Kose kimike, Alfred Nobèl e rödkål

Via, oggi post storico. Mi c’è presa benone, e poi ho scoperto un fatto interessante che riguarda un personaggio svedese.

L’altro giorno infatti il mio brit-amico Philip mi ha raccontato la storia di Alfred Nobel e io ho sentito il bisogno di condividerla col mondo.

Alfred Nobel giovane

Alfred Nobel giovane

Innanzitutto, per chi se lo fosse chiesto almeno una volta nella vita, Nobel si pronuncia Nobèl. Io, prima di avere una seppur vaga idea sulla pronuncia dei cognomi svedesi, dicevo Nòbel; e lo dicevo come silenziosa vendetta personale contro l’anziana francesizzazione del tutto che affligge la mia famiglia, mia madre soprattutto.

Sono sicura che avete anche voi madri che prendono il tassì se non hanno trovato il metrò e che vanno su otmèil di defòl (anche se la parola che mi sconquassa i testicoli in misura maggiore è il rallì). Bene, Nòbel era il mio personalissimo modo di schierarmi.

Ora, capitemi, io non sono una fan dell’anglismo (ecco, per intendersi, gli sciampisti che si definiscono hairstylist mi fanno anche un po’ ridere), però il mio punto è questo: hai preso parole da chi, per una ragione o per un’altra, era più ganzo di te (di solito aveva anche parecchi più quattrini), che siano i francesi e le loro puttanatine snob, o gli ammerigani e le loro cugiate, sempre il cugino scemo sei, se no non avresti usato le loro parole. Perché ostinarsi a vivere nel passato? Gli americani hanno vinto gente, mi dispiace anche a me tanto ma è così.

È per questo che noi gggiovani parliamo l’inglese, mangiamo i pancake, suoniamo il rock and roll (o i più stinfi di noi il jazz) e guardiamo BrechinBed. Se fosse andata diversamente avremmo dovuto impararci una lingua dalla grammatica caccosa, avremmo suonato la balalaika, guardato qualche telefilm tristissimo con gente vestita di merda e mangiato brodaglie di sterco equino e barbabietole. Via, almeno per il cibo la guerra fredda ha avuto un esito conveniente.

Comunque tutto ‘sto pippone per dirvi che…?

Che avevo torto.

Alfred si chiamava Nobèl. Mamma avevi ragione. STAVOLTA.

FincheceguerracesperanzaPraticamente il Nostro nasce nel 1833 e cresce in una famiglia dedita al nobile mercato di armi&esplosivi come Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”. Alfredino quindi, pieno zeppo di piccioli familiari, riceve un’educazione molto sofisticata dimostrando spiccate capacità nella chimica. Gira per il mondo imparando tecniche chimico-belliche da vari paesi (tra cui Italia, Francia e Stati Uniti), mentre il solerte babbino arma la Russia fino ai denti per la Guerra di Crimea (evidentemente non abbastanza perché la Russia, lo si sa, ne uscì piuttosto malino).

Alfred torna a casa e perfeziona bombe su bombe, con aggiornamenti su detonatori e altre synpatiche cose, insieme ai dolci fratellini (tipo “I cugini Merda”), uno dei quali muore a causa di un’esplosione.

Ma insomma via, incidenti di percorso, gli altri fratelli Merda, Nobel incluso, continuano a creare strumenti di morte. In questi esperimenti Alfred è abbastanza scocciato dal fatto che la nitroglicerina sia particolarmente instabile e abbia la fastidiosa tendenza a scoppiare a caso, per cui, utilizzando polvere inerte composta da farina fossile, rende l’esplosivo solido, e quindi più maneggevole e stabile e meno pericoloso per chi ci traccheggia (non per chi ci deve morire scoppiato, ovviamente).

Et voilà. La dinamite, brevettata nel 1867.

Dinamite

Dinamite

Alfred è un divo a ‘sto punto, apre laboratori ovunque (anche in Italia) e diventa ricchissimo. Inventa poi anche la gelignite, già che c’è, un esplosivo gelatinoso ancora più stabile e potente della dinamite, e poi la balistite, la cordite, e altre stronzoliti varie, dimostrando che non ci sono ragioni scientifiche per cui le bottigliette d’acqua in aereo vanno buttate perché potrebbero essere esplosive, perché gli esplosivi sono in ogni forma.

Ma attenzione, nel 1888 muore un altro fratello.

KA-BOOM.

Questo episodio cambierà la vita di Nobel (e in un certo senso anche quella del mondo) forevah and evah.

Le Figaro infatti, sbagliando fratello, convinto della morte di Alfred, pubblica un necrologio molto aspro e critico, dal titolo Le marchand de la mort est mort, che continua con: “Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri”.

