Dalahäst, Toscana di Svezia e kolbulle med messmörduppa

Sciao cari.

Voglio partire con una constatazione.

Ho notato che quando scrivo cose che succedono in Svezia che “mi fanno girare gli ingranaggi”, c’è una fetta di lettori che mi dice che sono un’ingrata, che sputo nel piatto dove mangio, che se non mi piace devo tornare a casa mia, perché sono una terùn irriconoscente e non ho diritto a lamentarmi.
Quando invece noto cose della viKilandia che sono ganze c’è pieno di gente che dice che non sono più quella di una volta, che sono ‘diventata svedese’, che il welfare mi ha cambiata, che ho le fette di salmone sugli occhi, etc.

Ora, a parte, ‘un siete mai pieni.itavswe

Ma poi quello che alcuni di voi dovrebbero capire è che non è che io tifo alternativamente uno dei due paesi in un’ipotetica partita Italia VS Svezia, semplicemente la natura mi ha fornito di un paio di begli occhini e di una simpatica corteccia cerebrale, un ippocampo e vari neurotrasmettitori. Quelli che non ho bruciato con le droghe degli anni 2000 li uso per farmi un pensiero critico sul mondo.

E siccome sono italiana ma vivo in Svezia, e siccome entrambi i paesi hanno dei lati belli e dei lati di vera merda, e italiani e svedesi a volte sembrano fare a gara sulle puttanate che combinano, non vedo perché non ne dovrei parlare. E allo stesso modo, non vedo perché non dovrei notare cose che secondo me sono lodevoli. Insomma, non mi paga nessuno a me, non ho il dente avvelenato con nessuno dei due paesi: in uno ci sono nata io, in uno ci è nato mio figlio.

Comunque, sempre per precisazione, sentitevi liberi di commentare se non siete d’accordo su ciò che dico (o anche se siete d’accordo), c’è un sacco di gente che è passata e passa da qui dicendo di non essere d’accordo.
Io rispondo a tutti, anche a quelli che mi mandano in culo. Ho censurato soltanto due persone nella storia del blog: un pazzo che dice che la mafia è un’invenzione della sinistra italiana, che le donne svedesi sono allupate per, e cito letteralmente, “i cazzi negri”, che nella bibbia ci sono le risposte che cerco e che non capisco nulla perché non studio teologia (che lo si sa, apre la mente); e un’altra tizia simpatica come un prolasso rettale che ha dato manforte al pazzo di cui sopra dicendo appunto che il welfare mi ha cambiata, che sono un’italica traditrice al soldo del depigmentato popolo.

Ora, quest’ultima potevo non censurarla in effetti, ma la sezione “commenti” sul post dei diritti gay era diventata come uno sketch del Bagaglino, e quindi ho provveduto a censurare ogni ulteriore commento che non approfondisse il dibattito.

Oggi faccio un post neutrale perché mi avete rotto i coglioni. No scherzo, ma perché volevo parlare di una cosa svedesissima.

E non c’è niente di più svedese del cavallino rosso.

DalahästTalmente svedese che io me lo ricordo addirittura da un film (che a me è parso una mmmerda, tra le altre cose) chiamato Quelle strane occasioni e formato da tre episodi, tra cui uno di nome appunto Il cavalluccio svedese.
La morale dell’episodio che richiama la viKinghia è fondamentalmente che le svedesi sono tutte bottane, e che la struttura sociale della Svezia è assimilabile a quella dei bonobo, ovvero si fotte in continuazione.

Questa perla cinematografica del ’76 (no ma nel senso, ci sono Nino Manfredi, Alberto Sordi, Stefania Sandrelli, etc., quindi forse sono io che non comprendo l’arte) contribuisce al noto e tuttora in auge misunderstanding sull’intensa attività sessuale dei viKi. Ecco, gente, fatevene una ragione, gli svedesi non sono tutto ‘sto popolo di trombatori. Se volete visitare la Svezia per carità, paesaggi bellissimi, piste ciclabili, laghi, fiumi, foreste, anche il cibo non è male, ma insomma, se volete ruscolare io vi consiglio altri lidi. Nemmeno in trombonave pare ci sia trippa per gatti.

Ad ogni modo, questo preambolo per dirvi che il cavallo svedese è come per noi il mandolino (che anche qui poi avrei da dissentire, io non ho mai conosciuto nessun italiano che suonasse il mandolino).

Come un sacco di cose per cui è conosciuta la Svezia, e che tra breve vi illustrerò, il cavallo svedese viene dalla Dalecarlia, in svedese Dalarna. Bellissima regione il cui nome letteralmente significa “le valli”, il Dalarna è visitato per le sue valli (manco a farlo apposta), le montagne, le foreste, i laghi, le distese di meli e le casine rosse (questa è una delle cose tipicamente svedesi che è in realtà tipicamente del Dalarna).

Una cifra esorbitante di svedesi che ho conosciuto va regolarmente in Dalarna a sciare, molti di loro ci vanno occasionalmente a pescare nei laghi, insomma, chiunque è stato almeno una volta in Dalarna. Credo sia la regione preferita per quanto riguarda il turismo interno, tanto che il mio amico Gustav mentre lo interrogavo incuriosita sul viaggio (in Dalarna) che stava per fare, me l’ha descritta come “la Toscana della Svezia: se sei svedese e non sei mai stato in Dalarna sei stronzo”. Ecco, io da toscana mi sono inorgoglita, e da immigrata in Svezia mi sono decisa ad andare in Dalarna il prima possibile.

Dalarna

Torsång, Dalarna

In Dalarna va un casino il sulky, della cui esistenza sono venuta a conoscenza una manciata di secondi or sono. In italiano è detto “sediòlo”, sineddoche per definire le gare di trotto, indicando tecnicamente soltanto il carrozzino leggero a due ruote su cui sta il conduttore, che immagino sarà piuttosto imbarazzato nel praticare questo sport.
Anche la Vasaloppet è molto importante, maratona sciistica che commemora Gustavo Vasa, di cui ho parlato qui.

