Diritti gay, Morgan Freeman, AIDS e lingondricka!

Un altro viKicliché: i diritti LGBT in Svezia.

Beh, non che in effetti la Svezia non sia ventimila leghe avanti all’Italia, lo è e anche parecchio, dato che il Belpa è stato sanzionato dalla corte di Strasburgo a pagare indennizzi per qualcosa come 120 milioni di euro perché manca una disciplina sulle coppie omosessuali. Poi incazziamoci coi rifugiati perché non ci sono soldi.

Che poi io sarei del parere che le discipline sulle coppie non dovrebbero esistere tout court: si decidono una o più persone di fiducia per quanto riguarda eredità, diritti legali, etc. ben salvaguardando la legittima ai figli, e bona lì. E se io sono single ma ho un amico a cui voglio tanto bene e voglio lasciargli tutto? E se di amici ne ho due? Perché chi è in coppia dovrebbe avere diritti in più rispetto a chi magari ha le ascelle fetide e non riesce a trovare nessuno, o vuole rimanere single a vita per scelta? Saranno anche cazzi suoi.

morganfreemanPerò comunque sia ora sposarsi va un casino, anche appunto per avere riconoscimenti effettivi, e quindi non vedo perché se lo fanno un uomo e una donna non possono farlo due uomini tra loro o due donne tra loro.

Io non sopporto chi si batte per togliere diritti a quegli altri: allora, o ti batti per avere più diritti te, oppure sei proprio stronzo, non ci sono altre parole.

Poi aspetta, ci sono anche quelli che “io non sono gay, per cui non mi interessa” (e che di solito lo dicono con un leggero fastidio). Beh? Nemmeno io sono negra, ma non mi piacerebbe che la società in cui vivo fosse tipo il Mississippi degli anni ’40. Stesso discorso.

Ecco, in Svezia le discriminazioni contro gli omosessuali sono proibite dalla Costituzione (e anche indovinate dove? In Portogallo e in Kosovo) dal 1987. Dal 1972 l’età del consenso sessuale è stata equiparata a quella degli eterosessuali, dal 1995 sono riconosciute le unioni civili, dal 2003 l’adozione di figli, dal 2009 il matrimonio, anche in chiesa.

A proposito del consenso sessuale, una piccola parentesi. In Svezia è 15 anni.

Ora tutti diranno “booooia, come sono ganzi loro, l’Italia è una meeeerda, devi essere maggiorenne”. Che l’età del consenso sessuale in Italia sia 18 anni l’ho sentita dire da un sacco di persone. Ma davvero, tante. Tutti convinti che se vai con un/a 17enne vai in galera.

Allora, prima di avere un orgasmo sulla civiltà degli svedesi in relazione all’Italia, sappiate che in Italia l’età del consenso sessuale è 14 anni.

lolitaSiccome vi siete sfondati di pippe sui porno “barely legal“, non vuol dire, fortunatamente, che il nostro concetto di “legal” sia quello americano. Lì sono messi male, non crediamo di essere messi peggio, perché bimbi, se no non c’è salvezza.

E Berlusconi e Ruby, direte voi?

Lì siamo in presenza di prostituzione, ovvero una persona che, verosimilmente, per darla a Berlusconi, aveva bisogno di essere incentivata da dei soldi, molti soldi, perché non so dirvi francamente per quale ragione la si dovrebbe dare a Berlusconi gratis. Allora lì si entra nel campo della prostituzione minorile, perché non si può disporre economicamente del proprio corpo se si è minori di 18 anni.

Altra postilla: la prostituzione in Italia è legale (tra maggiorenni). È illegale guadagnare sui rapporti sessuali di terzi, ma se io voglio prostituirmi lo stato deve farsi gli affari suoi. No, perché anche qui si sentono dire cose non corrispondenti alla realtà.

Tornando ai gay in Sverige.

