Dalahäst, Toscana di Svezia e kolbulle med messmörduppa

Sciao cari.

Voglio partire con una constatazione.

Ho notato che quando scrivo cose che succedono in Svezia che “mi fanno girare gli ingranaggi”, c’è una fetta di lettori che mi dice che sono un’ingrata, che sputo nel piatto dove mangio, che se non mi piace devo tornare a casa mia, perché sono una terùn irriconoscente e non ho diritto a lamentarmi.
Quando invece noto cose della viKilandia che sono ganze c’è pieno di gente che dice che non sono più quella di una volta, che sono ‘diventata svedese’, che il welfare mi ha cambiata, che ho le fette di salmone sugli occhi, etc.

Ora, a parte, ‘un siete mai pieni.itavswe

Ma poi quello che alcuni di voi dovrebbero capire è che non è che io tifo alternativamente uno dei due paesi in un’ipotetica partita Italia VS Svezia, semplicemente la natura mi ha fornito di un paio di begli occhini e di una simpatica corteccia cerebrale, un ippocampo e vari neurotrasmettitori. Quelli che non ho bruciato con le droghe degli anni 2000 li uso per farmi un pensiero critico sul mondo.

E siccome sono italiana ma vivo in Svezia, e siccome entrambi i paesi hanno dei lati belli e dei lati di vera merda, e italiani e svedesi a volte sembrano fare a gara sulle puttanate che combinano, non vedo perché non ne dovrei parlare. E allo stesso modo, non vedo perché non dovrei notare cose che secondo me sono lodevoli. Insomma, non mi paga nessuno a me, non ho il dente avvelenato con nessuno dei due paesi: in uno ci sono nata io, in uno ci è nato mio figlio.

Comunque, sempre per precisazione, sentitevi liberi di commentare se non siete d’accordo su ciò che dico (o anche se siete d’accordo), c’è un sacco di gente che è passata e passa da qui dicendo di non essere d’accordo.
Io rispondo a tutti, anche a quelli che mi mandano in culo. Ho censurato soltanto due persone nella storia del blog: un pazzo che dice che la mafia è un’invenzione della sinistra italiana, che le donne svedesi sono allupate per, e cito letteralmente, “i cazzi negri”, che nella bibbia ci sono le risposte che cerco e che non capisco nulla perché non studio teologia (che lo si sa, apre la mente); e un’altra tizia simpatica come un prolasso rettale che ha dato manforte al pazzo di cui sopra dicendo appunto che il welfare mi ha cambiata, che sono un’italica traditrice al soldo del depigmentato popolo.

Ora, quest’ultima potevo non censurarla in effetti, ma la sezione “commenti” sul post dei diritti gay era diventata come uno sketch del Bagaglino, e quindi ho provveduto a censurare ogni ulteriore commento che non approfondisse il dibattito.

Oggi faccio un post neutrale perché mi avete rotto i coglioni. No scherzo, ma perché volevo parlare di una cosa svedesissima.

E non c’è niente di più svedese del cavallino rosso.

DalahästTalmente svedese che io me lo ricordo addirittura da un film (che a me è parso una mmmerda, tra le altre cose) chiamato Quelle strane occasioni e formato da tre episodi, tra cui uno di nome appunto Il cavalluccio svedese.
La morale dell’episodio che richiama la viKinghia è fondamentalmente che le svedesi sono tutte bottane, e che la struttura sociale della Svezia è assimilabile a quella dei bonobo, ovvero si fotte in continuazione.

Questa perla cinematografica del ’76 (no ma nel senso, ci sono Nino Manfredi, Alberto Sordi, Stefania Sandrelli, etc., quindi forse sono io che non comprendo l’arte) contribuisce al noto e tuttora in auge misunderstanding sull’intensa attività sessuale dei viKi. Ecco, gente, fatevene una ragione, gli svedesi non sono tutto ‘sto popolo di trombatori. Se volete visitare la Svezia per carità, paesaggi bellissimi, piste ciclabili, laghi, fiumi, foreste, anche il cibo non è male, ma insomma, se volete ruscolare io vi consiglio altri lidi. Nemmeno in trombonave pare ci sia trippa per gatti.

Ad ogni modo, questo preambolo per dirvi che il cavallo svedese è come per noi il mandolino (che anche qui poi avrei da dissentire, io non ho mai conosciuto nessun italiano che suonasse il mandolino).

Come un sacco di cose per cui è conosciuta la Svezia, e che tra breve vi illustrerò, il cavallo svedese viene dalla Dalecarlia, in svedese Dalarna. Bellissima regione il cui nome letteralmente significa “le valli”, il Dalarna è visitato per le sue valli (manco a farlo apposta), le montagne, le foreste, i laghi, le distese di meli e le casine rosse (questa è una delle cose tipicamente svedesi che è in realtà tipicamente del Dalarna).

Una cifra esorbitante di svedesi che ho conosciuto va regolarmente in Dalarna a sciare, molti di loro ci vanno occasionalmente a pescare nei laghi, insomma, chiunque è stato almeno una volta in Dalarna. Credo sia la regione preferita per quanto riguarda il turismo interno, tanto che il mio amico Gustav mentre lo interrogavo incuriosita sul viaggio (in Dalarna) che stava per fare, me l’ha descritta come “la Toscana della Svezia: se sei svedese e non sei mai stato in Dalarna sei stronzo”. Ecco, io da toscana mi sono inorgoglita, e da immigrata in Svezia mi sono decisa ad andare in Dalarna il prima possibile.

Dalarna

Torsång, Dalarna

In Dalarna va un casino il sulky, della cui esistenza sono venuta a conoscenza una manciata di secondi or sono. In italiano è detto “sediòlo”, sineddoche per definire le gare di trotto, indicando tecnicamente soltanto il carrozzino leggero a due ruote su cui sta il conduttore, che immagino sarà piuttosto imbarazzato nel praticare questo sport.
Anche la Vasaloppet è molto importante, maratona sciistica che commemora Gustavo Vasa, di cui ho parlato qui.

Nei pressi del capoluogo dalecarlico, la città di Falun, c’è la Falu koppargruva, area estrattiva particolarmente importante perché pare che vi si producesse rame fino addirittura da prima dell’anno mille. Essendo stata una delle più importanti aree minerarie del mondo per un casino di secoli è patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO (tra l’altro, il vostro fact of the day: l’Italia vince per patrimoni UNESCO con 51 siti, segue la Cina con 48 e la Spagna con 44. Sapevatelo! Su Rieducational Channel!).

Ma tornando al discorso di prima, le cose dalarnesi che sono conosciute ai più come svedesi tout court, sono:

  • le summenzionate casine rosse: questo rosso particolare (rosso Falun) è una tinta che deriva dalla zona di Falun appunto per le miniere di rame. Pare che i componenti di questa tintura siano particolarmente efficaci nel preservare il legno. La ricetta di questa tinta, se per caso vi prendesse una voglia irrefrenabile di tingere di rosso Falun una lignea baita in una campagna a caso è: acqua, farina di segale, olio di lino e residui minerari delle miniere di rame di Falun
  • la musica folk tradizionale con arpe, violini e quant’altro che io AMO profondamente. Non folk come Bob Dylan, che pure quello mi garba assai, diciamo folk come Enya, però senza tutti i fronzoli mistici che quando l’ascoltate avete l’impressione di aver subito uno stupro di gruppo da un’orda di elfi.
  • il costume tradizionale femminile: o Sverigedräkten. Diventò molto di moda in Dalarna e fu poi ripescato col tempo diventando costume tradizionale. Capita che le fancazziste di regina e principesse si concino con questo troiaio in qualche occasione ufficiale. Per approfondimenti sui reali svedesi, e soprattutto sul mio spirito antimonarchico, vedi qui.
  • sta minchia di cavallino rosso: continua la lettura per un pippone sul cavallino.
Phetide reali in abito tradizionale (che può indossare solo chi è waginamunito)

Phetide reali in abito tradizionale. Notate la perplessità della nana reale.

Il cavallino, o Dalahäst (Cavallo Dala), rosso Falun pure questo, era in origine un giocattolo per bambini intagliato dai montanari dalarnesi, che di inverno, con 92 ore di buio al giorno, giustamente si sfracellavano i maroni e vai giù di cavallini.

Durante il XIX secolo la produzione di cavallini diventò un’attività economica molto redditizia per il Dalarna, tanto che intere famiglie sopravvivevano grazie al commercio di cavallini (oh, sembra una barzelletta). L’arte dell’intaglio e della decorazione veniva pertanto trasmessa solennemente di generazione in generazione.

Le decorazioni sul cavallo sono fatte con uno stile pittorico che si chiama kurbits, ovvero si dipinge con due colori sullo stesso pennello, che viene ruotato in modo da creare questi motivi.

Sia la forma del cavallo (più o meno tarchiato) che il motivo pittorico sono distintivi di un particolare paesino e addirittura dei singoli artisti.

Ogni cavallo, creato artigianalmente in legno di pino, è realizzato da almeno 9 diverse persone. Perfino i ciocchetti di legno da cui verranno ricavati i cavallini sono segati a mano.

Me cojoni.

Ecco perché costano una frana di quattrini. Ma no, dico, robe disumane. Robe che ti viene voglia di dargli fuoco, a tutti quei bei cavallini. O forse questa voglia ce l’ho solo io che sono cattiva d’animo.

Comunque ecco, i dalarnesi, dalecarlesi, dalesi, inventano un branco di cose ma in quanto a cibi tipici il Dalarna è carente. Non tanto per la qualità, non saprei dirvi, ma è stato piuttosto difficile trovare un piatto tipico di questa regione.

Dopo tanto cercare però l’ho trovato. Si chiama kolbulle med messmörduppa ed è uno stufatino con bacon a cui si accompagna una specie di pancake di orzo (che sarebbe il kolbullekolbotten).

