En riktig svensk jul (part I): operazione Natale, città di biscotto e pepparkakor

Il Natale (in svedese jul) si avvicina e, nonostante quest’anno io sia più Grinch del solito, non potevo certo non parlarvi del Natale svedese.grinch

Il Natale in Svezia comincia presto. A novembre già si trova nelle vetrine dei negozi tutto il Christmas merchandising di cui (non) si ha bisogno: lucine, alberini, babbinatalini, corettini, etc., e poi la neve rende sempre tutto più nataloso.
Capita anche che ci sia a giro qualche banchetto improvvisato: una volta al supermercato beccai un buffet di Natale completamente gratuito e mangiai come una scrofa, fu una delle giornate più belle della mia vita (ci vuole poco a rendermi felice, e il cibo gratis è una garanzia).
Oppure i mercatini per strada, con tanti animali pelosi e bambini imbacuccati che strillano per fare un giro in pony (che gli svedesi chiamano ponny).

In realtà il Natale in Svezia (e credo anche in Norvegia e Danimarca) non è il 25 dicembre come nel resto del mondo. E’ il 24. Così, per andare in controtendenza.

Però io avrei da dirvi tante cose sul Natale in Svezia, perché l’anno scorso mi sono fatta il vero viKristmas, e quindi devo divulgare la mia scienza, però voglio anche postarvi in fretta questa ricetta, per cui rimando le spiegazioni sul Natale ad altri post (neanche nel prossimo ve ne parlerò, in realtà), ammesso che ve ne freghi qualcosa.

Tanto non importa che ve lo spieghi prima di Natale, no? Posso spiegarvelo anche dopo.

Comunque per Natale va da sé che ci siano piatti tradizionalerrimi, e qui arrivo io. E per tenermi al passo con questo stupido clima di festa (io ooooodio le feste), dovrò pubblicare i miei post a un ritmo un po’ più serrato.

Ma tanto a Natale a Natale si può fare di piùùù, e quindi questo è il mio regalo per voi (pensate un po’ che culo, quasi come il regalo-pacco del pigiamone di pile anti-vita sessuale che puntualmente a ogni Natale arriva a tutti).

E’ stata la mia consulente di strategia e marketing Laisa (quella che a suo tempo ribattezzò le chokladbollar “palle di merda”, proprio lei) a suggerirmi di sbombolarvi di post natalizi. Per i reclami, potete scrivere a me e io vi lascio il suo numero di telefono, così cazziate lei.

Insomma, io ci provo, poi non garantisco, anche perché tra un cazzeggio e l’altro dovrei anche scrivere una tesi, così a tempo perso, per cui non posso passare tutte le giornate a scrivere stronzate sulla Svezia, capitemi. Però ecco, se scrivo post brevi e non particolarmente ispirati è perché punterò sulla quantità e non sulla qualità, a differenza di quando non è Natale, che non punto né sull’una né sull’altra.

Allora, per avere en riktig svensk jul (che sarebbe letteralmente “un Natale svedese vero e proprio”, ma che io per licenza poetica definirei “un viKinatale coi cazzi“) è obbligatorio avere i biscottini speziati, quelli di solito fatti a omino come Zenzy di Shrek, in svedese pepparkakor, accompagnati preferibilmente dal glögg.

Lo so che le danze maori non c’entrano una sega, ma ho trovato un video su Youtube con gli omini di pan di zenzero che fanno l’haka tipo gli All Blacks, e sono quanto di più dolce abbia mai visto, per cui ve li posto lo stesso, tanto il blog è mio e me lo comando io (come si diceva all’asilo). Oltretutto, vi prego di notare il dettaglio geniale del biscottino che, preso dalla danza, si stacca un bottone da solo al secondo 00:23.

Right. Il pan di zenzero, ovvero l’impasto speziato dei biscotti, fu portato in Europa da tale Gregorio di Nicopoli, un monaco armeno che nel 992 insegnò la ricetta ai preti di Pithiviers, cittadina nel centro della Francia. I francesi poi insegnarono a fare i biscottini ai tedeschi, che durante il 1300 li esportarono in Svezia.

