici in questi pub che non in quelli a giro per le strade svedesi, poi pare che sulla Cinderella non stiano così attenti all’età (in Svezia devi avere 20 anni per poter bere in un pub; ma capita, specie a Stoccolma, che il padrone del locale faccia un po’ come vuole, e se non vuole una clientela troppo giovane alza la soglia a 30, lo può fare), e poi non ci sono i buttafuori fascisti che ho visto in Svezia. Forse dovrei scrivere un post a parte sulla security dei locali.

In sostanza sono dei parasbirri, si sentono chissà chi, hanno la facoltà di buttare fuori e mazziare chi vogliono perché rispondono alle direttive del locale, che ha carta bianca su chi far entrare e chi no. Almeno, così mi hanno detto degli svedesi, mi piacerebbe controllare personalmente qualche legge e regolamento perché mi sembra abbastanza anticostituzionalino, perché insomma, se il padrone del locale decide che butta fuori chi vuole, e lui non vuole zingari nel suo locale, glielo fanno fare? Ecco, spererei bene di no, spererei che fosse LUI a rischio mazzate, non i clienti sgraditi. Se sapete illuminatemi perché mi interessa molto.

Insomma, alla fine delle fatte fini io sulla Trombonave non ci sono mai stata, anche se mi piacerebbe perché ti vedi tutto l’arcipelago bellissimo e fai scalo alle isole Åland, e poi viaggiare in nave a me piace un sacco. Ci farò un salto e vi farò sapere.

Anzi no, non vi farò sapere perché “tutto quello che accade in Trombonave, rimane in Trombonave“.

Spero di esservi stata utile.

Per quanto riguarda il piatto di oggi, visto che si è parlato di mar Baltico, vi propongo l’aringa.

Che poi si fa presto a dire aringa, perché c’è una diatriba sul nome dell’aringa tra la costa est del Baltico e la costa ovest del Mare del Nord. Se vi interessa saperne di più, leggete qui.

Ma siccome faccio le cose per benino, io non vi faccio l’aringa a caso, vi faccio proprio lo strömming, che è il modo in cui a Stoccolma e in generale nella baltica costa est si chiama l’aringa. Nella costa ovest la chiamano sill, ma i biologi hanno concordato che si tratta più o meno dello stesso pesce; lo strömming è solo leggermente più piccolo.

Lo strömming, tra l’altro, sta alla base della preparazione del noto surströmming (“strömming acido”), aringa decomposta e fermentata che odora di palude dello Stige e di cui avevo parlato qui, postandovi anche un video.

E vi avevo già promesso di assaggiarla e filmarmi (tipo le 2 girls 1 cup reactions), ma ancora non mi è riuscito trovare questa prelibatezza al supermercato. La troverò prima o poi.

La ricetta di oggi è invece una profumatissima aringa impanata e fritta, servita con potatismos rårörda lingon, che sarebbe il mirtillo rosso (potete usare il ribes se non lo trovate) riscaldato con un pochino di zucchero.

Fidatevi che questa è bona!

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 4 filetti di aringa
  • 50 gr. di farina di segale
  • 50 gr. di pangrattato
  • 50 gr. di burro
  • 1/2 dl di olio di semi
  • sale
  • potatismos
  • rårörda lingon

PREPARAZIONE:

Mischiare la farina di segale e il pangrattato, togliere la spina principale alle aringhe e infarinarle bene, lasciandole per 5 minuti dentro la farina.

Mettere a scaldare il burro insieme all’olio e quando è caldo buttare le aringhe infarinate.

Servire le aringhe con il potatismos (è buono anche freddo, ma se preferite potete dargli una scaldatina) e i rårörda lingon.

stektstromming

Stekt strömming med potatismos och rårörda lingon pronto! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com www.gianlucalabrunaphotography.com

Buon appetito!

I.

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En riktig svensk jul (part V): gravad lax con hovmästarsås, svedesi enormi e rimNing (non rimming)

E come potrebbe mancare il salmone all’appello…

Infatti non manca, eccolo qui.

Vi dico la verità, mi sono abbastanza annoiata di fare le ricette di Natale, anche perché ormai l’ebbrezza delle feste (se mai ce n’è stata una) è finita, visto che siamo a gennaio inoltrato.

