Dalahäst, Toscana di Svezia e kolbulle med messmörduppa

Sciao cari.

Voglio partire con una constatazione.

Ho notato che quando scrivo cose che succedono in Svezia che “mi fanno girare gli ingranaggi”, c’è una fetta di lettori che mi dice che sono un’ingrata, che sputo nel piatto dove mangio, che se non mi piace devo tornare a casa mia, perché sono una terùn irriconoscente e non ho diritto a lamentarmi.
Quando invece noto cose della viKilandia che sono ganze c’è pieno di gente che dice che non sono più quella di una volta, che sono ‘diventata svedese’, che il welfare mi ha cambiata, che ho le fette di salmone sugli occhi, etc.

Ora, a parte, ‘un siete mai pieni.itavswe

Ma poi quello che alcuni di voi dovrebbero capire è che non è che io tifo alternativamente uno dei due paesi in un’ipotetica partita Italia VS Svezia, semplicemente la natura mi ha fornito di un paio di begli occhini e di una simpatica corteccia cerebrale, un ippocampo e vari neurotrasmettitori. Quelli che non ho bruciato con le droghe degli anni 2000 li uso per farmi un pensiero critico sul mondo.

E siccome sono italiana ma vivo in Svezia, e siccome entrambi i paesi hanno dei lati belli e dei lati di vera merda, e italiani e svedesi a volte sembrano fare a gara sulle puttanate che combinano, non vedo perché non ne dovrei parlare. E allo stesso modo, non vedo perché non dovrei notare cose che secondo me sono lodevoli. Insomma, non mi paga nessuno a me, non ho il dente avvelenato con nessuno dei due paesi: in uno ci sono nata io, in uno ci è nato mio figlio.

Comunque, sempre per precisazione, sentitevi liberi di commentare se non siete d’accordo su ciò che dico (o anche se siete d’accordo), c’è un sacco di gente che è passata e passa da qui dicendo di non essere d’accordo.
Io rispondo a tutti, anche a quelli che mi mandano in culo. Ho censurato soltanto due persone nella storia del blog: un pazzo che dice che la mafia è un’invenzione della sinistra italiana, che le donne svedesi sono allupate per, e cito letteralmente, “i cazzi negri”, che nella bibbia ci sono le risposte che cerco e che non capisco nulla perché non studio teologia (che lo si sa, apre la mente); e un’altra tizia simpatica come un prolasso rettale che ha dato manforte al pazzo di cui sopra dicendo appunto che il welfare mi ha cambiata, che sono un’italica traditrice al soldo del depigmentato popolo.

Ora, quest’ultima potevo non censurarla in effetti, ma la sezione “commenti” sul post dei diritti gay era diventata come uno sketch del Bagaglino, e quindi ho provveduto a censurare ogni ulteriore commento che non approfondisse il dibattito.

Oggi faccio un post neutrale perché mi avete rotto i coglioni. No scherzo, ma perché volevo parlare di una cosa svedesissima.

E non c’è niente di più svedese del cavallino rosso.

DalahästTalmente svedese che io me lo ricordo addirittura da un film (che a me è parso una mmmerda, tra le altre cose) chiamato Quelle strane occasioni e formato da tre episodi, tra cui uno di nome appunto Il cavalluccio svedese.
La morale dell’episodio che richiama la viKinghia è fondamentalmente che le svedesi sono tutte bottane, e che la struttura sociale della Svezia è assimilabile a quella dei bonobo, ovvero si fotte in continuazione.

Questa perla cinematografica del ’76 (no ma nel senso, ci sono Nino Manfredi, Alberto Sordi, Stefania Sandrelli, etc., quindi forse sono io che non comprendo l’arte) contribuisce al noto e tuttora in auge misunderstanding sull’intensa attività sessuale dei viKi. Ecco, gente, fatevene una ragione, gli svedesi non sono tutto ‘sto popolo di trombatori. Se volete visitare la Svezia per carità, paesaggi bellissimi, piste ciclabili, laghi, fiumi, foreste, anche il cibo non è male, ma insomma, se volete ruscolare io vi consiglio altri lidi. Nemmeno in trombonave pare ci sia trippa per gatti.

Ad ogni modo, questo preambolo per dirvi che il cavallo svedese è come per noi il mandolino (che anche qui poi avrei da dissentire, io non ho mai conosciuto nessun italiano che suonasse il mandolino).

Come un sacco di cose per cui è conosciuta la Svezia, e che tra breve vi illustrerò, il cavallo svedese viene dalla Dalecarlia, in svedese Dalarna. Bellissima regione il cui nome letteralmente significa “le valli”, il Dalarna è visitato per le sue valli (manco a farlo apposta), le montagne, le foreste, i laghi, le distese di meli e le casine rosse (questa è una delle cose tipicamente svedesi che è in realtà tipicamente del Dalarna).

Una cifra esorbitante di svedesi che ho conosciuto va regolarmente in Dalarna a sciare, molti di loro ci vanno occasionalmente a pescare nei laghi, insomma, chiunque è stato almeno una volta in Dalarna. Credo sia la regione preferita per quanto riguarda il turismo interno, tanto che il mio amico Gustav mentre lo interrogavo incuriosita sul viaggio (in Dalarna) che stava per fare, me l’ha descritta come “la Toscana della Svezia: se sei svedese e non sei mai stato in Dalarna sei stronzo”. Ecco, io da toscana mi sono inorgoglita, e da immigrata in Svezia mi sono decisa ad andare in Dalarna il prima possibile.

Dalarna

Torsång, Dalarna

In Dalarna va un casino il sulky, della cui esistenza sono venuta a conoscenza una manciata di secondi or sono. In italiano è detto “sediòlo”, sineddoche per definire le gare di trotto, indicando tecnicamente soltanto il carrozzino leggero a due ruote su cui sta il conduttore, che immagino sarà piuttosto imbarazzato nel praticare questo sport.
Anche la Vasaloppet è molto importante, maratona sciistica che commemora Gustavo Vasa, di cui ho parlato qui.

Nei pressi del capoluogo dalecarlico, la città di Falun, c’è la Falu koppargruva, area estrattiva particolarmente importante perché pare che vi si producesse rame fino addirittura da prima dell’anno mille. Essendo stata una delle più importanti aree minerarie del mondo per un casino di secoli è patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO (tra l’altro, il vostro fact of the day: l’Italia vince per patrimoni UNESCO con 51 siti, segue la Cina con 48 e la Spagna con 44. Sapevatelo! Su Rieducational Channel!).

Ma tornando al discorso di prima, le cose dalarnesi che sono conosciute ai più come svedesi tout court, sono:

  • le summenzionate casine rosse: questo rosso particolare (rosso Falun) è una tinta che deriva dalla zona di Falun appunto per le miniere di rame. Pare che i componenti di questa tintura siano particolarmente efficaci nel preservare il legno. La ricetta di questa tinta, se per caso vi prendesse una voglia irrefrenabile di tingere di rosso Falun una lignea baita in una campagna a caso è: acqua, farina di segale, olio di lino e residui minerari delle miniere di rame di Falun
  • la musica folk tradizionale con arpe, violini e quant’altro che io AMO profondamente. Non folk come Bob Dylan, che pure quello mi garba assai, diciamo folk come Enya, però senza tutti i fronzoli mistici che quando l’ascoltate avete l’impressione di aver subito uno stupro di gruppo da un’orda di elfi.
  • il costume tradizionale femminile: o Sverigedräkten. Diventò molto di moda in Dalarna e fu poi ripescato col tempo diventando costume tradizionale. Capita che le fancazziste di regina e principesse si concino con questo troiaio in qualche occasione ufficiale. Per approfondimenti sui reali svedesi, e soprattutto sul mio spirito antimonarchico, vedi qui.
  • sta minchia di cavallino rosso: continua la lettura per un pippone sul cavallino.
Phetide reali in abito tradizionale (che può indossare solo chi è waginamunito)

Phetide reali in abito tradizionale. Notate la perplessità della nana reale.

Il cavallino, o Dalahäst (Cavallo Dala), rosso Falun pure questo, era in origine un giocattolo per bambini intagliato dai montanari dalarnesi, che di inverno, con 92 ore di buio al giorno, giustamente si sfracellavano i maroni e vai giù di cavallini.

Durante il XIX secolo la produzione di cavallini diventò un’attività economica molto redditizia per il Dalarna, tanto che intere famiglie sopravvivevano grazie al commercio di cavallini (oh, sembra una barzelletta). L’arte dell’intaglio e della decorazione veniva pertanto trasmessa solennemente di generazione in generazione.

Le decorazioni sul cavallo sono fatte con uno stile pittorico che si chiama kurbits, ovvero si dipinge con due colori sullo stesso pennello, che viene ruotato in modo da creare questi motivi.

Sia la forma del cavallo (più o meno tarchiato) che il motivo pittorico sono distintivi di un particolare paesino e addirittura dei singoli artisti.

Ogni cavallo, creato artigianalmente in legno di pino, è realizzato da almeno 9 diverse persone. Perfino i ciocchetti di legno da cui verranno ricavati i cavallini sono segati a mano.

Me cojoni.

Ecco perché costano una frana di quattrini. Ma no, dico, robe disumane. Robe che ti viene voglia di dargli fuoco, a tutti quei bei cavallini. O forse questa voglia ce l’ho solo io che sono cattiva d’animo.

Comunque ecco, i dalarnesi, dalecarlesi, dalesi, inventano un branco di cose ma in quanto a cibi tipici il Dalarna è carente. Non tanto per la qualità, non saprei dirvi, ma è stato piuttosto difficile trovare un piatto tipico di questa regione.

Dopo tanto cercare però l’ho trovato. Si chiama kolbulle med messmörduppa ed è uno stufatino con bacon a cui si accompagna una specie di pancake di orzo (che sarebbe il kolbullekolbotten).

Grazie al formaggio caprino nella ricetta lo stufato risulta particolarmente salato. Ecco a cosa dovrebbero servire i pancake: a stemperare la salinità della faccenda. In effetti, questo è un piatto rusticone e montanarone, anche buono, per carità… però sì, insomma, vi lascia un retrogusto in bocca che vi sembra di aver fatto i gargarismi col mar morto, quindi preparate un boccione d’acqua per evitare la disidratazione.

La ricetta originale prevede due cose che non posso fare:

  1. L’utilizzo di mesost, ovvero una roba che non mi azzarderei a chiamare formaggio, in questo caso fatta con siero di latte di capra, e chiamata quindi getmese. Si può sostituire con ricotta di capra o altra roba caprina. Ovvio che non è lo stesso, cari i miei sapientoni. Se non vi va bene facciamo così, andate in (culo, no scherzo) Dalarna, prendete questo pidocchiosissimo getmese e fatevi la ricetta, io cerco di venirvi incontro.
  2. La cottura per mezzo di fiamma diretta. Ecco, in Italia schiaffate la padella sui fornelli et voilà, le cose sono più buone, si cucinano più facilmente, e si evita uno spreco di energia elettrica enorme. In Svezia la fiamma diretta è come dio: un si vede mai, ma ti deve far paura lo stesso. Tutti si cagano della fiamma libera, invece delle candele usano perfino i lumini da morto alle finestre. Io avrei voluto tanto cucinarvi tutto ciò con la fiamma libera, ma capitemi, non posso mettermi a fare le prove medievali di Masterchef in cortile, ho usato i fornelli elettrici.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per 8 pancakes:

  • 2 dl di farina 00
  • 2 dl di farina di orzo
  • 1 uovo
  • 2,5 dl di acqua
  • 2 dl di latte intero
  • burro per imburrare la padella

Per lo stufato di maiale:

  • 250 gr. di bacon
  • 2 dl di panna fresca
  • una tazzina da caffè di latte intero
  • 200 gr. di ricotta di capra o formaggio caprino abbastanza molle
  • pepe nero q.b.

Preparazione:

Preparare l’impasto dei pancakes mescolando le farine con l’uovo, e aggiungendo l’acqua e il latte. Sbattere con le fruste elettriche.
Imburrare una padella e cuocere i pancakes a fuoco abbastanza alto.
In un’altra padella soffriggere il bacon, poi aggiungere la panna, il latte e la ricotta e far cuocere per 5 minuti a fuoco vivace. Abbassare la fiamma e far sobbollire per circa 30 minuti, finché lo stufato non si sia ritirato.
Versare lo stufato sui pancakes, spolverare con pepe e servire.

Kollbulle med messmörduppa pronto! Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabrunaphotography.com

Kollbulle med messmörduppa pronto! Foto di Gianluca La Bruna – www.gianlucalabrunaphotography.com

 

Buon appetito!
I.

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Ti va un po’ di västerbottenpaj? Sujshhhh

Lo sapete da quanto tempo ho questo post in canna? Da tre anni. Questa è stata una delle prime ricette che ho fatto e uno dei primi argomenti di cui volevo parlare.
Perché non l’ho fatto? Perché all’epoca sapevo molto meno di linguistica e molto meno di svedesi; adesso ho intervistato persone e sfruttato le mie conoscenze in materia e questo articolo risulta molto più sensato di quanto sarebbe apparso se lo avessi scritto tre anni fa.

Che storia gradevole, vero?