Il politically correct che permea il biondomondo fa sì che gli svedesi pubblicizzino il loro paese come la nazione gay friendly per eccellenza.

Ma le cose sono un tantinello più complicate.

La prima omofoba dichiarata in Svezia fu Santa Brigida, credo l’unica santa svedese, che accusò Magnus IV di fornicare con altri uomini, comportamento che secondo lei lo avrebbe fatto sicuramente andare all’inferno. Sì, via, però era una cazzo di santa e era nata nel 1303, insomma, la scusiamo se non era di larghe vedute.

gayNel ‘600, quando usava il femminicidio di ragazzine introverse, o coi capelli rossi, o un po’ strane, o di idee progressiste, o solo sfortunate, per mezzo di grandi e bei falò, tanto per ricordarci che le donne nella storia se la sono sempre ripassata benone, in Svezia venivano processati e condannati uomini (non donne, quelle come abbiamo detto venivano bruciate per stregoneria) per sodomia.
Tutto ciò avveniva in gran segreto, però, perché se si diceva troppo in giro che esistevano i gay, poi chissà, il morbo si spandeva. Un po’ quello che pensano in Russia se una coppia gay si bacia: hanno i bacilli e li attaccano ai sani e vigorosi eterosessuali. Per un mio commento vedi Morgan Freeman sopra.

Col nuovo codice penale svedese del 1864 iniziano i problemi, perché diventa illegale avere rapporti con persone dello stesso sesso, e l’omosessualità è punita con i lavori forzati.
Il reato viene abolito nel 1944, ma ancora ai gay non era permesso il servizio militare e l’omosessualità era ancora riconosciuta come malattia mentale (lo rimarrà fino al 1979).

Ganzi, eh, per carità, però vorrei specificare che in Italia leggi antigay non ci sono mai state, e grandi artisti come Michelangelo, Leonardo e altre tartarughe ninja, erano omosessuali universalmente noti: lo si sapeva e ce ne sbattevasi discretamente le palle. Ecco, il fascismo di sicuro non ha fatto bene all’Italia. Né sulle libertà civili, né su tante altre cose. “Tante cose” è ovviamente un eufemismo per dire “TUTTO”.

Negli anni ’50 si diffonde una campagna denigratoria, ma si può dire anche persecutoria nei confronti degli omosessuali.

Ecco, teniamo presente che dagli anni ’30 era attivo in Svezia un simpatico programma di sterilizzazione (vi avevo accennato qualcosa qui) che aveva come vittime privilegiate gay e donne single. Scriverò un post solo su questo, ma prima devo studiare per bene. Ho comprato un libro che si chiama L’utopia eugenetica del welfare state svedese, lo studio e scrivo, prometto.

Negli anni ’80 fino al 2004 ad esempio erano illegali i bastuklubbar, ovvero saune in cui andavano gli uomini per avere rapporti sessuali con altri uomini (però i gay potevano adottare i figli. Strano, nevvero?).
Non solo, i gay non hanno potuto donare il sangue fino addirittura al 2008, anno in cui è stato loro permesso a patto di astenersi da ogni attività sessuale (o dire di farlo, quantomeno) per 6 mesi. Non contento, il parlamento svedese ha stabilito che 6 mesi erano pochi, e ha voluto un anno di quarantena, altrimenti i gay non donano il sangue.

Matthew McConaughey e Jared Leto sul set di Dallas Buyers Club

Le misure adottate negli ultimi due casi, le saune e il sangue, sono il risultato di stereotipi molto brutti. Stereotipi che riguardano l’associazione gay = malato. Gay = AIDS.
Ci ha preso un oscar Matthew McConaughey come miglior attore protagonista in Dallas Buyers Club, film che parla anche e soprattutto di HIV e omofobia.

Inizialmente l’HIV colpiva maggiormente omosessuali uomini per il semplice fatto che il sesso anale presenta maggiori rischi rispetto a un rapporto genitale. Inoltre, negli anni ’80 essere gay non è come essere gay adesso, tendenzialmente ti nascondevi, avevi molti più rapporti occasionali e molte meno relazioni, quindi anche la sociologia del rapporto omosessuale era diversa.