Nei pressi del capoluogo dalecarlico, la città di Falun, c’è la Falu koppargruva, area estrattiva particolarmente importante perché pare che vi si producesse rame fino addirittura da prima dell’anno mille. Essendo stata una delle più importanti aree minerarie del mondo per un casino di secoli è patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO (tra l’altro, il vostro fact of the day: l’Italia vince per patrimoni UNESCO con 51 siti, segue la Cina con 48 e la Spagna con 44. Sapevatelo! Su Rieducational Channel!).

Ma tornando al discorso di prima, le cose dalarnesi che sono conosciute ai più come svedesi tout court, sono:

  • le summenzionate casine rosse: questo rosso particolare (rosso Falun) è una tinta che deriva dalla zona di Falun appunto per le miniere di rame. Pare che i componenti di questa tintura siano particolarmente efficaci nel preservare il legno. La ricetta di questa tinta, se per caso vi prendesse una voglia irrefrenabile di tingere di rosso Falun una lignea baita in una campagna a caso è: acqua, farina di segale, olio di lino e residui minerari delle miniere di rame di Falun
  • la musica folk tradizionale con arpe, violini e quant’altro che io AMO profondamente. Non folk come Bob Dylan, che pure quello mi garba assai, diciamo folk come Enya, però senza tutti i fronzoli mistici che quando l’ascoltate avete l’impressione di aver subito uno stupro di gruppo da un’orda di elfi.
  • il costume tradizionale femminile: o Sverigedräkten. Diventò molto di moda in Dalarna e fu poi ripescato col tempo diventando costume tradizionale. Capita che le fancazziste di regina e principesse si concino con questo troiaio in qualche occasione ufficiale. Per approfondimenti sui reali svedesi, e soprattutto sul mio spirito antimonarchico, vedi qui.
  • sta minchia di cavallino rosso: continua la lettura per un pippone sul cavallino.
Phetide reali in abito tradizionale (che può indossare solo chi è waginamunito)

Phetide reali in abito tradizionale. Notate la perplessità della nana reale.

Il cavallino, o Dalahäst (Cavallo Dala), rosso Falun pure questo, era in origine un giocattolo per bambini intagliato dai montanari dalarnesi, che di inverno, con 92 ore di buio al giorno, giustamente si sfracellavano i maroni e vai giù di cavallini.

Durante il XIX secolo la produzione di cavallini diventò un’attività economica molto redditizia per il Dalarna, tanto che intere famiglie sopravvivevano grazie al commercio di cavallini (oh, sembra una barzelletta). L’arte dell’intaglio e della decorazione veniva pertanto trasmessa solennemente di generazione in generazione.

Le decorazioni sul cavallo sono fatte con uno stile pittorico che si chiama kurbits, ovvero si dipinge con due colori sullo stesso pennello, che viene ruotato in modo da creare questi motivi.

Sia la forma del cavallo (più o meno tarchiato) che il motivo pittorico sono distintivi di un particolare paesino e addirittura dei singoli artisti.

Ogni cavallo, creato artigianalmente in legno di pino, è realizzato da almeno 9 diverse persone. Perfino i ciocchetti di legno da cui verranno ricavati i cavallini sono segati a mano.

Me cojoni.

Ecco perché costano una frana di quattrini. Ma no, dico, robe disumane. Robe che ti viene voglia di dargli fuoco, a tutti quei bei cavallini. O forse questa voglia ce l’ho solo io che sono cattiva d’animo.

Comunque ecco, i dalarnesi, dalecarlesi, dalesi, inventano un branco di cose ma in quanto a cibi tipici il Dalarna è carente. Non tanto per la qualità, non saprei dirvi, ma è stato piuttosto difficile trovare un piatto tipico di questa regione.

Dopo tanto cercare però l’ho trovato. Si chiama kolbulle med messmörduppa ed è uno stufatino con bacon a cui si accompagna una specie di pancake di orzo (che sarebbe il kolbullekolbotten).

Grazie al formaggio caprino nella ricetta lo stufato risulta particolarmente salato. Ecco a cosa dovrebbero servire i pancake: a stemperare la salinità della faccenda. In effetti, questo è un piatto rusticone e montanarone, anche buono, per carità… però sì, insomma, vi lascia un retrogusto in bocca che vi sembra di aver fatto i gargarismi col mar morto, quindi preparate un boccione d’acqua per evitare la disidratazione.

La ricetta originale prevede due cose che non posso fare:

  1. L’utilizzo di mesost, ovvero una roba che non mi azzarderei a chiamare formaggio, in questo caso fatta con siero di latte di capra, e chiamata quindi getmese. Si può sostituire con ricotta di capra o altra roba caprina. Ovvio che non è lo stesso, cari i miei sapientoni. Se non vi va bene facciamo così, andate in (culo, no scherzo) Dalarna, prendete questo pidocchiosissimo getmese e fatevi la ricetta, io cerco di venirvi incontro.
  2. La cottura per mezzo di fiamma diretta. Ecco, in Italia schiaffate la padella sui fornelli et voilà, le cose sono più buone, si cucinano più facilmente, e si evita uno spreco di energia elettrica enorme. In Svezia la fiamma diretta è come dio: un si vede mai, ma ti deve far paura lo stesso. Tutti si cagano della fiamma libera, invece delle candele usano perfino i lumini da morto alle finestre. Io avrei voluto tanto cucinarvi tutto ciò con la fiamma libera, ma capitemi, non posso mettermi a fare le prove medievali di Masterchef in cortile, ho usato i fornelli elettrici.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per 8 pancakes:

  • 2 dl di farina 00
  • 2 dl di farina di orzo
  • 1 uovo
  • 2,5 dl di acqua
  • 2 dl di latte intero
  • burro per imburrare la padella

Per lo stufato di maiale:

  • 250 gr. di bacon
  • 2 dl di panna fresca
  • una tazzina da caffè di latte intero
  • 200 gr. di ricotta di capra o formaggio caprino abbastanza molle
  • pepe nero q.b.

