“Con l’amore io voglio giocare”: la Trombonave e lo stekt strömming med potatismos och rårörda lingon

Io perdo i colpi, perché vi propino cose tipo post di storia, post di linguistica, cose che non vi interessano assolutamente, e lascio da parte le cose importanti.

Perché vi ripeto che io so cosa cercate, lo vedo nella mia dashboard e so che a voi della cultura che trasuda dalla mia nobile persona ve ne sbattete, voi cercate “cazzi mosci“, “figa svedese“, e poi vi va male e finite su un blog di viKicucina.

Ma oggi si cambia. Oggi è per voi.

Oggi si parla di Trombonave! Yuhu!
Quanto ci avete sperato che affrontassi l’argomento Trombonave, ditelo un po’.

La Trombonave in tutto il suo splendore

La Trombonave in tutto il suo splendore

Per i pochi di voi che non sanno cosa sia la Trombonave, è presto detto. La Trombonave è un traghetto della compagnia Viking Line che fa una minicrociera sul Baltico. Le vere Trombonavi sono due (ma il realtà LA mitica è solo una): la Mariella che copre la tratta Stoccolma-Helsinki e ritorno, e la Cinderella (lei, la mitica) che fa una giratina sul Baltico, si ferma alle isole Åland, e poi ritorna indietro.

La leggenda narra che su questi traghetti accadano cose inenarrabili, tipo bionde nude che vi bussano in cabina pregandole di cospargerle di Nutella, che non vedono l’ora di gettarvisi tra le braccia, che non riescono a trattenersi appena vedono un italiano.

Come potete capire anche da soli, mi dispiace per il diludendo, ma queste storie sono leggende metropolitane. E’ più probabile che leggiate sul vostro specchio la scritta “Benvenuto nel mondo dell’AIDS” fatta col rossetto, che incontriate un alligatore nelle fogne di New York, che vi avveleniate con le scie chimiche, che vostro cuggino trovi in spiaggia un cane e invece era un topo.

In realtà se la leggenda è nata, forse c’è stato un tempo in cui le Viking Line erano dei tromba-tromba a cielo aperto, forse tutta la faccenda funzionava di più quando i ragazzi europei viaggiavano low cost usando l’interrail (difatti la Trombonave, forse anche per dimostrare l’attaccamento a una clientela gggiovane, prevedeva fortissimi sconti per chi era in possesso di biglietto interrail). Arrivavano stanchi e puzzolenti dopo aver percorso un intero continente in treno (che l’Europa, per quanto piccola, è pur sempre un continente) e una volta sulla nave si facevano una doccia e erano pronti per il divertimiento. Di turisti giovani se ne vedevano ancora pochi in quelle zone (perché altri preferivano perdere gli ultimi neuroni nei coffeeshop di Amsterdam) e le bionde si incuriosivano.

Ma oggi i pischelli si sono evoluti.

In realtà anche la mia generazione vede l’interrail come una cosa da fratelli grandi, noi già giravamo con gli aerei, e a quindici anni avevamo un’incredibile dimestichezza con i check-in e i gate, sapevamo ridurre il necessario da portare in 10 kg di bagaglio a mano e facevamo già i weekend a Londra e Parigi. Sì. Sono gggiovane anche io.

I pischelli 2.0 quando sono annoiati prenotano un volo Ryanair o Easyjet (e già Ryanair non è più trendy come quando ero adolescente io), buttano automaticamente le bottigliette d’acqua prima di stendere i braccini per il controllo sicurezza, non hanno più un coltellino svizzero, accendono automaticamente l’i-Pad quando il segnale delle cinture di sicurezza si spegne, non sanno neanche più cos’è un interrail: l’interrail fa così anni ’90, quindi dovrebbero inventare un Trombojet stile The Wolf of Wall Street, perché ormai la Trombonave è passata, se voglio andare a Helsinki in un nanosecondo ci arrivo.

E anche gli altri europei si sono, loro malgrado, abituati ad avere a che fare coi ragazzini italici. Così riconoscibili quando li vedi, vestiti di solito malissimo (nonostante l’aura di eleganza che l’italiano si porta appresso: si deve essere adulti per emanarla, i ragazzini in Italia si vestono di merda, soprattutto quando viaggiano), coi marsupi, biascicando un inglese stentato, mostrando tutta la loro incapacità genetica di pronunciare i nomi dei luoghi come si dovrebbero pronunciare.

smileybrufoliMalati di figa, certo, ma questo non direi in un modo particolarmente diverso dai loro coetanei germanici: anche loro si imbarcano in viaggi improbabili verso Firenze e Roma perché le italiane, lo si sa, la sganciano facile. Ho conosciuto un sacco di svedesi che mi raccontavano che da ragazzini si mettevano i soldi da parte per andare in Italia, convinti che, appena scesi, miliardi di morone tettone con le labbra rosse si spogliassero davanti a loro.

Rassegnatevi: il mito che le donne degli altri posti scopino più e più volentieri di quelle della vostra terra natìa è una costante di ogni latitudine.
Il problema caro ragazzino brufoloso che mi stai leggendo, è che se nella tua vita scopi poco non è perché sei nato nel paese sbagliato e le donne (e forse i buoi) dei paesi tuoi sono recalcitranti. E’ perché sei con buone probabilità uno sfigato.
Non preoccuparti, con gli anni passa (nel 70% dei casi), ma levati i prosciutti dagli occhi, fatti una pulizia del viso, lavati le ascelle, vestiti decentemente, non ti scaccolare e se ti manca lo charme prova a farti un corso di teatro. Il problema non sono le italiane (se sei italiano, o le tedesche se sei tedesco, o le svedesi se sei svedese). Il problema sei te.italian

Le svedesi poi, poveracce, ormai si sono stancate dell’italiano macho col collanone d’oro sul petto villoso che è convinto di avere dei punti in più perché non si cheta mai e sa cucinare un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino.

