Rårörda lingon, fricchettoni e sindrome di Stoccolma

Ecco, ero sparita. Ogni tanto scompaio a caso. Stavolta sono stata via 5 mesi perché avevo gli ormoni gravidici a giro prima, e un nano urlante tra le braccia dopo.

Ora ho ucciso il nano.

No scherzo, il nano è sempre qui ma adesso ha iniziato a darmi un po’ di tregua, quindi ho il tempo di cucinare, pensare cazzate e, come vedete, scriverle.

Ci siamo lasciati quindi che era autunno. Autunno, tempo di lingon.

Belli i lingon, coloratissimi, profumatissimi e versatilissimi. Sulle polpette alla svedese, sul pane imburrato la mattina a colazione, come bibita, come sciroppo, quando vi pare, dove vi pare. Il sapore acidulo (che ricorda il ribes secondo me, ma diversi svedesi dissentirebbero) rende i lingon adatti a un sacco di ricette.

Che poi ormai lo chiamiamo lingon anche noi, ma che cacchio è sostanzialmente?

lingonberryNome scientifico Vaccinium vitis-idaea, noto come “mirtillo rosso” (da non confondersi con il Vaccinium macrocarpon, che è invece il “mirtillo rosso americano”, ma è meglio conosciuto come cranberry), è entrato nelle case degli italiani grazie, come sempre, a IKEA.

Chuck Norris delle piante, il lingon mantiene le sue foglie per tutto l’inverno: le pesanti nevicate frequenti nelle zone dove questa pianta cresce, infatti, creano uno strato protettivo sulle foglie, riparandole da vento e freddo eccessivo, anche se, ecco, è una viKipianta e tollera temperature fino a -40°C.

Una cosa molto comoda è che anche se non ci fate la marmellata (o sylt) mettendoli a bollire, si conserveranno lo stesso, perché le bacche in generale, e in particolare il mirtillo rosso, sono ricche di acido benzoico.

Ecco, piccola parentesi.

L’acido benzoico (C6H5COOH) è un acido carbossilico che si trova naturalmente in diverse piante e in alcuni animali ma che si può anche produrre in laboratorio. La sostanza è la stessa, identica, solo che se prodotta in laboratorio si sa esattamente quanti milligrammi se ne fanno, se invece si ciuccia da una pianta si sa una sega quanta ce ne va in corpo e dato che l’acido benzoico è tossico a dosi superiori al grammo (che è tanto), magari invece è meglio saperlo.

L’acido benzoico è quello che viene aggiunto come E210 ai cibi per non farveli marcire in casa (che poi sì che farebbero male). Quindi quando i fricchettoni dicono “Buuuuu, qui c’è un conservante che si chiama E e poi un nuuuuumero, bububuuuuuu”, bene, si stanno riferendo alla sostanza che rende le bacche acidule e adattissime a composte e marmellate.

Verdone_RuggeroQuesto lo specifico per i geniacci appartenenti alla filosofia del “Belle le cose naturali, brutta la chimica”. Bene. No. Siete solo molto ignoranti. Ma tranquilli, dall’ignoranza si può guarire.

I chimici non sono persone che si sono riunite per gombloddarvi contro, sciochimicarvi e farvi venire tanti cancri (cosa che invece non si può dire degli omeopati che vi fanno pagare -tanto- per cose che non servono a un CAZZO). A farvi venire i cancri ci pensate già da soli fumando tantissimo (sì, anche l’erba, mi dispiace, perché per quanto sia naturale e simpatica la assumete per combustione, quindi cancro), o facendo droghe mistiche che vi avvicinino alla madre terra.

Vedete, i chimici notano che mangiando un’arancia non ci viene il raffreddore e si chiedono perché, che leccando la corteccia del salice ci passa il mal di testa e si chiedono perché. E allora creano per voi le pasticche di vitamina C e di aspirina per farvi stare bene e agevolarvi la situazione, di modo che se ve ne servono 250 gr. ne prendete 250 gr., se ve ne servono 500 ne prendete 500.

E voi, ingrati, invece le snobbate.

Le snobbate perché pensate che mangiare un’arancia faccia meglio che sciogliere una bustina di acido ascorbico (bruuuutti i nomi chimici) nell’acqua, che usare una bacca di vaniglia nei dolci con tutti i semini che vi entrano sotto le unghie sia meglio che usare la vanillina. E invece è uguale. Poi certo, in stretti termini di soddisfazione, un conto è mangiare una bistecca di chianina e un conto prendere le pasticche di ferro, ci mancherebbe. Se ne fate una questione di godimento io vi sono nel cuore.