Nobel allora ha un’epifania (della serie, ti serviva il Figaro, perché da soli è difficile capire che le bombe fanno la bua) e, come se avesse visto lo spirito dei Natali futuri, vede come sarà ricordato dopo la sua morte.

Testamento di Alfred Nobel

Testamento di Alfred Nobel

Nel 1895 quindi sottoscrive il suo testamento: non appena morirò date tutte le mie immense ricchezze e il mio nome a un’istituzione che premi, stimolandola, la ricerca nella scienza e in tutte le discipline che rendono l’uomo l’Uomo.

Una paraculata alla svedese, via. Alla fine vediamo che la Svezia ce l’ha da diverso tempo questa cosa di essere enormi produttori e venditori di armi distruttive ma anche la pretesa di essere ricordati come grandi pacioccolosi pacifici (qui una riflessione sulla viKibelligeranza).

E parlando di chimica, la sapete una cosa figherrima che ho scoperto di recente? Si possono fare cartine di tornasole con il cavolo rosso.
Sì perché il cavolo rosso è ricco di flavonoli e antocianine, antiossidanti, solubili in acqua e usate un sacco per fare coloranti alimentari, ma soprattutto che cambiano colore mostrando l’acidità delle sostanze.

Vi spiego meglio con un esperimentino bellino: fate a pezzetti piccoli un cavolo rosso e fatelo sobbollire in acqua. Raccogliete l’acqua di cottura (che sarà diventata tipo porpora). Poi mettete questo liquido diluito con acqua in tanti bei bicchierini e mettete diverse sostanze per vedere il cambiamento di ph: tipo, con un po’ di succo di limone (ph 2-3) dovrebbe diventare molto rosso, mentre con un po’ di bicarbonato (ph 8) dovrebbe diventare blu, con l’ammoniaca (ph 10) dovrebbe diventare verde, e con la soda caustica (ph 12) dovrebbe diventare giallo. Insomma… GANZO!

phE il cavolo rosso non è solo chimicamente molto ganzo, ma è anche bono.

Ad esempio ci si può fare una sifiziousa ricettina con mele, cipolle e miele che rende il cavolo ‘nu babbà, e questo innanzitutto è un piatto immancabile nel buffet di Natale (per altri piatti vedi qui, qui, qui, qui, e qui), e poi è una buona scusa per far mangiare il cavolo ai bimbi.

Oddio, dipende che bimbi.

Io ho sempre avuto un’idiosincrasia per quelle famiglie che vanno al ristorante, e mentre mamma e babbo mangiano piatti “di ristorante”, ai bimbi vengono portate le penne alla pomodoro. Cioè no minchia, bordello.

Sarà che io da piccola, nelle rare occasioni in cui andavo al ristorante con i miei genitori, se il cameriere ignaro si azzardava a pronunciare “alla bimba?“, mi impuntavo stizzita e ribattevo con la vocina bianca: “la bimba ha letto sul menù del giorno ‘astice alla catalana’, ecco, quindi alla bimba le porti quello e delle tronchesine per spezzargli le chele, grazie”.

Le penne al pomodoro al ristorante… Tsè.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 st  cespo di cavolo rosso (circa 1/2 chilo)
  • 1 cipolla rossa
  • 1 mela
  • 3 cucchiai di miele
  • 2 cucchiai di  marmellata di ribes (o lamponi)
  • 1 cucchiaio raso di aceto di mele
  • 2 chiodi di garofano tritati (mezzo cucchiaino)
  • 1 dl  d’acqua
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.

PREPARAZIONE:

Tagliare il cavolo, la cipolla e la mela a pezzetti molto piccoli e metterli in una pentola grande.

Aggiungere il miele e la marmellata.

Aggiungere aceto, acqua e chiodi di garofano.

Coprire, mettere a fuoco basso e cuocere per minimo un’ora. Ma il concetto è che più cuoce e meglio è.

Aggiustare di sale e di pepe.

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Rödkål pronto! Ph. by Gianluca La Bruna

Buon appetito!

I.

Plat du jour: Bearnaisesås. Lavarsi le cul, parlare usando il français ed emettere sjtrani sjuoni.

Salsa molto stronza da cucinare, la bearnaisesås non è un piatto svedese. E questo ve lo sparo così all’inizio perché ci sarà sicuramente tra voi qualche fastidioso saccente che avrà pensato con la faccia di Yao Ming: “Bitch please, la salsa bernese è bernese e non svedese”.bitch-please-meme-generator-bitch-please-51d085

Ed io questo sollo, ma ciò che ignorate voi testine, è che in Svezia la salsa bernese la infilano dappertutto. Al MacDonald i viKi ci inzuppano le patatine, la schiaffano sull’insalata, sui funghi, sulla carne, sul pesce, sui gamberi, ci si lavano i denti, la usano come abbronzante, le svedesi se la ritrovano nelle perette di Tantum rosa, insomma, è una maledizione.