Grazie al formaggio caprino nella ricetta lo stufato risulta particolarmente salato. Ecco a cosa dovrebbero servire i pancake: a stemperare la salinità della faccenda. In effetti, questo è un piatto rusticone e montanarone, anche buono, per carità… però sì, insomma, vi lascia un retrogusto in bocca che vi sembra di aver fatto i gargarismi col mar morto, quindi preparate un boccione d’acqua per evitare la disidratazione.

La ricetta originale prevede due cose che non posso fare:

  1. L’utilizzo di mesost, ovvero una roba che non mi azzarderei a chiamare formaggio, in questo caso fatta con siero di latte di capra, e chiamata quindi getmese. Si può sostituire con ricotta di capra o altra roba caprina. Ovvio che non è lo stesso, cari i miei sapientoni. Se non vi va bene facciamo così, andate in (culo, no scherzo) Dalarna, prendete questo pidocchiosissimo getmese e fatevi la ricetta, io cerco di venirvi incontro.
  2. La cottura per mezzo di fiamma diretta. Ecco, in Italia schiaffate la padella sui fornelli et voilà, le cose sono più buone, si cucinano più facilmente, e si evita uno spreco di energia elettrica enorme. In Svezia la fiamma diretta è come dio: un si vede mai, ma ti deve far paura lo stesso. Tutti si cagano della fiamma libera, invece delle candele usano perfino i lumini da morto alle finestre. Io avrei voluto tanto cucinarvi tutto ciò con la fiamma libera, ma capitemi, non posso mettermi a fare le prove medievali di Masterchef in cortile, ho usato i fornelli elettrici.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per 8 pancakes:

  • 2 dl di farina 00
  • 2 dl di farina di orzo
  • 1 uovo
  • 2,5 dl di acqua
  • 2 dl di latte intero
  • burro per imburrare la padella

Per lo stufato di maiale:

  • 250 gr. di bacon
  • 2 dl di panna fresca
  • una tazzina da caffè di latte intero
  • 200 gr. di ricotta di capra o formaggio caprino abbastanza molle
  • pepe nero q.b.

Preparazione:

Preparare l’impasto dei pancakes mescolando le farine con l’uovo, e aggiungendo l’acqua e il latte. Sbattere con le fruste elettriche.
Imburrare una padella e cuocere i pancakes a fuoco abbastanza alto.
In un’altra padella soffriggere il bacon, poi aggiungere la panna, il latte e la ricotta e far cuocere per 5 minuti a fuoco vivace. Abbassare la fiamma e far sobbollire per circa 30 minuti, finché lo stufato non si sia ritirato.
Versare lo stufato sui pancakes, spolverare con pepe e servire.

Kollbulle med messmörduppa pronto! Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabrunaphotography.com

Kollbulle med messmörduppa pronto! Foto di Gianluca La Bruna – www.gianlucalabrunaphotography.com

 

Buon appetito!
I.

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Ti va un po’ di västerbottenpaj? Sujshhhh

Lo sapete da quanto tempo ho questo post in canna? Da tre anni. Questa è stata una delle prime ricette che ho fatto e uno dei primi argomenti di cui volevo parlare.
Perché non l’ho fatto? Perché all’epoca sapevo molto meno di linguistica e molto meno di svedesi; adesso ho intervistato persone e sfruttato le mie conoscenze in materia e questo articolo risulta molto più sensato di quanto sarebbe apparso se lo avessi scritto tre anni fa.

Che storia gradevole, vero?

Bene. Tempo fa è diventato virale un video su come dicono “sì” a Umeå, che è esattamente ciò di cui volevo parlare io. Per cui un po’ mi sono maledetta per aver aspettato tutto questo tempo, se no poi pensate che copio, invece è il mondo che copia me.

copiareAd esempio il 10 luglio 2015 è uscito un articolo su apogeonline che parla di Svezia, di Expo, di Ikea, di cucina e cibo svedese e il titolo dell’articolo è “Non solo polpette“. Ora, caro giornalista P.C., io so perfettamente di non aver inventato la dicitura “nonsolo-x” (ad esempio, un programma di canale 5 per menti illuminate si chiamava “nonsolomoda” e partì nel 1984), quindi so che il mio è un caso di buo alla ‘onca, come si suol dire, o acqua calda, che dir si voglia; però ecco, se posso darle un consiglio, a parte quello di evitare espressioni logore come “idee e soluzioni che spopolano”, robe fastidiosamente e inutilmente inglesi accompagnate da pensieri arcaici come “essere maker si declina anche in donna e cucina” o battutine tristissime come “sfida all’ultima vite”, io darei un’occhiata a Google ogni tanto, perché è brutto non riuscire a essere originali, ma ancora più brutto è essere sgamati.
Ovviamente, se il titolista non è lei, mi scuso sulla parte dell’originalità (i consigli sullo stile valgono sempre, invece), che può girare lei personalmente alla persona che così alacremente ha composto il nome del mio blog per dare un titolo al suo articolo.

Ecco, il video virale su Facebook è invece molto carino, ed è diventato virale sia perché carino sia perché tratta di un fenomeno interessante. Perchè nel Nord della Svezia, (anche se non ho la minima idea di quali siano le isoglosse di questo fenomeno, chiederò in università e vi informerò) per dire di sì si ciuccia l’aria.

Linguisticamente il “ciucciare l’aria” sarebbe il prudurre un suono ingressivo polmonare, ovvero la cui articolazione comporta immissione d’aria invece che emissione. In italiano a questi suoni corrispondono fenomeni paralinguistici, ad esempio se vi spaventate, se vi stupite particolarmente, se piangete, se vi fate male, se trombate selvaggiamente, molti dei vostri gemiti verranno articolati immettendo aria nei polmoni.

Questa ha sicuramente prodotto un suono ingressivo pomonare

Questa ha sicuramente prodotto un suono ingressivo pomonare

È molto raro che suoni ingressivi polmonari entrino stabilmente nell’apparato fonematico di una lingua, anche se in Botswana e Namibia esiste una lingua chiamata !xóõ contraddistinta dalla presenza di suoni “clic”, schiocchi di lingua, molti dei quali ingressivi polmonari. Il punto esclamativo all’inizio del nome non è perché volevano chiamare la loro lingua col nome più figo del mondo, ma rappresenta un clic centrale alveolare, che sarebbe in pratica il versetto che si fa per chiamare i gatti. Chissà perché coi cani non funziona.
L’anno scorso qui a Malmö nel Pildammsparken ho visto un bellissimo concerto dei COTA Youth Choir della Namibia, dove cantavano con tutti questi schiocchi. Una roba fantastica. Cercatevi qualcosa su YouTube, sono davvero bravissimi.

Ad ogni modo, in Svezia, spesso si dice sì inghiottendo l’aria. “Sì” si dice ja o jo (jo è come si in francese, ovvero risponde a domanda negativa, o comunque quando l’affermazione suscita sorpresa): provate a dire ja o jo aspirando invece che espirando e avrete fatto un vero viKisuono. È un “sì” connotato, ovvero è usato in conversazione per segnalare partecipazione, accordo e per invitare il parlante a continuare il discorso. Io però, che non lo sapevo, le prime volte pensavo che questa gente si spaventasse in continuazione.

Ecco, nel Nord però vanno oltre.

Il suono non è solo ingressivo polmonare, ma è una vera e propria inalazione. Secondo me è un naturale proseguimento dello jo ingressivo tipico di tutta la Svezia: nel Nord con il tempo devono aver perso ogni tipo di vocalizzazione, la “jo” si è trasformata nella posizione delle labbra per la produzione di vocale posteriore chiusa arrotondata e alla vocalizzazione ingressiva si è sostituita soltanto l’inalazione.

Ma queste sono mie speculazioni, ecco perché sono felice di aver scritto questo post adesso che la mia nerdezza è perfino più grande di prima.

Comunque qui vi linko il video carino, poi mi dite se avete qualche teoria linguistica su tutto ciò. Qui c’è invece c’è un altro video, che sarebbe una pubblicità della Norrlands Guld, una birra bionda del Norrland. I pubblicitari della Norrlands Guld come strategia comunicativa propongono stereotipi divertenti sulla vita nel Nord, i cui abitanti sono visti come degli orsoni poco comunicativi ma di buon cuore, mentre spesso gli stoccolmesi sono visti come fastidiosissimi fashion addict.
Il video che vi ho linkato rappresenta una parodia di un intero dialogo fatto esclusivamente di “sujshhhh”.

La ricettina che vi posto quest’oggi si riferisce a quanto detto perché viene direttamente dalle lande desolate del Nord, ovvero dalla regione del Västerbotten. Prodotto DOCG di questa regione è il Västerbottensost, cioè “formaggio del Västerbotten”, di cui vi avevo accennato qualcosina qui.

Västerbottensost

Västerbottensost

È preparato in un solo caseificio nella ridente Ånäset, sperduta località abitata da 600 persone il cui monumento cittadino è un tagliaformaggio gigante (giuro).
È di mucca, ha dei piccolissimi forellini e la pasta è grassa e granulare, più untuosa di quella del parmigiano. BUONISSIMO.
È immancabile alla festa del gambero di fiume, ovvero Kräftskiva (leggi qui), dove è sempre sulla tavola. Accompagna sempre anche la zuppa di finferli (qui). Insomma, é un vero viKiprodotto.
Dal momento che è realizzato da un solo produttore (no ma bello eh, fateli tutti i vostri discorsoni su come il prodotto sia autentico, tipico, contro l’omologazzzione: si chiama monopolio) costa un casino di soldi, per cui può piangere un po’ il cuore a grattugiarlo e farci una torta salata. Però vi assicuro che merita.

Ah, e già che sono in vena di polemiche: “grattugiare” con una G sola. Fate una ricerchina linguistica: date un’occhiata sui vari siti di cucina, e state pur sicuri che un’altissima percentuale di persone scrive “grattuggiare” con due g.
Se cercate su Google troverete ben 42.400 risultati alla parola “grattuggiare”…

Ora dico, la vogliamo smettere? Lo vogliamo imparare questo itaGliano? Nanni Moretti è stato chiaro su questo punto: chi parla male, pensa male e vive male.

