Did you think I’d crumble? Did you think I’d rabarberpaj? Oh no, not I, I will survive! Lagom e rabarbaro.

No invece “Oh yeah, I”, ma mi piaceva che rabarberpaj ci stesse così bene in metrica, e poi il gioco di parole con crumble, insomma… No è vero che se spieghi le battute o le rovini o significa che non erano divertenti già da prima (come questa), ma tant’è, non avevo pensato a titoli migliori.

Ariecchime con mesi di ritardo, as usual. Sono incostante. Sempre stata. Vi rivogo sempre le solite scuse, ma la verità è che sono incostante.

Però torno con il botto, perché ho fatto la rabarberpaj, che non avevo mai neanche assaggiato, figuriamoci cucinato, e oh, è BONA! Forse ho ecceduto con la cannella e sapeva solo di cannella, ma se voi evitate di farvi prendere dall’entusiasmo e ce ne mettete meno penso rimarrete piacevolmente stupiti da questo dessert.

Innanzitutto da quando sono emigrata in Sverige ho scoperto diverse cose, tra cui che il rabarbaro è una pianta. Scegliete pure il vostro commento a questo fact of the day:
a) Nooo ma dai, è una pianta?
b) Grazie al cazzo, mi ci volevi te

Oh, io non lo sapevo e non me ne vergogno. Έτσι, δεν γνωρίζω.

Rabarbaro

Rabarbaro

L’unica cosa più vicina al rabarbaro che avevo mai avuto il dispiacere di assaggiare da piccolissima erano delle caramelle che piacevano tanto a mio babbo ma che secondo me sapevano di cerume, e quindi non mi ero poi più interessata alla faccenda.

Comunque sia, è una pianta erbacea perenne, di cui si mangia il picciolone rosso. Fate conto di avere un sedanone rosso. Quello è il rabarbaro.
Pare abbia proprietà digestive e purificanti. Si possono mangiare anche le foglie come succedaneo degli spinaci (non è una bellissima parola, “succedaneo”?) ma l’uso è fortemente sconsigliato (da Wikipedia, almeno, da dove proviene la mia scienza) perché pare contengano un casino di acido ossalico che fa venire cose simpatiche come irritazioni intestinali e calcoli renali (e qui si torna al mio odio per le cugiate del “naturale fa bene”, al centro di buona parte dei miei folli sproloqui).

Il dolce è un crumble, che in svedese si dice smulpaj, ovvero, per voi digiuni di Masterchef, una base di frutta cosparsa con un impasto friabile che durante la cottura diventa croccante mentre il sotto resta morbidoso e marmellatoso (per soddisfare la vostra curiosità sull’argomento “cose svedesi uguali a cose americane ma con nomi viKinghi invece che anglosassoni”, leggete qui).

È un dolce molto buono, se non altro perché è dolce.
Mi spiego meglio: la cioccolata sa di cioccolata, le fragole sanno di fragole, e via dicendo con altre tautologie. Se vi dessi un pezzo di kläddkaka riconoscereste la cioccolata, se ve ne dessi uno di jordgubbstårta riconoscereste le fragole, etc.

Bene, il rabarbaro secondo me non sa di un cazzo.

Con questo non voglio parlar male del mio dolce, eh, che è venuto buonissimo, ma ecco, si sentiva lo zucchero, il burro, cannella, la vaniglia della vaniljsås con cui ho cosparso il dolce, etc. Ma il sapore del rabarbaro, se proprio dovessi descriverlo, dé… non l’ho capito molto bene.

Non stucchevole, ovviamente non salato… direi lagom.

E voi direte, e che minchia è lagom?
È IL concetto svedese. Talmente intrinsecamente legato alla cultura viKi che mi meraviglio di non avervene ancora parlato, probabilmente perché io sono la persona meno lagom del pianeta.

Lui non sta bevendo lagom

Lui non sta bevendo lagom

Etimologie popolari vedono in lagom una contrazione da laget om, originariamente “intorno al gruppo”: i Vichinghi (quelli originali, infatti lo scrivo senza la K) si sedevano in cerchio e bevevano idromele da un pittoresco cornino, lagom era la quantità giusta da bere per non fare le bestie (lo si sa, come ci tenevano all’etichetta i Vichinghi, nessuno mai).
In realtà, fidatevi della linguista, l’etimologia deriva da un arcaico dativo plurale della parola lag, “legge”, traducibile con “secondo la legge [comune]”.

Si può tradurre in italiano con “abbastanza“, “medio”, “sufficiente”, “equilibrato” e corrispettivi avverbi. Né troppo né troppo poco, quindi.

Ma troppo o troppo poco di cosa?

Di tutto.

È un concetto filosofico difficilmente traducibile in italiano. ‘Morigeratezza’ dà più l’idea di qualcosa di morale, ‘appropriatezza’ dipende da un contesto, ‘conformità’ rientra anche nel lagom ma è in realtà un altro concetto.

È la misura ottimale. Di ogni cosa.