Senza contare che un bicchiere di spremuta, una bacca di vaniglia, un filetto di salmone (oltre a fare gola), costano sicuramente meno di vitamina C, vanillina e omega3.

Ma, in tutta la mia franca opinione, chiunque pensi che “il naturale fa meglio” è un ignorante beato, nel senso che non si pone il problema di non saperne un cazzo e di andare a informarsi (secondo voi io sapevo cos’era l’acido benzoico?!), ma si crogiola nella sua ignoranza e pretende anche di insegnare cose che il suo cervello formato lenticchia non gli permette di capire.

Solo io riesco a farmi partire la vena mentre parlo di bacche. Grrrrr.

Bene, a parte la mia misantropia (in effetti questo blog dimostra come non ci sia una categoria umana che in effetti mi piaccia, ecco perché finirò la mia vita con due dozzine di gatti che mi mangeranno la faccia quando sarò mezza decomposta e i vicini si accorgeranno della mia presenza perché il mio cadavere puzzerà), c’è una sottile differenza tra lingonsylt e rårörda lingon:

  • il lingonsylt è una specie di marmellata, si bollono le bacche in poca acqua e si aggiunge lo zucchero (60 parti di frutta, 40 di zucchero). Dovete mescolare i frutti finché non si sfanno e passarli, in modo che non ci siano pezzettoni. Il frutto contiene molta pectina (buuu, roba chimica) quindi si trasforma da solo in una roba abbastanza gelatinosa e marmellatosa.
  • rårörda lingon sono invece più artigianali, c’è molto meno zucchero, non si bollono per tanto e i frutti sono solo leggermente sfattini, rimangono abbastanza compatti.

La cosa bella di quando arrivano i lingon è che tutte le bancarelle dei mercati diventano rossissime e voi verrete rapiti dai colori e dai profumi autunnali nelle piazze del regno di Svezia.

E io ho usato la parola “rapiti”. Perché voi non ve ne accorgete ma tutte queste strategie testuali e rimandi interni che rendono i miei post simili a romanzi di Calvino, ma con l’attenzione al dettaglio di Flaubert, l’indagine psicologica di Dostoevskji e la memoria privata di Proust (gente che avrebbe venduto l’anima al diavolo per scrivere su nonsolopolpette), hanno una ragione d’essere.

Perché può capitare di essere rapiti e di innamorarsi del proprio rapitore, e questa cosa, che ci crediate o no, è strettamente legata alla Svezia.

Si chiama infatti “sindrome di Stoccolma“, ma non tutti sanno perché.

Dunque, la sindrome di Stoccolma innanzitutto è un meccanismo di difesa psichica per cui la vittima di un’aggressione o un rapimento prova verso il suo aguzzino sentimenti di solidarietà e persino innamoramento.

Il suo nome deriva da un fatto di viKicronaca: nel 1973 un evaso di nome Jan-Erik Olsson decide di rapinare la Kreditbanken di Stoccolma (evidentemente era scappato di galera ma era anche ansioso di ritornarci), prende quattro ostaggi, tre donne e un uomo, e chiede di poter avere lì con lui anche il suo ex compagno di cella, Clark Olofsson.

Gli ostaggi biondeggiano sulla sinistra e il rapitore rubacuori spunta da destra

Gli ostaggi biondeggiano sulla sinistra e il rapitore rubacuori spunta da destra

Tutta questa bella génte passa una sei giorni di sole cuore e amore. Il rapitore è gentilissimo con le vittime e le vittime dicono di aver nettamente più paura degli sbirri che del buon Jan-Erik. Fuck da police.

Cercano di vivere armoniosamente ma i suddetti sbirri si sfavano di aspettare, buttano delle bombette puzzolenti e li obbligano a uscire.
Ovviamente la vicenda fa il giro dei giornali di tutto il mondo, e per la prima volta si compie una perizia psichiatrica sulle vittime.

Ora, non ci vuole l’ispettore Derrick per capire che se uno mi minaccia io cerco di lisciarmelo più che posso, invece di fare la smargiassa. Ma la sindrome di Stoccolma è un’altra cosa.

Non è un atto volontario e razionale di rabbonire il rapitore; è una reazione totalmente inconscia, che avviene quando lo stress psichico è massimo e il cervello va da solo senza che tu possa pilotarlo in alcun modo, regredendo nelle età psichiche.

