En riktig svensk jul (part I): operazione Natale, città di biscotto e pepparkakor

Il Natale (in svedese jul) si avvicina e, nonostante quest’anno io sia più Grinch del solito, non potevo certo non parlarvi del Natale svedese.grinch

Il Natale in Svezia comincia presto. A novembre già si trova nelle vetrine dei negozi tutto il Christmas merchandising di cui (non) si ha bisogno: lucine, alberini, babbinatalini, corettini, etc., e poi la neve rende sempre tutto più nataloso.
Capita anche che ci sia a giro qualche banchetto improvvisato: una volta al supermercato beccai un buffet di Natale completamente gratuito e mangiai come una scrofa, fu una delle giornate più belle della mia vita (ci vuole poco a rendermi felice, e il cibo gratis è una garanzia).
Oppure i mercatini per strada, con tanti animali pelosi e bambini imbacuccati che strillano per fare un giro in pony (che gli svedesi chiamano ponny).

In realtà il Natale in Svezia (e credo anche in Norvegia e Danimarca) non è il 25 dicembre come nel resto del mondo. E’ il 24. Così, per andare in controtendenza.

Però io avrei da dirvi tante cose sul Natale in Svezia, perché l’anno scorso mi sono fatta il vero viKristmas, e quindi devo divulgare la mia scienza, però voglio anche postarvi in fretta questa ricetta, per cui rimando le spiegazioni sul Natale ad altri post (neanche nel prossimo ve ne parlerò, in realtà), ammesso che ve ne freghi qualcosa.

Tanto non importa che ve lo spieghi prima di Natale, no? Posso spiegarvelo anche dopo.

Comunque per Natale va da sé che ci siano piatti tradizionalerrimi, e qui arrivo io. E per tenermi al passo con questo stupido clima di festa (io ooooodio le feste), dovrò pubblicare i miei post a un ritmo un po’ più serrato.

Ma tanto a Natale a Natale si può fare di piùùù, e quindi questo è il mio regalo per voi (pensate un po’ che culo, quasi come il regalo-pacco del pigiamone di pile anti-vita sessuale che puntualmente a ogni Natale arriva a tutti).

E’ stata la mia consulente di strategia e marketing Laisa (quella che a suo tempo ribattezzò le chokladbollar “palle di merda”, proprio lei) a suggerirmi di sbombolarvi di post natalizi. Per i reclami, potete scrivere a me e io vi lascio il suo numero di telefono, così cazziate lei.

Insomma, io ci provo, poi non garantisco, anche perché tra un cazzeggio e l’altro dovrei anche scrivere una tesi, così a tempo perso, per cui non posso passare tutte le giornate a scrivere stronzate sulla Svezia, capitemi. Però ecco, se scrivo post brevi e non particolarmente ispirati è perché punterò sulla quantità e non sulla qualità, a differenza di quando non è Natale, che non punto né sull’una né sull’altra.

Allora, per avere en riktig svensk jul (che sarebbe letteralmente “un Natale svedese vero e proprio”, ma che io per licenza poetica definirei “un viKinatale coi cazzi“) è obbligatorio avere i biscottini speziati, quelli di solito fatti a omino come Zenzy di Shrek, in svedese pepparkakor, accompagnati preferibilmente dal glögg.

Lo so che le danze maori non c’entrano una sega, ma ho trovato un video su Youtube con gli omini di pan di zenzero che fanno l’haka tipo gli All Blacks, e sono quanto di più dolce abbia mai visto, per cui ve li posto lo stesso, tanto il blog è mio e me lo comando io (come si diceva all’asilo). Oltretutto, vi prego di notare il dettaglio geniale del biscottino che, preso dalla danza, si stacca un bottone da solo al secondo 00:23.

Right. Il pan di zenzero, ovvero l’impasto speziato dei biscotti, fu portato in Europa da tale Gregorio di Nicopoli, un monaco armeno che nel 992 insegnò la ricetta ai preti di Pithiviers, cittadina nel centro della Francia. I francesi poi insegnarono a fare i biscottini ai tedeschi, che durante il 1300 li esportarono in Svezia.

In Svezia si sa per certo che i pepparkakor furono preparati nel ‘300 per il matrimonio tra il re Magnus Eriksson (Magnus IV di Svezia) e Blanka av Namur (meglio conosciuta per aver dato il nome ad una Weiss belga, la Blanche de Namur). E anche nel ‘500 abbiamo notizie sui biscottini da nientepopodimeno che (rullo di tamburi) Gustavo Vasa, proprio lui, che scrisse a Germund Svensson a proposito di una nave che aveva fatto naufragio (oh, le navi svedesi probabilmente erano guidate da tanti Skettinsson, perché si sfracellavano sempre) e tutto il carico di pepparkakor era andato ai pesci. Che carino Gustavo, tutto preoccupato per i biscottini.

Ancora durante il ‘500, perfino il re della viKiunione di Danimarca-Norvegia-Svezia, Giovanni di Danimarca, per gli amici Hans, si faceva commissionare dal medico personale casse e casse di biscottini per curare il suo brutto carattere. Ecco perché io sono incazzosa, perché non mangio abbastanza biscotti. Urge rimedio.