Preparazione:

Preparare l’impasto dei pancakes mescolando le farine con l’uovo, e aggiungendo l’acqua e il latte. Sbattere con le fruste elettriche.
Imburrare una padella e cuocere i pancakes a fuoco abbastanza alto.
In un’altra padella soffriggere il bacon, poi aggiungere la panna, il latte e la ricotta e far cuocere per 5 minuti a fuoco vivace. Abbassare la fiamma e far sobbollire per circa 30 minuti, finché lo stufato non si sia ritirato.
Versare lo stufato sui pancakes, spolverare con pepe e servire.

Kollbulle med messmörduppa pronto! Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabrunaphotography.com

Kollbulle med messmörduppa pronto! Foto di Gianluca La Bruna – www.gianlucalabrunaphotography.com

 

Buon appetito!
I.

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Finché la barca Vasa lasciala andare: plankstek, musei e scontri culturali

La plankstek. Bona. Strabona. Eccessivamente ricoperta di bearnaisesås ma, a parte questo, bona.

E poi bellina da morire. Infatti, a mio modesto parere, se preparate una cenetta romantica e servite la plankstek al/lla vostro/a ciccipuccioso/a, guadagnerete tanti punti.
Ecco, magari la bearnaisesås e la birra le lasciamo ai baVbaVi, io vi consiglio di sostituire la salsa con un semplice giro d’olio a crudo (olio bono, non quello del Lidl) e la birra con un Brunellino, perché se fate una cenetta romantica, la dovete fare per bene. Altrimenti se avete i braccetti da T-Rex, Chianti, ché tanto cascate sempre bene. Comunque anche il vino bianco ci sta benissimo.

In realtà non è un piatto particolarissimo… è un’entrecôte cotta nel forno, però è servita in un modo talmente figo che alla fine diventa un piatto con una sua dignità formale.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Dunque, innanzitutto è una ricetta di derivazione transilvano-ungherese. Ispiratore della svedese plankstek è infatti il fatányéros, ovvero un gran casino di carni varie servite su una specie di tagliere di legno.

I viKi hanno mantenuto l’uso dell’affare di legno su cui servire il cibo, ma hanno introdotto delle stilosissime modifiche, come usare soltanto una raffinata costata di manzo invece che le carcasse di tutta la Vecchia Fattoria al completo, e creare una guarnizione di verdure di accompagnamento troppo carina, ovvero pomodorini al forno, patate duchessa tutto intorno al piatto, e fagiolini (o a volte asparagi) legati da una striscina di bacon. Sfizioso, n’est-ce pas?

Poi sì, essendo Germa, hanno anche dovuto smerdare il tutto versandoci sopra un litro di salsa bernese. Dilusione forte, dilusione di diludendo.

Erano riusciti addirittura a metabolizzare un’altra tradizione gastronomica, farla propria apportando modifiche ed avere come risultato un piatto serio… e poi si sono emozionati e hanno rovinato ogni cosa. Come gli spettacoli dei bambini piccoli, no? che magari sono stati bravissimi fino quasi alla fine, ma prima dell’ultima scena iniziano a piangere tutti proprio per la tensione di essere stati bravi.

Ce l’ho messa anche io la salsa bernese, perché ho voluto fare un blog di cucina svedese, e ora pedalo. Però voi non fatelo, davvero.
Poi io dovevo fare la spesa velocemente e non ho trovato la costata, quindi ho preso il filetto, ma quello è un problema mio.

La prima volta che ho scoperto la plankstek ero a Stoccolma, ed era una giornata uggiosa. Era una delle primissime volte che andavo in Svezia, forse addirittura la seconda, e quel giorno due cose non mi piacquero.nobirra

La prima: avevo bisogno di vino per la plankstek. Era proprio un richiamo della natura. Io la birra con la carne buona non la bevo, mi dispiace, non ce la faccio.
E allora volevo una bottiglia di rosso.
Bene, un vino discretamente buono che qui al ristorante costa al massimissimo 12-15 euro lì ne costava 35. Per cui per la modica cifra di 22 euro presi il vino più economico. Ma pensavo che fosse tipo vino della casa, qualcosa di non eccelso ma bevibile…
Nein.
Odore di smalto per unghie e sapore di acido trifluorometansolfonico. E soprattutto, e io questo non glielo perdonerò mai, TAPPO A VITE.
Ora io lo so che c’è chi dice che il tappo a vite sigilla come il sughero (anzi, forse meglio), e quindi si potrebbe usare anche quello. Ma io sono una reazionaria. Io in una boccia di vino ci voglio un cazzo di pezzo di sughero. Lo screw cap mi sa di lambruscaccio della Coop da 1,80 per due litri di bottiglia.

La seconda: il museo Vasa.

Ora, mi spiego meglio. Non è che il museo Vasa non mi piacque. Ma è la sproporzione tra la sostanza e l’immagine che si vuole dare che mi ha lasciato basita.

Ecco, io credo che la cultura media (ma diciamo pure la fascia mediocre, più che quella media) della Svezia e dell’Italia siano opposte l’una all’altra. In Italia siamo abituati a cospargerci il capo di cenere per tutto, anche su cose per cui dovremmo gongolare. In Svezia sono abituati a glorificare tutto, anche cose per cui dovrebbero tacere.