È la porzione che ti fai al buffet per non fare la figura del porcello, è il modo in cui racconti ad un amico di un tuo successo lavorativo in modo da non apparire tronfio, è la cottura della bistecca che chiedi al tuo amico che sta cucinando, è il modo in cui esulti quando vedi una partita accanto a qualcuno che tifa per l’altra squadra, il modo in cui giochi a calcetto con gli altri anche se pensi che tutte le tue azioni sarebbero maradonesche.
Non si ostenta, non si enfatizza.

Ecco, è il godersi le cose ma con una trave nel culo, per come lo definirei io.

Tempo fa vidi un video di una portoghese emigrata in Svezia che raccontava una scena che l’aveva sconvolta.
Supermercato. Madre con bimbo di circa 6-7 anni. La madre chiede al bimbo di prenderle le cipolle, e il bimbo chiede “quante?”. La madre risponde “lagom” e il viKinfante corre sorridente con la bionda chioma a prendere le cipolle.
LO SA.
Sa quante sono lagom cipolle, lo sa, ce lo ha nel corredo genetico.
La ragazza portoghese si chiede nel video: ma non dovrebbe dipendere da cosa devi cucinare? Quante cazzo sono lagom cipolle? 2,3,10, 20? Ditemelo! Credo che ci abbia perso il sonno su questo.

Dal parrucchiere immagino sia tutto più semplice. Io non ci sono mai andata dal parrucchiere in Svezia, perché una piega costa come una tiara di diamanti, ma immaginatevi come deve essere facile: non più scene come “vorrei una spuntatina leggera qui dietro, però magari davanti me li fai scalati, e poi me li sfiletti un po’ sulle lunghezze, sai tipo Rachel di Friends? Ecco, però un pochino più corti con un ciuffetto laterale sai tipo quella cantante di quel gruppo, dai come si chiamano? Dai quelli della canzone che fa la la la la la, capito?”, che poi comunque esci, ti specchi nel finestrino della prima macchina che vedi e ti sembra di essere Malgioglio.

“Lagom è meglio”

No, qui mi immagino che entri, ti siedi, il parrucchiere ti dice: “come volere taglien?” e te “lagom“. Tiè, pulita. Gli dai il tuo bravo milione di euro e sono tutti contenti.

Però lagom è essenzialmente il concetto che in medio stat virtus.

C’era una barzelletta che io e le mie eleganti amichette ci raccontavamo da piccole: una signora entra al ristorante e dice “vorrei un bicchiere d’acqua, né troppo calda, né troppo fredda, ma SMUACK al punto giusto, poi un piatto di pasta né troppo cotta, né troppo al dente ma SMUACK al punto giusto, e poi una fettina di carne, né troppo al sangue, né troppo cotta, ma SMUACK al punto giusto”; il cameriere allora le risponde “senta signora, lei m’ha fatto du’ palle così, né troppo mosce, né troppo dure ma SMUACK al punto giusto“.

Questa amena facezia, che ci concedeva alla tenera età di 6 anni il lusso di pronunciare la parola “palle” (dimostrandovi tra l’altro che non sono cresciuta tra l’alta nobiltà), riassume però in un certo senso lo spirito italiano per le cose SMUACK al punto giusto.

Gli italiani non sono lagom. Non ci pensano nemmeno.

Anzi, anche solo a livello nazionale noi italiani siamo sicuramente all’opposto, almeno per come funziona il nostro paese: si muore per una tonsillite da qualche parte, si viene operati con le tecniche migliori (e gratis) da un’altra; ci si compra una laurea in un’università da una parte, e si studia nella scuola migliore da un’altra. E guardate che non sto facendo il facile (e non veritiero) gioco dei Nordici e Sudici che ultimamente va un casino (anche qui, abbiamo Salvini ma anche Gino Strada), perché di pozze di sfacelo e ignoranza nella ridente Padania ce ne sono a bizzeffe.

Ma noi italiani non abbiamo uno standard, le oasi felici sono a macchia di leopardo, se caschi bene caschi benissimo, se caschi male, ciaone.
In Svezia non hanno una media luccicante tanto come vorrebbero far credere al mondo, ma più dell’Italia sì.

La Svezia è pallosamente lagom.

Non mi fraintendete, secondo me la società ideale è quella senza nessuna prevaricazione, e una società in cui io arraffo di più e te rimani a becco asciutto non mi piacerebbe per niente. Va da sé, non mi piacerebbe neanche una società in cui è il mio becco a rimanere asciutto, per cui una ripartizione salomonica è, secondo il mio umile parere, ontologicamente sinonimo di giustizia.

Però, a parte che ecco, da parte di un paese che ha un cazzo di re con una cazzo di corona e un cazzo di scettro, il concetto di lagom mi sembra quantomeno divertente, e poi secondo me questo concetto in Svezia rischia di creare mostri.

È un po’ lo stesso discorso dell’appiattimento delle differenze di cui vi ho parlato tempo fa a proposito dell’ideologia del gender.
Ottima cosa l’uguaglianza, le pari opportunità, etc. ma creare bambole e bamboli senza wulwe né piselli se no i bambini e le bambine pensano che oVVoVe, siamo diversi, ecco, no. Qui si esagera. No Merchandising. Editorial Use Only. No Book Cover Usage. Mandatory Credit: Photo by Moviestore Collection / Rex Features (1555426a) Antz Film and Television

L’auspicarsi una popolazione fatta di individui simili, dove menti brillanti cercano di non dare troppo nell’occhio, dove si aspira al livellamento, è malato, e fascista, e pericoloso.