E’ talmente una maledizione che una volta un viKi (simpatico, un po’ tardo ma simpatico) mi disse: “Ah sei toscana? Bello, io sono stato a Firenze, e mi ricordo che ho chiesto la bistecca alla fiorentina ma mi sono meravigliato… non c’era sopra la salsa bernese“…
Ecco, in quel momento (lasciando perdere la mia reazione che prevedeva il brandire una croce e gridargli contro “Vade retro”) ho effettivamente capito che gli svedesi non si pongono il problema di assaporare. Perché se senti il bisogno di una qualsiasi salsa sulla fiorentina vuol dire che sei geneticamente differente. Come i cani di Pavlov: ciotola rossa = bava; carne = bearnaisesås.

E a proposito di ciò notiamo subito come infatti la bearnaisesås sia componente eccelsa di molti piatti italiani farlocchi. Non solo della bistecca alla fiorentina: tra tutti facciamo un minuto di silenzio per la generica bearnaise-pasta, le specifiche bearnaise-lasagne e l’abominevole bearnaise-pizza. Oh yes.

Bearnaise -pasta, -pizza e -lasagne

Bearnaise -pasta, -pizza e -lasagne

Quindi capite che anche se tecnicamente questa salsa non è svedese-svedese, è svedese di adozione, come tantissimi piatti di tantissime cucine, la nostra compresa.
Lo sapete come si dice sia nata la carbonara, no? Pare da uova in polvere e bacon essiccato che i soldati americani seminavano ovunque durante la liberazione. Dunque, come vedete, c’è chi crea un superlativo primo piatto da scarti yankee, e chi crea la bearnaise-pizza. Il mondo è bello perché è vario.

La salsa bernese non è di Berna, cosa che pensavo fino a ieri, ma del Béarn, area dell’Aquitania, nella Francia sud-occidentale, famosa per la grande tradizione gastronomica e per aver dato i natali, tra gli altri, al sociologo Bourdieu, allo stilista Courrèges e al generale napoleonico che diventò poi il re Giovanni Carlo XIV di Svezia dando origine alla stirpe dei Bernadotte, famiglia reale svedese che, come vedete, è sempre in mezzo ai coglioni (chi è interessato ad approfondire la questione del viKitrono può leggere qui).

Ma gli svedesi non hanno preso dalla Francia solo la salsa bernese e Sua Maestà.
Diciamo che a partire dalla metà del XVII secolo un po’ tutti in Europa, non solo i viKi, hanno subito il fascino dei nostri cugini con l’r moscia, nella cosiddetta “gallomania“, sviluppatasi a causa della centralità politica, della potenza militare, della forza economica, della capacità innovativa del sistema tecnologico e scientifico e del prestigio culturale e letterario del paese in cui si compra il pane, ce lo si strofina sotto le ascelle e ce lo si mangia.

E allora ecco che accendiamo l’abat-jour, diamo il biberon ai bimbi e cerchiamo di rispettare il bon-ton mentre sorseggiamo con tutto il nostro charme una flûte di champagne dall’ottimo bouquet e dal fine perlage (parola che oltretutto è stata bellamente inventata, dato che il perlage i francesi lo chiamano effervescence).

Questo è probabilmente l'uso che i viKi fanno del bidet quando sono in vacanza in Italia

Questo è probabilmente l’uso che i viKi fanno del bidet quando sono in vacanza in Italia

Potrei anche aggiungere che ci laviamo il culo nel bidet, però quella è tragicamente una cosa che facciamo solo noi del Belpa.
I viKi non lo hanno mai fatto e anzi, tornando al leitmotiv del sono-svedese-e-ti-prendo-per-il-culo-per-cose-per-cui-dovrei-solo-tacere, una di loro ha addirittura osato esordire con “Ahahahah! Ma te lo usi davvero quel coso?” e io: “Ovviamente, e se fossi in te non sghignazzerei tanto, cara la mia sudicia” e lei: “Guarda che noi in Svezia ci facciamo la doccia tutti i giorni”.

Ommmmmmmm… Irenenonusareilcoltellocomeshurikennnnnnnn… Ommmmmmmm….