Però io sono abbastanza autistica, e finché non vi ho fatto almeno le ricette più importanti, mi tocca continuare. E il problema è che i viKi non sentono cazzi.

Voi pensate che “Italiani Zempre manCiare”: e il capitone, e i cappelletti in brodo, e il pandoro, e via così… ma non avete idea di cosa possono fare gli svensKi.

Io in Svezia

Io in Svezia

A parte che sono strutturalmente più grossi, e quindi ci vuole più materia per riempirli (per darvi un’idea delle viKidimensioni, quando le ragazze formato-Shrek ci provavano con il mio ex, io e il mio possente fisico di un quarto di sega le lasciavamo sempre fare con rassegnazione), e adding to that, oltre a sfondarsi di cibo fino al punto in cui le pareti degli organi interni tirano a bestia, si deve bere.

Quindi il viKi-Natale è il trionfo dell’edonismo, si beve, si mangia, si ribeve, si rimangia, si collassa, si vomita per rimangiare, si ribeve di nuovo, si ricollassa, etc.

Ça va sans dire, en riktig svensk jul durerà ancora per un po’. A meno che non vi siate rotti proprio i maroni e allora me lo dite e io la pianto. Finché non protestate, lo prendo come un silenzio-assenso.

Che poi sì, queste sono cose che non è detto che dobbiate cucinare per forza a Natale, no? Nel senso, noi non siamo viKi, e quindi non pensiamo “Piatto di Natale, ja? Io cucina a Natale”, no noi siamo della Casa della Libertà e facciamo un po’ come cazzo ci pare (Brigitte Bardot-Bardot ♫).

Tornando a noi, il gravad lax (lax = salmone; gravad = continuate a leggere che ci arrivo) è buonissimo e arrogantemente facile da preparare, sebbene si debba aspettare la marinatura per circa 48 ore.

La marinatura è simile al rimning, di cui vi avevo parlato l’altra volta qui.

Ecco, piccolo inciso… Cercavo notizie più specifiche sul rimning e Google mi ha detto “Ma sei proprio sicura che invece non cercavi il rimming?” e mi è comparsa tutta una schiera di risultati di gente gioiosa di praticare l’anilingus e ancor più gioiosa di darne testimonianza…rimming A parte, fate caa’ (livornese per “fate cagare”, in dialetto rendeva di più). E poi tengo a specificare che sono due cose diverse, quindi non pensate che io vi dica parole porno a caso, intendevo rimNing, con la N.
Non sapevo neanche dell’esistenza del rimming (sai quanti viewers mi becco con questo tag, adesso? Io ce lo strametto).
Vi garantisco che niente delle cose che cucino ha avuto una preparazione che abbia previsto un contatto ravvicinato tra una lingua e un bucio di…

Vabbè, continuiamo.

Come vi avevo detto, il rimning prevede una marinatura con sale e zucchero. Il gravning invece, tecnica di conservazione alla base del gravad lax, anche.

Documentandomi, io sinceramente non ho capito che minchia di differenza ci sia.

Però boh, qualche differenza ci sarà.

Ecco, è molto importante stare attenti alle proporzioni tra sale e zucchero, se no si rischia la morte per avvelenamento da cibo, che non è mai simpatica.
No scherzo, magari non si muore, però vomitare fluorescente per 5 giorni è altrettanto molesto, quindi no panic, seguite la mia ricetta, e via. Se poi vomitate uguale, io non sono responsabile.

In realtà la storia di questa tecnica di conservazione risale al Medioevo, quando i pescatori per conservare il salmone lo sotterravano (grav in svedese sarebbe infatti “fossa” o “tomba”… ve l’ho detto che questa stupida lingua è uguale all’inglese).

Magari potrebbe essere che prima si sotterrava e quindi era usato il gravning, poi si è smesso e ora si usa il rimning, ma per tradizione i piatti che venivano seppelliti continuano a essere definiti come risultato di un gravning, anche se all’atto pratico sono il risultato di un rimning

Bo, vabbè, ma anche chi se ne frega.