Se non credete a me guardate Z la formica, in quel cartone c’è più verità di quanta ne troviate da gente che si crede di sinistra ma ha in realtà il cervello pieno de mmmerda.

Beh, in realtà io vivo a Malmö, e qui, vi dico la verità, l’ideologia del lagom non è assolutamente così evidente.
Qui è pieno di immigrati, creativi, folli, bianchi, gialli, neri, e anche fascisti, nazisti, etc.
Ma via, benvengano i nazisti se sopportare loro mi porta anche ad una società variegata, non omologata, imperfetta ma brulicante: “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva il Presidente Mao.

INGREDIENTI PER CIRCA 6 PERSONE:

  • 3 sedanoni di rabarbaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 1,5 cucchiai di fecola di patate
  • 1 cucchiaino raso di cannella
  • 200 gr. di burro
  • 240 gr. di farina
  • 40 gr. di fiocchi d’avena
  • vaniljsås
  • lamponi e foglioline di menta per guarnire

PREPARAZIONE: Accendere il forno a 200°C e togliere il burro dal frigorifero. Tagliare il rabarbaro in pezzetti di circa mezzo centimetro di spessore e mettere i pezzetti in una teglia di circa 25 cm di diametro. Spolverare con 100 gr. di zucchero, fecola e cannella. In una terrina mescolare burro, farina, il resto dello zucchero e i fiocchi d’avena. Mischiare con le mani fino ad ottenere un impasto brignoccoloso con cui cospargerete la teglia dove avete messo il rabarbaro. Cuocere a metà forno per circa 25-30 minuti, fino a quando la ricopertura avrà un bel colore dorato. Servire cospargendo di vaniljsås e guarnire con qualche lampone e qualche fogliolina di menta.

Rabarberpaj pronta! - Ph. Gianluca La Bruna

Rabarberpaj pronta! – Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito! I.

Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

♫ Malmö è mille culure, Malmö è mille paure ♫: la skånsk äppelkaka

Prima o poi sarei tornata.

La Svezia è come quando ti prude la mano che ti hanno amputato anni prima. E ora ho nostalgia di Svezia.

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Sono scomparsa dalle polpette per una serie di ragioni, più importante tra tutte quella che mi sono trasferita a Malmö per un’estate. Doveva essere la svolta della mia vita lavorativa ma non lo è stata.

In compenso è stata una svolta per miliardi di altri motivi: ho iniziato a capire lo skånese, ho conosciuto un sacco di persone splendide, ho fatto un bellissimo viaggio on-the-road in Norvegia, mi sono sentita a casa e lontanissima da casa nello stesso istante, ho avvistato un cucciolo di alce con babbo alce e mamma alce, sono stata vittima di mobbing, ho avuto amici svedesi, croati, costaricani, siriani, greci, mauriziani, americani e perfino pisani, sono entrata in dipendenza da Breaking Bad, mi sono innamorata, ho avuto un viKimolestatore telefonico, ho ascoltato tantissima musica nuova, ho scoperto di non aver bisogno di cose di cui pensavo di aver bisogno, mi sono sentita davvero felice e serena.

Il lavoro non l’ho trovato, vuoi per il momento sfavorevole (mi sono trasferita a giugno), vuoi perché il mio svedese quando sono andata era molto più scarso di quando sono tornata, poi il contratto d’affitto è scaduto; e per farla breve io sono tornata con le pive in valigia a Livorno.

Il fatto che mi trovassi in Svezia in effetti non ha un diretto nesso logico con il fatto che abbia completamente ignorato il blog fino a questo momento, ma come avete letto sono stata molto molto molto impegnata.

Ammetto che quando sono tornata in Italia ho gridato un “SUCAAAA” mentale a Malmö, alla Svezia, ai biondi e ai pallini sulle a, ma anche questo fa parte dell’epifania da cui sono stata colpita, perché ora invece mi manca. Ora il Belpa mi ha stancata, vedo un’Italia in crisi nera, un paese in pieno Medioevo economico e culturale, una mentalità con cui continuerò a scontrarmi per l’eternità (e certo vivere in una città gretta, ignorante e mediocre non aiuta).

Ho avuto avventure e disavventure a Malmö, quindi sono stata contenta di tornare pensando alle disavventure, e ora sono nostalgica perché penso più che altro alle avventure, lo riconosco. Le cose stanno sempre nel mezzo.home

Però cercando di astrarre lo sguardo riesco a capire che il punto è sostanzialmente che ormai quello è come se fosse una specie di altro mondo che ho imparato a conoscere negli anni, ad amare, a odiare, a tollerare, comunque sia è mio.

La Svezia per me è l’Italia alla fine. Certo, io nel mio intimo penso in italiano, mangio in italiano (e menomale), mi incazzo in italiano, e rido in italiano. Però so come si pensa in svedese, come si mangia, come ci si incazza e come si ride. Non è un approccio che nel mio processo cognitivo attivo mi riesce naturale, no, ma mi risulta familiare, questo sì.