Bene cari viKi (ma non solo), dovete sapere che ANCHE NOI TERRONI CI FACCIAMO LA DOCCIA TUTTI I GIORNI. Basta con il mito che se hai il bidet non ti fai la doccia. Non sostituisce la doccia, quel cazzo di bidet, nel senso, avete mai visto una casa italiana senza doccia? No, noi ci facciamo la doccia e IN PIU’ ci laviamo il culo. E lo rivendichiamo con orgoglio. Fatevene una ragione. Ed è inutile che ridacchiate, non sentitevi ganzi, perché siete dei puzzoni.

Ecco, scusate, mi lascio prendere molto dall’argomento “bidet“.

Comunque, i viKi almeno non lo hanno mai avuto, i francesi a dire la verità ce lo hanno avuto, anzi, lo hanno persino inventato (come dimostra il calco linguistico con cui designiamo l’oggetto in questione), quindi un tempo si sono anch’essi lavati le pudenda reiterate volte al giorno, però poi hanno smesso. E questo rende la loro posizione più grave. Meglio essere nati zozzi o avere deliberatamente scelto di abbandonare la pulizia?

Ma sto andando off-topic come sempre.

Dicevo. Il fatto che la Francia fosse trendy un casino, ha portato ad una quantità impressionante di gallicismi in moltissime lingue, tra cui lo svedese.

Dovete sapere che in svedese c’è un suono molto simpatico, il temibile sj-ljudet [ɧ], ovvero una consonante fricativa dorsopalatale velare sorda, che esiste solamente nello svedese (e anche nel kölsch, a dire la verità, un insieme di forme dialettali della lingua ripuaria, appartenente al gruppo del tedesco centrale, parlato circa da 250.000 persone nella città di Colonia e dintorni).

Ecco, in svedese però questo fonema, a differenza che nel kölsch, può essere realizzato tramite un numero potenzialmente infinito di foni.
Ci tenete davvero alla spiegazione della differenza tra fono e fonema? Perché se fosse per me, io potrei andare avanti delle ore, ma poi questo blog non lo leggerebbe più nessuno… Dai, faccio veloce: il fono è il suono scientifico, quello che davvero si produce o si ascolta; il fonema è invece una specie di ‘immagine virtuale’ di quel suono anche se realizzato in diversi modi. L’esempio classico in italiano è la r moscia come difetto di pronuncia (o rotacismo): anche se realizzata diversamente è percepita comunque come una r.
Per cui è come se tutti gli italiani facessero la come cazzo vogliono e fosse comunque percepita da tutti come r. Già ci sono un sacco di r mosce in giro, quella snob a V, quella francese, quella che abolisce del tutto il suono ‘r’, quella dura tedesca, quella a G che di solito hanno i giornalisti del Tg5, etc. Però rientrano tutte nei difetti di fonazione. Questo fonema in svedese invece funziona come se tutti avessero stabilito che si può fare un po’ come cazzo ci pare, anzi, non è “come se”, è proprio così.

Ecco, i linguisti su questa oscillazione del sj nello svedese ci sono andati in paranoia. Alcuni hanno cercato di ricostruire ogni cazzo di singolo fono in cui questo fonema è prodotto, con l’uso di simboli fonetici piuttosto bizzarri, come [fˠʷ], [x̞] o [x̟]. Ma sono solo alcuni dei miliardi di suoni che vengono associati a questo fonema.

Io ho provato ad ascoltare i viKi attentamente, per carpire il segreto di questo suono, mi ci sono intrippata, e sono giunta alla conclusione che ogni svedese articola questo suono in più o meno 5 diversi modi a seconda della circostanza, della parola, e del tasso alcolico nel suo sangue; e dal momento che gli svedesi sono 9 milioni, la mia ricerca empirica dimostra che ci sono 45 milioni di modi di articolare questo suono.

Ovviamente dipende molto anche da che parte della Svezia si viene: nel nord il suono è articolato più o meno come la nostra <sc> però con la punta della lingua sollevata che tocca quasi il palato ([ʂ]), nel sud invece si può sentire pronunciato simile alla scatarrata olandese ([ɧx]).

Addirittura alcuni linguisti sostengono che, dato che il fono [ɧ] indica due punti di articolazione (velare sarebbe nella gola, e dorsopalatale sul palato), si dovrebbe fare un suono su due punti diversi della bocca, e per questi linguisti le consonanti ‘doppiamente articolate’ non esistono. Quindi è tutta immaginazione.

Con questo ci si può orientare un po'

Con questo ci si può orientare un po’

Ma in realtà gli svedesi sono capaci di fare suoni alieni, per cui secondo me sono anche capaci di fare fricative quintuplamente articolate così, a richiesta. E magari contemporaneamente fanno i giocolieri con una decina di polpette IKEA.