Grattuggiare ‘n se po’ senti’.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per la base:

  • 125 gr. di burro
  • 90 gr. di farina 00
  • 90 gr. di farina integrale
  • 1 cucchiaio d’acqua

Per il ripieno:

  • 3 uova
  • sale q.b.
  • pepe bianco q.b.
  • 2 dl di panna fresca
  • 150 gr. di Västerbottensost (o Parmigiano, o Grana) grattugiato

PREPARAZIONE

Sciogliere il burro in un pentolino o nel microonde.

In una terrina mescolare le farine, l’acqua e il burro precedentemente sciolto.

Imburrare e infarinare una teglia di circa 24 cm di diametro e stendere l’impasto in modo da avere dei bordi abbastanza altini (tipo un paio di cm).

Mettere nel frigorifero per mezz’ora o nel freezer per 5 minuti (io preferisco il frigo). Una volta raffreddata cuocere in forno preriscaldato a 225°C per 10 minuti. La teglia deve stare nel ripiano centrale del forno.

Nel frattempo preparare il ripieno: sbattere leggermente le uova con sale e pepe. Aggiungere la panna fresca e sbattere con le fruste elettriche per pochi secondi, finché l’impasto sarà ben mescolato.

Grattugiare il formaggio, aggiungerlo e mescolare delicatamente con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto.

Appena il fondo della torta sarà cotto, versarvi dentro l’impasto e mettere nuovamente in forno, sempre nel ripiano centrale, ma stavolta a 200°C per circa 25-30 minuti o comunque finché non avrà un bel colore dorato.

Servire tiepida, con insalata, rucola, pomodorini e gli immancabili cetrioli.

Västerbottenpaj pronta! Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Västerbottenpaj pronta! Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito!

I.

Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

Köttbullar (prima o poi dovevo), carcasse di cavalli e viKifestival

Sono stata sfidata.

Ebbene sì, al mondo c’è chi osa tanto.

Un mio lettore mi ha perentoriamente ordinato di fare le köttbullar, ovvero le famose polpette svedesi, dicendo anche che di ricette in giro ne ha lette tante, ma lui vuole LA viKiricetta, la unica e sola. E ha detto tutto ciò con un tono talmente convincente che io ho passato tutto questo tempo a cercare su mille libri e a intervistare centinaia di svedesi per trovarla.

Caro Felice, tutto questo è per te, spero di non deludere le aspettative, in caso contrario apprezza almeno lo sforzo.

Le köttbullar stanno alla cucina svedese come gli spaghetti al pomodoro stanno a quella italiana. Ogni svedese le sa cucinare più o meno bene, si trovano in quasi tutti i ristoranti e in casa si mangiano abbastanza spesso. Immancabilmente presenti nel buffet di Natale, si dice siano stati introdotte nella viKicucina da Carlo XII di Svezia, che, in esilio a Istanbul, prese la ricetta ottomana e se la portò a casa.
Poi gli svedesi come sempre, presi dall’entusiasmo, esuberano e vai giù di panna, marmellata di lingon, etc.

Io non le avevo ancora mai cucinate, sia perché questo blog si chiama “nonsolopolpette” e quindi ritardavo il momento della resa dei conti con le polpette, pietra miliare della vikicucina, per licenza poetica; sia perché via vi dico la verità, mi piacciono talmente tanto quelle dell’IKEA che non ne ho mai avuto la stretta necessità.ikea_meatballs

Lo so, dentro le polpette IKEA ci sono i colibatteri, i topi muschiati e i nonni di Varenne, però a me piacciono un casino.
Tra l’altro, a proposito di cavalli & molto poco perspicaci svedesi, ho sentito dire da un viKitizio: “Non capisco perché la gente si lamenti della carne di cavallo nelle polpette IKEA, il cavallo è un piatto molto prelibato e costa anche più del manzo, è come se vendessero oro al posto dell’argento“…

Ecco, io non so se questo biondo dal mascellone inversamente proporzionale alla massa cerebrale scherzasse o dicesse sul serio, ma sono sicura che questa argomentazione è venuta in mente a molte persone, viKi e italiche, per il semplice motivo che l’idiozia è un fattore transnazionale.

E quindi arrivo io con il mio acume a illuminare il vostro brancolare nell’oscura ignoranza.

Antefatto: tempo fa, come ribaditomi anche da un mio lettore, gianvito, un’ispezione alimentare in Repubblica Ceca ha trovato carne di cavallo nelle polpette IKEA (la cui produzione è interamente svedese, i cechi poveracci non c’entrano nulla), che le ha così ritirate dal commercio in ben 13 paesi. L’Italia, che risulta essere al primo posto in Europa per la sicurezza alimentare, ha continuato il lavoro fatto dai cechi, e ulteriori analisi dei Nas hanno comunque mostrato che le polpette equine non provocavano grossi rischi per la salute, quindi trattavasi di ‘sola’ frode.

Eh sì carini, perché se non informi il consumatore sempre di frode si tratta, anche se al posto del manzo ci metti i draghi di Daenerys Targaryen.

E ora rispondiamo al nostro viKiamico con la scucchia, che da solo non ci arriva. Ovvio, il cavallo da ristorazione costa più della wacca da ristorazione (ho il vago ricordo di una pubblicità con uno che diceva “wiwa le wacche”, a voi suona?), quindi sarebbe in effetti molto strano se ci fosse un gombloddo in corso per far mangiare il consumatore in modo più raffinato senza che questo se ne accorga, non trovate?

Ciò si spiega molto semplicemente se invece del cavallo per uso alimentare ci si mettono carcasse di cavalli da corsa.

cavalloculturistaIl cavallo da corsa non è infatti previsto per la macellazione. Anzi, la macellazione del cavallo da corsa è discretamente illegale, e questo perché nell’alimentazione di un cavallo da corsa troviamo ormoni, antibiotici, anabolizzanti e altre cose che aumentino le prestazioni dell’animale fino a farlo diventare il Mickey Rourke dei cavalli. Quindi se ve lo mangiate poi c’è il rischio che defechiate barrette di meitnerio e roentgenio.

Ecco dai, spero che nelle mie köttbullar non ci siano cavalli da corsa. Poi oh, ho fumato quotidianamente un pacchetto e mezzo di sigarette fino a ieri, fare la salutista non mi si addice.

Bene. Riguardo alla ricetta.

Da un punto di vista di cucina filologica, tramite la collazione di varie ricette e lo scarto di evidenti contaminazioni (che di solito però, hanno la tendenza di migliorare il viKicibo, questo va specificato), ho trovato una lectio difficilior ricorrente, che consiste nell’aggiunta di miele, cannella e chiodi di garofano.

Visto che i viKi sono noti per accostamenti strambi (che vi dirò, spesso funzionano benone), ho pensato di essere sulla buona strada e ho deciso di proporre questa ricetta qui.
L’importante, come molte cose in questo mondo, è la dimensione.

In questo caso però la dimensione deve essere ridotta. Molto ridotta.
I viKi ci tengono a specificare che la vera, originale, perfetta, dimensione delle köttbullar è quella di una noce, e più sono tonde, meglio è (ovviamente, per la cottura).

Poi vanno cosparse di una salsa grassa chiamata gräddsås (su cui ho scritto qui, dove ho tra l’altro scritto anche a proposito di IKEA) e servite con patate bollite (o potatismos, detto purè), piselli (o broccoli o anche cetriolini sottaceto), e marmellata di lingon (o mirtillo rosso).

Ecco, e così mi libero del fardello del piatto più conosciuto della cucina viKinga.

Adesso però vorrei specificare una cosa.
Avrete senz’altro notato che lo stile fotografico di questo blog ha attraversato varie fasi: da “gita di prima media con macchinetta usa e getta presa coi punti del Ciocorì“, a “cellulare con fuoco e nitidezza regolabili“, a “ho un i-Pad e spippolo come se non ci fosse un domani e poi miglioro il tutto coi filtrini Instagram”.

Poi è arrivata la fase del “mi avvalgo di un fotografo professionista e vado in culo al mondo”, e qui nonsolopolpette ha fatto il salto di qualità.

Cara Bea, ti ricordi quando (nella fase della macchinetta del Ciocorì) mi apostrofasti con “Ire, carino il blog ma le foto sono una merda” (qui ti detti la risposta)? Bene, PUPPA! (Scherzo, lo sai che ti amo).

E quindi vorrei cogliere l’occasione per ringraziare il fotografo ufficiale di NSP© per l’apparato iconografico del post di oggi sui festival (purtroppo non per la foto del piatto, che come noterete benissimo appartiene alla fase “iPad e filtrini Instagram”, purtroppo il fotografo non c’era) e sfruttare l’occasione per chiedervi secondo voi quanti nella foodblogosfera hanno un fotografo professionista che non solo fotografa i piatti, ma si puppa anche gli avanzi? Ve lo dico io: NESSUNO! Ahahah, tiè!

Bene, tornando a noi.

Little Dragon - Way Out West

Little Dragon – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Oltre alle polpettine, un’altra cosa molto, molto, molto svedese, sono i festival musicali.

La Svezia ha una fortissima tradizione di musica, tanto da essere il terzo paese esportatore di musica nel mondo (così dice, almeno, e calcolato che sono 9 milioni di persone beh, direi che è tanto). Già vi parlai a suo tempo degli svedesi che dominano le hit mondiali, ma il fenomeno festival è un’altra storia.

Innanzitutto parliamo quasi esclusivamente dell’estate, perché con tutto l’amore per la musica, nessuno andrebbe a vedere dei concerti nel viKiinverno per poi ritrovarsi con le orecchie cianotiche e il moccio al naso stalattitizzato. Quindi da fine aprile verso settembre il calendario svedese è costellato di festivalZ, che possono essere gratis (come il Malmö Festivalen) o molto a pagamento (come il Way Out West a Göteborg).

Ve ne do una carrellata, notate bene che vi do i più famosi nelle città più grosse, se no facciamo notte.