Esempio, prendete una ventina di persone a caso in Italia e chiedete: “Com’è il sistema sanitario nel tuo paese?”. Io credo che risponderanno tutti “Una merda”, nonostante sia il secondo migliore del mondo per qualità dopo quello francese, e allo stesso tempo uno tra i meno costosi.

Se la stessa domanda la fate in Svezia credo che vi risponderanno in media “Il migliore del mondo”, nonostante sia messo molto male.

Ognuno dei due approcci ha lati positivi e lati negativi.

L’approccio italico è intellettualmente vivace, in un continuo dibattito dialettico tra ciò che il potere costituito propone e ciò su cui invece il singolo deve essere vigile, prima di ogni altra cosa. L’individuo non deve farsi fregare da “loro”.
Questo approccio stimola l’autoanalisi e anche l’intelligenza, però non porta assolutamente a niente.
A posto con la propria coscienza combattiva (quella del “Ahaaaa, lo sapevo io!”) quando trovano falle nel sistema (e se le cerchi le trovi sempre, anche in Svezia), gli italiani si adagiano e adattano alla fallacia, vanno allo stadio, guardano Barbara d’Urso e bona lì.

L’approccio svedese è intellettualmente morto. La palestra cerebrale del “cerco sofisticamente di capire tutto e il contrario di tutto”, ho i sensi all’erta e il mio spirito critico prude incessantemente, è completamente assente. Mamma Svezia fa bene anche quando fa male, piccinina e io viKi faccio l’accordo con lei di non cagare troppo la minchia e non andare a cercare gli scheletrini negli armadi IKEA.
Ma se mamma Svezia si azzarda a fare troppo la furba e uno scandalo viene fuori anche se io non ho voluto indagare, e io capisco che l’immagine del mio mondo Polly Pocket fatto di cagnolini col pelo di Perlana e bambine su biciclette rosa è messa in discussione, non va assolutamente bene. I panni sporchi si lavano in famiglia, non ci sono cazzi. Perché io a come appare mamma Svezia nel mondo ci tengo, e tanto. E quindi alla fine sviluppo un senso civico sereno, magari anche illuso e paraculo, ma che alla fine mi permette di vivere in un paese che complessivamente funziona (per gli svedesi almeno, per gli immigrati non ne sarei così sicura).

Il Vasamuseet

Il Vasamuseet

Ecco, il Vasa rappresenta tutto questo.

Sostanzialmente la storia del museo Vasa è questa:

“Nel ‘600 costruiscono un galeone per il re Gustavo II Adolfo Vasa (discendente peraltro di quello che sta sempre di tra i coglioni, ovvero quello che si preoccupa per il carico di biscotti in mare, che non ha inventato il glögg ma si dice comunque che lo abbia fatto, che sobilla i bifolchi svedesi per combattere i danesi, che ha dato il nome ai crackers, insomma, un regale Chuck Norris svedese) e lo costruirono con le chiappe.

Nel 1628 la Regalskeppet Vasa, ovvero questo sproporzionato barcone, salpa, e appena tira un po’ di vento affonda durante il viaggio inaugurale.

Nonostante affondata a una profondità di circa 30 metri, la nave è stata recuperata soltanto nel 1961.

I lavori di restauro, fatti da dio solo sa chi, hanno per circa una ventina d’anni previsto l’uso di borace e acido borico, che hanno mangiato il legno, e tantissime parti hanno dovuto essere ricostruite. Poi hanno capito che stavano rovinando tutto.

Si è deciso di fare un museo per questa nave nel 1981, che è stato inaugurato soltanto 10 anni dopo.

15 euro di biglietto, 12 per gli studenti.”

Ecco, voi come lo commentate tutto questo? Io lo definirei: figure di merda all’ennesima potenza.

Schermata 2013-05-18 a 16.42.30Ecco, ora invece vi copio la storia del galeone così come descritta dalle didascalie del museo Vasa:

“Stoccolma è degna di essere visitata anche solo per ammirare il Vasa.

Il 10 agosto 1628, una flotta di navi da guerra reali salpò dal porto di Stoccolma. Tra esse giganteggiava il Vasa, da poco varato e battezzato in onore della dinastia regnante. La solenne circostanza fu sottolineata con la salva sparata dai cannoni del vascello, che sporgevano dai portelli aperti su entrambe le murate.

Mentre il maestoso vascello si faceva largo lentamente verso l’imboccatura del porto, una raffica di vento levatasi all’improvviso lo investì in pieno. Il Vasa ondeggiò, tuttavia riuscì a raddrizzarsi nuovamente. Ma nulla potette contro una seconda raffica folgorante, che lo piegò su uno dei suoi fianchi. L’acqua penetrò attraverso i portelli dei cannoni aperti. Il Vasa colò a picco sul fondo, portando con sé almeno 30, forse 50, delle 150 persone a bordo.

Dopodiché, ci vollero 333 anni prima che il Vasa rivedesse la luce.

A quel punto l’attenzione si riversò completamente sulla conservazione del vascello. Un relitto rimasto sommerso così a lungo non poteva essere lasciato senza le cure appropriate. Altrimenti, con il passare del tempo, sarebbe caduto inevitabilmente a pezzi. All’inizio, mentre gli esperti studiavano il metodo di conservazione più adatto, il Vasa veniva spruzzato regolarmente con acqua dolce. Infine, il conservante scelto fu il glicole polietilenico (PEG), un prodotto cereo idrosolubile che penetra lentamente nel legno sostituendo l’acqua.

A causa dell’inquinamento, le acque del porto di Stoccolma erano ricchissime di zolfo. Lo zolfo si infiltrò nel legno del Vasa nei lunghi anni d’immersione. Oggi lo zolfo reagisce con l’ossigeno formando acido solforico. Quest’acido attacca il legno, tuttavia è assolutamente innocuo per i visitatori del museo [no ecco, ora, sicuramente qui sarà in concentrazioni tali da essere innocuo, però tengo a specificare che l’acido solforico non è innocuo per nessuno, nemmeno per i visitatori del museo Vasa].