Documentazioni su un vero e proprio mercato di biscottini risalgono al ‘700, in cui questi venivano venduti in monasteri, mercati rionali e farmacie (perché dice combattessero l’indigestione; poi certo, se te ne sgonfiavi 20 kg magari l’indigestione ti veniva, e allora ti toccava inventare un’altra cosa che facesse passare l’indigestione da biscottini allo zenzero, e così via).

In Svezia hanno perfino un giorno dedicato ai pepparkakoril 9 dicembre, e io sinceramente non so che cosa voglia dire… boh, forse se ne mangiano di più, forse si prega un dio biscottone, forse ci si traveste da gingerbread man, non lo so, ma mi piace tempestarvi di informazioni a caso.

Comunque con la pasta dei biscotti, oltre alle solite forme come omini, stelline, peni, cerchi (per gli sfigati che non hanno le formine e lo fanno con i bicchieri), ci si può fare una bellissima casetta, la pepparkakshus. E io volevo anche farvela, però è una menata: si devono misurare precisamente tutti i lati della casetta, incastrarli l’uno nell’altro e poi fissarla con lo zucchero caramellato, che puntualmente mi si brucia e fa cagare.
Con tutto il bene che vi posso volere, non avevo voglia di fare la casetta, vi ho fatto gli omini e vi accontentate.

La Pepperkakebyen a Bergen

La Pepperkakebyen a Bergen

Però per amore di cultura vi informo che a Bergen, in Norvegia, ogni anno dal 1991 costruiscono una città di pan di zenzero (la Pepperkakebyen), con le casette, gli omini, le chiese, il treno, i ponti, le barchette, etc. (eh beh, quando si hanno 20 minuti alla settimana di orario lavorativo, con 961 giorni di ferie pagate l’anno, capita che per ingannare il tempo si costruiscano città di pasta di biscotto, che ci volete fare).

La cosa figa di questi biscotti è che l’impasto lo potete fare tutto in una volta sola, dividerlo in vari pezzetti, e surgelarlo. E poi, quando siete particolarmente presi bene, tirate fuori i pezzetti e li preparate.
Comunque nel frigorifero l’impasto si mantiene per una decina di giorni, quindi potete tranquillamente fare una pausa tra una mandata e l’altra. Anzi, è ancora meglio tenerli qualche giorno nel frigo prima di farli, così sono più speziosi.

In Svezia al supermercato troverete l’impasto per i biscotti già bell’e pronto, però insomma, io vi avverto, nel 2002 hanno trovato tracce di sostanze cancerogene nell’impasto preconfezionato, nello specifico l’acrilammide, per cui se avete voglia di perderci un po’ di tempo e farveli da voi è anche meglio. Anche perché sinceramente io non capisco, cazzo… allora, o non vuoi sbatterti a cucinare, e te li compri già fatti in scatola, che sono buonissimi lo stesso, o mischi due stronzate e in 10 minuti hai fatto l’impasto. L’impasto pronto, che tanto devi comunque stenderlo, farci le forme e cuocerlo, non lo concepisco. Davvero.

Ho una curiosità: nel 2006 l’astronauta svedese Christer Fuglesang ha offerto ai suoi colleghi nonché compagni di viaggio, rigorosamente nello spazio, un tipico pranzetto svedese, e insieme all’alce e allo knäckebröd, ci ha infilato pure i pepparkakor. Simpatico, vero?

INGREDIENTI PER UN CENTINAIO DI BISCOTTI:

Per i biscotti:

  • 300 gr. di burro
  • 400 gr. di zucchero
  • 1 dl sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaio di zenzero in polvere
  • 2 cucchiai di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere (o una 40ina di chiodi di garofano sbriciolati)
  • 2 cucchiaini di cardamomo
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • 2 dl. d’acqua
  • 1 kg di farina

Per la ghiaccia reale:

  • 1 albume d’uovo
  • 200 gr. di zucchero a velo
  • il succo di mezzo limone
  • colorante alimentare (opzionale)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro in un pentolino. Aggiungere lo zucchero e lo sciroppo d’acero e mescolare.

Aggiungere le spezie e il bicarbonato, e continuando a mescolare aggiungere l’acqua. Aggiungere la farina e impastare bene, dando qualche pugno alla palla di impasto (così vi sfogate anche).

Avvolgere con la pellicola e far riposare una notte in frigorifero.

Stendere la pasta sottilissima (un paio di millimetri circa) e fare tutte le formine che volete.

Preriscaldare il forno a 200-225 °C.

Mettere un foglio di carta da forno su una teglia molto piatta e cuocere nel ripiano medio. Ricordatevi di farli raffreddare prima di smuoverli, e di non appoggiare la nuova mandata sulla teglia calda, altrimenti vi si spezzano.

Quando i biscotti saranno pronti montare a neve l’albume e aggiungere il succo di limone e lo zucchero a velo setacciato. Mescolare, aggiungere l’eventuale colorante (dividere le parti se volete avere più colori) e mettere la glassa in una sac à poche, o un un cono di carta, o in una siringa a cui avrete tolto l’ago. Decorare i biscotti a piacere.

Pepparkakor pronti!

Pepparkakor pronti!

Buon appetito!

I.

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Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.