Di copulare no, non credo siano stanche, anche perché altrimenti la popolazione svedese si sarebbe estinta, ma la globalizzazione ha fatto sì che un ricciolo moro non stupisca più nessuno. Voglio dire, ci emigrano un sacco di somali, senegalesi, etiopi, se le svedesi la devono dare a qualcuno perché è più scuro di loro, sappiate cari amici italici che in Svezia c’è gente molto più scura di voi. E il popolare adagio insegna: once you go black, you never go back.

Se volete che vi faccia da consulente di turismo sessuale faccio anche questo per voi, figuriamoci, ed è più facile di quello che sembra. Per quanto riguarda la Svezia siate splendidi ma non troppo, improfumatevi, vestitevi da hipster, andate in un locale trendy e costoso ma che non lo dà a vedere, prendete una bionda e parlatele di cinema e fotografia mentre la ingozzate di Black Russian (e siete in Svezia, quindi calcolate un 10-15€ a bicchiere). In questo modo ci sono buone possibilità che raggiungiate le triangolare meta. Insomma via, fate come fareste in Italia, in Giappone, in Francia e in Portogallo.

Smettetela di credere alle puttanate che i nordici (e le nordiche) sono diversi, che in Svezia le donne sono più emancipate e quindi la danno a tutti, che le italiane sono più acide perché è un paese cattolico… insomma, davvero credete ancora a queste cose?

Oltretutto io a Linköping ho conosciuto un sacco di ragazze intrippate con sette gesuitiche che volevano arrivare vergini al matrimonio, e nel resto della Svezia ho conosciuto mille svedesi che non volevano “concedersi” troppo in fretta (come se durante l’atto sessuale la donna si concedesse e basta e non si divertisse anche lei), che in ogni rapporto del cazzo vedevano il grande amore, e dal canto opposto ho conosciuto parecchi svedesi maschi che se una donna “gliela dava” al primo appuntamento era una donnaccia, che non volevano che la loro ragazza facesse cose troppo spinte (ovvero con una squinzia occasionale ci faccio i numeri ma la sposa solo a missionario, se no mi si sciupa), e altre aberrazioni del genere.

Quindi tutta questa libertà sessuale io in Svezia non l’ho vista.

Però le testine a pinolo e le persone intelligenti esistono dovunque, quindi secondo me cambia poco.

Ad ogni modo, il mito della Trombonave (come molte cose in viKinghia) deriva probabilmente dal discorso alcol.
Sulla nave infatti gli alcolici sono esenti da tasse, e questo, lo si sa, piace molto ai viKi, che hanno la mordacchia del Systembolaget.

Quindi, essendoci poi due discoteche a bordo, ecco che si crea una miscela esplosiva: discoteche + litri di alcol a poco prezzo + gioventù. Ed ecco che l’ormone schizza più velocemente e rimbalza su più bersagli, ed ecco che la nomea di Trombonave si espande a macchia d’olio.

Ci sono però i suoi effetti collaterali, ovvero: nordici/nordiche che collassano pisciando vomitandoque perché dal momento che gli alcolici costano poco si sentono autorizzati a devastarsi fino al delirium tremens (pare che nei Nineties la maggior parte della gente non scendesse neanche dal traghetto per un secondo perché troppo dilaniata per muovere un muscolo, con scene da Notte dei Morti Viventi di Romero, bella vacanza), turisti che sperano nelle procaci bionde, e last but not least, le suddette bionde che lo sanno e quindi si tengono alla larga da questo girone dantesco, e soprattutto le tardone cesse che sperano di ruscolare qualcosa.

Insomma, un epic fail.

Dando poi un’occhiata su siti specializzati (come “gnoccatravel.com”) risulta che queste trombonavi siano sempre state delle voliere di napoletani con la bava alla bocca da un lato, e gite di sedicenni finlandesi in modalità devasto dall’altro, quindi ecco, si riconferma il fatto che se vi prospettavate con gli occhialini da sole, la camicina aperta e due bionde che vi sventolano con in sottofondo “Mareee profumo di mareeee”, avete nettamente sbagliato nave.
La Genova-Barcellona è sicuramente più festaiola. Lo dico per esperienza diretta.

Sono sempre pronta a smentite comunque eh, fatemi sapere, magari si dice in giro che è tutta una fuffa perché è una specie di Fight Club che nessuno sa, nessuno parla, e invece appena entri sembra di essere in Eyes Wide Shut, non lo so.

TROMBONAVEPare che una fetta di mercato però ci sia: le donne nordiche che viaggiano sole per ruscolare dell’affetto risultano essere nate nell’entredeuxguerres, quindi, per chi ama il genere granny, ci sono buone probabilità di riuscita di conquistare una notte tra flaccide braccia e baci al sapore di Algasiv.

Negli anni inoltre, qualcosa è cambiato: hanno chiuso il duty free dei negozi di alcolici in orario serale ad esempio, perché la Viking voleva evitare il fenomeno di quelli che compravano alcol non tassato nei negozietti per fare i festini privati nelle stanze (distruggendole come sbabbari) e non spendere nemmeno una corona nei pub e nelle discoteche.
Pare ci siano state delle sollevazioni popolari per questo, ma alla fine la compagnia decide, o così o Pomì. Se volete le vostre scorte private di booze le comprate solo la mattina, la sera disco.

Certo, è comunque molto più economico comprare alcolici in questi pub che non in quelli a giro per le strade svedesi, poi pare che sulla Cinderella non stiano così attenti all’età (in Svezia devi avere 20 anni per poter bere in un pub; ma capita, specie a Stoccolma, che il padrone del locale faccia un po’ come vuole, e se non vuole una clientela troppo giovane alza la soglia a 30, lo può fare), e poi non ci sono i buttafuori fascisti che ho visto in Svezia. Forse dovrei scrivere un post a parte sulla security dei locali.