Knäckebröd. Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabruna.com http://gianlucalabruna.tumblr.com/

Knäckebröd. Foto di Gianluca La Bruna – http://www.gianlucalabruna.com http://gianlucalabruna.tumblr.com/

Questo salmonuccio viene preferibilmente servito su una fetta di knäckebröd, pane croccante di segale, ovviamente imburrata, e la sua salsina viene cosparsa sopra il salmone. Oppure può anche essere mangiato senza il pane, l’importante è che ci sia la salsina.

La salsina si chiama hovmästarsås (“la salsa del maître“), ma è talmente inscindibile dal gravad lax che viene anche detta semplicemente gravlaxsås, quindi è necessaria.

Io credo che la salsa si possa usare un po’ così su quello che capita, tipo patate lesse, tacchino, salsicce, pesce a caso, crostacei… boh, è senape alla fine, quindi vedete un po’ voi.

Vi giuro, prossimamente vi parlerò del Natale svedese, magari a Pasqua, chissà… Tanto DeWitt ha scoperto che ai fini della descrizione dell’universo la variabile tempo è utile come i capezzoli negli uomini, per cui spero mi perdonerete.

INGREDIENTI PER 6/7 PERSONE

Per il salmone:

  • 2 pezzi di  filetto di salmone da circa 250 gr. l’uno
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di sale
  • aneto come se non ci fosse un domani
  • un pizzico di pepe bianco

Per la salsa:

  • 2 cucchiai di senape delicata
  • 2 cucchiaini di senape di Digione
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 2 cucchiaini di aceto
  • 2 dl di olio di semi di girasole
  • 3/4 mazzi di aneto
  • un pizzico di sale
  • fettine di limone per guarnire

PREPARAZIONE:

Mettere un sacco di aneto sul fondo di una pirofila e appoggiarvi sopra un filetto di salmone facendo sì che la pelle rimanga a contatto con l’aneto e la parte rosa sia verso l’alto.

Cospargere con un cucchiaio di sale, uno di zucchero, poco pepe bianco e un sacco di aneto.
Cospargere la parte rosa dell’altro filetto di salmone di nuovo con sale, zucchero e pepe e appoggiarla sull’altro filetto, di modo che le due parti rosa si tocchino, con l’aneto nel centro.

Coprire con la pellicola e lasciare in frigo per un paio di giorni. Ogni 7-8 ore girare i filetti e togliere l’acquetta che si sarà formata.

Prima di servire sciacquare abbondantemente sotto l’acqua fredda e asciugare con la carta assorbente.

Tagliare a fettine molto sottili.

Preparare la salsa al momento di servire mettendo in una ciotola la senape, lo zucchero, il tuorlo e l’aceto.
Mischiare e aggiungere l’olio a filo, girando lentamente e sempre nello stesso verso.

Sminuzzare l’aneto con una mezzaluna e aggiungerlo alla salsa sempre continuando a mescolare. Aggiustare di sale.

Guarnire con fettine di limone.

Gravad lax!

Gravad lax pronto!

Buon appetito!

I.

Senapssill: Stoccolma VS Göteborg, aringhe di destra VS aringhe di sinistra

Questo è il mio primo piatto su commissione.

Ebbene sì, i miei fan hanno iniziato a chiedermi i piatti… Sto davvero diventando famosa, me lo sento.

Per cui cara B Asmara Curti sappi che, siccome sei stata la prima, per te è gratis. Per tutti gli altri, se volete piatti a richiesta, mandatemi un biglietto con su scritto che viKipiatto volete e un vaglia di 246€ (perché se la cifra non è tonda sembra sempre tutto più professionale), che slittano a 276€ se volete in più la dedica nel post. Al vostro buon cuore.

Bene, allora la fortunatissima B Asmara Curti mi ha chiesto le aringhe alla senape, e ha fatto proprio bene, visto che le ho fatte e poi me le sono sgonfiate con sommo piacere.

Dunque, le aringhe alla senape in svedese si chiamano senapssill, e sono un piatto molto molto molto comune al buffet di Natale, insieme ad altri 972 diversi tipi di aringhe.

Però allora… com’è che se cercate sul dizionario come si dice “aringa” in svedese (eh oh, magari avete avuto quest’impulso una volta nella vostra vita, cosa ne so?) vi vengono fuori due risultati?