Bene. Tempo fa è diventato virale un video su come dicono “sì” a Umeå, che è esattamente ciò di cui volevo parlare io. Per cui un po’ mi sono maledetta per aver aspettato tutto questo tempo, se no poi pensate che copio, invece è il mondo che copia me.

copiareAd esempio il 10 luglio 2015 è uscito un articolo su apogeonline che parla di Svezia, di Expo, di Ikea, di cucina e cibo svedese e il titolo dell’articolo è “Non solo polpette“. Ora, caro giornalista P.C., io so perfettamente di non aver inventato la dicitura “nonsolo-x” (ad esempio, un programma di canale 5 per menti illuminate si chiamava “nonsolomoda” e partì nel 1984), quindi so che il mio è un caso di buo alla ‘onca, come si suol dire, o acqua calda, che dir si voglia; però ecco, se posso darle un consiglio, a parte quello di evitare espressioni logore come “idee e soluzioni che spopolano”, robe fastidiosamente e inutilmente inglesi accompagnate da pensieri arcaici come “essere maker si declina anche in donna e cucina” o battutine tristissime come “sfida all’ultima vite”, io darei un’occhiata a Google ogni tanto, perché è brutto non riuscire a essere originali, ma ancora più brutto è essere sgamati.
Ovviamente, se il titolista non è lei, mi scuso sulla parte dell’originalità (i consigli sullo stile valgono sempre, invece), che può girare lei personalmente alla persona che così alacremente ha composto il nome del mio blog per dare un titolo al suo articolo.

Ecco, il video virale su Facebook è invece molto carino, ed è diventato virale sia perché carino sia perché tratta di un fenomeno interessante. Perchè nel Nord della Svezia, (anche se non ho la minima idea di quali siano le isoglosse di questo fenomeno, chiederò in università e vi informerò) per dire di sì si ciuccia l’aria.

Linguisticamente il “ciucciare l’aria” sarebbe il prudurre un suono ingressivo polmonare, ovvero la cui articolazione comporta immissione d’aria invece che emissione. In italiano a questi suoni corrispondono fenomeni paralinguistici, ad esempio se vi spaventate, se vi stupite particolarmente, se piangete, se vi fate male, se trombate selvaggiamente, molti dei vostri gemiti verranno articolati immettendo aria nei polmoni.

Questa ha sicuramente prodotto un suono ingressivo pomonare

Questa ha sicuramente prodotto un suono ingressivo pomonare

È molto raro che suoni ingressivi polmonari entrino stabilmente nell’apparato fonematico di una lingua, anche se in Botswana e Namibia esiste una lingua chiamata !xóõ contraddistinta dalla presenza di suoni “clic”, schiocchi di lingua, molti dei quali ingressivi polmonari. Il punto esclamativo all’inizio del nome non è perché volevano chiamare la loro lingua col nome più figo del mondo, ma rappresenta un clic centrale alveolare, che sarebbe in pratica il versetto che si fa per chiamare i gatti. Chissà perché coi cani non funziona.
L’anno scorso qui a Malmö nel Pildammsparken ho visto un bellissimo concerto dei COTA Youth Choir della Namibia, dove cantavano con tutti questi schiocchi. Una roba fantastica. Cercatevi qualcosa su YouTube, sono davvero bravissimi.

Ad ogni modo, in Svezia, spesso si dice sì inghiottendo l’aria. “Sì” si dice ja o jo (jo è come si in francese, ovvero risponde a domanda negativa, o comunque quando l’affermazione suscita sorpresa): provate a dire ja o jo aspirando invece che espirando e avrete fatto un vero viKisuono. È un “sì” connotato, ovvero è usato in conversazione per segnalare partecipazione, accordo e per invitare il parlante a continuare il discorso. Io però, che non lo sapevo, le prime volte pensavo che questa gente si spaventasse in continuazione.

Ecco, nel Nord però vanno oltre.

Il suono non è solo ingressivo polmonare, ma è una vera e propria inalazione. Secondo me è un naturale proseguimento dello jo ingressivo tipico di tutta la Svezia: nel Nord con il tempo devono aver perso ogni tipo di vocalizzazione, la “jo” si è trasformata nella posizione delle labbra per la produzione di vocale posteriore chiusa arrotondata e alla vocalizzazione ingressiva si è sostituita soltanto l’inalazione.

Ma queste sono mie speculazioni, ecco perché sono felice di aver scritto questo post adesso che la mia nerdezza è perfino più grande di prima.

Comunque qui vi linko il video carino, poi mi dite se avete qualche teoria linguistica su tutto ciò. Qui c’è invece c’è un altro video, che sarebbe una pubblicità della Norrlands Guld, una birra bionda del Norrland. I pubblicitari della Norrlands Guld come strategia comunicativa propongono stereotipi divertenti sulla vita nel Nord, i cui abitanti sono visti come degli orsoni poco comunicativi ma di buon cuore, mentre spesso gli stoccolmesi sono visti come fastidiosissimi fashion addict.
Il video che vi ho linkato rappresenta una parodia di un intero dialogo fatto esclusivamente di “sujshhhh”.

La ricettina che vi posto quest’oggi si riferisce a quanto detto perché viene direttamente dalle lande desolate del Nord, ovvero dalla regione del Västerbotten. Prodotto DOCG di questa regione è il Västerbottensost, cioè “formaggio del Västerbotten”, di cui vi avevo accennato qualcosina qui.

Västerbottensost

Västerbottensost

È preparato in un solo caseificio nella ridente Ånäset, sperduta località abitata da 600 persone il cui monumento cittadino è un tagliaformaggio gigante (giuro).
È di mucca, ha dei piccolissimi forellini e la pasta è grassa e granulare, più untuosa di quella del parmigiano. BUONISSIMO.
È immancabile alla festa del gambero di fiume, ovvero Kräftskiva (leggi qui), dove è sempre sulla tavola. Accompagna sempre anche la zuppa di finferli (qui). Insomma, é un vero viKiprodotto.
Dal momento che è realizzato da un solo produttore (no ma bello eh, fateli tutti i vostri discorsoni su come il prodotto sia autentico, tipico, contro l’omologazzzione: si chiama monopolio) costa un casino di soldi, per cui può piangere un po’ il cuore a grattugiarlo e farci una torta salata. Però vi assicuro che merita.

Ah, e già che sono in vena di polemiche: “grattugiare” con una G sola. Fate una ricerchina linguistica: date un’occhiata sui vari siti di cucina, e state pur sicuri che un’altissima percentuale di persone scrive “grattuggiare” con due g.
Se cercate su Google troverete ben 42.400 risultati alla parola “grattuggiare”…

Ora dico, la vogliamo smettere? Lo vogliamo imparare questo itaGliano? Nanni Moretti è stato chiaro su questo punto: chi parla male, pensa male e vive male.

Grattuggiare ‘n se po’ senti’.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per la base:

  • 125 gr. di burro
  • 90 gr. di farina 00
  • 90 gr. di farina integrale
  • 1 cucchiaio d’acqua

Per il ripieno:

  • 3 uova
  • sale q.b.
  • pepe bianco q.b.
  • 2 dl di panna fresca
  • 150 gr. di Västerbottensost (o Parmigiano, o Grana) grattugiato

PREPARAZIONE

Sciogliere il burro in un pentolino o nel microonde.

In una terrina mescolare le farine, l’acqua e il burro precedentemente sciolto.

Imburrare e infarinare una teglia di circa 24 cm di diametro e stendere l’impasto in modo da avere dei bordi abbastanza altini (tipo un paio di cm).

Mettere nel frigorifero per mezz’ora o nel freezer per 5 minuti (io preferisco il frigo). Una volta raffreddata cuocere in forno preriscaldato a 225°C per 10 minuti. La teglia deve stare nel ripiano centrale del forno.

Nel frattempo preparare il ripieno: sbattere leggermente le uova con sale e pepe. Aggiungere la panna fresca e sbattere con le fruste elettriche per pochi secondi, finché l’impasto sarà ben mescolato.

Grattugiare il formaggio, aggiungerlo e mescolare delicatamente con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto.

Appena il fondo della torta sarà cotto, versarvi dentro l’impasto e mettere nuovamente in forno, sempre nel ripiano centrale, ma stavolta a 200°C per circa 25-30 minuti o comunque finché non avrà un bel colore dorato.

Servire tiepida, con insalata, rucola, pomodorini e gli immancabili cetrioli.

Västerbottenpaj pronta! Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Västerbottenpaj pronta! Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito!

I.

Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

Köttbullar (prima o poi dovevo), carcasse di cavalli e viKifestival

Sono stata sfidata.

Ebbene sì, al mondo c’è chi osa tanto.

Un mio lettore mi ha perentoriamente ordinato di fare le köttbullar, ovvero le famose polpette svedesi, dicendo anche che di ricette in giro ne ha lette tante, ma lui vuole LA viKiricetta, la unica e sola. E ha detto tutto ciò con un tono talmente convincente che io ho passato tutto questo tempo a cercare su mille libri e a intervistare centinaia di svedesi per trovarla.

Caro Felice, tutto questo è per te, spero di non deludere le aspettative, in caso contrario apprezza almeno lo sforzo.

Le köttbullar stanno alla cucina svedese come gli spaghetti al pomodoro stanno a quella italiana. Ogni svedese le sa cucinare più o meno bene, si trovano in quasi tutti i ristoranti e in casa si mangiano abbastanza spesso. Immancabilmente presenti nel buffet di Natale, si dice siano stati introdotte nella viKicucina da Carlo XII di Svezia, che, in esilio a Istanbul, prese la ricetta ottomana e se la portò a casa.
Poi gli svedesi come sempre, presi dall’entusiasmo, esuberano e vai giù di panna, marmellata di lingon, etc.

Io non le avevo ancora mai cucinate, sia perché questo blog si chiama “nonsolopolpette” e quindi ritardavo il momento della resa dei conti con le polpette, pietra miliare della vikicucina, per licenza poetica; sia perché via vi dico la verità, mi piacciono talmente tanto quelle dell’IKEA che non ne ho mai avuto la stretta necessità.ikea_meatballs

Lo so, dentro le polpette IKEA ci sono i colibatteri, i topi muschiati e i nonni di Varenne, però a me piacciono un casino.
Tra l’altro, a proposito di cavalli & molto poco perspicaci svedesi, ho sentito dire da un viKitizio: “Non capisco perché la gente si lamenti della carne di cavallo nelle polpette IKEA, il cavallo è un piatto molto prelibato e costa anche più del manzo, è come se vendessero oro al posto dell’argento“…

Ecco, io non so se questo biondo dal mascellone inversamente proporzionale alla massa cerebrale scherzasse o dicesse sul serio, ma sono sicura che questa argomentazione è venuta in mente a molte persone, viKi e italiche, per il semplice motivo che l’idiozia è un fattore transnazionale.

E quindi arrivo io con il mio acume a illuminare il vostro brancolare nell’oscura ignoranza.

Antefatto: tempo fa, come ribaditomi anche da un mio lettore, gianvito, un’ispezione alimentare in Repubblica Ceca ha trovato carne di cavallo nelle polpette IKEA (la cui produzione è interamente svedese, i cechi poveracci non c’entrano nulla), che le ha così ritirate dal commercio in ben 13 paesi. L’Italia, che risulta essere al primo posto in Europa per la sicurezza alimentare, ha continuato il lavoro fatto dai cechi, e ulteriori analisi dei Nas hanno comunque mostrato che le polpette equine non provocavano grossi rischi per la salute, quindi trattavasi di ‘sola’ frode.

Eh sì carini, perché se non informi il consumatore sempre di frode si tratta, anche se al posto del manzo ci metti i draghi di Daenerys Targaryen.

E ora rispondiamo al nostro viKiamico con la scucchia, che da solo non ci arriva. Ovvio, il cavallo da ristorazione costa più della wacca da ristorazione (ho il vago ricordo di una pubblicità con uno che diceva “wiwa le wacche”, a voi suona?), quindi sarebbe in effetti molto strano se ci fosse un gombloddo in corso per far mangiare il consumatore in modo più raffinato senza che questo se ne accorga, non trovate?

Ciò si spiega molto semplicemente se invece del cavallo per uso alimentare ci si mettono carcasse di cavalli da corsa.

cavalloculturistaIl cavallo da corsa non è infatti previsto per la macellazione. Anzi, la macellazione del cavallo da corsa è discretamente illegale, e questo perché nell’alimentazione di un cavallo da corsa troviamo ormoni, antibiotici, anabolizzanti e altre cose che aumentino le prestazioni dell’animale fino a farlo diventare il Mickey Rourke dei cavalli. Quindi se ve lo mangiate poi c’è il rischio che defechiate barrette di meitnerio e roentgenio.

Ecco dai, spero che nelle mie köttbullar non ci siano cavalli da corsa. Poi oh, ho fumato quotidianamente un pacchetto e mezzo di sigarette fino a ieri, fare la salutista non mi si addice.

Bene. Riguardo alla ricetta.

Da un punto di vista di cucina filologica, tramite la collazione di varie ricette e lo scarto di evidenti contaminazioni (che di solito però, hanno la tendenza di migliorare il viKicibo, questo va specificato), ho trovato una lectio difficilior ricorrente, che consiste nell’aggiunta di miele, cannella e chiodi di garofano.

Visto che i viKi sono noti per accostamenti strambi (che vi dirò, spesso funzionano benone), ho pensato di essere sulla buona strada e ho deciso di proporre questa ricetta qui.
L’importante, come molte cose in questo mondo, è la dimensione.