STOCCOLMA:

  • Parkteatern = (giugno-agosto) Ogni giorno. Gratis. Nei parchi di Stoccolma si possono ascoltare concerti, vedere balletti e spettacoli circensi e partecipare agli workshop più vari.
  • Stockholm Early Music Festival = (inizi giugno) Quattro giorni. Gratis. La città vecchia (Gamla Stan) si riempie di concerti di musiche barocche e rinascimentali.
  • Accelerator = (fine giugno) Due giorni. Festival indie-rock frequentato (pare) da ragazzetti più che altro.
  • Stockholm Jazz Festival = (metà luglio ma c’è anche la versione autunnale a ottobre). Una settimana di jazz nell’isola di Skeppsholmen. I concerti partono dal pomeriggio e proseguono la sera.

GÖTEBORG:

Veronica Maggio - Way Out West

Veronica Maggio – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

  • Metaltown = (metà giugno) Tre giorni. Capelloni lunghe, giacche di pelle, borchie come se piovesse e artisti metal della scena mondiale, ci hanno suonato, tra gli altri, i Korn, i Mötorhead, Alice Copper, i Rammstein, Marylin Manson e Cristina D’Avena (no, lei no).
  • Way Out West = (metà agosto) Cinque giorni. Molto costoso ma anche molto bello e enorme, conosciuto in tutta Europa. Dentro il bellissimo parco Slottskogen, concerti dal primo pomeriggio a notte fonda con artisti nazionali e internazionali.

MALMÖ:

  • Malmöfestivalen = Bello. Gratis. Bello. Metà agosto. Una settimana di un milione di concerti gratuiti, sparsi per tutta la città (ma il concerto principale è sempre in Stortorget). Vendono un sacco di cibo per strada e ci sono tipo workshop di cucina, cose per bambini, spettacoli di danza, tutto.
  • Goodnight Sun = Non è un vero e proprio festival ma secondo me è una cosa bellissima. Luglio, dall’1 al 21 ogni sera al tramonto (quindi verso le 21:30) concerti sul ponte Hoppbryggan a Västra Hamnen (il posto è detto “Titanic” perché sembra una prua, e la mia amica Francesca ha anche delle foto molto compromettenti di me e del mio principe consorte che facciamo i cretini come Rose e Jack. Lo so, pensavamo di non essere ripresi).

    Icona Pop - Malmöfestivalen

    Icona Pop – Malmöfestivalen. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

UPPSALA:

  • Uppsala Reggae Festival = (prima metà di agosto). Tre giorni di raggae svedese ma non solo. non ho capito se si paga, quanto si paga, né dove sia esattamente nella città. Seguite il suono dei djambé.

UMEÅ:

  • Umeå Open = Fine marzo. Sei giorni. Costa non eccessivamente ma costa. Fa regolarmente il tutto esaurito. Artisti di tutto il mondo, svedesi e svedesi conosciuti anche in ambito internazionale (es. The Ark).
  • Umeå Jazz Festival = Autunnale, metà ottobre. Cinque giorni in cui nel freddo viKinord ci si scalda a colpi di jazz.
  • Forlorn Fest = Ultimo weekend di novembre (nel nord i concerti gli garbano ghiacci). Musica pestona underground.

ALTRI FESTIVAL IN ALTRI POSTI:

  • Melodifestivalen = (non è estivo, si svolge a febbraio, ma è negli studi televisivi come San Remo, quindi non conta). Competizione, più che festival. Musica commerciale in TV, si vince col televoto, si trasmette sulla televisione pubblica. Cose a cui siamo abituati anche noi, ma andava menzionato.
  • Sweden Rock Festival = a Norje. Prima settimana di giugno. Quattro giorni. Come il nome suggerisce, rock ‘n rooooll. Ci hanno suonato Aerosmith, Guns ‘n Roses, Billy Idol, Europe, Lynyrd Skynyrd, etc.
  • Åmåls Blues Fest = a Åmål. Prima metà di luglio. Quattro giorni di musica bluesettona a oltranza.
  • Hultsfredsfestivalen =  a Hultsfred
  • SIESTA! = a Hässleholm. Primo weekend di giugno. Tre giorni. Il pubblico è prevalentemente nordico (si parla comunque di un casino di gente), con artisti nordici, anche se qualcuno di questi è conosciuto anche a livello internazionale.

    Halkan Balkan - Goodnight Sun

    Halkan Balkan – Goodnight Sun. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Ecco, calcolate che io ne ho messo solo qualcuno ma ce ne sono in ogni città, ogni giorno, per ogni genere musicale, sempre, ovunque.

La particolarità dei viKifestival è che sono bellissimi.

Indipendentemente dal tipo di musica proposto è proprio ganzo vedere come se la vivono gli svedesi: bambini, vecchietti, donne gravide, pischelli, alcolisti anonimi e meno anonimi, chiunque si gode la musica. E cosa ho notato io è che ognuno di loro se la gode rivendicando orgogliosamente la propria appartenenza a una delle categorie sociali summenzionate.

Mi spiego meglio: a Livorno (e probabilmente non solo lì), vediamo la figura del/della vecchio/vecchia adolescente. 45enni tatuati e pieni di piercing coi capelli ossigenati alle spalle che surfano, o 50enni zoccolone con le minigonne e le ciccine mosce delle cosce che gli ricadono sul ginocchio osteoporotico, che gozzovigliano mezzi briai nei posti normalmente frequentati da gente che potrebbe derivare dai gameti del frutto dei loro gameti, e che parlano e si atteggiano come ragazzini delle medie.

Bene, io di vecchi del genere a Malmö ne ho incontrati pochissimi. Mentre ho invece potuto ammirare in questi concerti parecchie persone anziane danzanti e dignitose, sorridenti e felici di condividere musica e spazi con altri sorridenti come loro.

E così ho visto anche giovani babbi che si portano il marmocchio al concerto di elettronica e ci ballano insieme, che si portano il neonato al sacco munito di cuffione antirumore e se lo dondolano mentre ascoltano il loro gruppo preferito.

E a me questo piace!

Mi piace perché io non sarò mai una che “fa la mamma” (come fosse un mestiere), schiava dei figlioli e priva di una dimensione tutta mia di realizzazione e divertimento, mentre mio marito non fa un cazzaccio nulla e faccio tutto io, così come non sarò mai una vecchia bavosa che si gratta le chiappe, compra il fumo dai bimbetti coi rasta e si siede scosciata sul marciapiede con dei jeans stretti che mostrano un piede di cammello risalente al pleistocene.

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead - Malmöfestivalen

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

I festival in Svezia sono, certo, fatti anche per i superbriai, ma non c’è solo questo. Complice la musica, complici i parchi o le piazze del centro in cui questi concerti si svolgono, si riscopre una convivialità davvero sana (lontana da quella malata delle feste universitarie, ad esempio, dove è invece prassi comune vomitarsi addosso a idrante e non capire una sega, altrimenti sei out), in cui i viKi riscoprono anche una dimensione esterna alla casa.

Perché io credo che il clima influisca sul tipo di socialità: feste in casa, giochi da tavolo, cene lunghissime, serate film, etc. Qui non siamo a Barcellona o a Roma, la vita di piazza in Svezia non esiste. D’estate c’è il pub al massimo, ma non c’è la piazzetta. E d’inverno ci sono solo le case delle persone, quindi o hai amici da invitare, o vivi con qualcuno che ti migliora la vita e ti dà serenità, oppure è probabile che tu finisca a cercare su Google come si fa un nodo scorsoio.

Ecco, nei festival forse si concentra nel giro di 4, 5 giorni un’ansia di stare insieme sotto un comune denominatore che non sia il coma etilico, e io la trovo una cosa splendida.

Via, ora non vi voglio fare piangere, insomma, anche meno. Però se vi capita andateci! A uno a caso! Anche se siete incinte di 8 mesi, anche se avete 93 anni, anche se avete i bimbi piccoli, anche se siete disabili, che qui è tutto attrezzato per migliorarvi la vita, e di sicuro sarà pieno di persone nella vostra stessa situazione che ridono e ascoltano la musica. Magari anche musica di merda. Ma almeno ridono.

Rocchenroll.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 cipolla gialla
  • 1 cucchiaio di burro
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 dl di latte
  • 0,5 dl di panna fresca
  • 60 gr. di pangrattato
  • 500 gr. di macinato di manzo
  • 2 uova
  • 1 cucchiaio di miele
  • pimento (se non lo trovate usate il pepe nero)
  • un pizzico di cannella
  • un pistillino di chiodo di garofano sbriciolato
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di pepe bianco
  • un pizzico di noce moscata
  • margarina per cuocere
  • gräddsås

PREPARAZIONE:

Tagliare finissimamente la cipolla e soffrigerla nel burro finché non diventa trasparente. Far raffreddare.

Sciogliere la fecola nel latte mischiato alla panna e aggiungere il pangrattato.

Aggiungere a tutto ciò la cipolla, la carne, le uova, il miele, tutte le spezie e il sale.

Fare delle palline della dimensione di una noce, cercando di farle tutte uguali, altrimenti la cottura verrà un troiaio. Cuocerle nella margarina.

Cospargerle di gräddsås.

Köttbullar pronte!

Köttbullar pronte!

Buon appetito!

I.

Gimme! Gimme! Gimme! A knäck after midnight

Non si può avere un blog sulla Svezia senza affrontare l’argomento Abba.
No, no, no, no, non si può.
E allora vai col nuovo articolo, anche e soprattutto perché l’ho promesso a Irene F., compagna adolescenziale di concerti e richieste di autografi di dubbio gusto, persa negli anni e poi ritrovata all’isola d’Elba.

Dunque, ognuno di noi conosce almeno una canzone degli Abba. Forse non proprio ognuno di noi, ma molti (me inclusa) si ritrovano talvolta sotto la doccia a cantare “Fernandooooo” usando la cornetta come microfono.Abba

I ritornellini degli Abba ti si piantano nel cervello in un modo tale che neanche una lobotomia sarebbe d’aiuto.