Adesso, gli eterosessuali sono molto più infetti da HIV rispetto agli omosessuali. E questo non soltanto perché sono di più, ma anche in proporzione. E questo perché? Perché i gay fanno mediamente sesso più consapevole e si proteggono.
Io non ho mai visto tanti preservativi tutti insieme quanto quelli che vengono gratuitamente distribuiti nelle discoteche ad altra concentrazione di omosessuali. Solo gli eterosessuali ancora non lo hanno capito che andare a scopazzare a destra e a manca con sconosciuti senza mettersi un preservativo non è esattevolmente una scelta intelligente.

CondomsE uno può anche dire: “Eeeeh capirai, con tutta la gente che c’è lo prendo solo io l’AIDS?”. Ecco, a parte, l’AIDS è una pandemia, il che vuol dire che è una malattia che si trova dovunque, con un alto numero di casi e fa anche parecchio male, quindi sì, basterebbe questo; ma poi c’è la gonorrea, la sifilide, la clamidia, la scabbia, le piattole, la candida, l’herpes, infezioni delle vie urinarie e altre simpatiche cose del genere. Capito? Ascoltate mamma Irene: no glove no love!

Bello parlare di piattole in un blog di cucina vero?
Ditelo che vi faccio venire fame e non vedete l’ora di cucinare il bellissimo piatto che ho pensato per voi? Ecco, siccome sapevo che poteva passarvi l’appetito ho deciso di fare un soft drink. Soft per voi ben pensanti, drink così non mangiate pensando alle piattole, colorato come la bandiera gay e a base di lingon, così previene anche le infezioni urinarie trasmissibili sessualmente. Il lingondricka lingonsaft! Uno sciroppo di lingon (sostituibile con il ribes). È anche una ricetta vegana, quindi rispetta le minoranze.

Ma dove la trovate una blogger premurosa come me?

Un’ultima cosa così tanto per darvi informazioni sulla gay friendly Svezia: la sterilizzazione per chi voleva cambiare sesso è stata obbligatoria fino al 2013. Sì. Ho detto proprio sterilizzazione obbligatoria. Quella che qualche cima come la Mussolini, Anna Falchi, e altre zoccolone del loro calibro hanno proposto come pena per gli stupratori. Ripeto. Sterilizzazione. Ripeto. 2013.

Esperienza personale sull’argomento: come su molti altri aspetti, la Svezia è ganza. Ma come su molti altri aspetti la Svezia si ritiene più ganza di quanto a conti fatti non sia. Voglio dire, bravi, avete più diritti civili di altri, clap clap per voi. Però ecco, ne avete ancora di strada da fare, sorridete per la strada che avete fatto finora, rimboccatevi le maniche, levate la quarantena ai gay che vogliono donare il sangue, che ce n’è bisogno sempre, e scendete per mezzo secondo dal vostro biondo piedistallo.

All you need is love.

INGREDIENTI PER CIRCA 3 DL DI SCIROPPO:

  • 250 g di lingon (o ribes se non li trovate)
  • 2 dl di acqua
  • 10 gr. di acido citrico alimentare (forse lo trovate in farmacia, altrimenti sostituite con succo di limone)
  • 100 gr. di zucchero

PREPARAZIONE:

Lavare le bacche e farle asciugare. Con il robot da cucina (o se avete pazienza con una forchetta), trasformare le bacche in poltiglia e mettere in un pentolino.

Mescolare l’acido citrico con un pochino d’acqua e aggiungere la restante acqua. Versare sulla poltiglia di bacche. Mettere sul fuoco e scaldare per qualche minuto.

Lasciar riposare nel frigorifero per uno o due giorni mescolando di tanto in tanto.