In Svezia si sa per certo che i pepparkakor furono preparati nel ‘300 per il matrimonio tra il re Magnus Eriksson (Magnus IV di Svezia) e Blanka av Namur (meglio conosciuta per aver dato il nome ad una Weiss belga, la Blanche de Namur). E anche nel ‘500 abbiamo notizie sui biscottini da nientepopodimeno che (rullo di tamburi) Gustavo Vasa, proprio lui, che scrisse a Germund Svensson a proposito di una nave che aveva fatto naufragio (oh, le navi svedesi probabilmente erano guidate da tanti Skettinsson, perché si sfracellavano sempre) e tutto il carico di pepparkakor era andato ai pesci. Che carino Gustavo, tutto preoccupato per i biscottini.

Ancora durante il ‘500, perfino il re della viKiunione di Danimarca-Norvegia-Svezia, Giovanni di Danimarca, per gli amici Hans, si faceva commissionare dal medico personale casse e casse di biscottini per curare il suo brutto carattere. Ecco perché io sono incazzosa, perché non mangio abbastanza biscotti. Urge rimedio.

Documentazioni su un vero e proprio mercato di biscottini risalgono al ‘700, in cui questi venivano venduti in monasteri, mercati rionali e farmacie (perché dice combattessero l’indigestione; poi certo, se te ne sgonfiavi 20 kg magari l’indigestione ti veniva, e allora ti toccava inventare un’altra cosa che facesse passare l’indigestione da biscottini allo zenzero, e così via).

In Svezia hanno perfino un giorno dedicato ai pepparkakoril 9 dicembre, e io sinceramente non so che cosa voglia dire… boh, forse se ne mangiano di più, forse si prega un dio biscottone, forse ci si traveste da gingerbread man, non lo so, ma mi piace tempestarvi di informazioni a caso.

Comunque con la pasta dei biscotti, oltre alle solite forme come omini, stelline, peni, cerchi (per gli sfigati che non hanno le formine e lo fanno con i bicchieri), ci si può fare una bellissima casetta, la pepparkakshus. E io volevo anche farvela, però è una menata: si devono misurare precisamente tutti i lati della casetta, incastrarli l’uno nell’altro e poi fissarla con lo zucchero caramellato, che puntualmente mi si brucia e fa cagare.
Con tutto il bene che vi posso volere, non avevo voglia di fare la casetta, vi ho fatto gli omini e vi accontentate.

La Pepperkakebyen a Bergen

La Pepperkakebyen a Bergen

Però per amore di cultura vi informo che a Bergen, in Norvegia, ogni anno dal 1991 costruiscono una città di pan di zenzero (la Pepperkakebyen), con le casette, gli omini, le chiese, il treno, i ponti, le barchette, etc. (eh beh, quando si hanno 20 minuti alla settimana di orario lavorativo, con 961 giorni di ferie pagate l’anno, capita che per ingannare il tempo si costruiscano città di pasta di biscotto, che ci volete fare).

La cosa figa di questi biscotti è che l’impasto lo potete fare tutto in una volta sola, dividerlo in vari pezzetti, e surgelarlo. E poi, quando siete particolarmente presi bene, tirate fuori i pezzetti e li preparate.
Comunque nel frigorifero l’impasto si mantiene per una decina di giorni, quindi potete tranquillamente fare una pausa tra una mandata e l’altra. Anzi, è ancora meglio tenerli qualche giorno nel frigo prima di farli, così sono più speziosi.

In Svezia al supermercato troverete l’impasto per i biscotti già bell’e pronto, però insomma, io vi avverto, nel 2002 hanno trovato tracce di sostanze cancerogene nell’impasto preconfezionato, nello specifico l’acrilammide, per cui se avete voglia di perderci un po’ di tempo e farveli da voi è anche meglio. Anche perché sinceramente io non capisco, cazzo… allora, o non vuoi sbatterti a cucinare, e te li compri già fatti in scatola, che sono buonissimi lo stesso, o mischi due stronzate e in 10 minuti hai fatto l’impasto. L’impasto pronto, che tanto devi comunque stenderlo, farci le forme e cuocerlo, non lo concepisco. Davvero.

Ho una curiosità: nel 2006 l’astronauta svedese Christer Fuglesang ha offerto ai suoi colleghi nonché compagni di viaggio, rigorosamente nello spazio, un tipico pranzetto svedese, e insieme all’alce e allo knäckebröd, ci ha infilato pure i pepparkakor. Simpatico, vero?