Perché io, è vero, sono fondamentalmente un’inquieta, ma poi alla fine penso anche che non sentirsi a casa da nessuna parte è come sentirsi a casa dappertutto, in un certo senso.

Insomma, mi sono sorpresa a riflettere su cosa sia “casa”. E credo che casa sia il posto dove quasi osmoticamente ti confondi nei comportamenti degli altri, non ti stupisci quasi per niente, né nel bene né nel male, capisci il mondo che ti circonda, lo ami a tratti e ancora più spesso lo detesti.

Nessuno a Malmö poteva supporre che io non fossi svedese, tranne forse per i capelli scuri, ma potevo essere di seconda generazione. Non ho scritto “turista terrona” in fronte, non porto marsupi obsoleti che gli italiani in viaggio risfoderano da bauli anni ’80, non cerco di far passare 10 kg in più di bagaglio all’aeroporto e non fumo dove è vietato fumare.

Tutti mi hanno sempre parlato subito in svedese, mai in inglese. È solo dopo che sanno che sono un’outsider che fanno gli stronzi.

"Nazionalista?" "Ma certo che sì!"

“Nazionalista?” “Ma certo che sì!”

Perché sì, diciamocelo, gli svedesi hanno tante qualità, ma in media sono delle grandi facce di merda, nazionalisti, saccenti, paternalisti, senza contatto con la realtà, servi di un regno fasullo senza neanche rendersene conto. Ostentatamente ingenui ai limiti del bischero, perché forzati a pensare che essere sospettosi nel loro mondo non serva.

Invece serve. Nel loro mondo come nel mio, e questo perché, checché se ne dica e ci si raccontino cazzate, di mondo uno ce n’è. E uno soltanto.

Ovviamente parlo della media degli svedesi, non tutti e non sempre si comportano in questo modo, ma nei grandi numeri è così, e comunque sia questi lati emergono anche in persone adorabili e intelligenti, quindi è una questione culturale.

Quando ero una ragazzina ebbi anche io la fase di idolatria del Nord Europa, ed ero convinta di cose che sparavo a caso senza conoscere, cose che avevo sentito dire e ripetevo per dare aria ai denti, cose che si sono rivelate dei buchi nell’acqua: la libertà sessuale, la religione non invadente, la cordialità. Se ci penso ora mi viene da ridere, sono forse i tre flop più mastodontici su cui mi sono imbattuta nel regno di Svezia.

E mi sono arrabbiata da morire con la Svezia per aver deluso così tanto le mie adolescenziali aspettative. È subentrato un odio acuto per aver constatato che erano sessualmente bigotti, religiosamente rompicoglioni e palpabilmente xenofobi.

Poi un giorno che ero in treno e ho sentito la vocetta che mi annunciava la nästa station ho avuto una rivelazione.

Io in un certo senso appartengo anche a quel posto, io e la Svezia ci conosciamo da tanto, e bene. Ci siamo reciprocamente presentate i nostri lati migliori e i nostri lati peggiori.

Ho creduto che col tempo avrei imparato ad apprezzare, o almeno ad ignorare, il lato odioso della Svezia, ma la verità è che non lo farò mai. Così come non riuscirò mai a non odiare il casino italiano, l’incapacità di pensare agli altri, di metterci d’accordo perfino quando stiamo collassando economicamente, politicamente e moralmente, l’andare oltre le regole “perché mi va”, “perché sono più furbo”.keepcalmitaly

E l’ho sempre saputo, e sempre lo saprò, che dietro le università diroccate e fatiscenti del paese dove sono nata vengono formati gli studenti migliori d’Europa, che al primo anno di triennale hanno frequentato un corso che in Svezia nemmeno gli Emeriti riescono a seguire, visto che al dottorato in matematica fanno ancora le tabelline.

Però questi studenti eccelsi dall’Italia se ne vanno, e se ne vengono in Svezia, dove se non paghi le tasse non giri in motoscafo con un troione che ha 40 anni meno di te, ma vai in galera. E non in una galera sovraffollata, malata e cupa, ma in una galera dove non sarai libero, ma sei pur sempre un cazzo di essere umano.

Uscito dalla galera in Svezia poi ti mancheranno persone genuine e ospitali, che ridono quando non c’è niente da ridere, e non perché sono stupide, ma forse perché lo sono troppo poco, a patto che si possa essere troppo poco stupidi a questo mondo; troverai persone talmente politically correct che escludono più categorie di quante apparentemente ne includano.

Ti mancheranno persone che ti vogliano far sentire a casa, uno/a di loro, che imbraccino una chitarra in un ristorante per cantare tutti insieme mentre gli spaghetti al dente fumano ancora sul tavolo.

Ma non si vive solo di schitarrate, si vive anche di treni di pendolari puliti e puntuali, di piste ciclabili, di file alle poste veloci e sorridenti, di burocrazie facili e snelle, di salari dignitosi. Si vive di un sacco di cose, a pensarci bene…

E insomma, meditando su tutto questo ho capito che casa è un posto dove ti senti talmente te stesso che riesci a raggiungere vette di odio e vette di amore che non avresti mai pensato di poter raggiungere. Chi è che ti fa più incazzare al mondo, infatti? I tuoi, di solito.