I bambini entrano gratis, forti sconti per gli studenti.”

Ecco capite allora che non è tanto la realtà delle cose, ma come uno se le racconta. E loro se le raccontano bene, data l’impressionante quantità in Svea Rike di musei del menga, cosa che ha notato anche il mio amico dok, che è stato poi l’ispiratore di questo post e lo ringrazio di questo.
[E già che sono in fase di ringraziamenti, un grazione speciale va a Gianluca per la foto, a Denise per la composizione, e a Lorenzo & Marco per aver mangiato].

Addirittura una mia amica svedese quando siamo andate insieme al Vasa ha avuto il coraggio di dirmi: “Il Vasa è bellissimo, sono contenta che ci andiamo perché questo è un museo unico, scommetto che in Italia di queste cose non le trovi…”. Con tanto di strizzata d’occhio.

carotaE però ha ragione lei, minchia! In Italia trovo gli Uffizi, il Palazzo Ducalela Galleria Borghese e altri milioni di cose che neanche noi del Belpa conosciamo, da quante ce ne sono (ad esempio io ho scoperto molto recentemente, troppo recentemente, che qui a Livorno, oltre a mestizia ed ignoranza, ci sono anche un Beato Angelico e un Vasari), ma la capacità di valorizzare ogni cosa che capita a tiro non la trovo, non la troverò mai.
Il riuscire a trasmettere bellezza e a raccontare una storia interessante su pochi elementi concreti, o comunque su elementi di poco valore, e non solo, ma far persino pagare alla gente 15 euro per starla anche ad ascoltare questa storia, in Italia non esiste.

L’Italia è il paese a cui crolla la Schola Armaturarum con decorazioni e ornamenti del primo secolo dopo Cristo; la Svezia è il paese che te la pompa a mille per una nave che ha fatto due metri e è andata giù come un povero stronzo con un sasso al collo.

Chissà poi alla fine chi lo vince questo Kampf der Kulturen

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per le patate duchessa:

  • 1 kg. di patate farinose
  • 2 dl. di panna fresca
  • 10 gr. di burro
  • 2 tuorli
  • 15 gr. di Västerbottensost grattugiato (sostituibile con Parmigiano)
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.
  • noce moscata q.b.

Per il resto:

  • 4 costate di manzo da 200 gr. circa l’una
  • sale
  • pepe nero
  • 15 gr. di burro
  • 140 gr. di fagiolini
  • 4 strisce di bacon
  • 4 pomodorini
  • un cucchiaino di olio d’oliva
  • 8 cucchiaiate abbondanti di bearnaisesås
  • prezzemolo
  • dragoncello

PREPARAZIONE

Preparare le patate duchessa: sbucciare e tagliare le patate a pezzetti piccoli e bollirle in acqua salata già bollente per circa 15 minuti.
Scolarle bene e spiaccicarle tutte. Aggiungere la panna e il burro e mescolare energicamente fino ad ottenere un purè abbastanza liquido ma non troppo. Aggiungere i tuorli ed il formaggio grattugiato e aggiustare di sale, pepe e noce moscata.

Cospargere la carne di sale e di pepe su entrambi i lati e scottarla nel burro per circa 30 secondi per lato in una padella già calda.
Mettere in un piatto la carne e farla riposare sotto la carta d’alluminio.

Preriscaldare il forno a 250 °C.

Sbollentare i fagiolini nella padella ancora imburrata dove avete passato la carne per una decina di minuti. Fateli riscaldare e divideteli in quattro gruppi. A questo punto avvolgete una fettina di bacon attorno ad ogni gruppo (magari cercando di fare un nodino, così non verrà via).

Con uno stuzzicadenti fare qualche buchino nei pomodori.

Adesso dovrete fare in modo di comporre i piatti in due teglie che saranno anche i piatti di portata, per cui prendete due teglie piccoline che possano andare nel forno ma che siano anche gradevoli esteticamente parlando.
Se non ce le avete potete comporre un finto piatto dentro la carta da forno, cuocerlo e poi servirlo pari pari nel piatto. Sarà bruttissimo avere la carta da forno nel piatto ma insomma, vi accontentate.
Se poi avete proprio la piastra di legno lavica, o di ghisa, o di sale rosa, etc. siete troppo avanti e componete tutto lì (in questo caso fate scaldare una decina di minuti anche la piastra).
Se è troppo complicato per voi cuocere e servire nello stesso posto, fate le patate duchessa a parte e aggiungetele al piatto di portata solo in un secondo momento. Io ho fatto così, ad esempio.

Componete la teglia in questo modo: aggiungete il pezzo di carne, sopra al pezzo di carne mettete i pacchettini di fagiolini e il pomodorino al lato (io vi dico come dovrebbe essere, ma poi invece ho fatto come mi pareva).

Inserire il purè in una sac-à-poche e comporre dei fiocchetti di patata (come quelli che si fanno con la panna) tutto intorno alla carne.

Cospargere i pomodori e i fagiolini con un pochino d’olio e mettere nel ripiano più alto forno.

Lasciare finché le patate non avranno un bel colore dorato (circa 20 minuti).

Cospargere la carne con due belle cucchiaiate di salsa bernese, prezzemolo tagliato fine e dragoncello, e servire immediatamente.

Buon appetito!
I.