In questo caso però la dimensione deve essere ridotta. Molto ridotta.
I viKi ci tengono a specificare che la vera, originale, perfetta, dimensione delle köttbullar è quella di una noce, e più sono tonde, meglio è (ovviamente, per la cottura).

Poi vanno cosparse di una salsa grassa chiamata gräddsås (su cui ho scritto qui, dove ho tra l’altro scritto anche a proposito di IKEA) e servite con patate bollite (o potatismos, detto purè), piselli (o broccoli o anche cetriolini sottaceto), e marmellata di lingon (o mirtillo rosso).

Ecco, e così mi libero del fardello del piatto più conosciuto della cucina viKinga.

Adesso però vorrei specificare una cosa.
Avrete senz’altro notato che lo stile fotografico di questo blog ha attraversato varie fasi: da “gita di prima media con macchinetta usa e getta presa coi punti del Ciocorì“, a “cellulare con fuoco e nitidezza regolabili“, a “ho un i-Pad e spippolo come se non ci fosse un domani e poi miglioro il tutto coi filtrini Instagram”.

Poi è arrivata la fase del “mi avvalgo di un fotografo professionista e vado in culo al mondo”, e qui nonsolopolpette ha fatto il salto di qualità.

Cara Bea, ti ricordi quando (nella fase della macchinetta del Ciocorì) mi apostrofasti con “Ire, carino il blog ma le foto sono una merda” (qui ti detti la risposta)? Bene, PUPPA! (Scherzo, lo sai che ti amo).

E quindi vorrei cogliere l’occasione per ringraziare il fotografo ufficiale di NSP© per l’apparato iconografico del post di oggi sui festival (purtroppo non per la foto del piatto, che come noterete benissimo appartiene alla fase “iPad e filtrini Instagram”, purtroppo il fotografo non c’era) e sfruttare l’occasione per chiedervi secondo voi quanti nella foodblogosfera hanno un fotografo professionista che non solo fotografa i piatti, ma si puppa anche gli avanzi? Ve lo dico io: NESSUNO! Ahahah, tiè!

Bene, tornando a noi.

Little Dragon - Way Out West

Little Dragon – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Oltre alle polpettine, un’altra cosa molto, molto, molto svedese, sono i festival musicali.

La Svezia ha una fortissima tradizione di musica, tanto da essere il terzo paese esportatore di musica nel mondo (così dice, almeno, e calcolato che sono 9 milioni di persone beh, direi che è tanto). Già vi parlai a suo tempo degli svedesi che dominano le hit mondiali, ma il fenomeno festival è un’altra storia.

Innanzitutto parliamo quasi esclusivamente dell’estate, perché con tutto l’amore per la musica, nessuno andrebbe a vedere dei concerti nel viKiinverno per poi ritrovarsi con le orecchie cianotiche e il moccio al naso stalattitizzato. Quindi da fine aprile verso settembre il calendario svedese è costellato di festivalZ, che possono essere gratis (come il Malmö Festivalen) o molto a pagamento (come il Way Out West a Göteborg).

Ve ne do una carrellata, notate bene che vi do i più famosi nelle città più grosse, se no facciamo notte.

STOCCOLMA:

  • Parkteatern = (giugno-agosto) Ogni giorno. Gratis. Nei parchi di Stoccolma si possono ascoltare concerti, vedere balletti e spettacoli circensi e partecipare agli workshop più vari.
  • Stockholm Early Music Festival = (inizi giugno) Quattro giorni. Gratis. La città vecchia (Gamla Stan) si riempie di concerti di musiche barocche e rinascimentali.
  • Accelerator = (fine giugno) Due giorni. Festival indie-rock frequentato (pare) da ragazzetti più che altro.
  • Stockholm Jazz Festival = (metà luglio ma c’è anche la versione autunnale a ottobre). Una settimana di jazz nell’isola di Skeppsholmen. I concerti partono dal pomeriggio e proseguono la sera.

GÖTEBORG:

Veronica Maggio - Way Out West

Veronica Maggio – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

  • Metaltown = (metà giugno) Tre giorni. Capelloni lunghe, giacche di pelle, borchie come se piovesse e artisti metal della scena mondiale, ci hanno suonato, tra gli altri, i Korn, i Mötorhead, Alice Copper, i Rammstein, Marylin Manson e Cristina D’Avena (no, lei no).
  • Way Out West = (metà agosto) Cinque giorni. Molto costoso ma anche molto bello e enorme, conosciuto in tutta Europa. Dentro il bellissimo parco Slottskogen, concerti dal primo pomeriggio a notte fonda con artisti nazionali e internazionali.

MALMÖ:

  • Malmöfestivalen = Bello. Gratis. Bello. Metà agosto. Una settimana di un milione di concerti gratuiti, sparsi per tutta la città (ma il concerto principale è sempre in Stortorget). Vendono un sacco di cibo per strada e ci sono tipo workshop di cucina, cose per bambini, spettacoli di danza, tutto.
  • Goodnight Sun = Non è un vero e proprio festival ma secondo me è una cosa bellissima. Luglio, dall’1 al 21 ogni sera al tramonto (quindi verso le 21:30) concerti sul ponte Hoppbryggan a Västra Hamnen (il posto è detto “Titanic” perché sembra una prua, e la mia amica Francesca ha anche delle foto molto compromettenti di me e del mio principe consorte che facciamo i cretini come Rose e Jack. Lo so, pensavamo di non essere ripresi).

    Icona Pop - Malmöfestivalen

    Icona Pop – Malmöfestivalen. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

UPPSALA:

  • Uppsala Reggae Festival = (prima metà di agosto). Tre giorni di raggae svedese ma non solo. non ho capito se si paga, quanto si paga, né dove sia esattamente nella città. Seguite il suono dei djambé.

UMEÅ:

  • Umeå Open = Fine marzo. Sei giorni. Costa non eccessivamente ma costa. Fa regolarmente il tutto esaurito. Artisti di tutto il mondo, svedesi e svedesi conosciuti anche in ambito internazionale (es. The Ark).
  • Umeå Jazz Festival = Autunnale, metà ottobre. Cinque giorni in cui nel freddo viKinord ci si scalda a colpi di jazz.
  • Forlorn Fest = Ultimo weekend di novembre (nel nord i concerti gli garbano ghiacci). Musica pestona underground.

ALTRI FESTIVAL IN ALTRI POSTI:

  • Melodifestivalen = (non è estivo, si svolge a febbraio, ma è negli studi televisivi come San Remo, quindi non conta). Competizione, più che festival. Musica commerciale in TV, si vince col televoto, si trasmette sulla televisione pubblica. Cose a cui siamo abituati anche noi, ma andava menzionato.
  • Sweden Rock Festival = a Norje. Prima settimana di giugno. Quattro giorni. Come il nome suggerisce, rock ‘n rooooll. Ci hanno suonato Aerosmith, Guns ‘n Roses, Billy Idol, Europe, Lynyrd Skynyrd, etc.
  • Åmåls Blues Fest = a Åmål. Prima metà di luglio. Quattro giorni di musica bluesettona a oltranza.
  • Hultsfredsfestivalen =  a Hultsfred
  • SIESTA! = a Hässleholm. Primo weekend di giugno. Tre giorni. Il pubblico è prevalentemente nordico (si parla comunque di un casino di gente), con artisti nordici, anche se qualcuno di questi è conosciuto anche a livello internazionale.

    Halkan Balkan - Goodnight Sun

    Halkan Balkan – Goodnight Sun. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

Ecco, calcolate che io ne ho messo solo qualcuno ma ce ne sono in ogni città, ogni giorno, per ogni genere musicale, sempre, ovunque.

La particolarità dei viKifestival è che sono bellissimi.

Indipendentemente dal tipo di musica proposto è proprio ganzo vedere come se la vivono gli svedesi: bambini, vecchietti, donne gravide, pischelli, alcolisti anonimi e meno anonimi, chiunque si gode la musica. E cosa ho notato io è che ognuno di loro se la gode rivendicando orgogliosamente la propria appartenenza a una delle categorie sociali summenzionate.

Mi spiego meglio: a Livorno (e probabilmente non solo lì), vediamo la figura del/della vecchio/vecchia adolescente. 45enni tatuati e pieni di piercing coi capelli ossigenati alle spalle che surfano, o 50enni zoccolone con le minigonne e le ciccine mosce delle cosce che gli ricadono sul ginocchio osteoporotico, che gozzovigliano mezzi briai nei posti normalmente frequentati da gente che potrebbe derivare dai gameti del frutto dei loro gameti, e che parlano e si atteggiano come ragazzini delle medie.

Bene, io di vecchi del genere a Malmö ne ho incontrati pochissimi. Mentre ho invece potuto ammirare in questi concerti parecchie persone anziane danzanti e dignitose, sorridenti e felici di condividere musica e spazi con altri sorridenti come loro.

E così ho visto anche giovani babbi che si portano il marmocchio al concerto di elettronica e ci ballano insieme, che si portano il neonato al sacco munito di cuffione antirumore e se lo dondolano mentre ascoltano il loro gruppo preferito.

E a me questo piace!

Mi piace perché io non sarò mai una che “fa la mamma” (come fosse un mestiere), schiava dei figlioli e priva di una dimensione tutta mia di realizzazione e divertimento, mentre mio marito non fa un cazzaccio nulla e faccio tutto io, così come non sarò mai una vecchia bavosa che si gratta le chiappe, compra il fumo dai bimbetti coi rasta e si siede scosciata sul marciapiede con dei jeans stretti che mostrano un piede di cammello risalente al pleistocene.

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead - Malmöfestivalen

Pubblico capelluto in estasi per i Motörhead – Way Out West. Foto di Gianluca La Bruna gianlucalabrunaphotography.com

I festival in Svezia sono, certo, fatti anche per i superbriai, ma non c’è solo questo. Complice la musica, complici i parchi o le piazze del centro in cui questi concerti si svolgono, si riscopre una convivialità davvero sana (lontana da quella malata delle feste universitarie, ad esempio, dove è invece prassi comune vomitarsi addosso a idrante e non capire una sega, altrimenti sei out), in cui i viKi riscoprono anche una dimensione esterna alla casa.

Perché io credo che il clima influisca sul tipo di socialità: feste in casa, giochi da tavolo, cene lunghissime, serate film, etc. Qui non siamo a Barcellona o a Roma, la vita di piazza in Svezia non esiste. D’estate c’è il pub al massimo, ma non c’è la piazzetta. E d’inverno ci sono solo le case delle persone, quindi o hai amici da invitare, o vivi con qualcuno che ti migliora la vita e ti dà serenità, oppure è probabile che tu finisca a cercare su Google come si fa un nodo scorsoio.

Ecco, nei festival forse si concentra nel giro di 4, 5 giorni un’ansia di stare insieme sotto un comune denominatore che non sia il coma etilico, e io la trovo una cosa splendida.

Via, ora non vi voglio fare piangere, insomma, anche meno. Però se vi capita andateci! A uno a caso! Anche se siete incinte di 8 mesi, anche se avete 93 anni, anche se avete i bimbi piccoli, anche se siete disabili, che qui è tutto attrezzato per migliorarvi la vita, e di sicuro sarà pieno di persone nella vostra stessa situazione che ridono e ascoltano la musica. Magari anche musica di merda. Ma almeno ridono.

Rocchenroll.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 1/2 cipolla gialla
  • 1 cucchiaio di burro
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 dl di latte
  • 0,5 dl di panna fresca
  • 60 gr. di pangrattato
  • 500 gr. di macinato di manzo
  • 2 uova
  • 1 cucchiaio di miele
  • pimento (se non lo trovate usate il pepe nero)
  • un pizzico di cannella
  • un pistillino di chiodo di garofano sbriciolato
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di pepe bianco
  • un pizzico di noce moscata
  • margarina per cuocere
  • gräddsås

PREPARAZIONE:

Tagliare finissimamente la cipolla e soffrigerla nel burro finché non diventa trasparente. Far raffreddare.

Sciogliere la fecola nel latte mischiato alla panna e aggiungere il pangrattato.

Aggiungere a tutto ciò la cipolla, la carne, le uova, il miele, tutte le spezie e il sale.

Fare delle palline della dimensione di una noce, cercando di farle tutte uguali, altrimenti la cottura verrà un troiaio. Cuocerle nella margarina.

Cospargerle di gräddsås.

Köttbullar pronte!

Köttbullar pronte!

Buon appetito!

I.

Våfflor, copimismo e religioni del cazzo

piastra

La mia bellissima piastra

Non c’è stato niente da fare, ho deciso di fare un altro dolce. Sono sotto tesi e in carenza d’affetto, in Toscana piove as usual, fa freddo e quindi i maglioni nascondono il fatto che io sia grassa, e in più ho comprato una fantastica piastra per waffel, che mi implorava di essere immediatamente usata non appena avessi barbaramente distrutto l’imballaggio.

E chi sono io per dire no ad una piastra per waffel? Nessuno, quindi famo ‘sti waffel.

In Svezia i waffel si chiamano våfflor.

E comunque vedo su Wikipedia che in Italia sono conosciuti anche come gaufre, che sono ‘parenti prossimi’ dei pancake, e della stessa famiglia di crêpe, canestrelli, tegole dolci (che non so cosa cazzo siano), e se seccati si trasformano in wafer e coni gelato.

Non avevo idea che ci fosse una classificazione linneana dei biscotti a cialda. Si impara sempre qualcosa.