E soprattutto casa è il posto per cui provi una nostalgia incredibile, che neanche lo sapevi, ma che ti arriva come una secchiata d’acqua in faccia non appena senti dei suoni che dopo molta fatica hanno finalmente un significato.

E quindi sì, alla fine questa Svezia del cazzo è casa.

Quindi poi, tornando al vero scopo di un foodblog, io la ricetta di oggi la dedico a Malmö proponendovi la skånsk äpplekaka, una torta di mele particolarmente sbriciolosa, che come dice il nome proviene dal Sud della Svezia.

Ma visto che questo post è talmente smelencio che mi si stanno cariando i denti, sento il bisogno irrefrenabile di aggiungere qualcosa sulla scia del “siamo tutti figli dell’universo”, “amalgamiamoci tutti insieme” e “siamo tutti fratelli”…

Pisa merda.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 100 gr. di pangrattato normale
  • 100 gr. di pangrattato integrale (meglio sarebbe di segale)
  • 50 gr. di granella di mandorle
  • 400 gr. di purea di mela
  • 50 gr. di zucchero di canna
  • 90 gr. di burro
  • 4 mele
  • un cucchiaio raso di cannella in polvere
  • un cucchiaino di cardamomo in polvere
  • vaniljsås

PREPARAZIONE:

Ungere una teglia (di circa 20 cm di diametro) e preriscaldare il forno a 200 °C. Mettere da parte circa 10 gr. di burro che serviranno alla fine.

Sciogliere il burro in un pentolino. Spegnere il fuoco, aggiungere il pangrattato, 2 cucchiaini di zucchero, la cannella, il cardamomo, la granella di mandorle e mescolare bene.

Sbucciare le mele e tagliarle a fettine abbastanza sottili.

Nella teglia mettere metà del pangrattato dorato nel burro, metà della purea di mela e metà delle mele tagliate.

Fare un ulteriore strato di pangrattato/purea/mele e spolverare l’ultimo strato con lo zucchero rimasto e qualche fiocchetto di burro.

Cuocere per circa 30 minuti e servire con abbondante vaniljsås calda.

Buon appetito!

I.

La jordgubbstårta e il posto delle fragole iperuraniche

Mi ero ripromessa di aspettare un po’ a cucinare un altro dolce. Giuro.

So che le mie ricette sono sbilanciate, e che magari avrei dovuto fare qualche bevanda o qualche salsa per riequilibrare un po’ la situazione, ma vedete, io ho una convinzione… Fare i dolci è un esercizio filosofico per affinare la nostra capacità di cogliere l’essenza spirituale del Cosmo.

Avete presente Platone e la teoria delle Idee? Ecco, secondo me nell’Iperuranio esistono milioni di dolci perfetti e immutabili, compiuti in se stessi, incorruttibili e in armonia col tutto. E poi invece, nel mondo terreno, ci sono i dolci reali, quelli incarnati in calorie e cristalli di zucchero, che cercano di imitare i dolci ideali ma hanno sempre qualcosa che non va (troppo cotti, troppo poco cotti, troppo dolci, troppo poco dolci, troppo duri, etc.). E attenzione, questo discorso vale solo per i dolci… gli altri piatti possono essere buoni anche nelle loro varianti più o meno casuali. I dolci no. Dei dolci esiste sempre una e una sola variante chimerica assolutamente perfetta.

Gli uomini poi, che conservano dentro se stessi il ricordo del Grande Padre Dolce del mondo delle Idee, provano a creare dolci che riescano ad essere perfetti come lui, senza però riuscirci mai. L’essere umano è stupido, e sa che sarà impossibile creare un dolce che abbia il sapore e l’aspetto di quello che corrisponde alla sua Idea, eppure, nonostante sia a conoscenza della sua limitatezza, ci prova ugualmente, per quell’animo tutto umano che ti spinge a fare stronzate quando sai benissimo che sono stronzate.

Bene, oltre a ciò, all’interno del genere umano c’è un essere ancora più stupido (ehm… io) che si rifiuta di pensare che creare un dolce iperuranico sia impossibile. Anzi, questa gentile pulzella è addirittura convinta che un giorno ci riuscirà. Che creerà un dolce soprasensibile che si discosti dalla sua monca e deludente entità fenomenica. E quindi inforna e sforna a manetta, perché ci si diverte un casino e perché quando le girano le balle vorticosamente, niente la rilassa di più che impastare, imburrare, infornare e respirare l’aria zuccherosa e calda, gonfia di pensieri piacevoli e di dolci aspettative.

Credo di avere perfino sfiorato il successo una volta nella vita (recentemente, oltretutto), ma non era un dolce svedese, era un upgrade della Sachertorte (sì, è possibile aggiornare perfino lei al giorno d’oggi), quindi chevvoodicoaffà?

E insomma, zero voglia di fare delle stupide salse, che mi impazziscono e poi non so dove metterle perché a me le salse mi stanno sul cazzo. Vi beccate il dolce e state zitti.

Oltretutto vi propongo anche una torta che fa la sua porca figura, la jordgubbstårta, ovvero “torta di fragole“.