Allora vi faccio sentire qualche esempio di diverse articolazioni, però siccome non avevo molta voglia di ascoltarmi 45 milioni di registrazioni, ve ne metto solo qualcuna. Tutti questi omini che parlano sono madrelingua, quindi se qualcosa non vi torna rifatevela con loro.

Allora, abbiamo la parola själ (“anima”), la parola själv (“stesso”), la parola skär (“scalpello”) e la temibile parola sjuksköterska (“infermiera”).

Ci si fanno anche degli scioglilingua, ad esempio con sju sjösjuka sjömän (“sette marinai con il mal di mare”), che io ho trovato solo nella sua forma breve ma che in realtà è più lungo: sju sjösjuka sjömän sköttes av sju sköna sjuksköterskor (“sette marinai con il mal di mare sono curati da sette belle infermiere”).

Come avrete notato il suono sj non si scrive solo <sj>, perché sarebbe troppo facile, e i viKi sono caccosi, non gli va che la loro lingua sia troppo intuitiva o che ci sia una corrispondenza tra grafia e scrittura, sarebbe troppo semplice. Voi però finora avete visto solo <sj> e <sk>, ma sappiate che si può scrivere in moltissimi altri modi.

Quindi, ricapitolando: oltre ad essere un fonema che si può realizzare attraverso millemila foni, si può anche scrivere attraverso millemila grafemi. E questo fa sì che lo svedese appartenga di diritto alle cosiddette lingue confusedove possiamo avere 50 scritte diverse ma che si pronunciano nello stesso modo, vedi il francese e la stessa pronuncia di vingt, vain, vin, vint, o una parola che non si può minimamente supporre come si pronuncerà, e l’inglese qui vince a mani basse: perché la doppia in blood è diversa da quella in good? E heart/beard/heard? E poi, provate un po’ a scazzare come si pronunciano indict, gunwale, ere, sword o choir.

E questo modo di scrivere in tanti modi diversi quello stupido suono sj, è strettamente collegato al discorso sul prestito dal francese di cui vi parlavo prima, perché gli svedesi per fare i fighi hanno deciso che tutti i gallicismi che in francese hanno il suono j, o ch, o finiscono con –tion, –sion, o altre regoline di cui so una sega, devono avere quel maledetto suono.

E questo ha ovviamente accresciuto notevolmente il numero dei modi in cui il suono sj si scrive.

Alcuni ne hanno contati una sessantina, ma in realtà è difficile da stabilire, perché i linguisti non concordano mai su nulla, e poi perché ci sono migliaia di dialetti che pronunciano con questo suono anche altri grafemi.
Comunque qualche esempio: <ch> (champinjon), <dsk> (gudskelov), <g> (gélé, e anche <rsg> in krusbärsgélé), <gi> (religiös), <i> (motion), <j> (journalist, e anche <rj> in superjournalist), <rsi> (version), <rsk> (försköna), <rskj> (förskjuta), <stj> (stjärna, e anche <rsstj> in pappersstjärna e <rstj> superstjärna), <sch> (schema), <sh> (Shanghai), <si> (television), <ski> (Nordenskiöld), <skj> (skjuta), <ssi> (passion), <ssj> (hässja), <stg> (gästgiveri), <sti> (Kristianstad), <ti> (station), <xi> (reflexion), <xj> (Växjö), e altri.

Ecco, questo era giusto per darvi un assaggio di fonetica svedese che, com’è noto, è uno degli argomenti più cercati sul web. Google mi informa che è al terzo posto nelle ricerche degli italiani dopo “tette di Belen” e “migliori gol della Juve”.

Quindi se vi capitasse mai di avere davanti un viKi incazzato che vi punta una pistola alla tempia minacciandovi di spararvi in mezzo agli occhi (come si fa con gli alci) se non pronunciate bene una parola, sappiate che quando vedete una parola svedese palesemente di origine francese che finisce con -ion, o che ha delle ch, delle sh, delle j a caso, state sicuri che dovete fare quel suono strano.

A volte mi chiedo come potreste continuare a vivere senza di me.

Tornando alla nostra salsa, è una menata, vi avverto. Dovete mescolare mentre aggiungete cose e molto probabilmente vi impazzirà. O forse lo fa solo con me che non so cucinare.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PERSONE:

  • 200 gr. di burro leggermente salato
  • una tazzina da caffè di aceto di vino bianco
  • una tazzina da caffè di vino bianco
  • 1 scalogno
  • due cucchiai di dragoncello tritato
  • due cucchiai di cerfoglio tritato (o prezzemolo, dato che il cerfoglio non si trova)
  • abbondante pepe nero
  • 4 tuorli
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Sciogliete il burro in un pentolino e fate raffreddare.