In Svezia ad ogni modo i våfflor hanno la tipica forma a 5 cuoricini uniti in modo da sembrare un fiorellone, che è peraltro la forma della mia piastra nuova di zecca, perché io se devo fare le cose le faccio per bene, cribbio.

E’ dal 1600 che nelle case svedesi si cucinano i våfflor, e siccome ve l’ho sempre detto che gli svedesi sono pedanti, ogni variante dei våfflor in svedese non si limita a chiamarsi “variante di våffla“, ma ha uno stupido nome. Io ora non sono una grandissima esperta di våfflor, per cui non vi sto a ammorbare con le differenze tra varianti e rispettivi nomi anche perché non lo so, però fidatevi che è così.

Ma anche un’altra cosa tipicamente viKi è strettamente legata ai våfflor: il fatto che il calendario svedese preveda un cazzo di giorno del våffla, il Våffeldagen, che è il 25 marzo.

C’è un giorno per tutto in Svezia. Un po’ come la leggenda metropolitana sulla Svizzera, che se lavi la macchina un giorno che non sia il sabato subisci un ostracismo sociale, perché il “giorno di lavamento macchina” è il sabato. Cose che noi terroni non riusciamo a concepire neanche con uno sforzo psichico sovrumano.

Sì lo so, stavolta sono stata puntuale, nonostante normalmente vi posti le ricette di Natale a febbraio o cose così, ma tanto voi capitate su questo blog solo perché cercate i “culi di maiale svedesi” (per approfondimenti sulle vostre ricerche, vedi qui), quindi spero che mi perdonerete.

By the way, il 25 marzo si mangiano i våfflor per festeggiare l’Annunciazione, ovvero il momento in cui l’arcangelo Gabriele è andato da Maria a dirgli “Cara, ti devo parlare. Puntini di sospensione”. Prima volta in cui il discorsetto viene fatto da un uomo a una donna (sì ok, gli angeli non hanno sesso, ma questo si chiama Gabriele). Che sì, insomma, ciò ha anche senso, perché poi Gesoo è nato il 25 dicembre, quindi la Vergine in stato interessante 9 mesi di gestazione se li è fatti. Cosa che invece non torna se si festeggia l’Immacolata Concezione l’8 dicembre, per cui la Madonna dovrebbe aver avuto una gravidanza o di 17 giorni (roba che nemmeno gli orsetti russi) o di 382 (ovvero più di un anno di dolori articolari, nausee, pesantezza e astensione da alcol&cicchini, essendo oltretutto vergine… inculata maxima).

Ma poi invece pare che l’8 dicembre si festeggi qualcos’altro, in realtà, qualcosa sul peccato originale di Maria che non mi ricordo e non ho voglia di cercare. Anche perché, ecco, ce ne frega qualcosa? No, bene.

Comunque, alla fine delle fatte fini, quel giorno i viKi mangiano våfflor, bella per loro.

Potete cucinarli anche senza l’apposita piastra, e li fate tipo crêpe, però la cosa bella di avere una piastra per våfflor è che vengono tutti bellini uguali che sembrano fatti con il CTRL+C; CTRL+V.

E agli svedesi il copia e incolla piace parecchio, tanto che hanno una religione che celebra proprio questo.

No, non ho bevuto, dico davvero.

Allora, dovete sapere che in Svezia le confessioni religiose hanno cospicui sgravi fiscali (tipo l’esenzione IMU de’ noantri), e ciò a parere mio, ed evidentemente non solo mio, non è per niente giustino.

No, perché se io sono una cazzo di organizzazione atea ma promuovo cose ganze tipo, che so, ripetizioni gratuite a ragazzini che vanno male a scuola, corsi di cucito a ex galeotti, lezioni di shàolínquán a vecchiette aggressive, etc. non risparmio il becco d’un quattrino, in compenso se ululo al cielo che un’entità invisibile ma che permea l’universo risolverà tutti i miei problemi se porgo l’altra chiappa, ho aiuti economici.

Isak Gerson

Isak Gerson

Allora uno studente di filosofia molto gggiovane e astuto, tale Isak Gerson, ha voluto creare una nuova religione per avere anche lui un alleggerimento delle tasse. Non che non lo avesse anche prima, essendo tesoriere anche del Movimento degli Studenti Cristiani di Svezia (sì, esiste davvero), ma evidentemente ne voleva un po’ di più.

Per cui si è inventato un nuovo credo, e lo ha chiamato kopimism, in italiano “copimismo” (dall’inglese copy-me). Evidentemente il buon Isak doveva essere un nerdone di quelli seri, insomma: tesoriere degli studenti cristiani, particolarmente cesso e particolarmente genialoide = la sua vita sociale doveva limitarsi alle pippe su internet, e infatti proprio dall’informatica (no, non dalle pippe) ha preso ispirazione.

La religione copimista infatti si propone di diffondere ogni tipo di informazione per via telematica, si oppone al copyright in ogni sua forma e incoraggia ogni tipo di pirateria su ogni tipo di medium.

Inizialmente le richieste del movimento di essere riconosciuto come comunità religiosa furono rigettate diverse volte da persone dotate di buon senso. Però spesso il buon senso e la legge sono due cose diverse. E alla fine hanno dovuto riconoscerlo.

Anche perché alla fine, se riesci a sfruttare la legge per fare liberamente i cazzi tuoi, vuol dire che è la legge il problema più grande, perché è fatta col chiulo. Condono docet.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Poi oltre ai soldi c’è anche la questione sottile della “protezione delle comunità religiose” in Svezia, e farsi riconoscere come religione per questa ghenga di tangheri che si definiscono “copimisti” vorrebbe dire anche ottenere una sorta di protettorato continuando a esercitare (e molto probabilmente lucrare su) la pirateria.

Che poi alla fine a me la pirateria mi sta anche simpatica in linea di massima, però è un po’ come il discorso Megavideo, no? Io diffondo materiale soggetto a copyright, però te lo rovino un pochino, e se te lo vuoi tutto per benino mi paghi… ecco, che differenza c’è allora tra te e una mayor? Voglio dire, se ci lucri sopra mi stai sul cazzo, perché dietro a espressioni pompose di “libertà dell’informazione”, “intelligenza collettiva”, “patrimoni intellettuali universali” si nasconde in fondo in fondo, uno stronzone come gli altri.

Poi ci mancherebbe, magari i copimisti sono solo una banda di gonzi, ma io sono dell’idea che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci s’azzecca, quindi diffido.

Per essere definiti comunità religiosa i copimisti si sono dovuti inventare simboli, liturgie e credo, e quindi i loro principi sono: “Copio dunque sono”, “Copiare è cosa buona e giusta”, “L’informazione è sacra e la copiatura è il suo sacramento”. Il credo da pronunciare è: “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti”. I simboli sacri sono CTRL+C e CTRL+V.

No ma gente, non sto esagerando stavolta, eh. E’ davvero così.

Matrimonio copimista: notare la maschera del 'prete', il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Matrimonio copimista: notare la maschera del prete, il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Il 28 aprile dell’anno scorso a Belgrado si è celebrato il primo matrimonio della Chiesa missionaria del Copimismo (che a questo punto vuol dire che è sbarcato anche in Serbia, a dimostrazione del fatto che l’erba più fertile sono le stronzate apocalittiche).

Che poi è il discorso che facevamo l’altra volta sulla Chiesa anglicana, no? Io capisco che uno ci prova a inventarsi una religione per fare i cavoli suoi, nel caso di Enrico VIII divorziare, per esempio, ma è la gente che ci crede che mi sdubbia.

Sì ecco, come si fa a meravigliarci di come ideologie pericolose e folli prendano piede nel mondo, se c’è anche solo un gruppetto che crede in cose come il copimismo?

Bah, comunque, lasciando perdere i malati mentali, i våfflor sono buonissimi, e io sono molto orgogliosa della mia nuova piastra.

E del mio ateismo.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 VÅFFLOR:

  • 125 gr. di burro
  • 270 gr. di farina
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 100 ml di latte intero
  • 500 ml di panna fresca
  • 2 uova
  • 2 dl di acqua fredda di frigorifero
  • 20 cucchiaiate abbondanti di lamponi e marmellata di lamponi (o fragole, o mirtilli, o frutti di bosco, o more)
  • frutti di bosco vari a piacere

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro e farlo raffreddare. Mischiare farina, lievito, zucchero e vanillina in una terrina e aggiungere il latte e 1 dl di panna (il resto andrà poi montato per farcire i våfflor).

Sbattere brevemente le uova e aggiungerle al composto. Aggiungere il burro.

Aggiungere lentamente l’acqua fredda e mischiare.

Coprire e lasciare riposare per una ventina di minuti.

Riscaldare la piastra per våfflor, o una per crêpes, o una padella antiaderente, imburrarla e versare una mestolatina di impasto. Far dorare.

Montare la panna rimasta e versare su ogni våffla un paio di cucchiaiate di panna, un paio di marmellata, e cospargere di lamponi (o le bacche che avete usato).

Våfflor pronti!

Våfflor pronti!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part III): zafferano, demonio e lussekatter

Io loro li amo. Però non hanno riscosso molto successo nelle cene che ho fatto nel Belpa, perché gli italiani si lamentano del fatto che “non sono abbastanza dolci”.

Stica, a me piacciono. Poi sono carini perché grazie allo zafferano che contengono (tra l’altro, ce ne va uno sbotto) sono giallissimi. E poi a me i dolci stucchevoli mi fanno cagare, quindi loro li approvo.

Vi do un avvertimento: se li fate seguendo quasi tutte le ricette italiane che trovate in rete, vi verranno dei mattoni durissimi. Il segreto è la kesella, presente in tutte le ricette svedesi (almeno in tutte quelle che ho trovato io), che sarebbe il nome commerciale del kvarg, nome svedese del quark, non il noto fermione, ma un crucchissimo formaggio che viene spesso tradotto con “ricotta”, ma che in realtà può essere sostituito dal Philadelphia.

Kesella

Kesella

Questo vuol dire che per quanto riguarda le ricette di lussekatter scritte nella nostra nobile favella, la mia ricetta è la meglio di tutte. Non c’è versi.

Da quando seguo le ricette svedesi (rintracciando libri regionali-tradizionali-originali, o siti particolarmente fatti bene, e in qualche caso innestando le ricette tra loro per trovare la migliore, in un’opera di contaminatio filologicamente discutibile ma che si rivela quasi sempre la scelta migliore), la mia viKicucina è infatti nettamente migliorata, e i miei lussekatter non sembrano più fatti di fullerite, ma sono belli sofficiosi.

Quindi ho risolto almeno questo problema della mia vita, ed è già qualcosa.

Bon, i lussekatter sarebbero delle brioscine di zafferano, tipo pagnottine, che sono associate alla festa di Santa Lucia e al Natale.

Ecco, l’eziologia dei lussekatter pare che si ritrovi in una leggenda tedesca del 1600: secondo questa storia, Lucifero ammazzava il tempo graffiando e mordendo dei bambini (facendo la parte del proverbiale gatto attaccato ai proverbiali maroni), e Gesù volle intervenire travestendosi da (o incarnandosi in un, non ho ben capito) bambino.
Siccome Gesù nelle leggende è notoriamente buono, e lo è anche in questa, distribuiva dolcetti ai bambini buoni come lui, e per tenerli lontani dal suddetto gatto-diavolo, faceva sì che fossero dei solini splendenti (perché il demonio al sole reagisce come Maga Magò), e infatti la forma originaria di questi dolci era a solino giallo di zafferano.

Evidentemente Gesù deve essersi detto: “Perché combattere il Male supremo con il disarmo nucleare, la cura per il cancro, o la comunanza dei mezzi di produzione quando puoi offrire in giro dei lussekatter?”. Ognuno fa i suoi errori di valutazione, anche se è il figlio del boss.

Lussekatt fatto a solino/svastica

Lussekatt fatto a solino/svastica

Questo solino stilizzato comunque veniva fatto facendo una croce di pasta e uncinandone i bordi, poi però questo simbolo è diventato inspiegabilmente fuori moda, e la forma oggi più comune (quella che trovate anche nei lussekatter del Pressbyrån) è a S, con un uvetta dentro entrambi i riccioli della S.

Tutta questa storia della luce per tenere lontano Lucifero si riversò allora nella festività della santa della Luce, Lucia, e lussekatter sono stati da allora per sempre associati a Santa Lucia. Talmente indissolubilmente legati che gli stessi svedesi fanno casino sull’etimologia del nome, perché Lusse katter non sta per “gatti di Lucia”, ma per “gatti di Lucifero“, in quanto Lucifer (la in svedese si pronuncia [s]) è abbreviato in Lusse, per lo stesso principio per cui il nome Karl si abbrevia in “Kalle”, il nome Fredrik in “Fredde”, e così via.

Alla fine del 1600 dalla Germania infatti i lussekatter erano stati introdotti in Svezia, inizialmente soltanto nelle regioni intorno al lago Mälaren, in Östergötland e sull’isola di Gotland, e poi nell’ ‘800, quando il culto di Santa Lucia si diffuse in tutta la viKinghia, in ogni parte della Svezia.

Comunque la dimostrazione dell’origine del nome si ha anche per il semplice fatto che in qualche parte della Svezia, questi dolcetti venivano fino a non molto tempo fa chiamati anche dövelskatter o dyvelkatter, viKiforme un po’ arcaiche per indicare “diavolo”.