Perfino Madonna ha ceduto al fascino degli Abba riproponendo un campionamento di una loro canzone (quella che ha citato anche la sottoscritta per il titolo di questo post) nella sua Hung Up, leitmotiv della mia ubriachezza molesta la notte di Capodanno del 2005 sotto la porta di Brandeburgo assieme a tre miei amici.
Ma credo che i cazzi miei vi interessino in misura limitata, quindi torniamo a parlare degli Abba.

Gli Abba nascono nel lontano 1970, quando Agnetha Fältskog & Björn Ulvaeus, e Benny Andersson & Anni-Frid Lyngstad decidono di formare una band composta da una doppia-coppia canterina; la struttura chiastica con cui vi ho detto i loro nomi serviva a contenere la spiegazione sul perché del nome Abba, ovvero le iniziali delle due coppiette, anche se pare che il nome Abba sia stato anche un furbo stratagemmino usato per far sì che i loro album fossero sempre ai primi posti nei negozi di dischi.

Ad ogni modo, vuoi per lo stratagemmino, vuoi per due bionde mezze ignude che si sgolano su un palco, vuoi per le tutine di lustrini (indossate sia dalle summenzionate bionde, sia dai mariti), gli Abba hanno venduto oltre 375 milioni di dischi in tutto il mondo, e sono considerati tra i gruppi più influenti del pop internazionale.

Ecco, io personalmente non credo che gli Abba siano propriamente i Mozart del pop, quelli sono i Beatles (dei primi tempi, perché dopo abbandonano il pop per darsi alla genialità). Penso che la viKiband abbia inventato poco e che musicalmente non sia poi particolarmente creativa. Ma nessuno come loro trasmette energie positive sul mondo, questo va riconosciuto. Se il mondo è una merda, come è, una canzone degli Abba ti dà una carica diocristo, che poi vai a manetta.

E quindi a me stanno davvero simpatici.

Bene, per tornare alla loro storia personale, le coppiette si sfasciarono dopo poco e alla fine il gruppo si sciolse. Fu proposta loro una reunion nel 2000 per una tournée che avrebbe fruttato ai 4 biondi circa un miliardo di dollari… evidentemente non avevano problemi economici perché hanno rifiutato per “non deludere i fan”. No, bravi eh, per carità. Io per un miliardo di dollari prendevo la macchina e li mettevo sotto, i miei fan, ecco forse perché di fan non ne ho e vivo in un sereno anonimato.

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

Ad ogni modo, gli Abba furono i pionieri di tutto un filone di svedesi travestiti da anglosassoni che portò e continua a portare alla Svezia diversi soldini nell’esportazione di musica in tutto il mondo. Vi avevo già scritto questo post che parlava di svedesi insospettabili, ma vi rinfresco la memoria nel campo musicale: Ace of BaseRednexRoxetteThe CardigansEuropeAlcazar, The Ark, Meja, Eagle-Eye Cherry, The Hives, Emilia, e altri ottocento milioni che mi sto dimenticando.

Comunque, per tornare agli Abba

L’incontro primordiale nasce dai due uomini, che negli anni ’60 suonano entrambi in due gruppi non particolarmente affermati, ma comunque con un loro seguito; i due iniziano a collaborare musicalmente insieme nei tempi morti e continueranno per sempre, anche dopo la fine degli Abba, a dimostrazione del fatto che i veri amici non ti lasciano mai, la figa prima o poi sì.

Agnetha nel frattempo era già conosciuta per aver fatto la Maddalena nella versione svedese di Jesus Christ Superstar. Sì perché gli svedesi sono come gli americani, devono avere la loro versione di tutto, se no non capiscono.
Era particolarmente famosa in Germania e cantava spesso in concerti hippy svedesi. Durante uno di questi, tra un acido e un’ascella pezzata, aveva conosciuto Björn e se lo era sposato qualche anno dopo, per la gioia delle rivistacce sceme di viKigossip che documentarono maniacalmente il matrimonio un po’ come hanno fatto con la principessa Vittoria ai tempi nostri (se vi interessa sapere di più su quest’ignobile storia leggete qui).

Frutto dell'amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l'incendiaria

Frutto dell’amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l’incendiaria

Anni-Frid, l’unica non svedese del gruppo (perché come dimostrano gli Aqua, una topa norvegese ci sta sempre bene), si fece conoscere un po’ di più nella serata in cui in Svezia cambiò il senso di marcia automobilistico da sinistra a destra. Gli astuti governanti infatti quella sera organizzarono grandi concerti e spettacoli televisivi per convincere le persone a restare a casa davanti allo schermo evitando così di far loro prendere la macchina per poi spiaccicarsi nei pali.

Qualche tempo dopo, ad un concerto hippy anche lei, conobbe Benny e ecco gli Abba pronti e impacchettati.

Poi c’è stato il revival Abba anni ’90 grazie anche al musical Mamma mia! che io non ho visto perché nutro un odio profondo per ogni genere di musical. Ho provato a vedere anche Hair e Jesus Christ Superstar. No, non ci riesco. Se canti e balli, mi stai sul cazzo.
Però ammetto che è un problema mio.

I miei solerti lettori mi hanno giustamente ricordato che a Stoccolma l’anno scorso è stato creato: ABBA The Museum. Nasce come mostra itinerante e diventa un museo stabile, rientrando nel novero dei musei “non c’ho un cazzo da far vedere, beccati questo”, di cui la Svezia è piena, e di cui ho già parlato a proposito della famosa nave Vasa.
In questo museo, pensate, potete cantare e ballare in una cabina con ologrammi degli Abba indossando anche un’ologrammica tutina imbarazzante, e scaricare la vostra ignobile performance per poi condividerla sui social network per meglio esporvi al pubblico ludibrio.
Il mio modesto consiglio (poi fate come volete) è: andate a Copenhagen, compratevi una chilata di erba buona, portatevela a Stoccolma, fumatela prima di entrare e infilatevi nella cabina ologrammica. E poi mandatemi i vostri video e io li posto qui. Per favore.

Tornando a noi, normalmente si ritiene che gli Abba abbiano inventato uno stile. Sono ricordati sicuramente più per i completini che per i loro nomi di battesimo.
Si pensa spesso (credo almeno, io di solito non penso che le rivoluzioni siano fatte coi vestiti, ma nazionalpopolarmente lo si crede): “hanno voluto dare un segnale di rottura pur seguendo l’onda degli anni ’70”, “liberavano il corpo liberando anche ciò che lo comprimeva”, “i colori dei tessuti con cui si fasciavano rappresentavano gioia e serenità”.

Bene, no.

Gli Abba si vestivano da cazzoni per non pagare le tasse.

È una dura verità da accettare, ma è così. È difficile accettare che l’Italia sia fuori dai mondiali, che John Lennon sia stato ucciso, che Roberto Bolle sia gay, e quindi provate a ingoiare un po’ di Xanax e a mandare giù anche questa.

Il solerte Benny ha addirittura detto: “Nessuno si vestiva male come noi, ci vestivamo da idioti solo per non pagare le tasse”. Capito? Al vostro amico Benny le frange luccicose che voi trovate tanto sovversive FACEVANO CAGARE!!

costumiabbaSì perché in Svezia c’era (o forse c’è ancora, non so) una legge per cui i costumi di scena potevano essere detratti dalle tasse, e per qualificare un vestito come “costume di scena”, questo avrebbe dovuto suscitare una reazione del genere: “Cara viKiagenzia delle Entrate… Ti pare che io normalmente vo a giro con questa merda addosso?”.

Ecco perché i colori sgargianti, le vertiginose zeppe e tutte le mise degne dei migliori Cugini di Campagna.

Oltretutto il caro Benny aveva già avuto dei disagi con il fisco biondo, dal momento che pare avesse evaso tipo 10 milioni di euro.

Quindi, nulla, a parte queste storiacce, il piatto che vi illustro oggi non c’entra in realtà un cazzo con gli Abba, con l’evasione fiscale, con luglio, con l’estate, ma era un ottimo monosillabo che stava nella metrica del mio titolo.

Lo knäck è un dolcetto tradizionale tipico del Natale svedese (se volete altre ricette natalizie tipiche svedesi cercate “en riktig svensk jul” su questo blog) e deve il suo onomatopeico nome al fatto che quando lo mangiate vi sembrerà di tornare nel Medioevo per essere sottoposti alla tortura dello schiacciatesta, perché basta un morso di queste caramelle per frantumarvi gli alveoli dentari.
Si può porre rimedio aggiungendo molto latte alla ricetta e cuocendoli un po’ meno, però ecco, agli svedesi piace così.

Però se ciucciate e non mordete è buono. Sa di mou, anche se ho letto che è più precisamente un toffee, anche se poi non ho mai capito la differenza tra le due cose.

Dentisti del mondo, ringraziatemi per aver postato questa ricetta.

INGREDIENTI PER 10-15 KNÄCK:

  • 90 gr. di zucchero
  • 170 gr. di miele (o di sciroppo d’acero)
  • 2 dl di panna fresca
  • 90 gr. di granella di mandorle (o di nocciole). Se non la trovate già pronta spezzettate tutto voi con un coltello affilato.

* Servono 10-15 stampini da minicupcake!

PREPARAZIONE:

Mischiare lo zucchero, il miele e la panna in una pentola dal fondo spesso (così non si brucia tutto).

Portare a ebollizione mescolando e abbassare il fuoco appena bolle.

Far cuocere per 20-30 minuti finché diventa appiccicoso e marroncino (il tempo dipende da quanto è grande la pentola).

Per vedere se è pronto fare quella che gli svedesi chiamano kulprovet (hehe), che non è la prova del culo: prendere un bicchiere pieno di acqua fredda e un pezzettino piccolissimo di impasto bollente con un cucchiaino. Buttare l’impasto nell’acqua fredda e se si riesce a formare facilmente una palletta vuol dire che è pronta.

Spegnere il fuoco, aggiungere la granella di mandorla.

Versare tutto negli stampini da minicupcake facendo molta attenzione, perché il caramello bollente fa effetto napalm.

Mettere in frigo e far raffreddare per un paio d’orette.

Si conservano per un paio di mesi a temperatura ambiente.