In sostanza sono dei parasbirri, si sentono chissà chi, hanno la facoltà di buttare fuori e mazziare chi vogliono perché rispondono alle direttive del locale, che ha carta bianca su chi far entrare e chi no. Almeno, così mi hanno detto degli svedesi, mi piacerebbe controllare personalmente qualche legge e regolamento perché mi sembra abbastanza anticostituzionalino, perché insomma, se il padrone del locale decide che butta fuori chi vuole, e lui non vuole zingari nel suo locale, glielo fanno fare? Ecco, spererei bene di no, spererei che fosse LUI a rischio mazzate, non i clienti sgraditi. Se sapete illuminatemi perché mi interessa molto.

Insomma, alla fine delle fatte fini io sulla Trombonave non ci sono mai stata, anche se mi piacerebbe perché ti vedi tutto l’arcipelago bellissimo e fai scalo alle isole Åland, e poi viaggiare in nave a me piace un sacco. Ci farò un salto e vi farò sapere.

Anzi no, non vi farò sapere perché “tutto quello che accade in Trombonave, rimane in Trombonave“.

Spero di esservi stata utile.

Per quanto riguarda il piatto di oggi, visto che si è parlato di mar Baltico, vi propongo l’aringa.

Che poi si fa presto a dire aringa, perché c’è una diatriba sul nome dell’aringa tra la costa est del Baltico e la costa ovest del Mare del Nord. Se vi interessa saperne di più, leggete qui.

Ma siccome faccio le cose per benino, io non vi faccio l’aringa a caso, vi faccio proprio lo strömming, che è il modo in cui a Stoccolma e in generale nella baltica costa est si chiama l’aringa. Nella costa ovest la chiamano sill, ma i biologi hanno concordato che si tratta più o meno dello stesso pesce; lo strömming è solo leggermente più piccolo.

Lo strömming, tra l’altro, sta alla base della preparazione del noto surströmming (“strömming acido”), aringa decomposta e fermentata che odora di palude dello Stige e di cui avevo parlato qui, postandovi anche un video.

E vi avevo già promesso di assaggiarla e filmarmi (tipo le 2 girls 1 cup reactions), ma ancora non mi è riuscito trovare questa prelibatezza al supermercato. La troverò prima o poi.

La ricetta di oggi è invece una profumatissima aringa impanata e fritta, servita con potatismos rårörda lingon, che sarebbe il mirtillo rosso (potete usare il ribes se non lo trovate) riscaldato con un pochino di zucchero.

Fidatevi che questa è bona!

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 4 filetti di aringa
  • 50 gr. di farina di segale
  • 50 gr. di pangrattato
  • 50 gr. di burro
  • 1/2 dl di olio di semi
  • sale
  • potatismos
  • rårörda lingon

PREPARAZIONE:

Mischiare la farina di segale e il pangrattato, togliere la spina principale alle aringhe e infarinarle bene, lasciandole per 5 minuti dentro la farina.

Mettere a scaldare il burro insieme all’olio e quando è caldo buttare le aringhe infarinate.

Servire le aringhe con il potatismos (è buono anche freddo, ma se preferite potete dargli una scaldatina) e i rårörda lingon.

stektstromming

Stekt strömming med potatismos och rårörda lingon pronto! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com www.gianlucalabrunaphotography.com

Buon appetito!

I.

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Köttbullar (prima o poi dovevo), carcasse di cavalli e viKifestival

Sono stata sfidata.

Ebbene sì, al mondo c’è chi osa tanto.

Un mio lettore mi ha perentoriamente ordinato di fare le köttbullar, ovvero le famose polpette svedesi, dicendo anche che di ricette in giro ne ha lette tante, ma lui vuole LA viKiricetta, la unica e sola. E ha detto tutto ciò con un tono talmente convincente che io ho passato tutto questo tempo a cercare su mille libri e a intervistare centinaia di svedesi per trovarla.

Caro Felice, tutto questo è per te, spero di non deludere le aspettative, in caso contrario apprezza almeno lo sforzo.

Le köttbullar stanno alla cucina svedese come gli spaghetti al pomodoro stanno a quella italiana. Ogni svedese le sa cucinare più o meno bene, si trovano in quasi tutti i ristoranti e in casa si mangiano abbastanza spesso. Immancabilmente presenti nel buffet di Natale, si dice siano stati introdotte nella viKicucina da Carlo XII di Svezia, che, in esilio a Istanbul, prese la ricetta ottomana e se la portò a casa.
Poi gli svedesi come sempre, presi dall’entusiasmo, esuberano e vai giù di panna, marmellata di lingon, etc.

Io non le avevo ancora mai cucinate, sia perché questo blog si chiama “nonsolopolpette” e quindi ritardavo il momento della resa dei conti con le polpette, pietra miliare della vikicucina, per licenza poetica; sia perché via vi dico la verità, mi piacciono talmente tanto quelle dell’IKEA che non ne ho mai avuto la stretta necessità.ikea_meatballs

Lo so, dentro le polpette IKEA ci sono i colibatteri, i topi muschiati e i nonni di Varenne, però a me piacciono un casino.
Tra l’altro, a proposito di cavalli & molto poco perspicaci svedesi, ho sentito dire da un viKitizio: “Non capisco perché la gente si lamenti della carne di cavallo nelle polpette IKEA, il cavallo è un piatto molto prelibato e costa anche più del manzo, è come se vendessero oro al posto dell’argento“…

Ecco, io non so se questo biondo dal mascellone inversamente proporzionale alla massa cerebrale scherzasse o dicesse sul serio, ma sono sicura che questa argomentazione è venuta in mente a molte persone, viKi e italiche, per il semplice motivo che l’idiozia è un fattore transnazionale.

E quindi arrivo io con il mio acume a illuminare il vostro brancolare nell’oscura ignoranza.

Antefatto: tempo fa, come ribaditomi anche da un mio lettore, gianvito, un’ispezione alimentare in Repubblica Ceca ha trovato carne di cavallo nelle polpette IKEA (la cui produzione è interamente svedese, i cechi poveracci non c’entrano nulla), che le ha così ritirate dal commercio in ben 13 paesi. L’Italia, che risulta essere al primo posto in Europa per la sicurezza alimentare, ha continuato il lavoro fatto dai cechi, e ulteriori analisi dei Nas hanno comunque mostrato che le polpette equine non provocavano grossi rischi per la salute, quindi trattavasi di ‘sola’ frode.