Ecco, ma facciamo tipo la ghigliottina di Carlo Conti, no? Io vi do due paroline e voi mi trovate una terza parolina che racchiuda per associazione mentale il senso delle altre due, ok? Fragole e Svezia… Svezia e fragole…

Esatto, Bergman e Il posto delle fragole.

Come succede per la maggior parte dei film e dei libri per gente-di-un-certo-livello, Il posto delle fragole ha una trama abbastanza semplice: vecchio va in macchina a ritirare premio.
E questo perché l’importante non è l’intreccio, ma le seghe mentali che corredano l’intreccio, e lo potete fare davvero per tutti i classiconi. E’ tra l’altro un divertente esercizio per affinare le vostre capacità di sintesi.
Per i libri: Delitto e castigo, Dostoevskij, uomo ammazza due vecchie, poi gli dispiace; Madame Bovary, Flaubert, moglie fa corna a marito perché intrippata sugli Harmony, Furore, Steinbeck, famiglia povera dell’Oklahoma va in California per cercare lavoro, etc.
Oppure per i film: Il Monello, Chaplin, bimbo abbandonato mette la gente nei casini; Umberto D, De Sica (De Sica quello buono eh, non quello cattivo), uomo non riesce a pagare affitto e in più ha cagnolino che complica le cose; Amici miei, Monicelli, quattro amici fanno i cazzoni a giro, etc.

Insomma vedete? Eppure vi ho comunque preso dei capolavori.

Bene, anche a Bergman interessa come dire le cose, più che cosa dire, che poi in ogni linguaggio artistico, secondo me, il come e il cosa sono la stessa faccenda, ma vabbè.
Ad ogni modo se escludete Il Settimo Sigillo, dove un omino gioca a scacchi con la morte (e quindi basterebbe già solo l’intreccio a definire il film ‘geniale’, anche se la conversazione tra i due fosse basata su discorsi-Facebook tipo “in Spagna protestano e noi in Italia a comprare l’i-Phone”), noterete come Bergman da un intreccio base tiri fuori meditazioni estreme, problemi esistenziali, scontri con il passato, rielaborazioni di vita, e tutte queste cose pese che vi lasciano con quella strana voglia che aveva la Rettore…

…no animali, non la voglia del cobra, quella della lametta.

Quindi, immaginatevi il viaggio del vecchietto ne Il Posto delle Fragole, soprattutto quando decide di far salire tre giuovinciuelli a bordo della sua macchina, che lo mettono prepotentemente a confronto con la sua passata giovinezza, che non c’è più, non tornerà più, basta, finito (e qui, appunto, intanto uno si prepara un bel nodetto scorsoietto che non si sa mai, può sempre servire).

In macchina c’è anche la nuora con cui lui ha un bellissimo rapporto ma che non se la ripassa benissimo col marito (ovvero il figlio del professore), poi a un certo punto c’è una coppia pallosa che litiga e che viene buttata fuori dalla macchina, insomma, umanità varia ed eventuale che compone, assieme ai ricordi di affetti passati e amori sbiaditi, un mosaico di vita che stimola il professore alla riflessione esistenziale.
E però insomma, caro prof. Isak Borg, tu ci potevi anche pensare prima, no? Dal momento che hai 350 anni ormai con i bilanci ti ci puoi anche pulire il chiulo.

Bo, forse è questa quella che chiamano ‘la saggezza della vecchiaia‘… ripensare alle cazzate fatte da giovani, sapere come risolverle e come comportarsi facendo sì che non siano cazzate, ma non poter più farci nulla proprio in quanto vecchi.
Se sei giovane fai cazzate perché sei giovane, se sei vecchio sai come non fare cazzate ma non fai più una sega perché sei vecchio.

Mi sto deprimendo, torniamo alle fragole.

Fragoline & Fragolone

Ecco, perché il film si chiama Il posto delle fragole?
Dunque, innanzitutto c’è un misunderstanding nella traduzione, perché il titolo vero e proprio letterale sarebbe Il posto delle fragoline di bosco (Smultronstället = smultron “fragoline di bosco” + stället = “luogo”).
Però convenite con me che avrebbe perso davvero di poeticità, sarebbe stato un po’ come avere, che so, Il tempo delle Granny Smith o La piressia ondulante del sabato sera: noi siamo il paese di Leopardi, dell’indeterminatezza, della poetica dell’indefinito e del nebuloso. A noi il tecnicismo, il linguaggio sintetico, il lessico univoco e preciso, ci stanno sul cazzo, va bene?!

E comunque “smultronstället”, oltre a essere il posto dove la cugina andava a raccogliere le fragoline (e che il professore ricorda perché insomma, “non c’è cosa più divina…”), in svedese è espressione idiomatica per indicare un momento del passato a cui si guarda volentieri per poterlo rivivere con il pensiero, una specie di rifugio mentale.

Insomma, niente a che vedere con le nostre jordgubbar, banalmente “fragole”.
In svedese moderno letteralmente sarebbero i “vecchietti di terra” (jord = “terra”; gubbe “vecchietto”), però è un’etimologia anacronistica, perché la parola risale al primo ‘800, quando gubbe significava “zolla”… Non so perché le abbiano definite “zolle di terra” le fragole,  davvero, non ne ho idea.