Se si pensa a questa regressione, è facile quindi, freudianamente, associare i rapitori a quelli che quando eri bimbo ti rompevano i maroni, ti impedivano di uscire, ma allo stesso tempo ti garantivano la sopravvivenza. Ed ecco perché l’affetto verso il rapitore diventa simile all’amore edipico.

Ecco, ora potete fare gli splendidi coi vostri amici sulla sindrome di Stoccolma.

Intanto godetevi questa salsa/marmellata, sapendo che sta benissimo sulla carne di porco, sui pesci con un sapore forte (come le aringhe, ma che v’oo dico affa’?), e con la selvaggina. Sulla renna il lingon è la morte sua.

INGREDIENTI PER 2 PORZIONI:

  • 150 gr. di lingon
  • 40 gr. di zucchero
  • 3 cucchiai d’acqua

PREPARAZIONE

In un pentolino mettere le bacche con l’acqua e lo zucchero, scaldare a fuoco basso e mescolare finché i lingon saranno leggermente sfatti. Facile, no?

Rårörda lingon pronti! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com

Rårörda lingon pronti! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com www.gianlucaphotography.com

Buon appetito!

I.

Finché la barca Vasa lasciala andare: plankstek, musei e scontri culturali

La plankstek. Bona. Strabona. Eccessivamente ricoperta di bearnaisesås ma, a parte questo, bona.

E poi bellina da morire. Infatti, a mio modesto parere, se preparate una cenetta romantica e servite la plankstek al/lla vostro/a ciccipuccioso/a, guadagnerete tanti punti.
Ecco, magari la bearnaisesås e la birra le lasciamo ai baVbaVi, io vi consiglio di sostituire la salsa con un semplice giro d’olio a crudo (olio bono, non quello del Lidl) e la birra con un Brunellino, perché se fate una cenetta romantica, la dovete fare per bene. Altrimenti se avete i braccetti da T-Rex, Chianti, ché tanto cascate sempre bene. Comunque anche il vino bianco ci sta benissimo.

In realtà non è un piatto particolarissimo… è un’entrecôte cotta nel forno, però è servita in un modo talmente figo che alla fine diventa un piatto con una sua dignità formale.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Un fatányéros, che come potete notare è un piatto vegano.

Dunque, innanzitutto è una ricetta di derivazione transilvano-ungherese. Ispiratore della svedese plankstek è infatti il fatányéros, ovvero un gran casino di carni varie servite su una specie di tagliere di legno.

I viKi hanno mantenuto l’uso dell’affare di legno su cui servire il cibo, ma hanno introdotto delle stilosissime modifiche, come usare soltanto una raffinata costata di manzo invece che le carcasse di tutta la Vecchia Fattoria al completo, e creare una guarnizione di verdure di accompagnamento troppo carina, ovvero pomodorini al forno, patate duchessa tutto intorno al piatto, e fagiolini (o a volte asparagi) legati da una striscina di bacon. Sfizioso, n’est-ce pas?

Poi sì, essendo Germa, hanno anche dovuto smerdare il tutto versandoci sopra un litro di salsa bernese. Dilusione forte, dilusione di diludendo.

Erano riusciti addirittura a metabolizzare un’altra tradizione gastronomica, farla propria apportando modifiche ed avere come risultato un piatto serio… e poi si sono emozionati e hanno rovinato ogni cosa. Come gli spettacoli dei bambini piccoli, no? che magari sono stati bravissimi fino quasi alla fine, ma prima dell’ultima scena iniziano a piangere tutti proprio per la tensione di essere stati bravi.

Ce l’ho messa anche io la salsa bernese, perché ho voluto fare un blog di cucina svedese, e ora pedalo. Però voi non fatelo, davvero.
Poi io dovevo fare la spesa velocemente e non ho trovato la costata, quindi ho preso il filetto, ma quello è un problema mio.

La prima volta che ho scoperto la plankstek ero a Stoccolma, ed era una giornata uggiosa. Era una delle primissime volte che andavo in Svezia, forse addirittura la seconda, e quel giorno due cose non mi piacquero.nobirra

La prima: avevo bisogno di vino per la plankstek. Era proprio un richiamo della natura. Io la birra con la carne buona non la bevo, mi dispiace, non ce la faccio.
E allora volevo una bottiglia di rosso.
Bene, un vino discretamente buono che qui al ristorante costa al massimissimo 12-15 euro lì ne costava 35. Per cui per la modica cifra di 22 euro presi il vino più economico. Ma pensavo che fosse tipo vino della casa, qualcosa di non eccelso ma bevibile…
Nein.
Odore di smalto per unghie e sapore di acido trifluorometansolfonico. E soprattutto, e io questo non glielo perdonerò mai, TAPPO A VITE.
Ora io lo so che c’è chi dice che il tappo a vite sigilla come il sughero (anzi, forse meglio), e quindi si potrebbe usare anche quello. Ma io sono una reazionaria. Io in una boccia di vino ci voglio un cazzo di pezzo di sughero. Lo screw cap mi sa di lambruscaccio della Coop da 1,80 per due litri di bottiglia.