Eh sì carini, perché se non informi il consumatore sempre di frode si tratta, anche se al posto del manzo ci metti i draghi di Daenerys Targaryen.

E ora rispondiamo al nostro viKiamico con la scucchia, che da solo non ci arriva. Ovvio, il cavallo da ristorazione costa più della wacca da ristorazione (ho il vago ricordo di una pubblicità con uno che diceva “wiwa le wacche”, a voi suona?), quindi sarebbe in effetti molto strano se ci fosse un gombloddo in corso per far mangiare il consumatore in modo più raffinato senza che questo se ne accorga, non trovate?

Ciò si spiega molto semplicemente se invece del cavallo per uso alimentare ci si mettono carcasse di cavalli da corsa.

cavalloculturistaIl cavallo da corsa non è infatti previsto per la macellazione. Anzi, la macellazione del cavallo da corsa è discretamente illegale, e questo perché nell’alimentazione di un cavallo da corsa troviamo ormoni, antibiotici, anabolizzanti e altre cose che aumentino le prestazioni dell’animale fino a farlo diventare il Mickey Rourke dei cavalli. Quindi se ve lo mangiate poi c’è il rischio che defechiate barrette di meitnerio e roentgenio.

Ecco dai, spero che nelle mie köttbullar non ci siano cavalli da corsa. Poi oh, ho fumato quotidianamente un pacchetto e mezzo di sigarette fino a ieri, fare la salutista non mi si addice.

Bene. Riguardo alla ricetta.

Da un punto di vista di cucina filologica, tramite la collazione di varie ricette e lo scarto di evidenti contaminazioni (che di solito però, hanno la tendenza di migliorare il viKicibo, questo va specificato), ho trovato una lectio difficilior ricorrente, che consiste nell’aggiunta di miele, cannella e chiodi di garofano.

Visto che i viKi sono noti per accostamenti strambi (che vi dirò, spesso funzionano benone), ho pensato di essere sulla buona strada e ho deciso di proporre questa ricetta qui.
L’importante, come molte cose in questo mondo, è la dimensione.

In questo caso però la dimensione deve essere ridotta. Molto ridotta.
I viKi ci tengono a specificare che la vera, originale, perfetta, dimensione delle köttbullar è quella di una noce, e più sono tonde, meglio è (ovviamente, per la cottura).

Poi vanno cosparse di una salsa grassa chiamata gräddsås (su cui ho scritto qui, dove ho tra l’altro scritto anche a proposito di IKEA) e servite con patate bollite (o potatismos, detto purè), piselli (o broccoli o anche cetriolini sottaceto), e marmellata di lingon (o mirtillo rosso).

Ecco, e così mi libero del fardello del piatto più conosciuto della cucina viKinga.

Adesso però vorrei specificare una cosa.
Avrete senz’altro notato che lo stile fotografico di questo blog ha attraversato varie fasi: da “gita di prima media con macchinetta usa e getta presa coi punti del Ciocorì“, a “cellulare con fuoco e nitidezza regolabili“, a “ho un i-Pad e spippolo come se non ci fosse un domani e poi miglioro il tutto coi filtrini Instagram”.

Poi è arrivata la fase del “mi avvalgo di un fotografo professionista e vado in culo al mondo”, e qui nonsolopolpette ha fatto il salto di qualità.

Cara Bea, ti ricordi quando (nella fase della macchinetta del Ciocorì) mi apostrofasti con “Ire, carino il blog ma le foto sono una merda” (qui ti detti la risposta)? Bene, PUPPA! (Scherzo, lo sai che ti amo).

E quindi vorrei cogliere l’occasione per ringraziare il fotografo ufficiale di NSP© per l’apparato iconografico del post di oggi sui festival (purtroppo non per la foto del piatto, che come noterete benissimo appartiene alla fase “iPad e filtrini Instagram”, purtroppo il fotografo non c’era) e sfruttare l’occasione per chiedervi secondo voi quanti nella foodblogosfera hanno un fotografo professionista che non solo fotografa i piatti, ma si puppa anche gli avanzi? Ve lo dico io: NESSUNO! Ahahah, tiè!

Bene, tornando a noi.

Little Dragon - Way Out West

Little Dragon – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Oltre alle polpettine, un’altra cosa molto, molto, molto svedese, sono i festival musicali.

La Svezia ha una fortissima tradizione di musica, tanto da essere il terzo paese esportatore di musica nel mondo (così dice, almeno, e calcolato che sono 9 milioni di persone beh, direi che è tanto). Già vi parlai a suo tempo degli svedesi che dominano le hit mondiali, ma il fenomeno festival è un’altra storia.

Innanzitutto parliamo quasi esclusivamente dell’estate, perché con tutto l’amore per la musica, nessuno andrebbe a vedere dei concerti nel viKiinverno per poi ritrovarsi con le orecchie cianotiche e il moccio al naso stalattitizzato. Quindi da fine aprile verso settembre il calendario svedese è costellato di festivalZ, che possono essere gratis (come il Malmö Festivalen) o molto a pagamento (come il Way Out West a Göteborg).

Ve ne do una carrellata, notate bene che vi do i più famosi nelle città più grosse, se no facciamo notte.

STOCCOLMA:

  • Parkteatern = (giugno-agosto) Ogni giorno. Gratis. Nei parchi di Stoccolma si possono ascoltare concerti, vedere balletti e spettacoli circensi e partecipare agli workshop più vari.
  • Stockholm Early Music Festival = (inizi giugno) Quattro giorni. Gratis. La città vecchia (Gamla Stan) si riempie di concerti di musiche barocche e rinascimentali.
  • Accelerator = (fine giugno) Due giorni. Festival indie-rock frequentato (pare) da ragazzetti più che altro.
  • Stockholm Jazz Festival = (metà luglio ma c’è anche la versione autunnale a ottobre). Una settimana di jazz nell’isola di Skeppsholmen. I concerti partono dal pomeriggio e proseguono la sera.