Comunque questa torta sarebbe sostanzialmente una gräddtårta (“torta di panna”) nella sua variante notevolmente più famosa, che prevede le fragole. Potete però sostituire le fragole e la marmellata di fragole con altri frutti di bosco, o anche fare accostamenti un po’ più azzardati tipo… bo, ananas, kiwi, non lo so, sperimentate. Anche con le pesche deve essere buona.

Importante: vi serve la vaniljsås per questa ricetta, quindi pensateci prima quando fate la spesa. Dimezzate la ricetta della vaniljsås che vi ho dato io usando comunque un uovo (più densa è e meglio è). Anzi no, ci ho ripensato, vi sfido a usare mezzo uovo, voglio proprio vedere come fate.

E così, giusto per concludere, vi butto lì due cosette solo per mostrarvi che io la cultura la so: il professore de Il posto delle fragole è magistralmente interpretato da Victor Sjöström, attore e regista, padre del cinema svedese, maestro dello stesso Bergman, che in gioventù aveva diretto tra le altre cose Il carretto fantasma, un film muto degli anni ’20 bellissimo, fatto con delle tecniche strainnovative per l’epoca, e tratto da un libro di Selma Lagerlöf. Bellissimo anche il libro.

INGREDIENTI PER 8 PERSONE:

Per la base della torta:

  • 4 uova
  • 150 gr. di zucchero
  • 60 gr. di farina
  • 70 gr. di fecola di patate
  • 1 bustina di lievito in polvere

Per il primo ripieno (oh yes, ne ha due):

Per il secondo ripieno:

  • 1 dl. di panna fresca
  • 100 gr. di marmellata di fragole
  • 250 gr. di fragole tagliate a pezzettini

Per guarnire:

  • 3 dl. di panna fresca
  • circa una decina di fragole
  • due manciate di gocce di cioccolato bianco

PREPARAZIONE:

Far riscaldare il forno a 175 °C.

Imburrare e infarinare una tortiera di circa 26 cm. di diametro.

Sbattere le uova con lo zucchero e aggiungere poi farina, fecola e lievito. Mescolare finché l’impasto non sarà omogeneo e infornare nella parte bassa del forno.

Far cuocere per circa 40 minuti.

Togliere la torta dal forno e farla raffreddare sotto un canovaccio.

Tagliare la torta in tre strati, facendo i due tagli di modo che le parti siano più o meno grandi uguali (vi conviene tagliare tutto intorno con un coltello ben affilato e poi quando i bordi sono tagliati, tagliare via il centro).

Cospargere lo strato più basso di vaniljsås.

Appoggiate il secondo strato sulla torta e cospargetelo di marmellata di fragole. Passate i pezzettini di fragola nel mixer e aggiungete anche quelli, e poi anche la panna ben montata.

Aggiungere l’ultimo strato cospargendo di panna l’intera torta, lati compresi.

Tagliare via la parte verde alle fragole, tagliarle a metà e guarnire la torta come preferite. Cospargere poi di gocce di cioccolato bianco.

La torta è strapiù buona se la servite dopo 5/6 ore di frigorifero.

Jordgubbstårta pronta!

Buon appetito!

I.

Faccio l’accento svedese? Errori di pronuncia, culto del sole e vaniljsås…

Mia mamma mi ha detto diverse volte (perché è anziana e ripete le cose in loop) di una pubblicità, che passavano nella sua epoca antidiluviana, di un viKingone biondo nudo dentro una tinozza su uno sfondo bucolico che diceva la seguente frase: “Mai proFata la primaFera in ScanTinaFia? PROFA!“.

Ora, non so cosa esattamente pubblicizzasse, forse turismo sessuale, però mi ha colpito il fatto che l’accento riprodotto fosse tendenzialmente tedesco… Come il discorso di insediamento di Razzinghe’, il ‘”Zemplice umile laForatore nella Figna di Zignore”.

Ho notato che l’accento svedese ha sempre attirato questo misunderstanding, ovvero l’idea che la lingua svedese fosse più o meno come il crucchese. Arrivano puntuali, sono alti e biondi e rispondono “Ja” per dire sì, stessa roba.

Niente di più sbagliato.

L’accento svedese è diverso. E’ musicale, dolce, piacevole a sentirsi. Con questo non voglio dire che l’accento tedesco non lo sia…

Anzi, sì cazzo, voglio dire proprio questo! Il tedesco non è musicale per niente. E’ bello, è pulito, è nitido e scandito, ma dai, solo Mozart ha potuto rendere il tedesco armonioso. Dopo di lui non ce l’ha fatta nessun altro, forse solo Nena con 99 Luftballons e la mia ex coinquilina bavarese Lina, la ragazza più dolce del pianeta.

Comunque sia, ascoltando le recenti pubblicità radiofoniche dell’IKEA ho notato che l’accento usato è sorprendentemente svedesissimo, stoccolmese per l’esattezza, ovvero pieno di r mosce e di iiiiii strettissime, snob quant’altri mai.