Buon appetito!

I.

Di cazzi & mazzi: la genderfollia e il korv Stroganoff

Uno spettro si aggira per la Svezia: lo spettro della genderfollia.

Sì perché la denominazione “femminismo”, secondo l’umile opinione di nonsolopolpette, è profondamente sbagliata. Innanzitutto se ci manteniamo stretti all’etimologia, anche la parola “femminismo” andrebbe rivista… ma qui entriamo in discussioni lunghe e prolisse.

Parliamo quindi di uguaglianza, che ci piace di più.

L’ideologia del gender è spesso confusa con l’ideologia dell’uguaglianza, quando è invece più assimilabile all’ideologia delle stronzate-da-finti-liberal che in Svezia, ma non solo lì, vanno un casino.

La teoria del gender ci informa di come il sesso sia ciò che biologicamente distingue gli uomini dalle donne (ad esclusione di malformazioni congenite, ma questi sono casi più unici che rari), mentre il genere sia la costruzione sociale che ruota attorno al sesso.

keepherwhereshebelongsOra, anche io credo che idee come “la donna è biologicamente più remissiva, l’uomo è più aggressivo”, “le donne sono più cerebrali, gli uomini più pratici”, “le donne sono più furbe, gli uomini più ingenui”, “le donne fanno l’amore, gli uomini scopano”, siano magniloquenti, leggendarie, sontuose puttanate.
Puttanate all’ordine del giorno, a cui siamo abituati, a tratti travestite da sviolinate come “No no no, io non sono maschilista, anzi, secondo me le donne sono meglio degli uomini“. Ma cosa vuol dire?! I sessi sono biologicamente due, se ce ne fosse stato uno sarebbe durato poco e poi non ce ne sarebbe più stato nessuno, perché per la riproduzione ne servono due.

Quindi gerarchizzare il “meglio” o “peggio” in questo caso mi sembra oltre che un’aberrazione dell’intelligenza, anche pericoloso, perché dove si sviolina si separa, dove si separa si gerarchizza, e dove si gerarchizza si pongono le basi per poter dire: “Le donne saranno anche meglio, ma io sono più forte”. Ed ecco clave, harem, ginecei, infibulazioni, cacce alle streghe, Ruby Rubacuori, etc.

In Svezia però la questione è molto più sottile, e in un certo senso anche più pericolosa.

Dal punto di vista della parità dei sessi, così tanto per darvi un preambolo prima di arrivare al nocciolo del discorso, la Svezia risulta essere il primo paese europeo per violenza sulle donne, a volte anche primo paese tout court, ma comunque sia sempre in top ten mondiale da circa una ventina d’anni. I femminicidi sono una realtà preoccupante, e da raccolte di dati da ospedali e associazioni femministe, risulta che poco più del 90% degli stupri non viene denunciato, quindi uno stupratore in Svezia ha la quasi certezza dell’immunità.
È pratica più comune di quanto si creda picchiare la moglie così come giustificare il maritino che ti ha rotto il naso.

La Svezia ha pertanto deciso di rispondere al suo problema in un modo pazzescamente furbo (Irony Alert): se uomini e donne sono uguali, non ci saranno più differenze di genere, quindi niente più problemi dovuti alle differenze. Un po’ come Bush che suggerì la deforestazione come soluzione al problema degli incendi boschivi: no alberi no fuoco. Sì, è Bush, non Dulbecco.

E allora (Stoccolma è partita per prima con l’asilo Egalia) hanno iniziato a organizzare scuole primarie in cui è abolito il pronome personale egli/ella e lui/lei. Se ne usa uno indistinto: han “egli” e hon “ella” si sono trasformati in hen, boh “ellu”?!

Bambole della scuola primaria Egalia, rigorosamente senza attributi sessuali

Bambole della scuola primaria Egalia, rigorosamente senza attributi sessuali (ma, guarda un po’, bionde e con gli occhi celesti)

Hanno iniziato a non dire ai bambini di che sesso sono per dare loro la possibilità di scegliersene uno da soli; a insegnare ai maschietti a fare pipì seduti per impedirgli di abusare di una loro presunta ‘superiorità’. Capito? Pisciare in piedi = superiorità

Hanno stabilito che la dicitura “donna incinta” è potenzialmente discriminatoria, meglio sarebbe “persona incinta”. Forse nelle ore di scienze e biologia a scuola non hanno spiegato ai viKi che solo le donne possono restare incinte, forse hanno proiettato il film Junior, dove Schwarzenegger si fa impregnare (ho ancora gli incubi).

Hanno introdotto il Bechdel test, un test di valutazione qualità cinematografica: se in un film ci sono almeno due donne di cui si conosce il nome e che parlano di qualcosa che non sia “uomini”, il film è genderly correct. Questa malsana idea ha visto le istituzioni in brodo di giuggiole, vari canali televisivi che hanno annunciato che seguiranno solo questo test per regolare la loro programmazione, e altri episodi di follia.
Ecco che Pulp Fiction viene cannato, ma immagino che Sex and the City (perché è vero che parlano di uomini tra loro, ma parlano anche tanto di scarpe, moda, gossip, sfilate, diete, depilazione, capezzoli finti, trucco, quindi questi argomenti vanno bene no? Dimostrano un impegno attivo) sia considerato femministicamente militante.

E quando sento dire che in Svezia sono paritari mi si gela il sangue nelle vene. Non voglio dire che non lo siano, per tante cose lo sono, ma se prendiamo queste ‘riforme’ come metro di paragone, a me più che egualitari mi sembrano dei pazzi furiosi.

henIo sono dell’idea che appiattire le differenze con un’omologazione feroce, non vuol certo dire risolvere i problemi che si creano proprio tra queste differenze. Affatto. Vuol semplicemente dire livellare ogni unicità e distintività allo scopo di rendere tutti uguali, e quindi, molto facilmente controllabili.

Un po’ come il caso “presidente nero degli Stati Uniti”. Perché è da tener presente che negli Stati Uniti la comunità afroamericana continua a essere segregata nei ghetti, dove le scuole hanno metal-detector all’entrata e le poche forme di redenzione della comunità nera sono date dal rap, perché lo si sa, i neri hanno il ritmo nel sangue.
Allora si pompa un presidente nero in giacca e cravatta, abito tradizionale dell’uomo bianco, per dare l’idea del ch-ch-ch-change, anzi, a ripensarci, si decide di giocare la sua candidatura unicamente sull’assioma razzista e ancora da dimostrare: nero = ganzo. E così ci sentiamo in pace con la coscienza, once you go black, you never go back.

È lo stesso identico discorso della genderfollia, riassumibile nell’espressione: calmiere sociale.

Trattare come diverse cose che sono davvero ontologicamente diverse non vuol dire discriminarle. La discriminazione si situa ad un livello più profondo: discriminazione è avere concorsi di bellezza, ad esempio, è costringere i gusti e le abitudini sessuali, in un senso e in un altro, è giocare sulla figura del maschio onnitrombante e della donna che lo aspetta a casa mentre cucina. Questo è discriminare.

Ma riconoscere un pisello da una passera è vedere.

E i viKi non amano le differenze, non ci si sanno relazionare. Capire le differenze vuol dire essere disposti ad ascoltare voci fuori dal coro, vuol dire riuscire ad aguzzare la vista e alzare un tappeto con tonnellate di polvere sotto, vuol dire pensiero critico e autocritico. E questo (secondo me, nel migliore dei casi), vuol dire subbuglio nello status quo, vuol dire dare uno scossone alla cristallizzazione sociale (e di classe, volendo), vuol dire incrinare l’identità nazionale. Ecco perché questo non piace, perché vuol dire in soldoni perdere tutto ciò che caratterizza il Volksgeist svedese.

Comunque la ricetta che ho scelto per voi oggi è il korv Stroganoff. Deriva dal manzo alla Stroganoff russo, ma è stato riadattato dai viKi sostituendo il filetto di manzo (che era peraltro l’unica cosa decente del piatto) con il falukorv.
Il falukorv è un salsiccione riconosciuto dall’Unione europea specialità tradizionale garantita svedese (chi ha la Pizza napoletana, e chi un würstel), e ha un sapore vagamente speziato, ma è in sostanza uguale a un normale würstellone del Lidl.
Gli svedesi se lo schioccano ne… (maliziosi, cosa pensavate?) …i panini, oppure lo friggono e lo cospargono di marmellata di mirtilli rossi. Voi non fatelo, please.

Ho scelto questa ricetta non solo perché è un piatto davvero tipico (e tutto sommato non è neanche male), ma anche perché il suo ingrediente principale ha la forma di un pene. Sì sì, dico davvero, l’ho scelto per quello. Per far capire alle riforme svedesi che nonostante ciò che esse propugnano, i cazzi esistono. E le passere, mon dieu, anche.

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 250 gr. di würstel
  • mezza cipolla gialla
  • 10 gr. di burro
  • 200 gr. di pelati
  • 1/2 decilitro di panna fresca
  • 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
  • 1 cucchiaino di yogurt magro
  • 1/2 cucchiaino di senape
  • pepe bianco q.b.
  • prezzemolo q.b.
  • 250 gr. di riso, o cous cous, o bulgur (vi prego NON pasta scotta come fanno alcuni viKi)

PREPARAZIONE:

Tagliare i würstel a listarelle e tagliare finemente la cipolla.

In una padella far sciogliere il burro e mettere würstel e cipolla insieme, far soffriggere per circa cinque minuti, quando la cipolla risulterà dorata.

Aggiungere i pelati tagliati a pezzettini, la panna, il concentrato, lo yogurt, la senape e far cuocere per una decina di minuti.

Se vi piace un po’ più sciacquoso e meno tirato potete aggiungere un mezzo bicchiere d’acqua.

Spolverare con il pepe, aggiustare di sale e cospargere di prezzemolo.

Servire con il riso bianco preferibilmente cotto a vapore.

[Per rendere il piatto più interessante aggiungere peperoncino o chili]

Korv Stroganoff pronto! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com - gianlucalabruna.tumblr.com

Korv Stroganoff pronto! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.comgianlucalabruna.tumblr.com

Buon appetito!