INGREDIENTI PER UN CENTINAIO DI BISCOTTI:

Per i biscotti:

  • 300 gr. di burro
  • 400 gr. di zucchero
  • 1 dl sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaio di zenzero in polvere
  • 2 cucchiai di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere (o una 40ina di chiodi di garofano sbriciolati)
  • 2 cucchiaini di cardamomo
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • 2 dl. d’acqua
  • 1 kg di farina

Per la ghiaccia reale:

  • 1 albume d’uovo
  • 200 gr. di zucchero a velo
  • il succo di mezzo limone
  • colorante alimentare (opzionale)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro in un pentolino. Aggiungere lo zucchero e lo sciroppo d’acero e mescolare.

Aggiungere le spezie e il bicarbonato, e continuando a mescolare aggiungere l’acqua. Aggiungere la farina e impastare bene, dando qualche pugno alla palla di impasto (così vi sfogate anche).

Avvolgere con la pellicola e far riposare una notte in frigorifero.

Stendere la pasta sottilissima (un paio di millimetri circa) e fare tutte le formine che volete.

Preriscaldare il forno a 200-225 °C.

Mettere un foglio di carta da forno su una teglia molto piatta e cuocere nel ripiano medio. Ricordatevi di farli raffreddare prima di smuoverli, e di non appoggiare la nuova mandata sulla teglia calda, altrimenti vi si spezzano.

Quando i biscotti saranno pronti montare a neve l’albume e aggiungere il succo di limone e lo zucchero a velo setacciato. Mescolare, aggiungere l’eventuale colorante (dividere le parti se volete avere più colori) e mettere la glassa in una sac à poche, o un un cono di carta, o in una siringa a cui avrete tolto l’ago. Decorare i biscotti a piacere.

Pepparkakor pronti!

Pepparkakor pronti!

Buon appetito!

I.

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Un Gotländsk Saffranspannkaka per Pippi Calzelunghe

La ricetta di oggi è una tipica ricetta regionale del Gotland.

I faraglioni del Gotland

Il Gotland è un bell’isolone del mar Baltico, che pare sia bellissimo, ma io non ci sono mai stata, quindi presumo lo sia ma non so dirvi niente di più. So che il suo paesaggio prevede una specie di faraglioni tipo Capri che sono molto belli, e che ha un casino di specie di orchidee e altre strane piante che crescono solo lì.

L’unica cosa che so per certo sul Gotland comunque, in virtù della mia condizione esistenziale di nerd, è che in quest’isola è parlato un dialetto svedese molto particolare, conosciuto come gutnico, che si ritiene essere la lingua germanica rimasta più vicina al gotico, ormai scomparso.

Un esempio di gutnico è presente nella Gutasaga, una saga sulla storia del Gotland che, come tutte le saghe, inizia più o meno con: “Io sono Pdorrr, figlio di Kmerrr, della tribù di Istarrr, della terra desolata di Kfnirrr”, etc.

Il gutnico è considerato come un ceppo linguistico a sé stante, proprio per degli esiti propri che si discostano dalle altre lingue scandinave antiche; comunque della dissertazione tra lingua e dialetto non sto a parlare, anche perché non c’è nessun criterio linguisticamente scientifico che stabilisca quando una lingua è una lingua e quando è un dialetto (cari i miei amici sardi e friulani)… e come il simpaticone Noam Chomsky sostiene: “Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito”.

Bene, a parte per il gutnico (che non se lo caga nessuno a dire la verità, nonostante, a stretto livello personale, infilare la parola “gutnico” in una frase mi faccia sentire una spanna sopra gli altri), il Gotland è famoso per la sua celeberrima abitante, Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump, ovvero Pippi Calzelunghe.

Pippi Calzelunghe con scimmia

Per la serie “storie di vita vissuta”, la Pippi fu la prima delusione d’amore di mio fratello, che da piccolo adorava la serie e voleva sposarsi con lei… finché mio cugino gli disse che l’attrice (Inger Nilsson) ormai era già vecchia perché la serie era degli anni ’70. Dopo aver meditato l’impiccagione e aver pianto per mesi, mio fratello se ne fece una ragione e bona lì.