Sì poi ad ogni modo l’origine del nome continua a essere dibattuta, perché i linguisti non hanno mai una sega da fare, e quindi così, a tempo perso, dibattono.

Alcuni dei modi di modellare i lussekatter

Alcuni dei modi di modellare i lussekatter

Bene, esistono milioni di forme di lussekatter (NB ognuna di esse ha un cazzo di nome), e di varianti (tipo senza uvette ma con la granella di zucchero, con la pasta di mandorle, con la farina di mandorle, etc.), ma la versione che vi posto io è quella più comune. Anche come forma. Se poi volete costruire cose assurde tipo il pane votivo sardo, fate pure, io li ho fatti senza sbatti, visto che sono già indietro sul cibo natalizio e non ho tempo per stracciarmi le balle a fare delle composizioni artistiche.

Le dosi che vi do sono per 34 lussekatter. La ricetta diceva 40, ma io li ho fatti più ciccioni del previsto perché sono ancora una principiante nell’arte del lussekatteraggio, ed è un po’ come le canne, le prime che rolli ti vengono sempre troppo panzute.

Ad ogni modo potete dimezzare tutto se non li avete mai assaggiati, perché appunto, alle altezzose papille italiane non è detto che piacciano, dato che è un sapore davvero ‘estero’. Però provateli, davvero, perché regalano delle emozioni, specie se consumati con il glögg.

Quando vi ho detto che rimangono molto più morbidi del previsto grazie alla scoperta del Philadelphia nell’impasto è vero, però se li conservate a merda si induriscono anche loro, quindi magari metteteli in dei tupperware o in delle bustine. Potete anche congelarli e tirarli fuori all’occorrenza, scaldandoli nel microonde e sbranandoveli avidamente tutti tiepidini.

Non so come io abbia ancora la forza di parlare goduriosamente di cibo dopo questi giorni di fondismo alimentare.

INGREDIENTI PER UNA 40INA DI LUSSEKATTER:

  • 50 gr. di lievito fresco per dolci
  • 150 gr. di burro
  • 1/2 l. di latte intero
  • 250 gr. di Philadelphia
  • 2 uova (uno è per guarnire)
  • 1 gr. di zafferano (no, non avete letto male, è proprio un grammo, frugatevi le tasche che costa tanto)
  • 1 pizzico di sale
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 kg. di farina
  • 80 chicchi di uvetta

PREPARAZIONE:

Sbriciolate il lievito fresco in una terrina. Sciogliete il burro in un pentolino, aggiungete il latte e riscaldate fino a raggiungere la temperatura-dito (37 °C).

Versate lentamente tutto sul lievito fino a sfarlo completamente. Aggiungete un uovo, il Philadelphia, lo zafferano, lo zucchero e il sale. Mescolate con le fruste elettriche e aggiungete la farina.

Vi verrà una cosa parecchio appiccicosa, ma voi fregatevene, ungetevi le mani con un po’ d’olio e impastate bene. Coprite con un canovaccio e fate riposare per 30 minuti.

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Infarinate un piano e metteteci l’impasto. Dividetelo in 4 parti e da ogni parte ricavate 10 striscioline abbastanza sottili (tipo un centimetro e mezzo di diametro). Fate una S con ogni strisciolina arricciando bene le estremità su se stesse (come nella foto) e mettete un uvetta al centro di ogni ricciolino. Fateli abbastanza sottili perché gonfiano un casino.

Coprite di nuovo con un canovaccio e fate riposare altri 30 minuti.

Nel frattempo scaldate il forno a 225 °C.

A questo punto ricoprite una teglia di carta da forno e appoggiate pochi lussekatter, distanziandoli parecchio tra loro perché continueranno a gonfiare durante la cottura. Vi serviranno diverse infornate, sappiatelo.

Con l’altro uovo spennellateli uno ad uno e infornare per circa 10 minuti, quando avranno un bel colore marroncino chiaro sopra e giallo ai bordi.

Fate raffreddare sotto un canovaccio e riponete in contenitori ermetici.

Lussekatter pronti!

Lussekatter pronti!

Buon appetito!

I.

De potione cafearia ovo immisso: caffè all’uovo, moralismo protestante e chiesa svedese

Allora, devo premettere due cose:

1) Questo post tratta di Chiesa e religione. Questi sono temi caldi e di solito fanno incazzare la gente, lo so. Però ormai conoscete il tono del mio blog, e se non lo conoscete allora ribadisco il concetto: io non rispetto niente e nessuno, non l’ho mai fatto e non ho intenzione di cominciare proprio adesso, quindi se vi offendete sono problemi vostri, io vi ho avvertito.

2) La ricetta che vi propongo è una variante sofisticata del famoso caffè spiscioso, per cui il 99% di voi italici ci sputerà sopra, però capite meglio di me che non si può affrontare un discorso sulla cucina nordeuropea senza accennare allo sciacquone che viene dai viKi coraggiosamente definito kaffe.

Ora io faccio la splendida, ma ammetto che quando stavo a Copenhagen lo sciacquone mi ha definitivamente conquistata, e da allora io adesso appena mi sveglio lo esigo… l’espresso prima di pranzo non lo tollero più.

Ma io ho tanti problemi, lo si sa: sono riuscita a farmi piacere la pizza-kebab, a nutrirmi senza problemi in Inghilterra e ad amare il cibo scozzese. Diciamo pure che se non fosse così, voi ora non sareste lì a leggere un blog di cucina svedese, per cui fatevene una ragione.

Bene, ma la ricetta di oggi non è un semplice kaffe, che, voglio dire, sono buoni tutti, ma è il famoso (pare) “caffè all’uovo“, che detta così sembrerebbe una cosa nauseante, però in realtà l’uovo non si sente pur avendo un ruolo ben preciso, poiché toglie il retrogusto acido del caffè spisciaccoloso conservandone però il profumo (ecco forse perché molti chimici famosi sono svedesi: si lambiccano il cervello per cercare di migliorare una cosa che, insomma, parte già abbastanza sfigata).

Ecco, in realtà il caffè all’uovo non è proprio buonissimissimissimo, nonostante io abbia fatto la ricetta più elaborata (che prevede cardamomo e noce moscata). E’ vero che l’uovo non si sente affatto, quello sì, e non è neanche acido…
Però beh, c’è di meglio.
Se siete come me dei patiti del caffè sbroscia, posso modestamente suggerire che il Nescafè solubile è meglio, comunque insomma, si può bere, dai.
E poi se volete servire ai vostri amici una fika svedese come si deve, non potete caricare una moka. Vi garbano le tradizioni viKi? Allora bevetevi ‘sto sciacquone.

La cosa divertente è che gli svedesi vanno molto orgogliosi del loro caffè, come di ogni cosa svedese del resto, e quindi insomma, questa ricetta io dovevo proprio postarvela. Non ho sinceramente capito se ne vanno orgogliosi perché la torrefazione del viKicaffè è fatta in un modo particolare che si trova solo lì, o se è solo una di quelle cagatine nazionalistiche che costellano il biondomondo… io ho semplicemente registrato l’informazione e ora ve la ripropongo.
Anche perché mi fornisce un ottimo spunto per parlare della Chiesa svedese.

A questo punto vi starete giustamente chiedendo cosa ci combini il caffè con la Chiesa svedese, e io ve lo spiego subito, son qui per questo.

Allora, il caffè all’uovo, conosciuto in America come, pensate un po’, egg coffee, è una ricetta scandinava di cui si sono perse le origini, quindi potrebbe anche essere norvegese, chissà, ma ci sono forti motivi (non chiedetemi quali, io devo la mia erudizione a libri di antiche ricette luterane appositamente studiati per il post, ma non ho informazioni più specifiche) di ritenere che sia una ricetta svedese, quindi ve la puppate.

E’ una ricetta che introdussero i moltissimi immigrati scandinavi negli Stati Uniti d’America ai tempi in cui non avevano il becco d’un quattrino, poi loro si sono arricchiti e noi continuiamo a emigrare… L’Europa è come una grande famiglia: c’è lo zio che fa fortuna, e quello che si beve i pochi spiccioli che ha, ma questa è un’altra storia.

Ok, le viKidonnone erano le addette a preparare il cibo e il caffè per gli ospiti, soprattutto durante i banchetti per occasioni varie ed eventuali (funerali, matrimoni, battesimi, roba così), come da autentica tradizione evangelica: mai visto i film americani dove tutti bevono caffè e mangiano tramezzini con la bara aperta e il cadavere davanti? Ovvove.

Queste donne perfezionarono un modo per fare un “buon” (evidentemente la Bialetti l’avevano dimenticata nel Vecchio Continente) caffè in grandi quantità, facendo sì che, sebbene il caffè avesse dovuto riposare fermo per tutto il tempo del banchetto, non avrebbe preso il caratteristico sapore amarognolo che prende normalmente quando lo fate raffreddare o lo riscaldate.

E questo modo prevedeva l’uso dell’uovo. Di tutto l’uovo, comprensivo di guscio.

In Svezia e Norvegia questa bevanda era molto comune fino a tutti gli anni ’30 del ‘900, poi però smisero, anche se dagli anni ’90 c’è stato un revival di recupero di tradizioni culinarie antiche in tutta la Svezia, e quindi sta tornando tutta quella mole di ricette povere rivisitata in chiave trendy (tipo “mousse di corteccia d’albero”, “sfilaccetti di pesce decomposto”, and so on), pensate come sono cool che vi do anche le ricette che vanno un casino.

Negli Stati Uniti però, in particolare nel Midwest (che comprende stati con nomi che fanno proprio uazzamerigan come Wisconsin, Ohio, Indiana, Minnesota, etc.), dove la comunità scandinava si raccolse in maniera cospicua, si sono conservate tradizioni scandinave che nel Nord Europa piano piano si sono perse, e lì il caffè all’uovo continua a essere di tendenza… Sì ecco, neanche gli americani sono conosciuti per avere molto gusto nel caffè, via, diciamocelo.

Questa bevanda è dunque associata alla chiesa Luterana proprio perché abitualmente servita in tutte le occasioni chiesistiche del caso, proprio quelle dove si aggira la celeberrima figura del “reverendo” onnipresente nei film americani in costume (e che io da piccola, quando guardavo “La Casa nella Prateria”, cresciuta in una famiglia molto politicizzata, chiamavo “referendum”).

Ecco, premetto che io di confessioni religiose ne so quanto un musulmano ne sa di porchetta d’Ariccia e Nero d’Avola, però dall’idea che mi sono fatta i protestanti si dividono in un casino di sette, sottosette, controsette, antisette, dividopertreeriportodisette, etc.

In più nella storia ci sono i protestanti “avanti”, quelli per cui c’era una ragione interiore che spingeva al dibattito politico, al giornalismo, stimolando un’opinione pubblica di habermasiana memoria; e ci sono i protestanti “indietro”, un nome tra tutti, la comunità Amish, i cui membri rimangono imbottigliati come gli altri nel traffico dietro ai SUV, con la differenza che loro sono in carrozza e hanno o una cuffietta in capo (le donne), o delle barbe imbarazzanti (gli uomini, o le donne molto pelose che non possono beneficiare di ceretta né tantomeno di epilazione laser perché è taboo).

Tendenzialmente comunque la cultura protestante è più moralista di quella cattolica, che più che moralista è ipocrita: io ti vieto le cose, tanto so che quando non ti vede nessuno le fai lo stesso, però te ti penti e salvi la faccia, e io faccio finta di non vedere, in cambio ti fai leggere la Bibbia solo dal prete, e io non ti faccio imparare i versetti a memoria, che diciamoci la verità, sono anche parecchio pallosi.
I protestanti invece hanno un dio che li guarda e li giudica sempre: quando guardano i filmacci sulla payTV, quando si strizzano i punti neri, e quando bevono direttamente dal cartone del latte, quindi hai voglia di pentirti, se sei stronzo sei stronzo.

E questo porta sì ad un senso etico spiccatamente più marcato, che Weber dice essere fondamento dell’etica capitalistica (anche se però io la vedo più come Marx… per me quando c’è il cash di mezzo, è l’etica che si plasma sul sistema economico, non viceversa, ma vabbè), però porta anche a gente più pallosa e anche più moralista e costretta nel modo di pensare, perché l’etica comune, il politically correct e la comunità si sostituiscono alla figura singola del Papa, che sì, potrà dire anche agli adolescenti di non fare sesso prematrimoniale, ma voglio vedere chi lo ca’a, e neanche lui se lo aspetta, è come una mamma che ti dice di non bere troppo alla tua festa di laurea… lo deve fa’.

Un po’ come la puntata dei Simpson in cui Homer e Bart vogliono diventare cattolici e Marge si immagina sola in un paradiso protestante pallosissimo tutto ordinato e precisino fatto da snob inglesi che giocano a golf, mentre Homer e Bart se la spassano insieme a Gesù nel paradiso cattolico, con messicani che trincano e giocano alla piñata, irlandesi che ballano e si picchiano, e italiani che mangiano e trombano.

Ecco, dicevamo… In Svezia, lo saprete benissimo, la confessione in cui si riconosce il 71,3% della popolazione è una delle innumerevoli chiese protestanti.
E secondo voi i viKi si potevano accontentare di scegliere una religione a caso tra quelle che esistevano già?! Vi ho già detto che sono orgogliosi del loro caffè… si dovevano per forza inventare la CHIESA SVEDESE Svenska Kyrkan.