GÖTEBORG:

Veronica Maggio - Way Out West

Veronica Maggio – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

  • Metaltown = (metà giugno) Tre giorni. Capelloni lunghe, giacche di pelle, borchie come se piovesse e artisti metal della scena mondiale, ci hanno suonato, tra gli altri, i Korn, i Mötorhead, Alice Copper, i Rammstein, Marylin Manson e Cristina D’Avena (no, lei no).
  • Way Out West = (metà agosto) Cinque giorni. Molto costoso ma anche molto bello e enorme, conosciuto in tutta Europa. Dentro il bellissimo parco Slottskogen, concerti dal primo pomeriggio a notte fonda con artisti nazionali e internazionali.

MALMÖ:

  • Malmöfestivalen = Bello. Gratis. Bello. Metà agosto. Una settimana di un milione di concerti gratuiti, sparsi per tutta la città (ma il concerto principale è sempre in Stortorget). Vendono un sacco di cibo per strada e ci sono tipo workshop di cucina, cose per bambini, spettacoli di danza, tutto.
  • Goodnight Sun = Non è un vero e proprio festival ma secondo me è una cosa bellissima. Luglio, dall’1 al 21 ogni sera al tramonto (quindi verso le 21:30) concerti sul ponte Hoppbryggan a Västra Hamnen (il posto è detto “Titanic” perché sembra una prua, e la mia amica Francesca ha anche delle foto molto compromettenti di me e del mio principe consorte che facciamo i cretini come Rose e Jack. Lo so, pensavamo di non essere ripresi).

    Icona Pop - Malmöfestivalen

    Icona Pop – Malmöfestivalen. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

UPPSALA:

  • Uppsala Reggae Festival = (prima metà di agosto). Tre giorni di raggae svedese ma non solo. non ho capito se si paga, quanto si paga, né dove sia esattamente nella città. Seguite il suono dei djambé.

UMEÅ:

  • Umeå Open = Fine marzo. Sei giorni. Costa non eccessivamente ma costa. Fa regolarmente il tutto esaurito. Artisti di tutto il mondo, svedesi e svedesi conosciuti anche in ambito internazionale (es. The Ark).
  • Umeå Jazz Festival = Autunnale, metà ottobre. Cinque giorni in cui nel freddo viKinord ci si scalda a colpi di jazz.
  • Forlorn Fest = Ultimo weekend di novembre (nel nord i concerti gli garbano ghiacci). Musica pestona underground.

ALTRI FESTIVAL IN ALTRI POSTI:

  • Melodifestivalen = (non è estivo, si svolge a febbraio, ma è negli studi televisivi come San Remo, quindi non conta). Competizione, più che festival. Musica commerciale in TV, si vince col televoto, si trasmette sulla televisione pubblica. Cose a cui siamo abituati anche noi, ma andava menzionato.
  • Sweden Rock Festival = a Norje. Prima settimana di giugno. Quattro giorni. Come il nome suggerisce, rock ‘n rooooll. Ci hanno suonato Aerosmith, Guns ‘n Roses, Billy Idol, Europe, Lynyrd Skynyrd, etc.
  • Åmåls Blues Fest = a Åmål. Prima metà di luglio. Quattro giorni di musica bluesettona a oltranza.
  • Hultsfredsfestivalen =  a Hultsfred
  • SIESTA! = a Hässleholm. Primo weekend di giugno. Tre giorni. Il pubblico è prevalentemente nordico (si parla comunque di un casino di gente), con artisti nordici, anche se qualcuno di questi è conosciuto anche a livello internazionale.

    Halkan Balkan - Goodnight Sun

    Halkan Balkan – Goodnight Sun. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Ecco, calcolate che io ne ho messo solo qualcuno ma ce ne sono in ogni città, ogni giorno, per ogni genere musicale, sempre, ovunque.

La particolarità dei viKifestival è che sono bellissimi.

Indipendentemente dal tipo di musica proposto è proprio ganzo vedere come se la vivono gli svedesi: bambini, vecchietti, donne gravide, pischelli, alcolisti anonimi e meno anonimi, chiunque si gode la musica. E cosa ho notato io è che ognuno di loro se la gode rivendicando orgogliosamente la propria appartenenza a una delle categorie sociali summenzionate.

Mi spiego meglio: a Livorno (e probabilmente non solo lì), vediamo la figura del/della vecchio/vecchia adolescente. 45enni tatuati e pieni di piercing coi capelli ossigenati alle spalle che surfano, o 50enni zoccolone con le minigonne e le ciccine mosce delle cosce che gli ricadono sul ginocchio osteoporotico, che gozzovigliano mezzi briai nei posti normalmente frequentati da gente che potrebbe derivare dai gameti del frutto dei loro gameti, e che parlano e si atteggiano come ragazzini delle medie.

Bene, io di vecchi del genere a Malmö ne ho incontrati pochissimi. Mentre ho invece potuto ammirare in questi concerti parecchie persone anziane danzanti e dignitose, sorridenti e felici di condividere musica e spazi con altri sorridenti come loro.

E così ho visto anche giovani babbi che si portano il marmocchio al concerto di elettronica e ci ballano insieme, che si portano il neonato al sacco munito di cuffione antirumore e se lo dondolano mentre ascoltano il loro gruppo preferito.

E a me questo piace!

Mi piace perché io non sarò mai una che “fa la mamma” (come fosse un mestiere), schiava dei figlioli e priva di una dimensione tutta mia di realizzazione e divertimento, mentre mio marito non fa un cazzaccio nulla e faccio tutto io, così come non sarò mai una vecchia bavosa che si gratta le chiappe, compra il fumo dai bimbetti coi rasta e si siede scosciata sul marciapiede con dei jeans stretti che mostrano un piede di cammello risalente al pleistocene.