En riktig svensk jul (part I): operazione Natale, città di biscotto e pepparkakor

Il Natale (in svedese jul) si avvicina e, nonostante quest’anno io sia più Grinch del solito, non potevo certo non parlarvi del Natale svedese.grinch

Il Natale in Svezia comincia presto. A novembre già si trova nelle vetrine dei negozi tutto il Christmas merchandising di cui (non) si ha bisogno: lucine, alberini, babbinatalini, corettini, etc., e poi la neve rende sempre tutto più nataloso.
Capita anche che ci sia a giro qualche banchetto improvvisato: una volta al supermercato beccai un buffet di Natale completamente gratuito e mangiai come una scrofa, fu una delle giornate più belle della mia vita (ci vuole poco a rendermi felice, e il cibo gratis è una garanzia).
Oppure i mercatini per strada, con tanti animali pelosi e bambini imbacuccati che strillano per fare un giro in pony (che gli svedesi chiamano ponny).

In realtà il Natale in Svezia (e credo anche in Norvegia e Danimarca) non è il 25 dicembre come nel resto del mondo. E’ il 24. Così, per andare in controtendenza.

Però io avrei da dirvi tante cose sul Natale in Svezia, perché l’anno scorso mi sono fatta il vero viKristmas, e quindi devo divulgare la mia scienza, però voglio anche postarvi in fretta questa ricetta, per cui rimando le spiegazioni sul Natale ad altri post (neanche nel prossimo ve ne parlerò, in realtà), ammesso che ve ne freghi qualcosa.

Tanto non importa che ve lo spieghi prima di Natale, no? Posso spiegarvelo anche dopo.

Comunque per Natale va da sé che ci siano piatti tradizionalerrimi, e qui arrivo io. E per tenermi al passo con questo stupido clima di festa (io ooooodio le feste), dovrò pubblicare i miei post a un ritmo un po’ più serrato.

Ma tanto a Natale a Natale si può fare di piùùù, e quindi questo è il mio regalo per voi (pensate un po’ che culo, quasi come il regalo-pacco del pigiamone di pile anti-vita sessuale che puntualmente a ogni Natale arriva a tutti).

E’ stata la mia consulente di strategia e marketing Laisa (quella che a suo tempo ribattezzò le chokladbollar “palle di merda”, proprio lei) a suggerirmi di sbombolarvi di post natalizi. Per i reclami, potete scrivere a me e io vi lascio il suo numero di telefono, così cazziate lei.

Insomma, io ci provo, poi non garantisco, anche perché tra un cazzeggio e l’altro dovrei anche scrivere una tesi, così a tempo perso, per cui non posso passare tutte le giornate a scrivere stronzate sulla Svezia, capitemi. Però ecco, se scrivo post brevi e non particolarmente ispirati è perché punterò sulla quantità e non sulla qualità, a differenza di quando non è Natale, che non punto né sull’una né sull’altra.

Allora, per avere en riktig svensk jul (che sarebbe letteralmente “un Natale svedese vero e proprio”, ma che io per licenza poetica definirei “un viKinatale coi cazzi“) è obbligatorio avere i biscottini speziati, quelli di solito fatti a omino come Zenzy di Shrek, in svedese pepparkakor, accompagnati preferibilmente dal glögg.

Lo so che le danze maori non c’entrano una sega, ma ho trovato un video su Youtube con gli omini di pan di zenzero che fanno l’haka tipo gli All Blacks, e sono quanto di più dolce abbia mai visto, per cui ve li posto lo stesso, tanto il blog è mio e me lo comando io (come si diceva all’asilo). Oltretutto, vi prego di notare il dettaglio geniale del biscottino che, preso dalla danza, si stacca un bottone da solo al secondo 00:23.

Right. Il pan di zenzero, ovvero l’impasto speziato dei biscotti, fu portato in Europa da tale Gregorio di Nicopoli, un monaco armeno che nel 992 insegnò la ricetta ai preti di Pithiviers, cittadina nel centro della Francia. I francesi poi insegnarono a fare i biscottini ai tedeschi, che durante il 1300 li esportarono in Svezia.

In Svezia si sa per certo che i pepparkakor furono preparati nel ‘300 per il matrimonio tra il re Magnus Eriksson (Magnus IV di Svezia) e Blanka av Namur (meglio conosciuta per aver dato il nome ad una Weiss belga, la Blanche de Namur). E anche nel ‘500 abbiamo notizie sui biscottini da nientepopodimeno che (rullo di tamburi) Gustavo Vasa, proprio lui, che scrisse a Germund Svensson a proposito di una nave che aveva fatto naufragio (oh, le navi svedesi probabilmente erano guidate da tanti Skettinsson, perché si sfracellavano sempre) e tutto il carico di pepparkakor era andato ai pesci. Che carino Gustavo, tutto preoccupato per i biscottini.

Ancora durante il ‘500, perfino il re della viKiunione di Danimarca-Norvegia-Svezia, Giovanni di Danimarca, per gli amici Hans, si faceva commissionare dal medico personale casse e casse di biscottini per curare il suo brutto carattere. Ecco perché io sono incazzosa, perché non mangio abbastanza biscotti. Urge rimedio.

Documentazioni su un vero e proprio mercato di biscottini risalgono al ‘700, in cui questi venivano venduti in monasteri, mercati rionali e farmacie (perché dice combattessero l’indigestione; poi certo, se te ne sgonfiavi 20 kg magari l’indigestione ti veniva, e allora ti toccava inventare un’altra cosa che facesse passare l’indigestione da biscottini allo zenzero, e così via).

In Svezia hanno perfino un giorno dedicato ai pepparkakoril 9 dicembre, e io sinceramente non so che cosa voglia dire… boh, forse se ne mangiano di più, forse si prega un dio biscottone, forse ci si traveste da gingerbread man, non lo so, ma mi piace tempestarvi di informazioni a caso.

Comunque con la pasta dei biscotti, oltre alle solite forme come omini, stelline, peni, cerchi (per gli sfigati che non hanno le formine e lo fanno con i bicchieri), ci si può fare una bellissima casetta, la pepparkakshus. E io volevo anche farvela, però è una menata: si devono misurare precisamente tutti i lati della casetta, incastrarli l’uno nell’altro e poi fissarla con lo zucchero caramellato, che puntualmente mi si brucia e fa cagare.
Con tutto il bene che vi posso volere, non avevo voglia di fare la casetta, vi ho fatto gli omini e vi accontentate.