Pare che la Svezia abbia deciso di diventare un paese protestante così che il re si potesse prendere tutto l’oro che stava nelle chiese cattoliche, ma insomma, non sono né i primi né gli ultimi… voglio dire, Enrico VIII si inventò la religione anglicana per sposarsi la ganza, se guardiamo la storia e i meccanismi delle Chiese ufficiali è abbastanza difficile trovare tracce di spiritualità.

Anders Wejryd, il Primate dal vincastro opponibile

La Chiesa svedese ha un’organizzazione nazionale e un Primate, si chiama così la loro forma di Papa (anche se a me questa parola fa venire in mente uno scimpanzé con gli occhini simpatici e il pollice opponibile), ed è stata la prima Chiesa cristiana al mondo (e boh, direi anche l’unica, ma parlo per deduzione, non perché lo so mi informano che c’è anche la chiesa valdese) a riconoscere i matrimoni omosessuali, per cui nell’ambito dei diritti civili sono stra-avanti.

C’è però da dire che il rapporto tra Stato svedese e Chiesa (come da tradizione protestante, in cui Chiesa&Nazione sono concetti discretamente sovrapponibili) è molto più stretto che da noi.
Dunque, innanzitutto la Chiesa svedese fino al 2000 era religione di stato in Svezia e, voglio dire, il 2000 è tanta roba.
Poi qualche esempio a caso: i membri della famiglia reale sono obbligati per legge a professare la religione evangelica; l’inaugurazione di una nuova legislatura si svolge in chiesa invece che in Parlamento; sui documenti ufficiali (tipo il passaporto) è indicata la parrocchia di nascita; a scuola la materia scolastica di religione è obbligatoria, etc.

Insomma, io davvero non saprei dirvi cosa fanno di diverso i membri della Chiesa svedese da tutti gli altri, pentecostali, battisti, metodisti e Dio solo sa cosa (beh, se non lo sa lui…), però mi ha meravigliato aver conosciuto in Svezia molte persone intrippate con Gesù, membri di sette adoratrici del Cristo, ragazzi che volevano arrivare vergini al matrimonio, adolescenti che a 13 anni hanno visto la luce e si sono voluti far battezzare per forza, persone che conoscono tutti i personaggi della Bibbia (quelli che di solito finiscono in -ìa, tipo un versetto così: Nonsolopolpette 19:25 “Quando Zoologìa e Mammamìa attraversarono il grande deserto ebbero timore, ma il Signore disse loro una di quelle cose che nell’Antico Testamento convincono sempre tutti, ed essi non ebbero più paura, poiché Egli dette loro la forza di andare avanti. Amen”).

Magari io non rappresento un campione statistico, ma le memorie dei 13 anni delle persone che conosco io prevedono sempre una grande quantità di pippe, ma di desiderio di abbracciare Gesoo a dire la verità non ne ho mai sentito parlare (poi magari sono io che frequento male).

Addirittura una mia professoressa svedese tenne a specificare durante una lezione di lingua svedese che “la religione cristiana è la più buona del mondo“, e davanti alla reazione divertita degli studenti che pensavano scherzasse (perché i miei compagni ingenui non pensavano di ricevere la predica alla Statale di Milano, e soprattutto da una democratica free svedese che si vantava spesso di essere tale contrapponendosi sempre ai retrogradi italiani), si accese molto, rimarcando questo concetto con forza, perché tragicamente non stava scherzando. In un’università pubblica. Davanti ad un’aula piena di studenti. Ad una lezione di lingua. Poi ecco, parlava della stessa religione che ha promosso le crociate e la Santa Inquisizione.

Tirando le somme, quello svedese mi sembra un modo diverso di viversi la religiosità, un modo in cui la religione non entra nella vita delle persone in maniera prepotente (tipo, che so, avendo uno stato dentro una capitale europea); vi entra però in un modo silenzioso e interiorizzato, all’apparenza, ma che vincola molto più i comportamenti effettivi delle persone e persino gli ambiti pubblici.

Quindi c’è proprio una contraddizione in termini: il cattolicesimo è visto come più severo e oppressivo perché c’è il Papa, ma in realtà è quasi sempre un insieme di ritualità che si può mettere tra parentesi preservando una modalità di vita gaudente e anche libertina; mentre il protestantesimo, che è visto come religione più volta all’individualità e all’autonomia, comporta un rischio di conformismo e di onnipresenza non solo dello sguardo di Dio, ma di tutta una comunità sempre pronta ad alzare il dito (e a infilartelo nel culo).

Ora, prima che un fulmine mi incenerisca il computer e il pavimento si apra per inghiottirmi, vi do la ricetta del caffè all’uovo, che è un argomento meno sensibile.

Andate in pace.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 TAZZE:

  • 1 uovo
  • 1,7 litri d’acqua
  • 75 gr. di caffè
  • 1/2 cucchiaino di noce moscata
  • 3 semi di cardamomo spezzettati

PREPARAZIONE:

Sbattere un uovo in una terrina e mettere da parte il guscio.

Aggiungere mezza tazza d’acqua (circa un decilitro e mezzo), il caffè, il guscio sbriciolato con le mani, la noce moscata e il cardamomo.

Tenere da parte una tazza d’acqua fredda e mettere a bollire la restante acqua.

Quando bolle mettere il caffè con gli altri ingredienti, abbassare la fiamma, e far bollire a fuoco lento per 3 minuti.

Passati i 3 minuti spegnere immediatamente il fuoco e versare velocemente la tazza d’acqua fredda.

Filtrare e versare. Si può servire anche riscaldato.

Caffè all'uovo pronto!

Caffè all’uovo pronto!

Buon appetito!

I.

Ghetti linguistici, sterilizzazioni di massa, xenofobia e… perché no? Kåldolmar.

La ricetta di oggi (i buonissimi kåldolmar) è chiaramente una ricetta dal sapore etnico. Nel senso, appartiene di diritto alla cucina svedese, ma riflette importanti origini ottomane.

Tanto per cominciare, se lo svedesissimo kål sta a significare “cavolo“, dolmar (singolare dolme) è invece una parola di origine turca che indica “ripieno“.

Sono delle polpettine di carne avvolte in una foglia di verza, simili agli involtini greci dove però la foglia è di vite. Si dice che furono introdotti in Svezia perché Carlo II, dopo aver preso gli schiaffi da Pietro il Grande della Madre Russia, andò in esilio in Moldavia, all’epoca controllata dall’Impero Ottomano, poi ritornò in Svezia e si portò dietro qualche ottomanuccio che cucinasse per lui, per cui insomma, si ha ragione di ritenere che i kåldolmar siano presenti stabilmente nella cucina svedese dalla prima metà del ‘700.

Che poi anche la parola dolme ha una storia interessante, visto che, per quanto le sue origini siano turche, è usata in tutta la vasta area un tempo controllata dall’Impero Ottomano, e quindi anche in altre lingue altaiche come l’azero (dolma), in lingue caucasiche come il georgiano (ტოლმა), indoeuropee come il greco (ντολμάς) e il farsi (دلمه), e semitiche come l’arabo (دوُلما).

L’impero Ottomano alla sua massima espansione

Ecco, se non vi siete sfavati dopo la scivolata linguistica che nei miei post è sempre in agguato, continuo con argomenti meno ipnoinducenti.

La commistione linguistica riflette ovviamente una situazione di commistione etnico-culturale, e a seconda di come questa situazione si presenta è possibile trarre delle conclusioni.

In Svezia innanzitutto l’immigrazione è una realtà davvero massiccia.
Ho cercato delle statistiche ma non le ho trovate, anche perché penso che non sia semplicissimo quantificare la realtà della situazione, perché dipende da vari fattori, es. dalla facilità con cui si ottiene la cittadinanza, dai livelli di immigrazione clandestina (piccolo inciso: in Svezia i clandestini non hanno diritto alla sanità, anche se quest’estate è stata avanzata una proposta di legge per curare anche loro, porelli, sia mai che infettino gli altri), da chi poi ritorna in patria, etc.

Comunque, anche se non ho dati alla mano fidatevi, sono tanti.

Bene, gli svedesi si sono sempre pavoneggiati (oddio, riuscite a immaginarlo?!) di essere un grande melting pot in cui i bambini giocano tipo pubblicità dei Ringo, dove i confini sono solo nella nostra mente e siamo tutti figli dell’universo e dobbiamo amalgamarci insieme, etc.

PURTROPPAMENTE, avvenimenti recenti e meno recenti dimostrano che, ecco… non è esattamente così. Forse anche stavolta cari viKi, avete peccato di hýbris e credete il vostro paese leggermente più ganzo di quello che davvero è.

Allora, innanzitutto una cosa di cui non si parla mai è la grande sterilizzazione di massa avvenuta tra il 1945 (sì dai, la scusa del nazismo nel ’45 non ce l’avevate più, rassegnatevi) e il 1975.
1975 vuol dire che i Beatles si erano già sciolti. Rendiamoci conto.

Di questo gli svedesi non parlano volentieri, ma è una cosa abbastanza semplice da spiegare: la sorridente socialdemocrazia sterilizzò 63mila persone in 40 anni (90% donne, che tanto se la ripassano sempre peggio) per garantire uno stato sociale migliore.
Inizialmente venivano sterilizzati ‘solo’ disabili, persone con comportamenti sessuali promiscui e mamme single (sì, questi erano i loro anni ’60), però poi ci si chiese: e perché non i negri? E quindi si iniziò a sterilizzare anche persone di etnia non grata.

E chi vince a mani basse nella storia per averlo preso in culo sempre e comunque? No, non sono gli ebrei, anche se sì insomma, è la prima cosa che viene in mente.
Riflettete ancora e pensate ad un altro ceppo etnico, anch’esso finito massicciamente nei lager, che però non ha giorni della memoria, commemorazioni, film di Spielberg, assolutamente non circondato da un senso comune e interiorizzato di simpatia e difesa (anzi)…
Esatto bravi, i rom.

Tra l’altro l’anno scorso i cristiano-democratici (l’UDC svedese) hanno timidamente proposto di far sterilizzare i transessuali, ma qui andiamo off topic.

Per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti, certo, senz’altro questi sono molto meno nazisticamente sistematici, ma insomma, destano preoccupazione: i quartieri-ghetto per immigrati di Malmö (come il ridente distretto di Rosengård, quello di Ibrahimovic, dove i vigili del fuoco non si muovono senza scorta della polizia) sono diventanti praticamente zona di guerra, il partito Sverigedemokraterna (per la serie: e menomale siete demokraterna, se no erano cazzi acidi), una specie di nazi-fasci-Lega, due anni fa ha ottenuto i seggi in Parlamento ed è in crescita costante…
Insomma, la situazione è tesa anche nel biondomondo.

Una cosa che a me ha particolarmente sconvolto, ritornando alla linguistica, è la presenza di una specie di creolo.
Allora, brevemente, le lingue pidgin sono lingue che derivano da un contatto costante tra parlanti di lingue diverse, soprattutto in seguito alla colonizzazione.
Es. io uomo bianco trascino schiavi da India, Cina e Kenya sull’isola di Tongatapu e a suon di fucilate nei piedi gli chiedo la cortesia di costruirmi una capanna: con un’arma da fuoco appoggiata su una tempia vedrete che inizieranno ben presto a comunicare, creando una lingua mista che abbia come sostrato quella che parlo io, visto che a loro interesserà principalmente compiacere me, più che ciaccolare dei cazzi loro, e in più innumerevoli elementi non solo lessicali, ma anche morfologici e sintattici, delle loro madrelingue, per poter cooperare per il raggiungimento della mia felicità.

Se poi questi parlanti insegneranno questa lingua ai loro figli, da lingua pidgin si passerà a lingua creola, che è come il pidgin ma ha la grande differenza di essere una lingua madre per un parlante.

Ora, in Svezia la situazione è lievemente diversa, ma il meccanismo è sorprendentemente simile.
Questo socioletto (dialetto differenziato in base al gruppo sociale, non al luogo) è un fenomeno linguistico sorto intorno agli anni ’80, definito in vari modi, uno più simpatico dell’altro:

  • Invandrarsvenska = svedese degli immigrati. Che siano cinesi, italiani, egiziani, aborigeni, è irrilevante.
  • Miljonsvenska = dal Programma Milione, programma di alloggi attuato in Svezia tra il 1965 e il 1974 dal Partito Socialdemocratico Svedese, che tra un ferro rovente inserito nella vagina di qualche giovane fanciulla e un altro, volle costruire un milione di nuove abitazioni-casermoni per rinchiuderci gli stranieri.
  • Förortssvenska = svedese dei sobborghi. Perché la gente che puzza mica la mettiamo in centro, che ci rovina l’immagine.
  • Rinkebysvenska = dal nome di Rinkeby, un sobborgo di Stoccolma che conta circa 15.000 abitanti, 89% dei quali immigrati di prima o seconda generazione.
  • Shobresvenska = lo svedese dello “Sho bre!”, in invandrarsvenska “Ciao fratello!”.

La bellissima Rinkeby

Oh, comunque la Norvegia riesce a fare persino di peggio.

Anche lì infatti c’è questo curioso fenomeno, e il nome che viene dato a questa forma linguistica è, udite udite: KEBABNORSK!
Sono immigrati = fanno kebab. E questa definizione la troviamo tranquillamente anche nei libri di scuola, insomma, non è considerata offensiva. Poi ci si meraviglia di un Breivik?