Filtrare con un colino da tè, mettere sul fuoco nuovamente e aggiungere lo zucchero. Far sciogliere.

Versare caldissimo in bottiglie di vetro con chiusura ermetica (tipo quelle del latte o dei succhi di frutta) e sigillare mettendo a testa in giù.

Il lingondricka si consuma aggiungendo acqua fresca, come uno sciroppo.

Lingondricka pronto! Ph. Gianluca La Bruna (www.gianlucalabrunaphotography.com)

Lingondricka pronto! Ph. Gianluca La Bruna (www.gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito!

I.

“Chiamale come vuoi”, io le chiamo palle. Le chokladbollar.

Le mitiche palle. FINALMENTE.

Era da una vita che le volevo fare, ora le ho fatte e sono venute strabone. Cara amica Laisa, questa ricetta è solo per te.

Le chokladbollar sono delle palle di zucchero, fiocchi d’avena, caffè, cacao e cocco che si sciolgono in bocca. Si trovano più o meno in ogni caffetteria, perché sono il classico dolcetto da fika, ma si trovano anche impacchettate al supermercato e tra i surgelati, perché tra i vari pregi che hanno c’è anche quello di poter essere tranquillamente piazzate nel freezer per essere poi tirate fuori nei momenti di carenza d’affetto.

La storia del nome delle chokladbollar è un po’ particolare, infatti il loro nome d’origine è negerbollar, letteralmente “palle di negro” (anche se c’è chi sostiene che il neger venga dal latino niger per indicare “palle nere”… ho i miei dubbi su questo, ma servirebbe uno studio etimologico che non ho voglia di intraprendere perché, credeteci o no, ho cose più importanti da fare).

Il termine neger in svedese, esattamente come il termine negro in italiano, non è sempre stato offensivo, ma lo è diventato con il tempo, più o meno intorno agli anni ’70, probabilmente sotto l’influsso dell’inglese nigger, che offensivo invece lo è sempre stato.

In realtà non sono sicura se la questione in Svezia e in Italia sia: 1. è sempre stato offensivo ma prima se ne sbattevano le palle se i neri si offendevano 2. è una connotazione che è venuta dopo che la parola si è affermata, appunto su modello inglese. Comunque ora lo è, per cui chiamatele chokladbollar, per favore.

Ovviamente i problemi si presentano nel bel mezzo delle fasi intermedie… Non avviene mai che un giorno un termine è accettato, e il giorno dopo è tabù, anche considerando il fatto che le persone cresciute a negerbollar si sono ritrovate a cambiare un termine familiare con uno sentito magari come la classica sviolinata del politically correct. Obiettivamente… chi di voi dice diversamente abile invece di disabile? Mia nonna continua a chiamare le liquirizie Saila, le “caccole di Menelik” (pronuncia: /menelikkE/), perché piccole e nere, e non lo fa perché è un membro segreto del KKK, ma perché lo ha sempre fatto.

“Chiamale come vuoi”

Qualche simpaticone ha risolto il problema ironizzandoci su e definendole “chiamale come vuoi“, sia per evitare un termine definito come un’eccessiva gravità linguistica, che un termine ormai dichiaratamente offensivo.

Comunque queste palle (che io e la mia amica Lisa, di cui sopra, ancora più prosaicamente definiamo palle di merda) sono apparse in Svezia prima della massiccia immigrazione, di conseguenza il termine non era sentito offensivo anche perché non c’era nessuno da offendere. Certo, questo non vuol dire niente, ma si capisce come il termine si sia diffuso senza resistenze. Il nuovo termine chokladbollar è oltretutto entrato da pochissimo nel dizionario ufficiale dell’Accademia svedese (creata sul modello della Crusca) che lo registra soltanto dal 2006, benché fosse entrato nell’uso da molto prima. E comunque accanto al termine chokladbollar l’Accademia continua a considerare come variante senza connotazioni il termine negerbollar. Boh.