Questo vuol dire che la conoscenza dell’italiano medio verso la lingua svedese ha comunque subito un upgrade. Insomma, dai tempi di Fantozzi che faceva l’accento svedese ne è passata di alce sotto i ponti.

Comunque, a parte l’accento e il biondo nudo nella tinozza, la primaFera in ScanTinaFia è davvero bella, forse il periodo migliore per andare in Svezia, perché è tutto pieno di fiori, i prati sono verdi, ed è bellissimo vedere l’entusiasmo dei viKi che appena vengono colpiti dai deboli fotonucci di un nordico sole d’aprile non capiscono più un cazzo.

E’ come se ci fosse ancora il culto egizio del Sole: si denudano, vanno a giro con dei pantaloncini improbabili, ignorando la cellulite provocata dai chili di burro che ingurgitano e il buon gusto, e si mettono a prendere il sole così, in piedi, seduti, sdraiati, dove capita, come i rettili. Sono adorabili. E poi tornano a casa con il naso rossissimo e non si capisce se è perché sono sbronzi (opzione molto probabile) o se si sono bruciati per 10 minuti di sole pur avendo usato la cremina a protezione 97, che teneri.

Kungsträdgården, parchetto nel centro di Stoccolma dove i viKi sono soliti fare i girasoli

La primavera nordica è bella anche per tutti i dolci che comporta… E per la frutta di stagione, anche se comunque, essendo una nazione che tendenzialmente importa frutta, per ovvie ragioni climatiche, la frutta primaverile la trovate più o meno sempre, non solo a primavera.

E che cosa c’è di più bello che rendere le cose salubri immondamente grasse? Voglio dire, se Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso per una pidocchiosissima mela è perché avevano intuito le potenzialità di quell’insulso frutto. Quale divinità sana di mente si incazzerebbe così tanto per una mela? Doveva esserci qualcosa sotto.

E comunque, se proprio dobbiamo spaccare il capello in quattro e affrontare un dibattito teologico, se il padre eterno non avesse voluto che i due umani toccassero il frutto proibito, poteva anche fare a meno di dire loro: “Toccate tutto tranne questo”. Nel senso, in un posto dove c’è TUTTO, dove stai da dio (giustappunto) e non soffri mai, cosa te ne frega di rovinarti la vita per una mela? Certo è che se ti dicono che puoi fare tutto tranne quella cosa minimale, parliamoci chiaro, non ti viene subito la voglia di fare proprio quello? Si chiama sfidare i limiti intellettuali che ti vengono imposti, domandandosi un banale: “E se invece lo facessi lo stesso?”, chiunque di voi sia mai stato adolescente mi capirà.

Quanto vi piacerebbe averlo per non dover leggere tutta la ricetta, vero? Ma in Italia non si trova, peccato…

Ma a parte i miei prolissi quanto inutili incisi, converrete con me che la vaniglia sulla mela è la morte sua, o no?

Bene, e a questo proposito viene la ricetta di oggi, la vaniljsås (salsa di vaniglia). Una salsa dolce e buonissima che si può versare a litrate su ogni cosa.

Curiosità: in Svezia si trova già pronta, come tutto, del resto, e si chiama Marsán, marchio registrato della ditta Ekströms, fondata a Örebro nel 1848. Bello vero? Quando in tutta l’Europa imperversavano i moti rivoluzionari, in Svezia si pensava a sbafare dolci

BTW, a parte le suddette mele (e tutto ciò che ne consegue: strudel, mele cotte con la cannella, torta di mele, muffin alle mele, etc.), secondo me la vaniljsås sta bene sul gelato alla frutta, sull’ananas, sulle fragole, sulla macedonia, sulla torta della nonna, sulle crostate di frutta e su altri milioni di cose… Lo diceva anche Shakespeare: “Ci sono più dolci in cielo e in terra, Orazio, di quanti ne sogni la tua filosofia“.

INGREDIENTI PER 1/2 LITRO DI SALSA:

  • 1 uovo
  • 35 gr. di zucchero a velo
  • 2 cucchiaini di fecola di patate
  • 3oo ml. di latte intero
  • 1 bacca di vaniglia
  • 300 ml. di panna fresca da montare
  • 1 cucchiaio di zucchero

PREPARAZIONE:

Rompere un uovo in un pentolino e aggiungere lo zucchero a velo. Sbattere l’uovo e lo zucchero con una forchetta e quando non ci sono più grumi aggiungere la fecola di patate e il latte.

Tagliare nel senso della lunghezza la bacca di vaniglia, raccogliere i semini con un cucchiaino e metterli nel pentolino. Mettere anche la bacca e portare a ebollizione a fuoco medio-basso.

Quando la salsa inizia a rapprendersi abbassare il fuoco e mescolare continuamente per evitare che si attacchi sul fondo. Quando inizia a fare le bolle spengere il fuoco e far raffreddare. Togliere la bacca intera.

A parte, montare la panna con lo zucchero.

Quando la crema è a temperatura ambiente aggiungere la panna montata e mescolare delicatamente.

Con questa ricetta la salsa viene discretamente densa, per diluirla aggiungere latte a piacere.

Vaniljsås pronta!

Buon appetito,

I.