I.

Våfflor, copimismo e religioni del cazzo

piastra

La mia bellissima piastra

Non c’è stato niente da fare, ho deciso di fare un altro dolce. Sono sotto tesi e in carenza d’affetto, in Toscana piove as usual, fa freddo e quindi i maglioni nascondono il fatto che io sia grassa, e in più ho comprato una fantastica piastra per waffel, che mi implorava di essere immediatamente usata non appena avessi barbaramente distrutto l’imballaggio.

E chi sono io per dire no ad una piastra per waffel? Nessuno, quindi famo ‘sti waffel.

In Svezia i waffel si chiamano våfflor.

E comunque vedo su Wikipedia che in Italia sono conosciuti anche come gaufre, che sono ‘parenti prossimi’ dei pancake, e della stessa famiglia di crêpe, canestrelli, tegole dolci (che non so cosa cazzo siano), e se seccati si trasformano in wafer e coni gelato.

Non avevo idea che ci fosse una classificazione linneana dei biscotti a cialda. Si impara sempre qualcosa.

In Svezia ad ogni modo i våfflor hanno la tipica forma a 5 cuoricini uniti in modo da sembrare un fiorellone, che è peraltro la forma della mia piastra nuova di zecca, perché io se devo fare le cose le faccio per bene, cribbio.

E’ dal 1600 che nelle case svedesi si cucinano i våfflor, e siccome ve l’ho sempre detto che gli svedesi sono pedanti, ogni variante dei våfflor in svedese non si limita a chiamarsi “variante di våffla“, ma ha uno stupido nome. Io ora non sono una grandissima esperta di våfflor, per cui non vi sto a ammorbare con le differenze tra varianti e rispettivi nomi anche perché non lo so, però fidatevi che è così.

Ma anche un’altra cosa tipicamente viKi è strettamente legata ai våfflor: il fatto che il calendario svedese preveda un cazzo di giorno del våffla, il Våffeldagen, che è il 25 marzo.

C’è un giorno per tutto in Svezia. Un po’ come la leggenda metropolitana sulla Svizzera, che se lavi la macchina un giorno che non sia il sabato subisci un ostracismo sociale, perché il “giorno di lavamento macchina” è il sabato. Cose che noi terroni non riusciamo a concepire neanche con uno sforzo psichico sovrumano.

Sì lo so, stavolta sono stata puntuale, nonostante normalmente vi posti le ricette di Natale a febbraio o cose così, ma tanto voi capitate su questo blog solo perché cercate i “culi di maiale svedesi” (per approfondimenti sulle vostre ricerche, vedi qui), quindi spero che mi perdonerete.

By the way, il 25 marzo si mangiano i våfflor per festeggiare l’Annunciazione, ovvero il momento in cui l’arcangelo Gabriele è andato da Maria a dirgli “Cara, ti devo parlare. Puntini di sospensione”. Prima volta in cui il discorsetto viene fatto da un uomo a una donna (sì ok, gli angeli non hanno sesso, ma questo si chiama Gabriele). Che sì, insomma, ciò ha anche senso, perché poi Gesoo è nato il 25 dicembre, quindi la Vergine in stato interessante 9 mesi di gestazione se li è fatti. Cosa che invece non torna se si festeggia l’Immacolata Concezione l’8 dicembre, per cui la Madonna dovrebbe aver avuto una gravidanza o di 17 giorni (roba che nemmeno gli orsetti russi) o di 382 (ovvero più di un anno di dolori articolari, nausee, pesantezza e astensione da alcol&cicchini, essendo oltretutto vergine… inculata maxima).

Ma poi invece pare che l’8 dicembre si festeggi qualcos’altro, in realtà, qualcosa sul peccato originale di Maria che non mi ricordo e non ho voglia di cercare. Anche perché, ecco, ce ne frega qualcosa? No, bene.

Comunque, alla fine delle fatte fini, quel giorno i viKi mangiano våfflor, bella per loro.

Potete cucinarli anche senza l’apposita piastra, e li fate tipo crêpe, però la cosa bella di avere una piastra per våfflor è che vengono tutti bellini uguali che sembrano fatti con il CTRL+C; CTRL+V.

E agli svedesi il copia e incolla piace parecchio, tanto che hanno una religione che celebra proprio questo.

No, non ho bevuto, dico davvero.

Allora, dovete sapere che in Svezia le confessioni religiose hanno cospicui sgravi fiscali (tipo l’esenzione IMU de’ noantri), e ciò a parere mio, ed evidentemente non solo mio, non è per niente giustino.

No, perché se io sono una cazzo di organizzazione atea ma promuovo cose ganze tipo, che so, ripetizioni gratuite a ragazzini che vanno male a scuola, corsi di cucito a ex galeotti, lezioni di shàolínquán a vecchiette aggressive, etc. non risparmio il becco d’un quattrino, in compenso se ululo al cielo che un’entità invisibile ma che permea l’universo risolverà tutti i miei problemi se porgo l’altra chiappa, ho aiuti economici.

Isak Gerson

Isak Gerson

Allora uno studente di filosofia molto gggiovane e astuto, tale Isak Gerson, ha voluto creare una nuova religione per avere anche lui un alleggerimento delle tasse. Non che non lo avesse anche prima, essendo tesoriere anche del Movimento degli Studenti Cristiani di Svezia (sì, esiste davvero), ma evidentemente ne voleva un po’ di più.

Per cui si è inventato un nuovo credo, e lo ha chiamato kopimism, in italiano “copimismo” (dall’inglese copy-me). Evidentemente il buon Isak doveva essere un nerdone di quelli seri, insomma: tesoriere degli studenti cristiani, particolarmente cesso e particolarmente genialoide = la sua vita sociale doveva limitarsi alle pippe su internet, e infatti proprio dall’informatica (no, non dalle pippe) ha preso ispirazione.

La religione copimista infatti si propone di diffondere ogni tipo di informazione per via telematica, si oppone al copyright in ogni sua forma e incoraggia ogni tipo di pirateria su ogni tipo di medium.

Inizialmente le richieste del movimento di essere riconosciuto come comunità religiosa furono rigettate diverse volte da persone dotate di buon senso. Però spesso il buon senso e la legge sono due cose diverse. E alla fine hanno dovuto riconoscerlo.

Anche perché alla fine, se riesci a sfruttare la legge per fare liberamente i cazzi tuoi, vuol dire che è la legge il problema più grande, perché è fatta col chiulo. Condono docet.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Poi oltre ai soldi c’è anche la questione sottile della “protezione delle comunità religiose” in Svezia, e farsi riconoscere come religione per questa ghenga di tangheri che si definiscono “copimisti” vorrebbe dire anche ottenere una sorta di protettorato continuando a esercitare (e molto probabilmente lucrare su) la pirateria.

Che poi alla fine a me la pirateria mi sta anche simpatica in linea di massima, però è un po’ come il discorso Megavideo, no? Io diffondo materiale soggetto a copyright, però te lo rovino un pochino, e se te lo vuoi tutto per benino mi paghi… ecco, che differenza c’è allora tra te e una mayor? Voglio dire, se ci lucri sopra mi stai sul cazzo, perché dietro a espressioni pompose di “libertà dell’informazione”, “intelligenza collettiva”, “patrimoni intellettuali universali” si nasconde in fondo in fondo, uno stronzone come gli altri.

Poi ci mancherebbe, magari i copimisti sono solo una banda di gonzi, ma io sono dell’idea che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci s’azzecca, quindi diffido.

Per essere definiti comunità religiosa i copimisti si sono dovuti inventare simboli, liturgie e credo, e quindi i loro principi sono: “Copio dunque sono”, “Copiare è cosa buona e giusta”, “L’informazione è sacra e la copiatura è il suo sacramento”. Il credo da pronunciare è: “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti”. I simboli sacri sono CTRL+C e CTRL+V.

No ma gente, non sto esagerando stavolta, eh. E’ davvero così.

Matrimonio copimista: notare la maschera del 'prete', il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Matrimonio copimista: notare la maschera del prete, il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Il 28 aprile dell’anno scorso a Belgrado si è celebrato il primo matrimonio della Chiesa missionaria del Copimismo (che a questo punto vuol dire che è sbarcato anche in Serbia, a dimostrazione del fatto che l’erba più fertile sono le stronzate apocalittiche).

Che poi è il discorso che facevamo l’altra volta sulla Chiesa anglicana, no? Io capisco che uno ci prova a inventarsi una religione per fare i cavoli suoi, nel caso di Enrico VIII divorziare, per esempio, ma è la gente che ci crede che mi sdubbia.

Sì ecco, come si fa a meravigliarci di come ideologie pericolose e folli prendano piede nel mondo, se c’è anche solo un gruppetto che crede in cose come il copimismo?

Bah, comunque, lasciando perdere i malati mentali, i våfflor sono buonissimi, e io sono molto orgogliosa della mia nuova piastra.

E del mio ateismo.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 VÅFFLOR:

  • 125 gr. di burro
  • 270 gr. di farina
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 100 ml di latte intero
  • 500 ml di panna fresca
  • 2 uova
  • 2 dl di acqua fredda di frigorifero
  • 20 cucchiaiate abbondanti di lamponi e marmellata di lamponi (o fragole, o mirtilli, o frutti di bosco, o more)
  • frutti di bosco vari a piacere

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro e farlo raffreddare. Mischiare farina, lievito, zucchero e vanillina in una terrina e aggiungere il latte e 1 dl di panna (il resto andrà poi montato per farcire i våfflor).

Sbattere brevemente le uova e aggiungerle al composto. Aggiungere il burro.

Aggiungere lentamente l’acqua fredda e mischiare.

Coprire e lasciare riposare per una ventina di minuti.

Riscaldare la piastra per våfflor, o una per crêpes, o una padella antiaderente, imburrarla e versare una mestolatina di impasto. Far dorare.