La seconda: il museo Vasa.

Ora, mi spiego meglio. Non è che il museo Vasa non mi piacque. Ma è la sproporzione tra la sostanza e l’immagine che si vuole dare che mi ha lasciato basita.

Ecco, io credo che la cultura media (ma diciamo pure la fascia mediocre, più che quella media) della Svezia e dell’Italia siano opposte l’una all’altra. In Italia siamo abituati a cospargerci il capo di cenere per tutto, anche su cose per cui dovremmo gongolare. In Svezia sono abituati a glorificare tutto, anche cose per cui dovrebbero tacere.

Esempio, prendete una ventina di persone a caso in Italia e chiedete: “Com’è il sistema sanitario nel tuo paese?”. Io credo che risponderanno tutti “Una merda”, nonostante sia il secondo migliore del mondo per qualità dopo quello francese, e allo stesso tempo uno tra i meno costosi.

Se la stessa domanda la fate in Svezia credo che vi risponderanno in media “Il migliore del mondo”, nonostante sia messo molto male.

Ognuno dei due approcci ha lati positivi e lati negativi.

L’approccio italico è intellettualmente vivace, in un continuo dibattito dialettico tra ciò che il potere costituito propone e ciò su cui invece il singolo deve essere vigile, prima di ogni altra cosa. L’individuo non deve farsi fregare da “loro”.
Questo approccio stimola l’autoanalisi e anche l’intelligenza, però non porta assolutamente a niente.
A posto con la propria coscienza combattiva (quella del “Ahaaaa, lo sapevo io!”) quando trovano falle nel sistema (e se le cerchi le trovi sempre, anche in Svezia), gli italiani si adagiano e adattano alla fallacia, vanno allo stadio, guardano Barbara d’Urso e bona lì.

L’approccio svedese è intellettualmente morto. La palestra cerebrale del “cerco sofisticamente di capire tutto e il contrario di tutto”, ho i sensi all’erta e il mio spirito critico prude incessantemente, è completamente assente. Mamma Svezia fa bene anche quando fa male, piccinina e io viKi faccio l’accordo con lei di non cagare troppo la minchia e non andare a cercare gli scheletrini negli armadi IKEA.
Ma se mamma Svezia si azzarda a fare troppo la furba e uno scandalo viene fuori anche se io non ho voluto indagare, e io capisco che l’immagine del mio mondo Polly Pocket fatto di cagnolini col pelo di Perlana e bambine su biciclette rosa è messa in discussione, non va assolutamente bene. I panni sporchi si lavano in famiglia, non ci sono cazzi. Perché io a come appare mamma Svezia nel mondo ci tengo, e tanto. E quindi alla fine sviluppo un senso civico sereno, magari anche illuso e paraculo, ma che alla fine mi permette di vivere in un paese che complessivamente funziona (per gli svedesi almeno, per gli immigrati non ne sarei così sicura).

Il Vasamuseet

Il Vasamuseet

Ecco, il Vasa rappresenta tutto questo.

Sostanzialmente la storia del museo Vasa è questa:

“Nel ‘600 costruiscono un galeone per il re Gustavo II Adolfo Vasa (discendente peraltro di quello che sta sempre di tra i coglioni, ovvero quello che si preoccupa per il carico di biscotti in mare, che non ha inventato il glögg ma si dice comunque che lo abbia fatto, che sobilla i bifolchi svedesi per combattere i danesi, che ha dato il nome ai crackers, insomma, un regale Chuck Norris svedese) e lo costruirono con le chiappe.

Nel 1628 la Regalskeppet Vasa, ovvero questo sproporzionato barcone, salpa, e appena tira un po’ di vento affonda durante il viaggio inaugurale.

Nonostante affondata a una profondità di circa 30 metri, la nave è stata recuperata soltanto nel 1961.