La Pepperkakebyen a Bergen

La Pepperkakebyen a Bergen

Però per amore di cultura vi informo che a Bergen, in Norvegia, ogni anno dal 1991 costruiscono una città di pan di zenzero (la Pepperkakebyen), con le casette, gli omini, le chiese, il treno, i ponti, le barchette, etc. (eh beh, quando si hanno 20 minuti alla settimana di orario lavorativo, con 961 giorni di ferie pagate l’anno, capita che per ingannare il tempo si costruiscano città di pasta di biscotto, che ci volete fare).

La cosa figa di questi biscotti è che l’impasto lo potete fare tutto in una volta sola, dividerlo in vari pezzetti, e surgelarlo. E poi, quando siete particolarmente presi bene, tirate fuori i pezzetti e li preparate.
Comunque nel frigorifero l’impasto si mantiene per una decina di giorni, quindi potete tranquillamente fare una pausa tra una mandata e l’altra. Anzi, è ancora meglio tenerli qualche giorno nel frigo prima di farli, così sono più speziosi.

In Svezia al supermercato troverete l’impasto per i biscotti già bell’e pronto, però insomma, io vi avverto, nel 2002 hanno trovato tracce di sostanze cancerogene nell’impasto preconfezionato, nello specifico l’acrilammide, per cui se avete voglia di perderci un po’ di tempo e farveli da voi è anche meglio. Anche perché sinceramente io non capisco, cazzo… allora, o non vuoi sbatterti a cucinare, e te li compri già fatti in scatola, che sono buonissimi lo stesso, o mischi due stronzate e in 10 minuti hai fatto l’impasto. L’impasto pronto, che tanto devi comunque stenderlo, farci le forme e cuocerlo, non lo concepisco. Davvero.

Ho una curiosità: nel 2006 l’astronauta svedese Christer Fuglesang ha offerto ai suoi colleghi nonché compagni di viaggio, rigorosamente nello spazio, un tipico pranzetto svedese, e insieme all’alce e allo knäckebröd, ci ha infilato pure i pepparkakor. Simpatico, vero?

INGREDIENTI PER UN CENTINAIO DI BISCOTTI:

Per i biscotti:

  • 300 gr. di burro
  • 400 gr. di zucchero
  • 1 dl sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaio di zenzero in polvere
  • 2 cucchiai di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere (o una 40ina di chiodi di garofano sbriciolati)
  • 2 cucchiaini di cardamomo
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • 2 dl. d’acqua
  • 1 kg di farina

Per la ghiaccia reale:

  • 1 albume d’uovo
  • 200 gr. di zucchero a velo
  • il succo di mezzo limone
  • colorante alimentare (opzionale)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro in un pentolino. Aggiungere lo zucchero e lo sciroppo d’acero e mescolare.

Aggiungere le spezie e il bicarbonato, e continuando a mescolare aggiungere l’acqua. Aggiungere la farina e impastare bene, dando qualche pugno alla palla di impasto (così vi sfogate anche).

Avvolgere con la pellicola e far riposare una notte in frigorifero.

Stendere la pasta sottilissima (un paio di millimetri circa) e fare tutte le formine che volete.

Preriscaldare il forno a 200-225 °C.

Mettere un foglio di carta da forno su una teglia molto piatta e cuocere nel ripiano medio. Ricordatevi di farli raffreddare prima di smuoverli, e di non appoggiare la nuova mandata sulla teglia calda, altrimenti vi si spezzano.

Quando i biscotti saranno pronti montare a neve l’albume e aggiungere il succo di limone e lo zucchero a velo setacciato. Mescolare, aggiungere l’eventuale colorante (dividere le parti se volete avere più colori) e mettere la glassa in una sac à poche, o un un cono di carta, o in una siringa a cui avrete tolto l’ago. Decorare i biscotti a piacere.

Pepparkakor pronti!

Pepparkakor pronti!

Buon appetito!

I.

Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.

Bersi una blåbärssoppa dopo aver fatto la Vasaloppet: oh yes, very very viking.

Orbene, siamo alla prima ricetta vegana del blog, e ciò grazie al contributo di un amico che mi ha fatto notare che non ci avevo ancora pensato. Ora c’è. Tiè.

Per rimanere in tema di consigli di amici, la BEA (tu non te la caverai con l’anonimato) ha osato dirmi che le mie foto fanno cagare…

Innanzitutto ha ragione, però ho non una, non due, ma trèèè scuse:

1) questione di struttura: non ho una macchina fotografica at the moment, e le foto che faccio sono fatte con il mio telefono antidiluviano.

2) questione di sovrastruttura: non ho una baita di legno piena di servizi di piatti strafighi, né un balcone con vista su campagne lussureggianti, come la maggior parte dei foodblogger ha. Vivo in una casa di studenti la cui padrona di casa non vuole verniciare i muri, e dal mio balcone si apre uno squarcio di Germania dell’Est, come dimostro con un’altra foto mediocre. E’ anche difficile fare belle foto in queste circostanze…

Il panorama sovietico che si può ammirare dal mio balcone

3) questione di formazione: purtroppo non ho passato la fase ‘fotografia’. Intendiamoci… di fasi intellettualoidi, sinistroidi, anarcoidi, e tutti gli -oidi che vi vengono in mente, ne ho passate parecchie: abbonamento al manifesto, fare le sciarpe ai ferri, dipingere quadri astratti, fare un corso di francese, comprarmi una kefiah, etc. Ma la fase classica del sono-una-ragazza-affascinante-quindi-mi-compro-una reflex-per-fotografare-in-diagonale-i-marciapiedi-per-mostrare-il-mio-animo-sensibile, mi manca. Ergo non ho idea di come cazzo si faccia una bella foto. Ognuno ha le sue croci.