Pippi Calzelunghe (che somiglia vagamente al calciatore John Arne Riise) è il personaggio letterario più conosciuto di Astrid Lindgren, famosa scrittrice svedese di libri per l’infanzia, in onore della quale nel 2002 la Svezia ha istituito un premio di circa 540.000 euro per la letteratura per bambini e per ragazzi. Pippi è una simpatica ragazzina protofemminista: è fortissima, ricchissima, e vive da sola a Villa Villacolle alla facciaccia di tutti, soprattutto a quella dei suoi vicini, due gemellini obbedienti e diligenti, che però non hanno il becco d’un quattrino e devono tornare a casa da mammeta. L’ordine costituito prova a più riprese a infilarla in un orfanotrofio, ma la nostra libertaria lentigginosa semplicemente non ci va. Ha un cavallo e una scimmia che ogni tanto solleva così a caso per far vedere quanto è muscolosa e ganza, e mangia un sacco di schifezze. Insomma, stacci di lusso.

Come nascono poi tutte le storie più belle, le vicende di Pippi erano raccontate da Astrid Lindgren alla figlia prima di addormentarsi. Una volta che si era rotta una gamba e si annoiava a casa, la nostra Astrid decise di raccogliere tutte le storie di Pippi e di farne un libro, lo propose qua e là, e nel ’45 il libro venne pubblicato (e poi nel tempo tradotto in un centinaio di lingue).

Ovviamente, dopo avervi raccontato la storia di Bamse in questo post, avrete capito che gli svedesi hanno tempo da perdere sul criticare i libri per bambini, e anche Pippi non ha fatto eccezione: è immorale, insegna a non obbedire, sfida l’autorità, è emotivamente disturbata, etc. Cose su cui non vale la pena soffermarci, no?

Oltretutto, Pippi, ragazzina solitaria, stramba e forte, si dice abbia influenzato Stieg Larsson per il suo personaggio di Lisbeth Salander, e in effetti nella trilogia questo richiamo è più volte esplicitato, così come quello tra Mikael Blomkvist, protagonista sempre della trilogia di Millennium, e il semi-omonimo Kalle Blomkvist, altro personaggio di Astrid Lindgren, detective bambino molto intelligente, protagonista di una miniserie di libri per l’infanzia.

Villa Villekulla a Visby

Nel libro Pippi, non si sa come né perché, approda a Visby, la maggiore città del Gotland, ed è lì che si ambientano le sue avventure. Visby è sito patrimonio dell’UNESCO in quanto borgo medievale meglio conservato in Scandinavia… dovrò andarci prima o poi. Oltretutto c’è la Villa Villacolle dove la serie fu girata, quindi un tour triste della Casa di Pippi prima o poi me lo farò. Io AMO i tour tristi.

Senza dubbio a Pippi sarà capitato nella vita di mangiare il Gotländsk Saffranspannkaka, piatto tipico dell’isola, ovvero un dolce di riso, mandorle e zafferano da servirsi tradizionalmente con panna fresca montata e marmellata di salmbär, che sarebbe una variante tutta gotlandese del blåhallon, bacca della stessa radice della mora di rovo.

Siccome Wikipedia non mi dà la traduzione esatta in italiano di blåhallon, ho usato la marmellata di more, presumendo che sì insomma, tutte le bacche alla fine sanno di bacche. Inoltre molte ricette ammettono la sostituzione del salmbärssylt, ovvero la marmellata di questa particolare bacca, con mirtilli, o more, o lamponi, o fragole, etc. Quindi, cvd ho sempre ragione io.

La ricetta non è difficile, è solo un po’ noioso aspettare che la sbobba di riso si raffreddi dopo la cottura, perché io ci ho messo un pomeriggio.

Praticamente dovete prima fare un porridge di riso, in svedese chiamato risgrynsgröt, a cui poi aggiungere gli altri ingredienti.

E’ un piatto singolare già da solo. Innanzitutto è molto buono anche senza essere usato come base per il saffranspannkaka (ad esempio, servito caldo sui Pavesini deve starci benissimo), ma poi ha una storia interessante alle spalle.

E’ un piatto natalizio, e non solo in Svezia, ma anche in Danimarca e Norvegia. In Danimarca ad esempio usa aggiungere a questo porridge una mandorla intera, e chi se la ritrova nel piatto si becca un regalo in più, il regalo della mandorla.