I lavori di restauro, fatti da dio solo sa chi, hanno per circa una ventina d’anni previsto l’uso di borace e acido borico, che hanno mangiato il legno, e tantissime parti hanno dovuto essere ricostruite. Poi hanno capito che stavano rovinando tutto.

Si è deciso di fare un museo per questa nave nel 1981, che è stato inaugurato soltanto 10 anni dopo.

15 euro di biglietto, 12 per gli studenti.”

Ecco, voi come lo commentate tutto questo? Io lo definirei: figure di merda all’ennesima potenza.

Schermata 2013-05-18 a 16.42.30Ecco, ora invece vi copio la storia del galeone così come descritta dalle didascalie del museo Vasa:

“Stoccolma è degna di essere visitata anche solo per ammirare il Vasa.

Il 10 agosto 1628, una flotta di navi da guerra reali salpò dal porto di Stoccolma. Tra esse giganteggiava il Vasa, da poco varato e battezzato in onore della dinastia regnante. La solenne circostanza fu sottolineata con la salva sparata dai cannoni del vascello, che sporgevano dai portelli aperti su entrambe le murate.

Mentre il maestoso vascello si faceva largo lentamente verso l’imboccatura del porto, una raffica di vento levatasi all’improvviso lo investì in pieno. Il Vasa ondeggiò, tuttavia riuscì a raddrizzarsi nuovamente. Ma nulla potette contro una seconda raffica folgorante, che lo piegò su uno dei suoi fianchi. L’acqua penetrò attraverso i portelli dei cannoni aperti. Il Vasa colò a picco sul fondo, portando con sé almeno 30, forse 50, delle 150 persone a bordo.

Dopodiché, ci vollero 333 anni prima che il Vasa rivedesse la luce.

A quel punto l’attenzione si riversò completamente sulla conservazione del vascello. Un relitto rimasto sommerso così a lungo non poteva essere lasciato senza le cure appropriate. Altrimenti, con il passare del tempo, sarebbe caduto inevitabilmente a pezzi. All’inizio, mentre gli esperti studiavano il metodo di conservazione più adatto, il Vasa veniva spruzzato regolarmente con acqua dolce. Infine, il conservante scelto fu il glicole polietilenico (PEG), un prodotto cereo idrosolubile che penetra lentamente nel legno sostituendo l’acqua.

A causa dell’inquinamento, le acque del porto di Stoccolma erano ricchissime di zolfo. Lo zolfo si infiltrò nel legno del Vasa nei lunghi anni d’immersione. Oggi lo zolfo reagisce con l’ossigeno formando acido solforico. Quest’acido attacca il legno, tuttavia è assolutamente innocuo per i visitatori del museo [no ecco, ora, sicuramente qui sarà in concentrazioni tali da essere innocuo, però tengo a specificare che l’acido solforico non è innocuo per nessuno, nemmeno per i visitatori del museo Vasa].

I bambini entrano gratis, forti sconti per gli studenti.”

Ecco capite allora che non è tanto la realtà delle cose, ma come uno se le racconta. E loro se le raccontano bene, data l’impressionante quantità in Svea Rike di musei del menga, cosa che ha notato anche il mio amico dok, che è stato poi l’ispiratore di questo post e lo ringrazio di questo.
[E già che sono in fase di ringraziamenti, un grazione speciale va a Gianluca per la foto, a Denise per la composizione, e a Lorenzo & Marco per aver mangiato].

Addirittura una mia amica svedese quando siamo andate insieme al Vasa ha avuto il coraggio di dirmi: “Il Vasa è bellissimo, sono contenta che ci andiamo perché questo è un museo unico, scommetto che in Italia di queste cose non le trovi…”. Con tanto di strizzata d’occhio.

carotaE però ha ragione lei, minchia! In Italia trovo gli Uffizi, il Palazzo Ducalela Galleria Borghese e altri milioni di cose che neanche noi del Belpa conosciamo, da quante ce ne sono (ad esempio io ho scoperto molto recentemente, troppo recentemente, che qui a Livorno, oltre a mestizia ed ignoranza, ci sono anche un Beato Angelico e un Vasari), ma la capacità di valorizzare ogni cosa che capita a tiro non la trovo, non la troverò mai.
Il riuscire a trasmettere bellezza e a raccontare una storia interessante su pochi elementi concreti, o comunque su elementi di poco valore, e non solo, ma far persino pagare alla gente 15 euro per starla anche ad ascoltare questa storia, in Italia non esiste.