Portate a ebollizione l’aceto e il vino in cui avrete messo lo scalogno tagliato molto sottile, un cucchiaio di dragoncello, un cucchiaio di cerfoglio e una bella spolverata di pepe.

Fate bollire per circa 10-15 minuti, dopodiché filtrate e conservate il liquido.

A bagnomaria mettete a cuocere il liquido filtrato, sbattete leggermente i tuorli e aggiungeteli mescolando continuamente con una frusta.

Aggiungere a poco a poco il burro e continuare a mescolare finché la salsa non risulta spumosa.

Fate raffreddare continuando a mescolare con la frusta e aggiungete un cucchiaio di dragoncello e uno di cerfoglio.

Aggiustate di sale.

Bearnaisesås pronta!

Bearnaisesås pronta!

Buon appetito!

I.

Fenomenologia del cugi svedese: moda, inglese e kladdkaka

Bene, per la ricetta di oggi devo necessariamente servirmi di un termine vernacolare… E non perche io me la tiri particolarmente sul fatto di essere figlia del Granducato (tipo i Sud Sound System che, diverso tempo fa, col Salento ci hanno davvero trifolato le palle), ma perché questo è un termine intraducibile.

Al pari di poeticità e di espressività dell’altrettanto intraducibile spleen baudelairiano sta la parola cugi. Cugi è un aggettivo per definire chi segue uno stile fideisticamente, qualsiasi stile esso sia. Anche chi con spirito di intransigente militanza dichiara di non volerne seguirne nessuno è tuttavia un cugi, e qui mi sto addentrando in un ginepraio perché cugi in livornese vuol dire tutto e il contrario di tutto.

Uno tra i mille tipi di cugi

Cugi è un modo di essere, di parlare, di muoversi e di esternare le proprie emozioni. Cugi è portare i jeans con il cavallo alle ginocchia per gli uomini e sbavare sulle borse di Gucci per le donne, cugi è ridere sui sui film di Boldi e De Sica (questo per l’esattezza è cugi & squallido), cugi è chiamarsi Deborah o Maicol (in questo caso la cugezza dei genitori ricade sui figli), cugi è ascoltare Vasco Rossi e Ligabue, cugi è litigare sbracciando in modo scoordinato usando espressioni iperboliche che sostengano dialetticamente la pericolosità reale di una minaccia (“Ti do ‘n caRcio ‘n culo ‘e quando la finisci di gira’ i tu’ vestiti so’ passati di moda”). Cugi è raccontare un avvenimento con la manina a megafono appoggiata all’angolo della bocca, cugi è risciacquarsi la bocca di luoghi comuni usati da chiunque utilizzando un tono solenne di chi sta per annunciare una grande verità, un timbro di voce molto grave, e un marcato accento livornese che cerchi malamente di imitare un penoso italiano standard (“Venezia è bellissima ma ‘un ci vivrei mai”, “Sean Connery è meglio ora di ‘vando era giovane”).

Ma soprattutto, cugi è parlare in inglese a sproposito.

Sì, esattamente come faccio io ogni tanto, ma vedete, il mio non essere cugi sta proprio nel fare cose cugi senza voler per forza assumere una sfacciata cugi attitude (anche nel modo in cui scrivo cugi attitude, notate come io non sia cugi pur essendo esteriormente cugi?).
E’ un po’ come i pois, che possono essere pacchianissimi o elegantissimi solo a seconda di come vengono portati, a seconda se l’indossante, o il cugizzante nel nostro caso, possieda quello che comunemente è noto come charme. D’altronde charmant(e)s si nasce, ed io modestamente lo nacqui.

Volete vedere un artifizio retorico di commistione tra significante e significato, così, per puro divertissement? Ecco: koojie, o koojy, stanno per cugi ma sono scritti in modo cugi. Bellino, vero?

Ma sto divagando…

Tornando a noi, perché tutto questo pippone su un termine livornese?
Ecco, perché gli svedesi sono tendenzialmente un popolo di cugi, e io non avevo altre parole per farvelo capire.

Bene, i modi in cui gli svedesi palesano tutta la loro cugezza sono virtualmente infiniti (così come i modi in cui lo fanno i livornesi, state tranquilli), però in particolare due aspetti del cugi wannabe svedese risaltano agli occhi: 1) i vestiti 2) l’uso dell’inglese.

Per quanto riguarda i vestiti, tendenzialmente gli svedesi si vestono puliti e carini, senza accostamenti assurdi o cose che dimostrano che si sono vestiti alla cazzo. O meglio, è più esatto dire che anche quando vanno vestiti in modo assurdo e improbabile (sì sì sì, anche nel caso del calzino-ciabatta), non è mai frutto del caso, loro ci hanno pensato, e questo in un certo senso aggrava la loro posizione.