BTW, la cosa agghiacciante è che l’invandrarsvenska non cambia molto tra città e città.
Nel senso, l’invandrarsvenska di Göteborg non è poi così differente da quello di Stoccolma e Malmö.
Certo, ci saranno delle piccole variazioni di accento, ma in generale, pur essendo fatto di termini presi da diverse lingue (in testa arabo, turco, serbo-croato, romaní, ma anche inglese e spagnolo) in contesti di segregazione razziale, perché di questo si tratta, gli immigrati che parlano questo tipo di svedese, che vengano dalla Scania o dalla capitale si capiscono perfettamente.
Ciò porta alla logica conclusione che gli immigrati si spostano molto, ma stanno sempre tra di loro.
E all’altrettanto logica conclusione che non formano gruppi chiusi come può essere una China town o un quartiere marocchino, etc. ma gruppi aperti a patto che siano costituiti da NON svedesi, o anche da svedesi molto poveri e disagiati che vivono in queste periferie, diciamo quella fauna umana che negli Stati Uniti (famosisssssssimi nel mondo per la tolleranza razziale) viene definita white trash, come se fosse un ossimoro. Voglio dire, non ci sarebbe niente di strano se la trash fosse black, neanche lo staremmo a specificare, ma cazzo se è white allora va rimarcato!

Ecco, questo e la mia esperienza personale mi hanno permesso di formulare l’idea che la Svezia NON sia un paese razzista.
Mi spiego meglio: se sei nero, quindi palesemente diverso dal viKi stereotipo, ma parli con l’accento bene di Stoccolma, ti vesti come un cugi e vai nei locali yeah, non vieni discriminato particolarmente. Magari in qualche posto particolarmente di merda da qualche persona con un cervello particolarmente di merda, sì, ma comunque non in modo rappresentativo.

Ma se sei anche biondo e bianco e ti chiami Sven Svensson, ma ti collochi su una linea di diversità, ad esempio parlando l’invandrarsvenska, sei in un mondo a parte. Un mondo che tendenzialmente non si vuole frequentare più di tanto, un mondo di cui non si parla, un mondo che fa paura, o che viene deriso, un mondo che nella storia è stato oggetto di tanti allegri genocidi. Il mondo del “diverso da me”.

E guardate, senza andare tanto lontani, basta essere italiani: a me mi hanno fermato all’aeroporto in modo molto brusco (a Skavsta c’è la stanza della perquisa per scuri, eravamo io e altra gente etnica a svuotare le valigie, i biondi passavano tutti tranquilli), nei luoghi di cazzeggio mi hanno dato della mafiosa reiterate volte, a lavoro mi hanno dato della ladra (N.B. era sparita una penna del valore commerciale prossimo allo zero e si è dato per scontato che la avessi presa io… lo sapete cosa potete farci con le vostre penne?!), mi hanno preso per il culo in ogni modo possibile, anche su cose che non ci combinavano un cazzo, mi hanno detto perfino che la pizza italiana fa schifo, mi hanno fatto piangere, e sentire piccola e sbagliata.

Questa è stata la mia esperienza tra Uppsala, Linköping e Stoccolma; è per quello che io spero sempre in Göteborg. Magari sono stata sfortunata, o sono davvero una stronza e il mondo mi odia, magari somiglio alla sorella carina di Provenzano, chissà.

Una volta perfino un tipo che mi sembra di ricordare che fosse turco, ma insomma comunque un non nativo, mi disse in un pessimo inglese: We are the best, Italians are all bastards. Quindi ecco, lui era decisamente inserito nel mondo viKi, al contrario di me (ecco anche perché i concetti di ‘Unione Europea’ e di ‘extracomunitario’, mi fanno davvero ridere le balle).

Comunque sia, analizzando questi poco piacevoli avvenimenti, mi sono resa conto che in Svezia il problema non è il razzismo, ma la xenofobia: sì, puoi essere nero, te lo concediamo, ma è meglio se non lo fai notare troppo, e ti comporti facendo finta di essere biondo.

INGREDIENTI PER CIRCA 15 DOLMAR (4-5 persone)

Per il risgrynsgröt:

  • 1/2 dl d’acqua
  • 20 gr. di riso Jasmine
  • 5 gr. di burro
  • 50 gr. di latte intero
  • mezzo cucchiaino di cannella

Per gli involtini:

  • 1 cavolo cappuccio bianco piccolo
  • 2 cipolle bianche
  • 20 gr. di burro
  • 150 gr. di macinato di manzo
  • 150 gr. di macinato di maiale
  • 1,5 dl. di latte intero
  • 2 uova
  • un pizzico di pepe nero
  • un pizzico di noce moscata
  • sale q.b.
  • un cucchiaio di zucchero

Per la salsa:

  • 5 cucchiai di zucchero
  • 15 gr. di burro
  • 25 gr. di panna fresca
  • 1 cuore di brodo
  • 2 bicchieri di latte intero
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 1 cucchiaio di farina

Per servire:

  • 12-15 piccole patate
  • marmellata di lingon

PREPARAZIONE

Innanzitutto fare il risgrynsgröt mettendo in un pentolino piccolo con i bordi alti l’acqua, il riso e il burro. Portare a ebollizione e far bollire a fuoco bassissimo per 5 minuti, circa. Poi aggiungere il latte e la cannella e far bollire per altri 20-25 minuti, mescolando spesso e facendo attenzione a non fare attaccare il riso alla pentola.

Far bollire il cavolo in abbondante acqua salata per circa 15 minuti e poi staccare 15 foglie. Farle asciugare bene.

Far soffriggere le cipolle tagliate finissime in circa 10 gr. di burro. In una terrina mescolare il risgrynsgröt, la carne, il latte, le uova, il pepe, la noce moscata e aggiungere le cipolle.

Far scaldare il forno a 225 °C.

Prendere a pugni il composto e fare 15 palline che andranno messe ognuna in una foglia di cavolo. In tutte le ricette pare che per fare gli involtini si debba togliere la parte dura della foglia, arrotolare, e poi magicamente l’involtino viene da sé. Io ho avuto delle difficoltà nel farli carini, per cui insomma, arrangiatevi. Magari aiutatevi con uno stuzzicadenti.

Foderare una teglia di carta da forno bagnata e strizzata e adagiare gli involtini. Sciogliere i restanti 10 gr. di burro in un pentolino piccolo, cospargere gli involtini e spolverarli con lo zucchero.

Far cuocere nel forno per 30-35 minuti.

Quando saranno pronti preparare la salsa: raccogliere il sughetto che si sarà formato in un pentolino, aggiungere lo zucchero, il burro, la panna e il cuore di brodo. Con il fuoco molto basso, far sciogliere il cuore di brodo.

In una tazzina da caffè far sciogliere la fecola con pochissimo latte e aggiungere alla salsa. Aggiungere il resto del latte e il cucchiaio di farina setacciata.

Tenere sul fuoco finché la salsa non si addensa (per farla più densa aggiungete la fecola ricordandovi di scioglierla a parte; per farla meno densa aggiungere latte).

Servire con le patate lesse e l’immancabile marmellata di lingon.

Kåldolmar pronti!

Buon appetito!

I.

Fenomenologia del cugi svedese: moda, inglese e kladdkaka

Bene, per la ricetta di oggi devo necessariamente servirmi di un termine vernacolare… E non perche io me la tiri particolarmente sul fatto di essere figlia del Granducato (tipo i Sud Sound System che, diverso tempo fa, col Salento ci hanno davvero trifolato le palle), ma perché questo è un termine intraducibile.

Al pari di poeticità e di espressività dell’altrettanto intraducibile spleen baudelairiano sta la parola cugi. Cugi è un aggettivo per definire chi segue uno stile fideisticamente, qualsiasi stile esso sia. Anche chi con spirito di intransigente militanza dichiara di non volerne seguirne nessuno è tuttavia un cugi, e qui mi sto addentrando in un ginepraio perché cugi in livornese vuol dire tutto e il contrario di tutto.

Uno tra i mille tipi di cugi

Cugi è un modo di essere, di parlare, di muoversi e di esternare le proprie emozioni. Cugi è portare i jeans con il cavallo alle ginocchia per gli uomini e sbavare sulle borse di Gucci per le donne, cugi è ridere sui sui film di Boldi e De Sica (questo per l’esattezza è cugi & squallido), cugi è chiamarsi Deborah o Maicol (in questo caso la cugezza dei genitori ricade sui figli), cugi è ascoltare Vasco Rossi e Ligabue, cugi è litigare sbracciando in modo scoordinato usando espressioni iperboliche che sostengano dialetticamente la pericolosità reale di una minaccia (“Ti do ‘n caRcio ‘n culo ‘e quando la finisci di gira’ i tu’ vestiti so’ passati di moda”). Cugi è raccontare un avvenimento con la manina a megafono appoggiata all’angolo della bocca, cugi è risciacquarsi la bocca di luoghi comuni usati da chiunque utilizzando un tono solenne di chi sta per annunciare una grande verità, un timbro di voce molto grave, e un marcato accento livornese che cerchi malamente di imitare un penoso italiano standard (“Venezia è bellissima ma ‘un ci vivrei mai”, “Sean Connery è meglio ora di ‘vando era giovane”).

Ma soprattutto, cugi è parlare in inglese a sproposito.

Sì, esattamente come faccio io ogni tanto, ma vedete, il mio non essere cugi sta proprio nel fare cose cugi senza voler per forza assumere una sfacciata cugi attitude (anche nel modo in cui scrivo cugi attitude, notate come io non sia cugi pur essendo esteriormente cugi?).
E’ un po’ come i pois, che possono essere pacchianissimi o elegantissimi solo a seconda di come vengono portati, a seconda se l’indossante, o il cugizzante nel nostro caso, possieda quello che comunemente è noto come charme. D’altronde charmant(e)s si nasce, ed io modestamente lo nacqui.

Volete vedere un artifizio retorico di commistione tra significante e significato, così, per puro divertissement? Ecco: koojie, o koojy, stanno per cugi ma sono scritti in modo cugi. Bellino, vero?

Ma sto divagando…

Tornando a noi, perché tutto questo pippone su un termine livornese?
Ecco, perché gli svedesi sono tendenzialmente un popolo di cugi, e io non avevo altre parole per farvelo capire.

Bene, i modi in cui gli svedesi palesano tutta la loro cugezza sono virtualmente infiniti (così come i modi in cui lo fanno i livornesi, state tranquilli), però in particolare due aspetti del cugi wannabe svedese risaltano agli occhi: 1) i vestiti 2) l’uso dell’inglese.

Per quanto riguarda i vestiti, tendenzialmente gli svedesi si vestono puliti e carini, senza accostamenti assurdi o cose che dimostrano che si sono vestiti alla cazzo. O meglio, è più esatto dire che anche quando vanno vestiti in modo assurdo e improbabile (sì sì sì, anche nel caso del calzino-ciabatta), non è mai frutto del caso, loro ci hanno pensato, e questo in un certo senso aggrava la loro posizione.

Ma al di là dell’aspetto qualitativo, che ora vi spiego meglio, se vi piccate di guardarvi intorno e focalizzare la vostra attenzione solo ed esclusivamente sui vestiti della gente, dopo 4 o 5 ore a Stoccolma vi farà male la testa. Eppure insomma, avete trovato tante cose che vi piacciono e che volete comprare anche voi, e allora cos’è che non vi torna?
Sono vestiti TUTTI CAZZO UGUALI.

Niente, non c’è versi, a seconda dell’anno e delle collezioni gli svedesi cambiano in massa i loro outfit (con ritmi più brevi per le donne).

Classico esempio di viKi-Lei: notare stronzo in testa, sciarpona, giubbottino di pelle corto e cosce fasciate

Dal punto di vista della moda femminile: il primo anno che bazzicavo la Svezia erano le camicie a quadri lunghe con leggins neri sotto e ballerine a dominare, poi iniziarono le gonne a vita alta portate sopra la maglietta, poi i vestitini stretti sotto il seno tipo tutù, poi i leggins tipo di pelle, poi le magliette con le spallone rigonfie alla “momenti più neri degli anni ’80”, poi i giubbottini di pelle corti con sciarpa tutta vaporosa annodata in un modo che non ho mai capito, e poi l’orrido leopardato (che sembrava che la Svezia fosse stata invasa da uno stuolo di maîtresses). MUST: cosce fasciatissime (anche se hai le gambe simili a quelle di un mammut ibernato, è uguale, prima regola della Svezia: seguire la moda anche se quell’anno va qualcosa che ti sta di merda -vedi le sagre di culi cellulitici durante l’estate 2009 quando mi resi tragicamente conto che andavano gli shorts, che schifo amisci-). ACCONCIATURA: cipollotti fatti tirando tantissimo i capelli in cima al cranio, pettinatura che ho ribattezzato “stronzo in testa”, anche se sfortunatamente tale denominazione non ha preso piede nei saloni più fashion.