La cosa strana (e, a mio modesto parere anche ai limiti del disgustoso), è che questa dolciata assurda (latte, riso papposo, zucchero e cannella), viene servita così normalmente tra i piatti principali del buffet di Natale. Ovvero voi vi fate un bel piattino con: aringhe alla cipolla, prosciutto e mostarda, porridge di riso dolce, polpettine, salmone, etc. Sembra il gioco del “trova l’intruso”, ma tragicamente non lo è…

Io ho provato questa esperienza perché sono curiosa ed è più forte di me azzardare cose no limits. In effetti la sensazione era proprio come ve la immaginate: un sapore che non c’entrava un cazzo con il resto. Però preso da solo a me piace un casino. E’ tipo budino di riso, e io ci ho fatto colazione per tutte le mie vacanze di Natale in Svezia.

Sbobbone di riso bell’e pronto

Diciamo che gli svedesi se la ripassano meglio perché in Svezia questa sbobba viene venduta in dei bei salsiccioni preconfezionati (i viKi non hanno tempo da perdere, e nei loro super-supermercati trovano sempre tutto bell’e pronto), mentre io ho dovuto amorevolmente farlo solo per voi.

Comunque, come vi ho già detto non è difficile, è solo palloso doverlo mescolare e poi, e anche questo l’ho già detto, farlo raffreddare.

In teoria il riso da usare sarebbe il mai sentito nominare “riso glutinoso“, credetemi che la buona volontà per trovare questo tipo di riso ce l’ho messa tutta, ma non l’ho trovato. Ho quindi preso un riso lungo, orientale e profumato che non era il Basmati, ma il riso Jasmine. Il sapore del porridge era uguale a quello che ho mangiato in Svezia, quindi evidentemente andava bene.

Comunque sostanzialmente una volta raffreddato mischiate tutti gli altri ingredienti e infornate. Il risultato è un dolce morbido, niente affatto secco, e strano, perché lo zafferano lo rende innanzitutto giallo e quindi carino, e poi, insomma, lo zafferano nei dolci secondo me è avanti. Anche un altro tipicherrimo dolce svedese prevede l’uso di zafferano, ma non ve lo dico adesso sia perché non è stagione, e poi perché non voglio spararmi tutte le mie cartucce subito.

Ah, vi informo che stavolta NON ho montato la panna né a mano né con il frullatore, ma con le fruste elettriche come tutti i cristiani, evitando così di rovinare un’altra volta il trackpad del Mac, che non era il caso, come feci con la mia primissima ricetta, quella dei semlor

Non sapete quante me ne fa passare questo blog.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PERSONE:

Per il risgrynsgröt:

  • 4 dl. d’acqua
  • 175 gr. di riso Jasmine
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 400 gr. di latte intero
  • 1 stecca di cannella
  • 1 cucchiaino di cannella in polvere
  • 40 gr. di burro

Per il resto dell’impasto:

  • 4 uova
  • 100 gr. di zucchero
  • 50 gr. di mandorle affettate
  • 0,5 gr. di zafferano
  • (eventualmente aggiungere dai 50 ai 100 gr. di latte se il composto fosse troppo denso)

Per farcire:

  • circa 300 ml. di panna fresca
  • 8 belle cucchiaiate di marmellata di more

PREPARAZIONE:

Mescolare acqua, riso, sale e burro in una pentola larga e portare a ebollizione. Bollire con il coperchio per 10 minuti a fuoco basso.

Togliere dal fuoco e aggiungere il latte, la cannella e portare nuovamente a ebollizione.

Fare bollire poi a fuoco bassissimo con il coperchio per circa 40 minuti e mescolare abbastanza spesso (fate attenzione a non bruciarlo se no fa schifo).

Far raffreddare (preparandovi a invecchiare nel tempo che il composto raffredda).

Una volta raffreddatosi il risgrynsgröt, preriscaldare il forno a 175°. Imburrare bene una pirofila rotonda discretamente grande e aggiungere al risgrynsgröt raffreddato le uova, lo zucchero, le mandorle e lo zafferano. (Diluire con un pochino di latte se vi sembra troppo denso).

Mettere tutto nella pirofila imburrata e infarinata e cuocere nel forno per circa 40 minuti, o comunque finché non abbia un bel colore giallo scuro.

Lasciar raffreddare un pochino e servire con panna fresca montata con un pochino di zucchero e marmellata di more.

Gotländsk Saffranspannkaka pronto!

Buon appetito!

I.

Avanti popolo! Bamse e gli honungsflarn.

Aujourd’hui il piatto che vi propongo sono gli honungsflarn, ovvero dei buonissimi biscottini al miele

E’ una ricetta elementare, anche perché non c’è il lievito, quindi non c’è la menata di aspettare, coprire, non fare casino nella stanza dove lievita la pasta, etc. Si mischia, si inforna, si mangia. Olé.