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead - Malmöfestivalen

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

I festival in Svezia sono, certo, fatti anche per i superbriai, ma non c’è solo questo. Complice la musica, complici i parchi o le piazze del centro in cui questi concerti si svolgono, si riscopre una convivialità davvero sana (lontana da quella malata delle feste universitarie, ad esempio, dove è invece prassi comune vomitarsi addosso a idrante e non capire una sega, altrimenti sei out), in cui i viKi riscoprono anche una dimensione esterna alla casa.

Perché io credo che il clima influisca sul tipo di socialità: feste in casa, giochi da tavolo, cene lunghissime, serate film, etc. Qui non siamo a Barcellona o a Roma, la vita di piazza in Svezia non esiste. D’estate c’è il pub al massimo, ma non c’è la piazzetta. E d’inverno ci sono solo le case delle persone, quindi o hai amici da invitare, o vivi con qualcuno che ti migliora la vita e ti dà serenità, oppure è probabile che tu finisca a cercare su Google come si fa un nodo scorsoio.

Ecco, nei festival forse si concentra nel giro di 4, 5 giorni un’ansia di stare insieme sotto un comune denominatore che non sia il coma etilico, e io la trovo una cosa splendida.

Via, ora non vi voglio fare piangere, insomma, anche meno. Però se vi capita andateci! A uno a caso! Anche se siete incinte di 8 mesi, anche se avete 93 anni, anche se avete i bimbi piccoli, anche se siete disabili, che qui è tutto attrezzato per migliorarvi la vita, e di sicuro sarà pieno di persone nella vostra stessa situazione che ridono e ascoltano la musica. Magari anche musica di merda. Ma almeno ridono.

Rocchenroll.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 cipolla gialla
  • 1 cucchiaio di burro
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 dl di latte
  • 0,5 dl di panna fresca
  • 60 gr. di pangrattato
  • 500 gr. di macinato di manzo
  • 2 uova
  • 1 cucchiaio di miele
  • pimento (se non lo trovate usate il pepe nero)
  • un pizzico di cannella
  • un pistillino di chiodo di garofano sbriciolato
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di pepe bianco
  • un pizzico di noce moscata
  • margarina per cuocere
  • gräddsås

PREPARAZIONE:

Tagliare finissimamente la cipolla e soffrigerla nel burro finché non diventa trasparente. Far raffreddare.

Sciogliere la fecola nel latte mischiato alla panna e aggiungere il pangrattato.

Aggiungere a tutto ciò la cipolla, la carne, le uova, il miele, tutte le spezie e il sale.

Fare delle palline della dimensione di una noce, cercando di farle tutte uguali, altrimenti la cottura verrà un troiaio. Cuocerle nella margarina.

Cospargerle di gräddsås.

Köttbullar pronte!

Köttbullar pronte!

Buon appetito!

I.

Le älgfärsbullar e il test dell’alce

Nonsolopolpette, ma anche polpette, no?

Anche se le polpette che voglio proporvi oggi non sono delle banalissime polpettacce IKEA style ma delle polpette d’alce, ovvero le älgfärsbullar.

Inizio subito confidandovi nella mia immensa ignoranza che sono andata per un momento in tilt su questa fondamentale questione grammaticale: un alce/un’alce/gli alci/le alci? Bene, prima il buon senso e poi il dizionario mi hanno detto che alce è maschile a meno che non si specifichi che è una donna-alce… Appreso questo mi sono allora venuti i dubbi su un ape/un’ape seguendo lo stesso criterio, ma poi ho pensato: cucinerò mai un’ape per voi? No, quindi chi se ne frega.

Lo so, per voi sarà più o meno impossibile trovare macinato d’alce in Italia, per cui provate ad usare il cervo o il capriolo. Comunque per la ricetta che vi do, l’alce può essere tranquillamente sostituito da ogni tipo di selvaggina, perché serve un sapore forte. Poi è ovvio, non è la stessa cosa, ma insomma, arrangiatevi.

Io ho usato l’alce perché Sua Biondezza mi ha portato un chilo di älgfärs (macinato d’alce) da usare per cucinare qualcosa per il blog, e mezzo chilo lo abbiamo usato, l’altro mezzo è ancora in freezer, ma troverò una bella ricetta per voi.

Alce

L’alce, skogens konung, ovvero “il re della foresta”, è un animale apparentemente dolce e pacioccoso, con le corna piatte, gli occhioni sensibili e la faccia tanto simpatica. Bene SCORDATEVELO.

E’ un po’ come gli orsetti lavatori in Canada, no? Che uno è convinto che siano tanto carini e morbidosi, e si sconvolge quando apprende che lì è buona abitudine sparargli in mezzo agli occhi per mandarli via. E non perché i canadesi siano spietati, ma perché pare che queste bestiacce mordano, facciano un casino assurdo e attacchino le malattie… orsetti fetidi più che lavatori.

Ora, è vero che uno agli alci gli spara anche perché con un alce ci si sfamano 9 persone per 73 anni, ma sto divagando. Il punto è: orsetti lavatori e alci sono cattivissimi.

Lasciamo perdere gli orsetti lavatori di cui non me ne frega nulla in questo momento, ma gli alci, loro sì: lo sapevate che le mamme-alci sono gli animali che uccidono più persone in Canada? Cosa non si fa per i picciriddi. Wikipedia mi fa anche notare che sì sì! Uccidono più persone del grizzly americano! E effettivamente quando senti dire che un pacioccone uccide più di un grizzly, ti poni dei dubbi no?

E anche in Svezia gli alci fanno dei bei danni: siccome in inverno la loro dieta è povera di sodio, vanno ai bordi delle strade per ciucciarsi il sale che i solerti biondi hanno messo per sciogliere il ghiaccio, e allora BAM! Lo becchi con la macchina, e sei morto, prima di tutto perché pesano veramente tanto, e poi perché hanno le gambe lunghe, per cui te lo ritrovi proprio ad altezza-te, e quindi hai poche speranze di cavartela.

Attenti all’alce

Ecco perché i viKi piazzano per le strade i cartelli “Attento all’alce“, che sono diventati un famosissimo simbolo della Svezia, tanto che ogni anno ne spariscono centinaia (gli svedesi a questo proposito tengono a precisare che sono i turisti tedeschi a rubarli).