Nel 2003 addirittura in Scania (regione nota per la tolleranza verso gli immigrati, nota bene: IRONIA) il proprietario di una caffetteria è stato portato davanti a una specie di tribunale per aver scritto sul cartellino delle palle negerbollar, però non gli è stato fatto nulla perché hanno dimostrato (e sarei tanto curiosa di sapere come) che non voleva davvero offendere le persone di colore. Insomma, alla fine ci sono anche loro purtroppo nel mondo…

Uno sketch molto carino sul problema del nome da dare a queste palle si trova nel film Sunes sommar, dove quando un gruppo di afroamericani chiede il nome di questi dolci, il tipo della caffetteria ci va in paranoia e dice istintivamente il nome di un dolce danese che si chiama wienerbröd, che non ci combina niente con le palle.

Oltretutto, piccola digressione: l’attore svedese di questo sketch, Peter Haber, è stato sia Martin Beck nella serie Beck, che uno di Uomini che odiano le donne, su cui non posso essere più specifica perché non voglio fare la spoiler… cercatevelo da soli. Comunque oh, su 9 milioni e mezzo di persone 8 milioni e mezzo hanno a che fare con qualche giallo. Buon per loro.

E comunque, siccome la mia missione nel mondo è rompere i coglioni, ci tengo a precisare che in realtà il termine chokladbollar è cazzo sbagliato. Per il semplicissimo motivo che di choklad ce n’è davvero poca. Il poco di cacao previsto dalla ricetta serve solo, insieme al caffè, a dare colore. A Göteborg ad esempio tagliano la testa al toro e le chiamano kokosbollar, dal momento che c’è il cocco dentro… Era elementare, suvvia, ci potevano arrivare anche gli altri.

Si possono definire anche havrebollar, che starebbe per “palle d’avena” però di solito con questo termine si tende a specificare che dentro non c’è il cocco né il cacao… insomma, le palle sfigate.

Inoltre, siccome un’azienda svedese che produce palle si chiama Delicato (il nome italiano associato al cibo viKi di solito mi spaventa molto, non so a voi…), ha proposto di chiamarle delicatobollar, così, un nome a caso… Non so neanche se le converrebbe comunque, a volte conoscere un prodotto soltanto con il suo nome commerciale manda paradossalmente a puttane l’aspetto pubblicitario… insomma, gli Scottex sono gli Scottex, ‘sticazzi se non sono Scottex, o no?

E comunque ‘ste palle sono davvero buone, sono una stronzata da fare e insomma, col caffè, il cacao, lo zucchero e quant’altro, risvegliano i morti.

Se il cocco non vi piace potete toglierlo dalla ricetta e strofinare le palle nella granella di zucchero, oppure nei cosini colorati che si mettono sulle torte dei bambini, oppure ancora nel cacao in polvere tipo tartufini, o nella farina di mandorle, o nel parmigiano. Cosa? Nel parmigiano?! Volevo vedere se stavate attenti.

INGREDIENTI PER CIRCA 25 PALLE:

  • 150 gr. di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di cacao amaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 150 gr. di fiocchi d’avena
  • 70 gr. di farina di cocco da mettere dentro più circa 30 gr. con cui ricoprire
  • 2 cucchiaini di caffè solubile in 2 cucchiai d’acqua

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro il un pentolino e aggiungere zucchero, vanillina e cacao. Mescolare bene e aggiungere avena, cocco e caffè. Far riposare in frigo per 30 minuti, così diventerà tutto un po’ più duro e sarà semplice fare le palle.

Su un piattino rovesciare 30 gr. di farina di cocco (potrebbero servirne di più, ma non ho pesato quella che ho usato per farcire, quindi vado un po’ a occhio, chiedo venia). Fare le palle e rotolarle nella farina di cocco.

Far riposare altri 30 minuti nel frigo e alé! Pronte.

Si possono anche surgelare!

Chokladbollar pronte!