Con lo zucchero a velo non si creano grumi, e il miele poi non li rende troppo dolci, resta come retrogusto ma senza essere stucchevole, e in più fa sì che la pasta sia morbida ed elastica e facile da lavorare.

Occhio alla cottura! Come tutti i biscotti che si rispettino, può capitare che in un forno bastino 2 minuti, in un altro 6, e così via. Ovviamente dipende anche dallo spessore, ma secondo me dipende anche dai forni. Comunque basta affidarsi alla prova empirica guardando la cottura per la prima infornata, registrare e ripetere. Io una mandata l’ho bruciata, ma mi consolo perché è un’inevitabile certezza: almeno qualcuno uscirà carbonizzato, fatevene una ragione, (tanto la ricetta che vi scrivo è per 97 biscotti -contati uno per uno-, quindi anche se 7 o 8 vanno a puttane, ci può stare, no?).

Bene, dopo avervi dato i classici consigli di tipo materno, ovvero intrinsecamente inutili, della serie: “non perdere le chiavi”, “se hai fame mangia”, and so on, and so on (infanzia difficile), vi passo a parlare dell’ingrediente principale, ovvero il miele.

Mia madre (quella di cui parlavo sopra, quella dei consigli superflui come i peli sotto le ascelle) mi ha attaccato la paranoia del miele italiano. Da Chernobyl infatti non si è più ripresa, povera donna. No, no… non nel senso che ha una coda di macaco in mezzo agli occhi o i denti sui gomiti, ma nel senso che per il miele c’è andata in crisi, e quindi dall’86 compra solo miele 100% italiano, e siccome io ho la capacità di farmi attaccare le paranoie come l’influenza, lo compro anche io. Grazie mamma per un’altra turba mentale che ho aggiunto alla lista per colpa tua.

Ma tralasciamo i drammi familiari e continuiamo sull’argomento miele.

Un dolcissimo svedese intrippato con il miele è Bamse, Världens starkaste björn, ovvero l’orsetto più forte del mondo.

Bamse fu creato negli anni ’60 da Rune Andréasson, ed ebbe subito un grande successo: è un piccolo orsetto marrone, che diventa il più forte del mondo quando mangia il Miele del Tuono della nonna (Farmors dunderhonung), e lo fa sempre per aiutare i deboli contro i potenti. Bamse vive su una collina (tra l’altro disegnata da Andréasson dopo una vacanza in Italia e dopo essere stato folgorato da Taormina) con i suoi amichetti (tra cui un gattino tanto carino che si chiama Jansson come il mio fidanzato).

Bamse con il suo Miele del Tuono

Comunque può sembrare un banale fumetto per bambini ma non lo è: la serie nel tempo ha trattato di argomenti molto seri, come bullismo, razzismo, abuso sui minori, disabilità, alcolismo, traffico d’armi, xenofobia, etc. schierandosi apertamente su posizioni antimilitaristiche, animaliste, di responsabilità sociale, di eguaglianza, contro l’ignoranza e i falsi miti (es. ha apertamente criticato l’astrologia), e sull’importanza della conoscenza per combattere gli affamatori del popolo.

Uno dei cattivi sarebbe infatti un topo ricchissimo e avido, simbolo del capitalismo, che compie ogni azione per soldi, e va da sé che le azioni che compie sono sempre nefande (amo la parola ‘nefando’) e dirette contro i poveri animaletti abitanti della collina, che chiedono così aiuto al Che GueBamse.

“Bene, se non fate come dico io, chiudo la galleria. Arrivederci!”. Vediamo qui rappresentato un fenomeno noto come serrata, dove il padrone chiude baracca e burattini e si rifiuta di cacciare soldi se gli operai non accettano tutto quello che lui vuole. In Italia (ma non in Svezia) la serrata è fortunatamente un illecito sindacale (art. 28 Statuto dei Lavoratori).

Quindi i fremiti del ’68 colpirono duramente (e giustamente, direi) anche il fumetto, e Bamse iniziò ad essere visto come un cospiratore, come un sobillatore: fu apertamente ‘accusato’ di essere un comunista, perché i suoi slogan come Många små svaga tillsammans kan besegra den starke, “tanti piccoli e deboli possono distruggere il forte”, facevano temere la ridente socialdemocrazia, che per colpa di uno stupido orsetto vedeva smascherate tutte le sue stronzate nell’armadio (o forse erano scheletri).

