Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

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“Chiamale come vuoi”, io le chiamo palle. Le chokladbollar.

Le mitiche palle. FINALMENTE.

Era da una vita che le volevo fare, ora le ho fatte e sono venute strabone. Cara amica Laisa, questa ricetta è solo per te.

Le chokladbollar sono delle palle di zucchero, fiocchi d’avena, caffè, cacao e cocco che si sciolgono in bocca. Si trovano più o meno in ogni caffetteria, perché sono il classico dolcetto da fika, ma si trovano anche impacchettate al supermercato e tra i surgelati, perché tra i vari pregi che hanno c’è anche quello di poter essere tranquillamente piazzate nel freezer per essere poi tirate fuori nei momenti di carenza d’affetto.

La storia del nome delle chokladbollar è un po’ particolare, infatti il loro nome d’origine è negerbollar, letteralmente “palle di negro” (anche se c’è chi sostiene che il neger venga dal latino niger per indicare “palle nere”… ho i miei dubbi su questo, ma servirebbe uno studio etimologico che non ho voglia di intraprendere perché, credeteci o no, ho cose più importanti da fare).

Il termine neger in svedese, esattamente come il termine negro in italiano, non è sempre stato offensivo, ma lo è diventato con il tempo, più o meno intorno agli anni ’70, probabilmente sotto l’influsso dell’inglese nigger, che offensivo invece lo è sempre stato.

In realtà non sono sicura se la questione in Svezia e in Italia sia: 1. è sempre stato offensivo ma prima se ne sbattevano le palle se i neri si offendevano 2. è una connotazione che è venuta dopo che la parola si è affermata, appunto su modello inglese. Comunque ora lo è, per cui chiamatele chokladbollar, per favore.

Ovviamente i problemi si presentano nel bel mezzo delle fasi intermedie… Non avviene mai che un giorno un termine è accettato, e il giorno dopo è tabù, anche considerando il fatto che le persone cresciute a negerbollar si sono ritrovate a cambiare un termine familiare con uno sentito magari come la classica sviolinata del politically correct. Obiettivamente… chi di voi dice diversamente abile invece di disabile? Mia nonna continua a chiamare le liquirizie Saila, le “caccole di Menelik” (pronuncia: /menelikkE/), perché piccole e nere, e non lo fa perché è un membro segreto del KKK, ma perché lo ha sempre fatto.

“Chiamale come vuoi”

Qualche simpaticone ha risolto il problema ironizzandoci su e definendole “chiamale come vuoi“, sia per evitare un termine definito come un’eccessiva gravità linguistica, che un termine ormai dichiaratamente offensivo.

Comunque queste palle (che io e la mia amica Lisa, di cui sopra, ancora più prosaicamente definiamo palle di merda) sono apparse in Svezia prima della massiccia immigrazione, di conseguenza il termine non era sentito offensivo anche perché non c’era nessuno da offendere. Certo, questo non vuol dire niente, ma si capisce come il termine si sia diffuso senza resistenze. Il nuovo termine chokladbollar è oltretutto entrato da pochissimo nel dizionario ufficiale dell’Accademia svedese (creata sul modello della Crusca) che lo registra soltanto dal 2006, benché fosse entrato nell’uso da molto prima. E comunque accanto al termine chokladbollar l’Accademia continua a considerare come variante senza connotazioni il termine negerbollar. Boh.

Nel 2003 addirittura in Scania (regione nota per la tolleranza verso gli immigrati, nota bene: IRONIA) il proprietario di una caffetteria è stato portato davanti a una specie di tribunale per aver scritto sul cartellino delle palle negerbollar, però non gli è stato fatto nulla perché hanno dimostrato (e sarei tanto curiosa di sapere come) che non voleva davvero offendere le persone di colore. Insomma, alla fine ci sono anche loro purtroppo nel mondo…

Uno sketch molto carino sul problema del nome da dare a queste palle si trova nel film Sunes sommar, dove quando un gruppo di afroamericani chiede il nome di questi dolci, il tipo della caffetteria ci va in paranoia e dice istintivamente il nome di un dolce danese che si chiama wienerbröd, che non ci combina niente con le palle.

Oltretutto, piccola digressione: l’attore svedese di questo sketch, Peter Haber, è stato sia Martin Beck nella serie Beck, che uno di Uomini che odiano le donne, su cui non posso essere più specifica perché non voglio fare la spoiler… cercatevelo da soli. Comunque oh, su 9 milioni e mezzo di persone 8 milioni e mezzo hanno a che fare con qualche giallo. Buon per loro.

E comunque, siccome la mia missione nel mondo è rompere i coglioni, ci tengo a precisare che in realtà il termine chokladbollar è cazzo sbagliato. Per il semplicissimo motivo che di choklad ce n’è davvero poca. Il poco di cacao previsto dalla ricetta serve solo, insieme al caffè, a dare colore. A Göteborg ad esempio tagliano la testa al toro e le chiamano kokosbollar, dal momento che c’è il cocco dentro… Era elementare, suvvia, ci potevano arrivare anche gli altri.

Si possono definire anche havrebollar, che starebbe per “palle d’avena” però di solito con questo termine si tende a specificare che dentro non c’è il cocco né il cacao… insomma, le palle sfigate.

Inoltre, siccome un’azienda svedese che produce palle si chiama Delicato (il nome italiano associato al cibo viKi di solito mi spaventa molto, non so a voi…), ha proposto di chiamarle delicatobollar, così, un nome a caso… Non so neanche se le converrebbe comunque, a volte conoscere un prodotto soltanto con il suo nome commerciale manda paradossalmente a puttane l’aspetto pubblicitario… insomma, gli Scottex sono gli Scottex, ‘sticazzi se non sono Scottex, o no?

E comunque ‘ste palle sono davvero buone, sono una stronzata da fare e insomma, col caffè, il cacao, lo zucchero e quant’altro, risvegliano i morti.

Se il cocco non vi piace potete toglierlo dalla ricetta e strofinare le palle nella granella di zucchero, oppure nei cosini colorati che si mettono sulle torte dei bambini, oppure ancora nel cacao in polvere tipo tartufini, o nella farina di mandorle, o nel parmigiano. Cosa? Nel parmigiano?! Volevo vedere se stavate attenti.

INGREDIENTI PER CIRCA 25 PALLE:

  • 150 gr. di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di cacao amaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 150 gr. di fiocchi d’avena
  • 70 gr. di farina di cocco da mettere dentro più circa 30 gr. con cui ricoprire
  • 2 cucchiaini di caffè solubile in 2 cucchiai d’acqua

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro il un pentolino e aggiungere zucchero, vanillina e cacao. Mescolare bene e aggiungere avena, cocco e caffè. Far riposare in frigo per 30 minuti, così diventerà tutto un po’ più duro e sarà semplice fare le palle.

Su un piattino rovesciare 30 gr. di farina di cocco (potrebbero servirne di più, ma non ho pesato quella che ho usato per farcire, quindi vado un po’ a occhio, chiedo venia). Fare le palle e rotolarle nella farina di cocco.

Far riposare altri 30 minuti nel frigo e alé! Pronte.

Si possono anche surgelare!

Chokladbollar pronte!