Montare la panna rimasta e versare su ogni våffla un paio di cucchiaiate di panna, un paio di marmellata, e cospargere di lamponi (o le bacche che avete usato).

Våfflor pronti!

Våfflor pronti!

Buon appetito!

I.

Warning: explicit content! La svampsås e le ricerche più malate nelle stats di nonsolopolpette

Vi posto una ricetta svedese, come sempre, ma a differenza delle altre volte oggi non vi parlo della Svezia. Sì perché è un periodo in cui tutti fanno un po’ come cavolo gli pare, tipo il papa che si dimette, e allora lo faccio anche io.

No in realtà è perché devo condividere con voi qualcosa da molto tempo ed è giunto il momento.

Forse lo sapete già, ma se non lo sapete ve lo spiego…

Dalle statistiche del mio blog riesco a vedere tante cose interessanti su voi poveri stolti che capitate su nonsolopolpette.

So chi sono i miei followers (e a proposito, grazie), so quali sono i vostri post preferiti, so su quali immagini cliccate più spesso (un giorno di questi ci metterò un culo, così giusto per vedere quanti clic si becca), so la media dei visitatori al giorno e il totale dei visitatori di sempre, so tutto.

Tiè, vi ci piazzo un'altra foto di alce, così mi becco un casino di altri viewers in più. E la aggiungo anche nei tag.

Tiè, e io vi ci piazzo un’altra foto di alce, così mi becco un casino di altri viewers in più. E aggiungo anche “alce” nei tag.

So quali sono le tag che hanno riscosso più successo, e incredibilmente “alce” vince a mani bassissime su tutte le altre, perfino su “fika” e “fika svedese”. Senza l’alce questo blog non se lo inculerebbe nessuno. Non lo avrei mai detto.

So anche da che parte del mondo venite.

Ecco, a tal proposito vorrei ringraziare i viewers più esoticamente assurdi di tutti: cari pakistani, kenioti, portoricani, bosniaci, filippini, canadesi, taiwanesi, abitanti degli Emirati Arabi Uniti (che si chiameranno come? Emiratini? Emiratarabiunitesi? Emiratioti?), etc.: cosa ve ne frega dei vaneggiamenti italiani di una deficiente sulla Svezia e la cucina svedese?!
Voglio dire, io vi ringrazio sentitamente, ci mancherebbe, ma mi chiedo davvero che cosa vi abbia portato qui. Insomma, se volete darmi una spiegazione potete scrivermi un’email quando volete, mi farete solo felice.

Ma la cosa in assoluto più divertente è vedere attraverso quali ricerche Google voi approdate qui.

Io mi diverto in molti modi strani: scrocchiarmi una scapola facendomela uscire da sotto il braccio; staccare l’etichetta della birra cercando di non lasciare neanche un micropezzettino sulla bottiglia; aspettare che i miei gatti abbiano finito di leccarsi completamente, intingere un ditino nell’olio e poi tempestarli di ditate così che devono rincominciare tutto da capo, etc.

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Ma niente al mondo mi fa divertire di più che leggere le vostre ricerche.

Perché scopro innanzitutto che c’è tanta gente malata, e vabbè, questo si sa. Ma ciò che mi rende orgogliosa è che questa gente malata capita tutta sul mio blog! Che onore!

E allora io vi dico qualche ricerca che mi è particolarmente piaciuta.

Divido per sezioni di utenti e specifico che cosa questi individui abbiano cercato:

1) Amanti di pratiche “sessuali” (chiamiamole così) varie: “shitting nella vasca da bagno video”, “palline di carne dentro la vagina”, “salto dell’alce nel sesso” (io conoscevo quello della quaglia), “rimming fatto da donne italiane”, “gusto il cazzo come salsiccia” (occhio a non mordere, però), “figa e la pioggia dov’è”, “bei culi con leggins”, “olio di senape si può mangiare sul pene” (boh, se ce lo metti e poi te lo mangi, direi di sì, però fai caa’), “noce moscata nella figa”, etc.

2) Altri sessuomani a cui interessa in particolar modo la Svezia: “culi di maiale svedesi”, “youporn svedese con uomini di colore”, “la figa pelosa di una svedese”, “svedesi cazzo piccolo”, “concorso per la fica pelosa svedese più bella” (esiste davvero?!), “cazzi mosci svedesi”, etc.

3) Polemici: “svedesi di merda”, “ikea e una merda” (been there, done that), “ikea = sfruttamento”, “svedesi razzisti”, “Stoccolma quartieri ghetto”, “letto ikea rotto” (e mo’ so cazzi tua), “svedesi se la tirano”, “basta svedesi xenofobi”, etc.

4) Surrealisti: “cosa manca allo sciacquone l’acqua o il vino” (giuro), “patito aneto nela” (qui leggiamo anche del dadaismo), “merdone animale”, “festa re fagiolo jeans”, “droga svedese biscotti”, “lumini tutti”, “donne estremamente pellose che pisano” (surrealsessuale con refusi), etc.

5) … Perché?: “cinghiali stilizzati”, “quadro elettrico per scania”, “mangiare con gli occhi massimo alberini” (ma cu minchia è Massimo Alberini?), “rinfrescarsi in ammollo”, “vorrei cambiare la mia pagina di facebook dalla lingua araba all’italiano perché non conosco l’arabo” (non fa una piega), “qual è la canzone che fa tomorroooooooooooow” (grazie per l’acuto scritto, comunque se cercavi la fastidiosa canzone cantata dall’altrettanto fastidiosa bambina nel musical Annie, prova qui), “sfigati che scatenano litigi”, “come sbucciare le patate lesse” (seriously?), etc.

In particolare vorrei chiedere a chi ha cercato “uomo bello e muscoloso” se ne ha trovato uno e se è disposto/a a concederlo in comodato d’uso, e a “cerco motosega per tagliare a metà il maiale” se ha trovato qualcuno che gli/le ha dato quello che cercava dopo aver specificato che voleva motosegare a metà un suino.

Son cose che fanno pensare.

E soprattutto vorrei dire a colei che ha cercato “sono una cazzona” che ha tutta la mia stima. Questo è un pensiero che rivolgo spesso a me stessa, ma a cercare conferme o consolazioni su internet non ci avevo mai pensato. Se ne vuoi parlare sono qui.

Prova provata della follia dei miei viewers

Prova provata della follia dei miei viewers

Oltretutto vi sembrerà una puttanata (e infatti vi metto un bello screenshot perché se no non mi credete), ma il primo viewer di stasera, appena passata la mezzanotte, ha appena cercato “ragazza svedesa va dal prete per avere lezione di pornno“, quindi capite che questi individui bazzicano sul mio blog abbastanza spesso.

So di essere volgare, a tratti. Tratti larghi. Tratti larghi e frequenti.

Comunque potete dire quello che vi pare, ma io di “culi di maiale” e di “cazzi mosci” non ne ho mai parlato, cribbio.
Nel senso, magari con le mie amiche ne ho anche parlato, ma non ho mai scritto niente in proposito su di un blog.

Per cui se questo post ti sembra troppo volgare, cara la mia intelligenza collettiva, fatti un esamino di coscienza, perché ho solo rivelato quello che tu cerchi nel web (per qualcuna di queste ricerche, anche più di una volta, per giunta! Vedi gli “svedesi cazzo piccolo”, che a quanto pare riscuotono un discreto successo).

cavolinobruxellesTralasciando i cazzi piccoli, la ricetta di oggi (ammesso che non vi sia passata la fame a causa di qualcuna delle ricerche di cui sopra) è la svampsås = “salsa di funghi” (svamp = “fungo”; sås = “salsa”), che sta bene sulla bistecca, sul pollo, sulle costolette d’agnello, insomma, su roba carnosa. Ma secondo me sta di lusso anche sui tortini di verdure, sul riso Basmati usato come contorno, e sulle verdure bollite, come i fagiolini, le patate o i cavolini di Bruxelles, che, piccolo inciso, fanno SCHIFO! Come si può voler mangiare qualcosa che puzza di cassonetto organico estivo? SCHIFO.

Se sostituite i funghi a caso con i finferli, avrete fatto una kantarellsås. Non vi sto a attaccare il solito pippone su come i finferli siano un must del viKifood, se vi interessa leggete qui e qui.

Le ricette svedesi consultate, poi, sostengono veementemente che la svampsås si possa usare anche come condimento per spaGetti o lasanGe, ma ormai avete capito, no? Cosa si fa con i viKi che pontificano su piatti di pasta? Li si ignora con disprezzo, bravi.

E bravi lo siete a prescindere, perché è così che ci si comporta nel 99,9% dei casi, ma non vorrei che una volta tanto ci avessero azzeccato. Io questa salsa non l’ho provata nella pasta, a dire la verità, però boh… forse se si frulla un pochino meno e ci si lascia qualche pezzetto… vuoi vedere che ci sta anche bene? Magari meglio la pasta corta. O i tortellini.

Boh, vedete voi.

Comunque sì, ora vi scrivo la ricetta, però prima lasciatevi dire due paroline sulle vostre ricerche Google: davvero, ripigliatevi.

INGREDIENTI PER 8 PERSONE:

  • 80 gr. di funghi secchi (o circa 400 gr. di funghi freschi)
  • 1 cipolla gialla
  • 35 gr. di burro
  • 1 cuore di brodo Knorr di carne (28 gr.)
  • una puntina di senape di Digione (ma proprio una puntina infinitesima)
  • 3 cucchiai di Porto (o Sherry o Marsala)
  • pepe nero q.b.
  • 500 ml di panna fresca
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Mettere i funghi secchi in ammollo per 40 minuti (in caso di funghi freschi sciacquarli e basta).

Tagliare a pezzettini molto piccoli i funghi e la cipolla gialla  e metterli a soffriggere nel burro per circa 10 minuti.

Aggiungere il cuore di brodo, la senape, il Porto, una spolverata di pepe nero e la panna. Frullare con il frullino a immersione e lasciar cuocere per 15 minuti.

Servire calda o fredda, a piacere.

Svampsås pronta!

Svampsås pronta!

Buon appetito!

I.