Ma al di là dell’aspetto qualitativo, che ora vi spiego meglio, se vi piccate di guardarvi intorno e focalizzare la vostra attenzione solo ed esclusivamente sui vestiti della gente, dopo 4 o 5 ore a Stoccolma vi farà male la testa. Eppure insomma, avete trovato tante cose che vi piacciono e che volete comprare anche voi, e allora cos’è che non vi torna?
Sono vestiti TUTTI CAZZO UGUALI.

Niente, non c’è versi, a seconda dell’anno e delle collezioni gli svedesi cambiano in massa i loro outfit (con ritmi più brevi per le donne).

Classico esempio di viKi-Lei: notare stronzo in testa, sciarpona, giubbottino di pelle corto e cosce fasciate

Dal punto di vista della moda femminile: il primo anno che bazzicavo la Svezia erano le camicie a quadri lunghe con leggins neri sotto e ballerine a dominare, poi iniziarono le gonne a vita alta portate sopra la maglietta, poi i vestitini stretti sotto il seno tipo tutù, poi i leggins tipo di pelle, poi le magliette con le spallone rigonfie alla “momenti più neri degli anni ’80”, poi i giubbottini di pelle corti con sciarpa tutta vaporosa annodata in un modo che non ho mai capito, e poi l’orrido leopardato (che sembrava che la Svezia fosse stata invasa da uno stuolo di maîtresses). MUST: cosce fasciatissime (anche se hai le gambe simili a quelle di un mammut ibernato, è uguale, prima regola della Svezia: seguire la moda anche se quell’anno va qualcosa che ti sta di merda -vedi le sagre di culi cellulitici durante l’estate 2009 quando mi resi tragicamente conto che andavano gli shorts, che schifo amisci-). ACCONCIATURA: cipollotti fatti tirando tantissimo i capelli in cima al cranio, pettinatura che ho ribattezzato “stronzo in testa”, anche se sfortunatamente tale denominazione non ha preso piede nei saloni più fashion.

Classico esempio di viKi-Lui: notare ciuffosessuale, scollo a V su pettino di pollo, maglione larghettino, pantalone germa troppo corto alla caviglia

Dal punto di vista della moda maschile invece non ho notato grandi cambiamenti nel tempo, solo qualcuno, perché me ne importava poco, e poi perché da questo punto di vista gli uomini di ogni nazionalità dimostrano di avere più cervello delle donne (ribadisco: da QUESTO punto di vista), ma comunque le costanti sono: jeans attillati stretti alle caviglie meglio se Cheap Monday (con marca bene in vista, perché l’importante è essere cugi), Converse All Star rigorosamente sempre anche con neve alta 47 m., camicie strette a quadrettini piccoli molto accollate in stile british, cardigan o maglie con scolli improbabili a V che aprono una vista panoramica su petti bianchicci e implumi e, a tratti, nei momenti di festa, papillon (ve lo avevo già detto così en passant qui del papillon, ma non posso fare a meno di stupirmi, scusate). MUST: le camicie devono essere strette e accollate, le maglie al contrario larghe e mostrare il pettorale (anche qui vale il discorso di cui sopra: se avete il fisico di Piero Fassino, andate lo stesso petto-in-fuori-pancia-in-dentro incontro alla sorte). ACCONCIATURA: ciuffi strani tra emo e metrosexual con possibilmente tanto tanto gel. Ah, l’anno scorso c’è stata un’esplosione di basette, ma non so dirvi se siano ancora in o meno.

Oooooh, finalmente chiuso il discorso moda, dal momento che non me ne frega un sontuoso cazzo.

Molto più divertente è il discorso sull’inglese.
Usare frasi a caso in inglese è, diciamolo, una cugi-tendenza che sta dilagando ovunque in Europa, per il motivo che tutti conosciamo, ovvero il dominio del modello americano (eeeh, ma verranno i cinesi a levarvi le ruzze, e chissà come sarà divertente infilare parole cinesi random in una conversazione, non vedo l’ora che i miei nipoti lo facciano).

In Svezia però il fenomeno ha del parossisistico e una conversazione può svolgersi così (le parti in svedese saranno sostituite da parti in italiano per rendere la conversazione di comprensione immediata):
Due viKiamiche. Viki-x si avvicina a viki-y.
Viki-x: “Hi lady! Come stai?”
Viki-y: “Bene sweetie, tu? Ma hai litigato con Viki-z o what’s the deal?”
Viki-x: “Sì, ci ho litigato perché è una fucking bitch
Viki-y: “Keep your head high, è solo colpa sua. Oh shit! Sono in ritardo, scappo!”
Viki-x: “Call you later Viki-y. Ciao!”