A parte le premesse doverose, garantisco che d’ora in avanti proverò a fare foto migliori, infatti mi sono impegnata per questa ricetta e ho deciso di cucinarla a casa dei miei, che possiedono un romantico giardinetto, per fare le foto lì. Cari amici, la foto di un bicchiere tra le piante è segno della mia maturazione artistica. Sì.

Ohhhh, mi sono levata un peso.

Ora posso passare a parlare dell’argomento di oggi, ovvero la Vasaloppet.

La Vasaloppet è una maratona sciistica di ben 90 km che si tiene nel marzo di ogni anno tra Sälen e Mora, due cittadine della Dalecarlia (o Dalarna, la regione più svedese della Svezia, che ci ha regalato il cavallino rosso, un sacco di cantanti folk e di gruppi heavy metal). Wikipedia mi informa che è la più vecchia, la più lunga e la più grande gara di sci di fondo del mondo, quindi buon per loro.

Vasaloppet

La Vasaloppet è nata nel 1922, 402 anni dopo che il re Gustavo Vasa aveva fatto lo stesso tragitto cercando di scappare dai danesi cattivi. Praticamente il re danese Cristiano III, che governava all’epoca anche la Svezia, era stanco degli svedesi che rompevano (già allora) con nazionalismi e snobismi vari, per cui disse così: “Allora cari i miei svedesini, facciamo pace e vi offro una cena da me, così la smettiamo con tutte queste storie, ok?”. Gli svedesi, che a quanto pare non brillavano per acume, ci andarono; Cristiano allora li chiuse dentro il castello e per tre giorni massacrò i lamentosi nobili svedesi, compiendo quello che è conosciuto come il bagno di sangue di Stoccolma.

Il nostro Gustavo vide la mala parata e fece come il Leone Svicolone, fuggendo per la Dalecarlia. Andò a Mora e cercò di convincere i cittadini a rivoltarsi. I cittadini però in quel preciso momento non ne avevano molta voglia, e Gustavo allora se ne andò cercando di raggiungere la Norvegia. Giunto a Sälen però venne raggiunto dai cittadini di Mora di cui sopra, che avevano cambiato idea e ora volevano ribellarsi, a patto che Gustavo guidasse la rivolta, cosa che in effetti fece. Poi diventò re, la Svezia indipendente, e buona camicia a tutti.

Il Vasaloppet celebra appunto questo percorso, per commemorare l’indipendenza della Svezia e il re Vasa (per intenderci, lo stesso che ha dato il nome sia alla nave affondata circa dieci secondi dopo essere stata varata, sia ai crackers fatti di compensato e calcinacci).

Questa gara sciistica fa parte di una combinazione di gare a giro per la Svezia, la partecipazione alle quali permette di ottenere il titolo “en svensk klassiker“, ovvero “un classico svedese”… Me cojoni! Per diplomarsi da classico svedese oltre ai 90 km di sci di fondo, devi anche andare in bici per 300 km, nuotare per 3 km  e correre per 30 km. Io preferisco fare un altro svensk klassiker, mangiando carne di porco e bevendo birra. Mica scema.

E comunque, tutta questa storiellina per arrivare a dire che dopo questi 90 km, per rifocillare i poveri biondoni infreddoliti e stanchi, viene tradizionalmente servita la nostra blåbärssoppa calda, ovvero una zuppa di mirtillo che può essere servita calda bollente o fresca gelata.

Si può bere d’inverno per riscaldarsi e d’estate per rinfrescarsi, e può anche essere servita così com’è come dessert leggero, oppure bella calda su una torta di mele o sul gelato per un dessert maialoso, a voi la scelta. Secondo me per esaltare la freschezza della frutta si possono anche aggiungere delle foglie di menta, la ricetta originale non lo prevede però.

E’ davvero semplice da preparare, l’unica cosa è che i mirtilli che si trovano qui (almeno all’Ipercoop di Livorno) sono belli grandi e blu ma sanno di poco… La cosa migliore sarebbe prendere i mirtilli piccoli, oppure magari invece che con la frutta, farla con il succo di mirtillo, quello al 100% senza zucchero che lascia tutti i denti neri. La prossima volta userò quello.

I mirtilli comunque fanno bene all’occhi (dice mio padre), combattono i disagi gastrointestinali e sono ricchi di energia. Se di energia poi ne volete à gogo, potete fare il blåbärsshot, ovvero 50% blåbärssoppa, 50% vodka e sopra panna montata, e vai che si vola.

Le dosi che vi do sono quelle che ho usato io. A me è venuta molto densa, assaggiatela e se non vi convince aggiungete succo di mela per diluirla. Se invece la volete più densa aggiungete la fecola.

INGREDIENTI PER UNA DECINA DI BICCHIERI:

  • 625 gr. di mirtilli
  • 600 ml d’acqua
  • 2 cucchiai di zucchero (preferibilmente di canna)
  • 2 cucchiai di fecola di patate
  • 2 tazzine da caffè di succo di mela
  • granella di nocciola per guarnire

PREPARAZIONE

Lavare i mirtilli e metterli in una pentola, aggiungere acqua, zucchero e succo di mela, e cuocere a fuoco basso per un bel po’, finché i mirtilli si sono ammorbiditi.

A parte mescolare la fecola di patate con una tazzina d’acqua e aggiungerla ai mirtilli in cottura.

Con un frullino a immersione frullare tutto e aggiustare la consistenza a piacimento.

Servire calda o fredda e aggiungere sopra una spolveratina di granella di nocciola.

Blåbärssoppa pronta

Buon appetito!

I.