Addirittura studenti universitari scrissero tesi per affermare questo orientamento politico di Bamse, orsetto rosso che esaltava i regimi comunisti (ecco però, voi immaginatevi questi professori poverini, che dovevano mettersi a discutere una tesi su uno pseudo Topolino… io avrei bocciato tutti senza pietà), etc…. Povero Bamse, mammamia.

Nel 1988 ci fu un altro albo che fece scandalo: si voleva condannare l’uso di droga, e si presentarono tre figure chiamate Eragord, Nifrom e Nioreh (leggetele un po’ al contrario) che offrivano una strana bevanda fatta di fiori alla tartarughina, che dopo aver bevuto iniziava a volare su nuvole rosa e ad avere la cosiddetta botta del giaguaro, sostanzialmente. Allora ci fu una sollevazione popolare di genitori incazzati (tipo quella dei Simpson “perché nessuno pensa ai bambiiiiiniiiiii?”), insegnanti incazzati, tutti incazzati.

Comunque nel 2004 Andréasson morì, e Bamse, come da prevedere, si annacquò, per la buona pace della classe dirigente svedese. Addirittura il suo creatore aveva assolutamente proibito che Bamse avesse una schiera di merchandising con il suo marchio, per evitare che fosse commercializzato, mentre invece oggi abbiamo: dentifrici, spazzolini, shampoo, balsami, creme solari, chewing gum, un gioco per Game Boy, un gioco per PC, un gioco per Nintendo DS/DSi, una sala per bambini in una grande catena di hotel svedesi, una collezione di vestiti del marchio Lindex,  e… al colmo dell’umiliazione, la catena svedese di fast-food chiamata Clock (che non ha retto alla concorrenza dei colossi yankee e ha chiuso), aveva addirittura il Bamse Meal… Che bruttissima fine… Un po’ come Gorbaciov che pubblicizza Pizza Hut.

Bene, dopo questa storia tristissima di crollo di ideali, e omologazione del primo mondo, e logica del potere e del denaro, passo a illustrarvi la ricetta di oggi.

Le quantità prendetele con le molle, perché dipende dalla consistenza che volete per la pasta, io ad esempio ho aggiunto della farina, regolatevi un po’ a occhio, tanto i biscotti sono buoni sempre. Ah, se non volete passare i prossimi 4 giorni a mangiare honungsflarn potete anche dimezzare le dosi.

Sono buonissimi cosparsi di honungsnötter, ovvero miele + noci, mandorle, nocciole, arachidi, anacardi (insomma, la frutta secca che si mangia a Natale). Sostanzialmente prendete le nötter (ovvero la frutta secca) che volete, le fate a pezzi piccoli ma non troppo, tipo granella, e poi aggiungete il miele finché non ha la consistenza che vi piace. Io non l’ho aggiunta ai biscotti perché sono una deficiente e me lo sono dimenticata, ma voi fatelo perché secondo me ci sta benissimo (consiglio fuori tema: provate la honungsnötter anche su macedonia e gelato alla vaniglia).

Questi biscottini sono ottimi da servire con tè e caffè e anche con il gelato, se li fate sottilissimi come una cialdina. I golosi svedesi raccomandano anche questa simpatica soluzione: prendere biscotto 1, spalmarlo di nutella o marmellata, prendere biscotto 2, sovrapporre biscotto 2 a biscotto 1 farcito = mini sandwich di biscotto.

Come sono creativi questi svedesi!

INGREDIENTI PER 97 BISCOTTI:

  • 200 gr. di burro
  • 125 gr. di zucchero a velo
  • 250 gr. di farina
  • 4 cucchiai colmi di miele
  • 2 uova
  • 5 cucchiaini di zenzero

PREPARAZIONE:

Riscaldare il forno a 200 °C.

Far sciogliere il burro in un pentolino e aggiungere tutti gli ingredienti. Rovesciare su un piano infarinato e lavorare bene la pasta con le mani.

Stendere la pasta in uno strato sottilissimo e fare dei biscottini con una tazzina da caffè.

Mettere su carta da forno e sopra una teglia e infornare. Cuocere per 3-5 minuti, girare i biscotti e cuocere per altri 3-4 minuti.

Far raffreddare.

Honungsflarn pronti!

Buon appetito!

I.