Cosa mi manda ai matti è lo shit. Allora, non è mia intenzione stracciarvi le balle con questioni di linguistica, per quanto sia una cosa che mi garberebbe assai, ma due paroline sullo shit devo dirvele.

L’imprecazione è la parte del discorso meno controllabile, quella che se state per 15 anni a Londra o a Berlino continuate a pronunciare “MERDA”, perché magari avete chiuso la portiera della macchina lasciandoci un dito dentro, perché avete rovesciato il caffè sul divano bianco appena comprato, o perché vi siete dimenticati di avere un appuntamento con Jude Law che vi ha aspettato nudo in vasca da bagno, poi si è rotto e se n’è andato… ehm… vabbè sto fantasticando un po’ troppo, il punto è: non si impreca mai in un’altra lingua, perché non è naturale, perché viene dalla pancia, perché non si programma l’inserimento di un “cazzo” in una frase, sale in bocca e basta. E’ più o meno come contare velocemente a memoria, chi di voi lo fa spontaneamente in un’altra lingua? Io credo nessuno.
Da ciò ne deriva che nell’ordine dei prestiti linguistici, l’imprecazione tendenzialmente non si trova.

Gli svedesi infatti, che sono dei gran furboni, usano lo shit quando l’imprecazione ha il minor grado di naturalezza possibile.
E io questa cosa la so perché sullo shit mi ci sono incaponita, e li ho studiati come fanno gli etologi che dietro un albero osservano gli scimpanzé che si spulciano e prendono appunti (gli etologi prendono appunti, non gli scimpanzé).
E ho notato che: se uno svedese cade di testa in una buca per strada, difficilmente userà shit, se tagliando il pane si pota un mignolo, difficilmente userà shit, etc. Userà fan magari, o se è davvero incazzato e/o avvilito il volgarissimo fitta, ma di sicuro mai l’inglese, perché, nonostante siano viKi, hanno comunque anche loro reazioni spontanee.
Ma se uno svedese comunica di essere in ritardo, o commenta un episodio spiacevole di qualcun altro, o informa di aver dimenticato qualcosa, o ad ogni modo esprime al mondo esterno una consapevolezza che è sorta in lui in un momento precedente alla volontà di trasporre questa consapevolezza dall’ordine emotivo interiore all’ordine verbale esteriore, bene, in quel caso usa shit.

E perché lo fa?

Perché lo svedese è internamente, atavicamente, profondamente cugi! E quindi, caro il mio viKi, se vuoi che te la dica in un cugi-modo che mi faccia sentire parte della vostra cugi-cerchia: you can kiss my linguistic ass, perché la mia ricerca sperimentale dimostra scientificamente la tua cugezza.

E, per venire alla ricetta di oggi, il fatto che i dolci svedesi siano praticamente la stessa zuppa dei dolci americani (carrot cake, cheesecake, cinnamon rolls, pancakes, etc.), per quanto ciò sia probabilmente dovuto al fatto che gli svedesi sono emigrati in massa negli Stati Uniti (e quindi l’origine sia tutta viKi), mi fa inevitabilmente pensare ai cugi.

La torta di oggi, infatti, la kladdkaka (letteralmente “torta appiccicosa“) può essere descritta come una torta al cioccolato con un libidinoso cuore tutto appiccicoso (per l’appunto), la cui perfetta traduzione cugi potrebbe essere senza ombra di dubbio brownie.

Anyway, it’s fucking good.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PORZIONI:

  • 100 gr. di burro
  • 2 uova
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 5 cucchiai abbondanti di cacao amaro
  • 200 gr. di farina
  • 500 ml di panna fresca
  • 150 gr. di marmellata di frutti di bosco

PREPARAZIONE:

Scaldare il forno a 175 °C.

Sciogliere il burro in un pentolino. Mentre il burro raffredda separare i tuorli dagli albumi e montare gli albumi a neve insieme allo zucchero.

A parte mescolare i tuorli, la vanillina, il cacao con un mixer alla velocità più bassa e aggiungere la farina setacciata. Aggiungere il burro e poi, delicatamente, gli albumi montati.

Mescolare delicatamente fino ad ottenere un impasto liscio e abbastanza liquido e versare in una tortiera rotonda di circa 20 cm di diametro imburrata e infarinata.

Cuocere per circa 30 minuti nel centro del forno. Per una torta ancora più appiccicosa ridurre il tempo di cottura di 5 minuti.

Quando la torta è pronta lasciare raffreddare e servire con panna fresca montata e marmellata di frutti di bosco.

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Kladdkaka pronta!

Buon appetito!

I.