Mistero

Dunque, innanzitutto dovete sapere che c’è della rivalità tra coste

La costa est è quella di Stoccolma, delle r mosce, dei vestiti firmati, dei locali superipercostosi, delle basette fashion e delle griffe bene in vista.
La costa ovest è quella di Göteborg, delle iiiii e delle yyyy, del porto, di gente alla mano che se la spassa, di odore di mare e di amiconi.

Stoccolma in tutto il suo splendore

Ora, io non so se davvero Göteborg sia tutto questo, magari no, però l’ho sempre sentito dire dagli stessi svedesi e non solo, quindi io a Göteborg do tanta fiducia, perché è un po’ come la Livorno del nord (a parte per il fatto che lì la gente magari lavora, e però via, gli scogli belli assolati vista Tirreno al tramonto e il ragù di polpo se li scordano).
Di Stoccolma ho invece esperienza diretta, e di sicuro vi posso dire che è la città bene (ed è anche facile incontrare gente simpatica come un prolasso della prostata), ma tant’è.

Diciamo che è la stessa contrapposizione che in Italia potrebbe esserci tra Roma e Milano, una città caciarona e simpaticona e una tutta fighetta di gente stressata. Che poi voglio dire, io a Milano ne ho conosciuti di simpaticoni e caciaroni, e anche parecchi, e quindi poi alla fine sono più stereotipi che altro… Però diciamo che nei grandi numeri ci azzeccano.

Ma cosa c’entra tutto questo con le nostre aringhe? Assolutamente un cazzo…
No scherzo, c’entra invece, perché i due modi di dire “aringa” sono sill e strömming, e come avrete capito uno è come chiamano l’aringa nella costa est, e uno nella costa ovest.

Va da sé che quelli della costa est preferiscano di gran lunga lo strömming, mentre gli altri il sill (così come la diatriba gambero di fiume VS scampo di cui vi avevo parlato qui), però si devono mettere l’animo in pace tutti, perché i biologi svedesi, che a quanto pare dopo Linneo hanno deciso di non avere più un cazzo da fare, hanno convenuto che sill e strömming sono la stessa identica cosa, cambia solo lievemente la dimensione e una vertebra.

Göteborg in tutto il suo splendore

E comunque io i campanilismi li rispetto sempre, perché se Pisa non avesse visto bene di farsi scappare il mare da sotto il culo, sono sicura che le triglie mie sarebbero le triglie mie, e le loro farebbero schifo.

Ad ogni modo, secondo l’assioma cartesiano per cui il tuo campanilismo ti sembra sempre più serio e quello degli altri ti fa ridere le balle, fregatevene di dove hanno pescato le vostre aringhe, tanto avranno lo stesso sapore.

Le sill vengono dal Mare del Nord, o per meglio dire dallo Skagerrak e dal Kattegat, che sarebbero i prolungamenti del Mare del Nord che bagnano le coste occidentali svedesi, mentre gli strömming vengono dal Baltico.

Se vi state chiedendo se c’è un criterio per il quale definisco sill al femminile e strömming al maschile bene, no, non c’è nessuna regola, o magari ci sarà anche ma non la sto seguendo, vado a orecchio. E poi smettetela di farvi ‘ste pippe mentali.

Se le sill sono lunghe più o meno fino a 40 cm, gli strömming sono più piccoli, circa 23 cm (gli strömming ci tengono a precisare che 23 cm sono una misura più che rispettabile, e che anche la famosa lunghezza di Rocco fa 23 cm, e nessuno si è mai lamentato… io sto solo riferendo).
Il cambiamento di dimensione è molto probabile che derivi dalla diversa salinità dell’acqua, che influisce a quanto pare in modo direttamente proporzionale: meno sale, meno lungo.

Ho letto che essersi abituati a un mare molto poco salato ha esposto gli strömming a talmente tanto stress che si sono rimpiccioliti e gli si è allungata la testa… Piccini, mi fanno una tenerezza! Infatti io tifo per loro, abbasso le sill, viva gli strömming.

Per il fatto che sono più piccolini, gli strömming inoltre hanno una vertebra in meno nella schiena, ma questa piccola differenza nello scheletro non li fa comunque essere una specie diversa, non c’è versi.