E allora gli svedesi hanno progettato il “test dell’alce” per valutare la stabilità delle macchine in caso di incontro fortuito con grosso animale peloso. Questo test è da un po’ di tempo che c’è, ma diventò abbastanza famoso quando nel 1997 la Mercedes-Benz classe A fece una figura meschina ribaltandosi quasi subito.

In sostanza il test funziona così: strada asciutta, guidatore molto bravo, manichini in tutti i posti, macchina a pieno carico. Si deve effettuare praticamente uno ‘slalom’ tra due ostacoli (che dovrebbero rappresentare un alce isterico che corre via spaventato davanti alla vostra macchina), sterzando bruscamente da un lato e poi dall’altro, aumentando gradualmente la velocità finché la macchina perde aderenza o cappotta. Una buona macchina arriva ai 70 km orari, una macchina con i controcazzi anche a 80.

La vincitrice dell’ultimo test (tenuto lo scorso dicembre) è la Citroën Xantia Activa V6 -99, che ha perso aderenza a ben 85 km/h, seguono poi 6 diversi modelli di Porsche dagli 82 agli 81 km/h. Le macchine meno resistenti all’alce sono invece la Mazda BT-50 Double Cab e la Ford Ranger Double Cab XLT Limited a pari merito (54 km/h). Anche la Citroën C4 Picasso HDi ha fatto 54 km/h, però era su strada bagnata, quindi aveva l’handicap.

Comunque vabbè, non è che è un test che devi fare per forza, lo fanno in Svezia, in Canada, in Russia e in posti dove gli incontri con gli alci sono frequenti. Per cui per voi italiani che volete comprarvi una macchina: ‘sticazzi del test dell’alce.

Tornando alle nostre polpette e lasciando perdere i test dell’alce, vi dico subito che è una ricetta molto facile e servono poche cose: alce ovviamente, burro come sempre, un uovo e bacche di ginepro.

Importantissimo però è servirle con la gräddsås, il potatismos e la marmellata di lingon, che come vi ho già detto qualche tempo fa, può essere sostituita con la marmellata di visciole.

INGREDIENTI PER CIRCA 16 POLPETTE:

  • 500 gr. di macinato d’alce
  • 8 bacche di ginepro
  • 1 uovo
  • 30/40 gr. di burro per cuocere la carne
  • sale
  • pepe bianco
  • gräddsås
  • potatismos
  • marmellata di visciole

PREPARAZIONE:

Prendere un po’ a pugni il macinato per ammorbidirlo e aggiungere un uovo e le bacche di ginepro spezzettate. Salare e pepare a piacere.

Scaldare il burro nella padella e lasciare rosolare le polpette a fuoco abbastanza basso finché non saranno belle marroni su tutti i lati.

Impiattare accompagnandole con il potatismos, la marmellata e la gräddsås. La salsa potete anche cospargerla direttamente sopra.

Älgfärsbullar pronte!

Buon appetito!

I.

Di potatismos, viKi-scuola e bandiere.

Sto latitando in questo periodo, perché voi pensate che io sia una nullafacente (che in realtà poi è anche vero), però cari miei sappiate che anche i nullafacenti attraversano il periodo-sessione-d’esami, e in quei periodi è meglio sospendere l’autocompiacimento verso le proprie stronzate e fare qualcosa di utile.

Vabbè ok, la mia resipiscenza è durata come un gatto sull’Aurelia, dato che mi sono appena messa a scrivere ‘ste cazzate.

E quindi alé, si parte, e oggi parliamo del (o della) potatismos, o meglio del purè di patate. Potatis = patate; mos = purea.

Potrei anche non insegnare a nessuno a fare il purè, e sembrerei meno ridicola, ma siccome quello italiano non l’ho mai fatto (l’unica al mondo, aggiungerei) metto la ricetta lo stesso perché sia mai che quello svedese sia diverso. Si vede che sono poco creativa in questi giorni, vero?

Vi giuro, la prossima ricetta sarà meno inutile. D’altronde scusate, esiste anche il purè nel mondo, poverino. E poi in Svezia lo infilano praticamente nel biberon ai bambini, quindi è un must della cucina viKi. (Ah, attenzione, in Svezia è altresì molto frequente aggiungerci il ketchup, io vi prego, se mi volete un pochino di bene, di non farlo).

Ho pensato giorni e giorni ad un argomento da collegare al purè per questo post… e non ho trovato niente. Dei mille modi di chiamare le patate ve ne ho parlato qui, così come dell’Accademia della patata… Ho fatto le solite battutine idiote sulla patata (così come non mi sono persa neanche la fika, tranquilli), e mi sono detta da sola di essere una grande simpaticona.

Per cui ora mi guardo intorno mestamente e ammetto con tutto il candore di questo mondo che non riesco a pensare a niente da dirvi che si possa ricollegare al purè. Vuoto totale. Encefalogramma piatto.

In realtà vorrei tanto parlare di una cosa che non c’entra proprio nulla con le patate, e a tal proposito vi sbatto in faccia il fatto che l’altra sera la mia amica Gemma mi ha detto di fottermene di cercare collegamenti e mi ha consigliato di fare un po’ come cazzo mi pare. Quindi con la benedizione della Gemma vi parlerò della scuola svedese.

Sì, scuola svedese & purè di patate, avete sentito bene. Se c’è qualcosa che non vi torna, andatevi a leggere il blog di Benedetta Parodi e non mi rompete le scatole, io so quello che faccio.

Quali sono le prime associazioni mentali quando pensate alla scuola in Svezia? Bene, non ne ho idea, ma so di sicuro che saranno sbagliate

Schemino della scuola dell’obbligo svedese

Il sistema scolastico svedese infatti somiglia molto a quello italiano, quindi è inutile che vi fate tante pippe mentali su come potrà mai essere la scuola nel regno del Welfare. E’ più o meno la stessa zuppa, anche se nettamente diversa è la scansione dei livelli scolastici all’interno della sua durata complessiva. In Italia (cosa ve lo dico a fare?) abbiamo 5 anni di elementari, 3 anni di medie, 5 anni di superiori. In Svezia invece 3 anni di livello inferiore, 3 anni di livello medio, 3 anni di livello superiore, 3 anni di ginnasio.