L’Italia è il paese a cui crolla la Schola Armaturarum con decorazioni e ornamenti del primo secolo dopo Cristo; la Svezia è il paese che te la pompa a mille per una nave che ha fatto due metri e è andata giù come un povero stronzo con un sasso al collo.

Chissà poi alla fine chi lo vince questo Kampf der Kulturen

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per le patate duchessa:

  • 1 kg. di patate farinose
  • 2 dl. di panna fresca
  • 10 gr. di burro
  • 2 tuorli
  • 15 gr. di Västerbottensost grattugiato (sostituibile con Parmigiano)
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.
  • noce moscata q.b.

Per il resto:

  • 4 costate di manzo da 200 gr. circa l’una
  • sale
  • pepe nero
  • 15 gr. di burro
  • 140 gr. di fagiolini
  • 4 strisce di bacon
  • 4 pomodorini
  • un cucchiaino di olio d’oliva
  • 8 cucchiaiate abbondanti di bearnaisesås
  • prezzemolo
  • dragoncello

PREPARAZIONE

Preparare le patate duchessa: sbucciare e tagliare le patate a pezzetti piccoli e bollirle in acqua salata già bollente per circa 15 minuti.
Scolarle bene e spiaccicarle tutte. Aggiungere la panna e il burro e mescolare energicamente fino ad ottenere un purè abbastanza liquido ma non troppo. Aggiungere i tuorli ed il formaggio grattugiato e aggiustare di sale, pepe e noce moscata.

Cospargere la carne di sale e di pepe su entrambi i lati e scottarla nel burro per circa 30 secondi per lato in una padella già calda.
Mettere in un piatto la carne e farla riposare sotto la carta d’alluminio.

Preriscaldare il forno a 250 °C.

Sbollentare i fagiolini nella padella ancora imburrata dove avete passato la carne per una decina di minuti. Fateli riscaldare e divideteli in quattro gruppi. A questo punto avvolgete una fettina di bacon attorno ad ogni gruppo (magari cercando di fare un nodino, così non verrà via).

Con uno stuzzicadenti fare qualche buchino nei pomodori.

Adesso dovrete fare in modo di comporre i piatti in due teglie che saranno anche i piatti di portata, per cui prendete due teglie piccoline che possano andare nel forno ma che siano anche gradevoli esteticamente parlando.
Se non ce le avete potete comporre un finto piatto dentro la carta da forno, cuocerlo e poi servirlo pari pari nel piatto. Sarà bruttissimo avere la carta da forno nel piatto ma insomma, vi accontentate.
Se poi avete proprio la piastra di legno lavica, o di ghisa, o di sale rosa, etc. siete troppo avanti e componete tutto lì (in questo caso fate scaldare una decina di minuti anche la piastra).
Se è troppo complicato per voi cuocere e servire nello stesso posto, fate le patate duchessa a parte e aggiungetele al piatto di portata solo in un secondo momento. Io ho fatto così, ad esempio.

Componete la teglia in questo modo: aggiungete il pezzo di carne, sopra al pezzo di carne mettete i pacchettini di fagiolini e il pomodorino al lato (io vi dico come dovrebbe essere, ma poi invece ho fatto come mi pareva).

Inserire il purè in una sac-à-poche e comporre dei fiocchetti di patata (come quelli che si fanno con la panna) tutto intorno alla carne.

Cospargere i pomodori e i fagiolini con un pochino d’olio e mettere nel ripiano più alto forno.

Lasciare finché le patate non avranno un bel colore dorato (circa 20 minuti).

Cospargere la carne con due belle cucchiaiate di salsa bernese, prezzemolo tagliato fine e dragoncello, e servire immediatamente.

Buon appetito!
I.

Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.

Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

Senapssill: Stoccolma VS Göteborg, aringhe di destra VS aringhe di sinistra

Questo è il mio primo piatto su commissione.

Ebbene sì, i miei fan hanno iniziato a chiedermi i piatti… Sto davvero diventando famosa, me lo sento.

Per cui cara B Asmara Curti sappi che, siccome sei stata la prima, per te è gratis. Per tutti gli altri, se volete piatti a richiesta, mandatemi un biglietto con su scritto che viKipiatto volete e un vaglia di 246€ (perché se la cifra non è tonda sembra sempre tutto più professionale), che slittano a 276€ se volete in più la dedica nel post. Al vostro buon cuore.

Bene, allora la fortunatissima B Asmara Curti mi ha chiesto le aringhe alla senape, e ha fatto proprio bene, visto che le ho fatte e poi me le sono sgonfiate con sommo piacere.