Classico esempio di viKi-Lui: notare ciuffosessuale, scollo a V su pettino di pollo, maglione larghettino, pantalone germa troppo corto alla caviglia

Dal punto di vista della moda maschile invece non ho notato grandi cambiamenti nel tempo, solo qualcuno, perché me ne importava poco, e poi perché da questo punto di vista gli uomini di ogni nazionalità dimostrano di avere più cervello delle donne (ribadisco: da QUESTO punto di vista), ma comunque le costanti sono: jeans attillati stretti alle caviglie meglio se Cheap Monday (con marca bene in vista, perché l’importante è essere cugi), Converse All Star rigorosamente sempre anche con neve alta 47 m., camicie strette a quadrettini piccoli molto accollate in stile british, cardigan o maglie con scolli improbabili a V che aprono una vista panoramica su petti bianchicci e implumi e, a tratti, nei momenti di festa, papillon (ve lo avevo già detto così en passant qui del papillon, ma non posso fare a meno di stupirmi, scusate). MUST: le camicie devono essere strette e accollate, le maglie al contrario larghe e mostrare il pettorale (anche qui vale il discorso di cui sopra: se avete il fisico di Piero Fassino, andate lo stesso petto-in-fuori-pancia-in-dentro incontro alla sorte). ACCONCIATURA: ciuffi strani tra emo e metrosexual con possibilmente tanto tanto gel. Ah, l’anno scorso c’è stata un’esplosione di basette, ma non so dirvi se siano ancora in o meno.

Oooooh, finalmente chiuso il discorso moda, dal momento che non me ne frega un sontuoso cazzo.

Molto più divertente è il discorso sull’inglese.
Usare frasi a caso in inglese è, diciamolo, una cugi-tendenza che sta dilagando ovunque in Europa, per il motivo che tutti conosciamo, ovvero il dominio del modello americano (eeeh, ma verranno i cinesi a levarvi le ruzze, e chissà come sarà divertente infilare parole cinesi random in una conversazione, non vedo l’ora che i miei nipoti lo facciano).

In Svezia però il fenomeno ha del parossisistico e una conversazione può svolgersi così (le parti in svedese saranno sostituite da parti in italiano per rendere la conversazione di comprensione immediata):
Due viKiamiche. Viki-x si avvicina a viki-y.
Viki-x: “Hi lady! Come stai?”
Viki-y: “Bene sweetie, tu? Ma hai litigato con Viki-z o what’s the deal?”
Viki-x: “Sì, ci ho litigato perché è una fucking bitch
Viki-y: “Keep your head high, è solo colpa sua. Oh shit! Sono in ritardo, scappo!”
Viki-x: “Call you later Viki-y. Ciao!”

Cosa mi manda ai matti è lo shit. Allora, non è mia intenzione stracciarvi le balle con questioni di linguistica, per quanto sia una cosa che mi garberebbe assai, ma due paroline sullo shit devo dirvele.

L’imprecazione è la parte del discorso meno controllabile, quella che se state per 15 anni a Londra o a Berlino continuate a pronunciare “MERDA”, perché magari avete chiuso la portiera della macchina lasciandoci un dito dentro, perché avete rovesciato il caffè sul divano bianco appena comprato, o perché vi siete dimenticati di avere un appuntamento con Jude Law che vi ha aspettato nudo in vasca da bagno, poi si è rotto e se n’è andato… ehm… vabbè sto fantasticando un po’ troppo, il punto è: non si impreca mai in un’altra lingua, perché non è naturale, perché viene dalla pancia, perché non si programma l’inserimento di un “cazzo” in una frase, sale in bocca e basta. E’ più o meno come contare velocemente a memoria, chi di voi lo fa spontaneamente in un’altra lingua? Io credo nessuno.
Da ciò ne deriva che nell’ordine dei prestiti linguistici, l’imprecazione tendenzialmente non si trova.

Gli svedesi infatti, che sono dei gran furboni, usano lo shit quando l’imprecazione ha il minor grado di naturalezza possibile.
E io questa cosa la so perché sullo shit mi ci sono incaponita, e li ho studiati come fanno gli etologi che dietro un albero osservano gli scimpanzé che si spulciano e prendono appunti (gli etologi prendono appunti, non gli scimpanzé).
E ho notato che: se uno svedese cade di testa in una buca per strada, difficilmente userà shit, se tagliando il pane si pota un mignolo, difficilmente userà shit, etc. Userà fan magari, o se è davvero incazzato e/o avvilito il volgarissimo fitta, ma di sicuro mai l’inglese, perché, nonostante siano viKi, hanno comunque anche loro reazioni spontanee.
Ma se uno svedese comunica di essere in ritardo, o commenta un episodio spiacevole di qualcun altro, o informa di aver dimenticato qualcosa, o ad ogni modo esprime al mondo esterno una consapevolezza che è sorta in lui in un momento precedente alla volontà di trasporre questa consapevolezza dall’ordine emotivo interiore all’ordine verbale esteriore, bene, in quel caso usa shit.

E perché lo fa?

Perché lo svedese è internamente, atavicamente, profondamente cugi! E quindi, caro il mio viKi, se vuoi che te la dica in un cugi-modo che mi faccia sentire parte della vostra cugi-cerchia: you can kiss my linguistic ass, perché la mia ricerca sperimentale dimostra scientificamente la tua cugezza.

E, per venire alla ricetta di oggi, il fatto che i dolci svedesi siano praticamente la stessa zuppa dei dolci americani (carrot cake, cheesecake, cinnamon rolls, pancakes, etc.), per quanto ciò sia probabilmente dovuto al fatto che gli svedesi sono emigrati in massa negli Stati Uniti (e quindi l’origine sia tutta viKi), mi fa inevitabilmente pensare ai cugi.

La torta di oggi, infatti, la kladdkaka (letteralmente “torta appiccicosa“) può essere descritta come una torta al cioccolato con un libidinoso cuore tutto appiccicoso (per l’appunto), la cui perfetta traduzione cugi potrebbe essere senza ombra di dubbio brownie.

Anyway, it’s fucking good.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PORZIONI:

  • 100 gr. di burro
  • 2 uova
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 5 cucchiai abbondanti di cacao amaro
  • 200 gr. di farina
  • 500 ml di panna fresca
  • 150 gr. di marmellata di frutti di bosco

PREPARAZIONE:

Scaldare il forno a 175 °C.

Sciogliere il burro in un pentolino. Mentre il burro raffredda separare i tuorli dagli albumi e montare gli albumi a neve insieme allo zucchero.

A parte mescolare i tuorli, la vanillina, il cacao con un mixer alla velocità più bassa e aggiungere la farina setacciata. Aggiungere il burro e poi, delicatamente, gli albumi montati.

Mescolare delicatamente fino ad ottenere un impasto liscio e abbastanza liquido e versare in una tortiera rotonda di circa 20 cm di diametro imburrata e infarinata.

Cuocere per circa 30 minuti nel centro del forno. Per una torta ancora più appiccicosa ridurre il tempo di cottura di 5 minuti.

Quando la torta è pronta lasciare raffreddare e servire con panna fresca montata e marmellata di frutti di bosco.

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Kladdkaka pronta!

Buon appetito!

I.

Faccio l’accento svedese? Errori di pronuncia, culto del sole e vaniljsås…

Mia mamma mi ha detto diverse volte (perché è anziana e ripete le cose in loop) di una pubblicità, che passavano nella sua epoca antidiluviana, di un viKingone biondo nudo dentro una tinozza su uno sfondo bucolico che diceva la seguente frase: “Mai proFata la primaFera in ScanTinaFia? PROFA!“.

Ora, non so cosa esattamente pubblicizzasse, forse turismo sessuale, però mi ha colpito il fatto che l’accento riprodotto fosse tendenzialmente tedesco… Come il discorso di insediamento di Razzinghe’, il ‘”Zemplice umile laForatore nella Figna di Zignore”.

Ho notato che l’accento svedese ha sempre attirato questo misunderstanding, ovvero l’idea che la lingua svedese fosse più o meno come il crucchese. Arrivano puntuali, sono alti e biondi e rispondono “Ja” per dire sì, stessa roba.

Niente di più sbagliato.

L’accento svedese è diverso. E’ musicale, dolce, piacevole a sentirsi. Con questo non voglio dire che l’accento tedesco non lo sia…

Anzi, sì cazzo, voglio dire proprio questo! Il tedesco non è musicale per niente. E’ bello, è pulito, è nitido e scandito, ma dai, solo Mozart ha potuto rendere il tedesco armonioso. Dopo di lui non ce l’ha fatta nessun altro, forse solo Nena con 99 Luftballons e la mia ex coinquilina bavarese Lina, la ragazza più dolce del pianeta.

Comunque sia, ascoltando le recenti pubblicità radiofoniche dell’IKEA ho notato che l’accento usato è sorprendentemente svedesissimo, stoccolmese per l’esattezza, ovvero pieno di r mosce e di iiiiii strettissime, snob quant’altri mai.

Questo vuol dire che la conoscenza dell’italiano medio verso la lingua svedese ha comunque subito un upgrade. Insomma, dai tempi di Fantozzi che faceva l’accento svedese ne è passata di alce sotto i ponti.

Comunque, a parte l’accento e il biondo nudo nella tinozza, la primaFera in ScanTinaFia è davvero bella, forse il periodo migliore per andare in Svezia, perché è tutto pieno di fiori, i prati sono verdi, ed è bellissimo vedere l’entusiasmo dei viKi che appena vengono colpiti dai deboli fotonucci di un nordico sole d’aprile non capiscono più un cazzo.

E’ come se ci fosse ancora il culto egizio del Sole: si denudano, vanno a giro con dei pantaloncini improbabili, ignorando la cellulite provocata dai chili di burro che ingurgitano e il buon gusto, e si mettono a prendere il sole così, in piedi, seduti, sdraiati, dove capita, come i rettili. Sono adorabili. E poi tornano a casa con il naso rossissimo e non si capisce se è perché sono sbronzi (opzione molto probabile) o se si sono bruciati per 10 minuti di sole pur avendo usato la cremina a protezione 97, che teneri.

Kungsträdgården, parchetto nel centro di Stoccolma dove i viKi sono soliti fare i girasoli

La primavera nordica è bella anche per tutti i dolci che comporta… E per la frutta di stagione, anche se comunque, essendo una nazione che tendenzialmente importa frutta, per ovvie ragioni climatiche, la frutta primaverile la trovate più o meno sempre, non solo a primavera.

E che cosa c’è di più bello che rendere le cose salubri immondamente grasse? Voglio dire, se Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso per una pidocchiosissima mela è perché avevano intuito le potenzialità di quell’insulso frutto. Quale divinità sana di mente si incazzerebbe così tanto per una mela? Doveva esserci qualcosa sotto.

E comunque, se proprio dobbiamo spaccare il capello in quattro e affrontare un dibattito teologico, se il padre eterno non avesse voluto che i due umani toccassero il frutto proibito, poteva anche fare a meno di dire loro: “Toccate tutto tranne questo”. Nel senso, in un posto dove c’è TUTTO, dove stai da dio (giustappunto) e non soffri mai, cosa te ne frega di rovinarti la vita per una mela? Certo è che se ti dicono che puoi fare tutto tranne quella cosa minimale, parliamoci chiaro, non ti viene subito la voglia di fare proprio quello? Si chiama sfidare i limiti intellettuali che ti vengono imposti, domandandosi un banale: “E se invece lo facessi lo stesso?”, chiunque di voi sia mai stato adolescente mi capirà.

Quanto vi piacerebbe averlo per non dover leggere tutta la ricetta, vero? Ma in Italia non si trova, peccato…

Ma a parte i miei prolissi quanto inutili incisi, converrete con me che la vaniglia sulla mela è la morte sua, o no?

Bene, e a questo proposito viene la ricetta di oggi, la vaniljsås (salsa di vaniglia). Una salsa dolce e buonissima che si può versare a litrate su ogni cosa.

Curiosità: in Svezia si trova già pronta, come tutto, del resto, e si chiama Marsán, marchio registrato della ditta Ekströms, fondata a Örebro nel 1848. Bello vero? Quando in tutta l’Europa imperversavano i moti rivoluzionari, in Svezia si pensava a sbafare dolci

BTW, a parte le suddette mele (e tutto ciò che ne consegue: strudel, mele cotte con la cannella, torta di mele, muffin alle mele, etc.), secondo me la vaniljsås sta bene sul gelato alla frutta, sull’ananas, sulle fragole, sulla macedonia, sulla torta della nonna, sulle crostate di frutta e su altri milioni di cose… Lo diceva anche Shakespeare: “Ci sono più dolci in cielo e in terra, Orazio, di quanti ne sogni la tua filosofia“.

INGREDIENTI PER 1/2 LITRO DI SALSA:

  • 1 uovo
  • 35 gr. di zucchero a velo
  • 2 cucchiaini di fecola di patate
  • 3oo ml. di latte intero
  • 1 bacca di vaniglia
  • 300 ml. di panna fresca da montare
  • 1 cucchiaio di zucchero

PREPARAZIONE:

Rompere un uovo in un pentolino e aggiungere lo zucchero a velo. Sbattere l’uovo e lo zucchero con una forchetta e quando non ci sono più grumi aggiungere la fecola di patate e il latte.

Tagliare nel senso della lunghezza la bacca di vaniglia, raccogliere i semini con un cucchiaino e metterli nel pentolino. Mettere anche la bacca e portare a ebollizione a fuoco medio-basso.

Quando la salsa inizia a rapprendersi abbassare il fuoco e mescolare continuamente per evitare che si attacchi sul fondo. Quando inizia a fare le bolle spengere il fuoco e far raffreddare. Togliere la bacca intera.

A parte, montare la panna con lo zucchero.

Quando la crema è a temperatura ambiente aggiungere la panna montata e mescolare delicatamente.

Con questa ricetta la salsa viene discretamente densa, per diluirla aggiungere latte a piacere.

Vaniljsås pronta!

Buon appetito,

I.