Eh sì, in Svezia si studia un anno meno, e si entra a scuola a 7 anni. Immagino la pacchia per i ragazzini.

Nei primi anni di scuola elementare e media le differenze tra Svezia e Italia sono minime. Maestro unico alle elementari, scuole private con finanziamenti dallo Stato, maestre donne sia per tradizione sia perché i salari sono più bassi, etc. Cose a cui siamo abituati anche noi terroni, insomma…

Cosa a cui non siamo abituati invece sono: 1) non è la scuola a decidere di bocciare un bambino, ma i genitori (LOL) 2) si può avere come insegnante il proprio genitore (altro LOL).

La scuola superiore invece è abbastanza diversa: non c’è un aula fissa ma ci si sposta di aula in aula a seconda della lezione. In realtà questo lo facevo anche io, però non vale, perché io ho fatto un Istituto d’Arte, e quindi ero figa. Tutti gli altri che non hanno avuto l’onore di essere fighi come me hanno avuto l’auletta sgrausa con sopra scritto il nome della classe. Ben vi sta.

Altra cosa FONDAMENTALE: non c’è l’esame di maturità! E yuhuuuu, altra pacchia.

Immaginatevi adesso di avere un fischietto tricolore al collo. E ora vergognatevi pure.

La fine della scuola (detta studenten) in Svezia infatti consiste semplicemente in: mettersi un cappellino da marinaio in testa (studentmössa: Wikipedia mi dice che mössa vuol dire toque… boh, ai mi’ tempi si chiamava “cappello”), fare casino, sbronzarsi (strano), molto frequente è finire la giornata con delle celebrazioni in chiesa (eh sì, questi problemi ce li hanno anche lassù), e poi altrettanto comune è vestirsi da damerini anacronistici per il ballo di fine anno. Sì, la puttanata americana del ballo di fine anno c’è anche in Svezia, e il mio Jansson l’ha fatto. Ve lo dico solo perché se lo incontrate dovete prenderlo per il culo per questo, davvero, se lo merita 😉

Altra cosa della festa di fine scuola: ognuno si porta addosso da qualche parte, ci addobba la propria casa, ci farcisce le torte, e si tatua anche sulla pelle, magari, l’onnipresente bandiera svedese. Sì, in Svezia ti abituano fin da piccolo a questa associazione pavloviana: festa = Svezia. Poi uno si meraviglia che sono nazionalisti a manetta, per forza, da quando sei nato ti installano nel cranio un chip giallo e blu. Comunque della storia delle bandiere in-tutti-i-modi-in-tutti-i-luoghi-in-tutti-i-laghi, ne riparleremo presto, perché è un discorso che merita approfondimento.

Tizio che si trascina addirittura il bandierone a giro.

Non vi sto invece a parlare del livello qualitativo della scuola perché 1) scio segam 2) dipende troppo da città e città e da scuola e scuola 3) allo stesso modo che in Italia ci sono punte di scuole buonissime e punte di scuole di merda 4) non ne ho voglia.

La cosa di cui vi voglio invece parlare è del periodo in cui si va a scuola.

Dunque, l’anno scolastico inizia il 20 Agosto! Poveracci! E’ anche vero che se non hai l’estate cosa te ne frega di stare a romperti a casa? Meglio la scuola. Finisce il 15 giugno anche da loro, ma hanno più feste durante l’anno scolastico. Pasqua, Natale e fin qui ci siamo. E poi Ascensione, Pentecoste, vacanze di primavera (una settimana a fine febbraio) e vacanze d’autunno (una settimana a fine novembre).

E parliamo così delle vacanze di autunno… Anche in Danimarca i ragazzetti a scuola hanno questa settimana di kazzing estemporaneo, e indovinate da cosa viene? Dalla raccolta delle patate!! E così frego la Gemma e vi trovo anche l’aggancio con la ricetta.

Praticamente da che mondo e mondo, i bambini in Europa hanno lavorato fino all’altro giorno, no? E in tutte le scuole d’Europa nel periodo dei raccolti a scuola i bambini non ci andavano, perché stavano a π/2 a vangare la terra. Ecco, se da noi i bimbi raccoglievano il grano, mettiamo, in Svezia i bambini raccoglievano le patate.

Quindi questa vacanza venne introdotta nelle scuole per permettere ai bambini di raccogliere le patate senza perdere le lezioni. Che dolci, vero?

E da qui, facendo un altro volo pindarico, vi posso anche dire che per il purè NON si devono usare le patate fresche, ma preferibilmente quelle farinose (tanto andate tranquilli perché in Italia le patate del supermercato fanno tendenzialmente cagare e sono tutte farinose), altrimenti il purè sembra dentifricio.

Questa perla di saggezza viene dalla Jansson superiora, ovvero la mmmadreeee di Sua Biondezza, che in cucina ne sa una più del diavolo, e tra l’altro mi ha recentemente dato una ricetta spettacolare, tipica di un posto spettacolare. Devo ancora farla, quando la smetto di non-studiare ve la faccio.

Dai, dopo una ricetta pallosa come il purè, dovevo stuzzicarvi un po’…

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 12 patate
  • 50 gr. di burro
  • 250 ml di latte intero
  • 50 ml di panna fresca
  • sale
  • pepe bianco
  • noce moscata

PREPARAZIONE:

Sbucciare le patate e bollirle normalmente. Magari fatele a pezzetti prima, così ci vuole meno tempo (vedi: consigli pleonastici).

Asciugare le patate e rimetterle in pentola, schiacciarle e aggiungere il burro, il latte e la panna.

Aggiustare di sale, di pepe e di noce moscata.

Potatismos pronto/a!

Buon appetito!

I.