In realtà fu un decreto reale del 1500 che impose agli svedesi di definire strömming le aringhe pescate a destra di una linea immaginaria che partiva da Kalmar e arrivava alle coste polacche. Oh, questi re devono sempre mettere il becco su tutto: ma ora cosa ve ne frega di come uno chiama le aringhe?

Comunque poi il nome strömming non si sa neanche bene esattamente da dove venga: varie teorie pensano che derivi dall’Antico Svedese strömling o strömil, che avrebbe definito “chi si riunisce a gruppate nella corrente” (sì, insomma, le aringhe lo fanno no?).
Ad ogni modo il nome strömling continua a essere usato in altre isole linguistiche sul Baltico, e anche in tedesco Strömling vuol dire “aringa del Baltico”.

Sill VS Strömming

Per la bassa salinità dell’acqua, vi ho già detto che la testa degli strömming si è leggermente allungata, e in più hanno anche perso un po’ di grassi, quindi la carne è leggermente più compatta e leggermente più saporita… Ecco, io queste cose ve le dico perché sono pedante e anche perché mi dispiace tenere tutta questa scienza solo per me, però insomma, credo che neanche il re del decreto del 1500, se gli avessero dato un pezzo di strömming dicendogli che era sill, si sarebbe accorto della differenza.

Poi vediamo… altre notizie… Le sill raggiungono la maturità sessuale verso i 3-4 anni, mentre gli strömming, con tutta la baldanza dei loro 23 cm, la raggiungono prima, verso i 2-3 anni, perché come ognuno di voi saprà, dove non arriva l’hardware arriva il software, e loro a 3-4 anni avranno un’esperienza tale che le sill dovranno solo prendere appunti.

Poi ci sono anche altri dettagli tipo il suolo marino su cui preferiscono deporre le uova (sill rocce, strömming vegetazione), ma insomma, anche ‘sticazzi alla fine.

Più che altro è importante parlare delle senapssill che sono davvero un grande piatto. Io non ci avevo mai pensato a farle perché pensavo che fossero un casino, e poi ovviamente quando questa fanciulla mi ha chiesto se potevo farle… eh scusate, qui è partita la sfida.

E invece ho scoperto che sono davvero facilissime da fare, e fenomenali, anche se questo già lo sapevo. Sono venute mooooooolto più buone di quelle dell’IKEA, che insomma, ci vuole anche poco, però sono venute proprio così come dovevano venire, come le preparano amorevolmente in casa in Svea Rike.

Consigli che posso darvi: l’aneto è un casino da trovare, non so perché. Una volta dovevamo fare una cena svedese io e le mie amiche e lo avevamo cercato in milioni di posti senza successo; tipo 5 giorni dopo ero in Svezia al supermercato e c’era un cazzo di bidone pieno di aneto con un cartello sopra che specificava la provenienza: su quel cartello c’era scritto a caratteri cubitali “Italien“…

Ora, l’unica spiegazione è che se lo piglino tutto loro, perché io qui l’ho trovato di rado, però sappiate che l’erbetta del finocchio è più o meno la stessa cosa: stesso sapore, stesso odore e stesse foglioline.

Io stavolta ho usato questa, comprando 1 finocchio e 90 kg. di erbetta. Chissà cos’hanno pensato…

INGREDIENTI PER 5 PERSONE:

  • 450 gr. di aringhe fresche
  • 2 cucchiai mostarda delicata
  • 100 gr. mostarda forte
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di aceto di vino bianco
  • 3 tuorli d’uovo
  • 1 bicchiere pieno di aneto (o erbetta del finocchio) finemente tagliato
  • 1,5 dl. olio di semi di girasole
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Lavare bene le aringhe con acqua fredda, tagliarle a pezzetti di circa 3 cm. e asciugare molto bene pezzetto per pezzetto con carta assorbente.

In una ciotola mescolare i due tipi di mostarda, lo zucchero, l’aceto, i tuorli e l’aneto. Aggiungere l’olio mentre si mescola, dapprima lentamente e poi tutto insieme.

Mescolare le aringhe alla salsa e lasciare nel frigo per una notte prima di servire.

Servire con un pochino di aneto fresco sopra, magari su dei crostini integrali.

Senapssill pronte!

Buon appetito!

I.

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere e che ho preparato qui), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (eccoli qui) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.