Dunque, le aringhe alla senape in svedese si chiamano senapssill, e sono un piatto molto molto molto comune al buffet di Natale, insieme ad altri 972 diversi tipi di aringhe.

Però allora… com’è che se cercate sul dizionario come si dice “aringa” in svedese (eh oh, magari avete avuto quest’impulso una volta nella vostra vita, cosa ne so?) vi vengono fuori due risultati?

Mistero

Dunque, innanzitutto dovete sapere che c’è della rivalità tra coste

La costa est è quella di Stoccolma, delle r mosce, dei vestiti firmati, dei locali superipercostosi, delle basette fashion e delle griffe bene in vista.
La costa ovest è quella di Göteborg, delle iiiii e delle yyyy, del porto, di gente alla mano che se la spassa, di odore di mare e di amiconi.

Stoccolma in tutto il suo splendore

Ora, io non so se davvero Göteborg sia tutto questo, magari no, però l’ho sempre sentito dire dagli stessi svedesi e non solo, quindi io a Göteborg do tanta fiducia, perché è un po’ come la Livorno del nord (a parte per il fatto che lì la gente magari lavora, e però via, gli scogli belli assolati vista Tirreno al tramonto e il ragù di polpo se li scordano).
Di Stoccolma ho invece esperienza diretta, e di sicuro vi posso dire che è la città bene (ed è anche facile incontrare gente simpatica come un prolasso della prostata), ma tant’è.

Diciamo che è la stessa contrapposizione che in Italia potrebbe esserci tra Roma e Milano, una città caciarona e simpaticona e una tutta fighetta di gente stressata. Che poi voglio dire, io a Milano ne ho conosciuti di simpaticoni e caciaroni, e anche parecchi, e quindi poi alla fine sono più stereotipi che altro… Però diciamo che nei grandi numeri ci azzeccano.

Ma cosa c’entra tutto questo con le nostre aringhe? Assolutamente un cazzo…
No scherzo, c’entra invece, perché i due modi di dire “aringa” sono sill e strömming, e come avrete capito uno è come chiamano l’aringa nella costa est, e uno nella costa ovest.

Va da sé che quelli della costa est preferiscano di gran lunga lo strömming, mentre gli altri il sill (così come la diatriba gambero di fiume VS scampo di cui vi avevo parlato qui), però si devono mettere l’animo in pace tutti, perché i biologi svedesi, che a quanto pare dopo Linneo hanno deciso di non avere più un cazzo da fare, hanno convenuto che sill e strömming sono la stessa identica cosa, cambia solo lievemente la dimensione e una vertebra.

Göteborg in tutto il suo splendore

E comunque io i campanilismi li rispetto sempre, perché se Pisa non avesse visto bene di farsi scappare il mare da sotto il culo, sono sicura che le triglie mie sarebbero le triglie mie, e le loro farebbero schifo.

Ad ogni modo, secondo l’assioma cartesiano per cui il tuo campanilismo ti sembra sempre più serio e quello degli altri ti fa ridere le balle, fregatevene di dove hanno pescato le vostre aringhe, tanto avranno lo stesso sapore.

Le sill vengono dal Mare del Nord, o per meglio dire dallo Skagerrak e dal Kattegat, che sarebbero i prolungamenti del Mare del Nord che bagnano le coste occidentali svedesi, mentre gli strömming vengono dal Baltico.

Se vi state chiedendo se c’è un criterio per il quale definisco sill al femminile e strömming al maschile bene, no, non c’è nessuna regola, o magari ci sarà anche ma non la sto seguendo, vado a orecchio. E poi smettetela di farvi ‘ste pippe mentali.

Se le sill sono lunghe più o meno fino a 40 cm, gli strömming sono più piccoli, circa 23 cm (gli strömming ci tengono a precisare che 23 cm sono una misura più che rispettabile, e che anche la famosa lunghezza di Rocco fa 23 cm, e nessuno si è mai lamentato… io sto solo riferendo).
Il cambiamento di dimensione è molto probabile che derivi dalla diversa salinità dell’acqua, che influisce a quanto pare in modo direttamente proporzionale: meno sale, meno lungo.

Ho letto che essersi abituati a un mare molto poco salato ha esposto gli strömming a talmente tanto stress che si sono rimpiccioliti e gli si è allungata la testa… Piccini, mi fanno una tenerezza! Infatti io tifo per loro, abbasso le sill, viva gli strömming.

Per il fatto che sono più piccolini, gli strömming inoltre hanno una vertebra in meno nella schiena, ma questa piccola differenza nello scheletro non li fa comunque essere una specie diversa, non c’è versi.

In realtà fu un decreto reale del 1500 che impose agli svedesi di definire strömming le aringhe pescate a destra di una linea immaginaria che partiva da Kalmar e arrivava alle coste polacche. Oh, questi re devono sempre mettere il becco su tutto: ma ora cosa ve ne frega di come uno chiama le aringhe?

Comunque poi il nome strömming non si sa neanche bene esattamente da dove venga: varie teorie pensano che derivi dall’Antico Svedese strömling o strömil, che avrebbe definito “chi si riunisce a gruppate nella corrente” (sì, insomma, le aringhe lo fanno no?).
Ad ogni modo il nome strömling continua a essere usato in altre isole linguistiche sul Baltico, e anche in tedesco Strömling vuol dire “aringa del Baltico”.

Sill VS Strömming

Per la bassa salinità dell’acqua, vi ho già detto che la testa degli strömming si è leggermente allungata, e in più hanno anche perso un po’ di grassi, quindi la carne è leggermente più compatta e leggermente più saporita… Ecco, io queste cose ve le dico perché sono pedante e anche perché mi dispiace tenere tutta questa scienza solo per me, però insomma, credo che neanche il re del decreto del 1500, se gli avessero dato un pezzo di strömming dicendogli che era sill, si sarebbe accorto della differenza.

Poi vediamo… altre notizie… Le sill raggiungono la maturità sessuale verso i 3-4 anni, mentre gli strömming, con tutta la baldanza dei loro 23 cm, la raggiungono prima, verso i 2-3 anni, perché come ognuno di voi saprà, dove non arriva l’hardware arriva il software, e loro a 3-4 anni avranno un’esperienza tale che le sill dovranno solo prendere appunti.

Poi ci sono anche altri dettagli tipo il suolo marino su cui preferiscono deporre le uova (sill rocce, strömming vegetazione), ma insomma, anche ‘sticazzi alla fine.

Più che altro è importante parlare delle senapssill che sono davvero un grande piatto. Io non ci avevo mai pensato a farle perché pensavo che fossero un casino, e poi ovviamente quando questa fanciulla mi ha chiesto se potevo farle… eh scusate, qui è partita la sfida.

E invece ho scoperto che sono davvero facilissime da fare, e fenomenali, anche se questo già lo sapevo. Sono venute mooooooolto più buone di quelle dell’IKEA, che insomma, ci vuole anche poco, però sono venute proprio così come dovevano venire, come le preparano amorevolmente in casa in Svea Rike.

Consigli che posso darvi: l’aneto è un casino da trovare, non so perché. Una volta dovevamo fare una cena svedese io e le mie amiche e lo avevamo cercato in milioni di posti senza successo; tipo 5 giorni dopo ero in Svezia al supermercato e c’era un cazzo di bidone pieno di aneto con un cartello sopra che specificava la provenienza: su quel cartello c’era scritto a caratteri cubitali “Italien“…

Ora, l’unica spiegazione è che se lo piglino tutto loro, perché io qui l’ho trovato di rado, però sappiate che l’erbetta del finocchio è più o meno la stessa cosa: stesso sapore, stesso odore e stesse foglioline.

Io stavolta ho usato questa, comprando 1 finocchio e 90 kg. di erbetta. Chissà cos’hanno pensato…

INGREDIENTI PER 5 PERSONE:

  • 450 gr. di aringhe fresche
  • 2 cucchiai mostarda delicata
  • 100 gr. mostarda forte
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di aceto di vino bianco
  • 3 tuorli d’uovo
  • 1 bicchiere pieno di aneto (o erbetta del finocchio) finemente tagliato
  • 1,5 dl. olio di semi di girasole
  • sale q.b.

PREPARAZIONE:

Lavare bene le aringhe con acqua fredda, tagliarle a pezzetti di circa 3 cm. e asciugare molto bene pezzetto per pezzetto con carta assorbente.

In una ciotola mescolare i due tipi di mostarda, lo zucchero, l’aceto, i tuorli e l’aneto. Aggiungere l’olio mentre si mescola, dapprima lentamente e poi tutto insieme.

Mescolare le aringhe alla salsa e lasciare nel frigo per una notte prima di servire.

Servire con un pochino di aneto fresco sopra, magari su dei crostini integrali.

Senapssill pronte!

Buon appetito!

I.