Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

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Våfflor, copimismo e religioni del cazzo

piastra

La mia bellissima piastra

Non c’è stato niente da fare, ho deciso di fare un altro dolce. Sono sotto tesi e in carenza d’affetto, in Toscana piove as usual, fa freddo e quindi i maglioni nascondono il fatto che io sia grassa, e in più ho comprato una fantastica piastra per waffel, che mi implorava di essere immediatamente usata non appena avessi barbaramente distrutto l’imballaggio.

E chi sono io per dire no ad una piastra per waffel? Nessuno, quindi famo ‘sti waffel.

In Svezia i waffel si chiamano våfflor.

E comunque vedo su Wikipedia che in Italia sono conosciuti anche come gaufre, che sono ‘parenti prossimi’ dei pancake, e della stessa famiglia di crêpe, canestrelli, tegole dolci (che non so cosa cazzo siano), e se seccati si trasformano in wafer e coni gelato.

Non avevo idea che ci fosse una classificazione linneana dei biscotti a cialda. Si impara sempre qualcosa.

In Svezia ad ogni modo i våfflor hanno la tipica forma a 5 cuoricini uniti in modo da sembrare un fiorellone, che è peraltro la forma della mia piastra nuova di zecca, perché io se devo fare le cose le faccio per bene, cribbio.

E’ dal 1600 che nelle case svedesi si cucinano i våfflor, e siccome ve l’ho sempre detto che gli svedesi sono pedanti, ogni variante dei våfflor in svedese non si limita a chiamarsi “variante di våffla“, ma ha uno stupido nome. Io ora non sono una grandissima esperta di våfflor, per cui non vi sto a ammorbare con le differenze tra varianti e rispettivi nomi anche perché non lo so, però fidatevi che è così.

Ma anche un’altra cosa tipicamente viKi è strettamente legata ai våfflor: il fatto che il calendario svedese preveda un cazzo di giorno del våffla, il Våffeldagen, che è il 25 marzo.

C’è un giorno per tutto in Svezia. Un po’ come la leggenda metropolitana sulla Svizzera, che se lavi la macchina un giorno che non sia il sabato subisci un ostracismo sociale, perché il “giorno di lavamento macchina” è il sabato. Cose che noi terroni non riusciamo a concepire neanche con uno sforzo psichico sovrumano.

Sì lo so, stavolta sono stata puntuale, nonostante normalmente vi posti le ricette di Natale a febbraio o cose così, ma tanto voi capitate su questo blog solo perché cercate i “culi di maiale svedesi” (per approfondimenti sulle vostre ricerche, vedi qui), quindi spero che mi perdonerete.

By the way, il 25 marzo si mangiano i våfflor per festeggiare l’Annunciazione, ovvero il momento in cui l’arcangelo Gabriele è andato da Maria a dirgli “Cara, ti devo parlare. Puntini di sospensione”. Prima volta in cui il discorsetto viene fatto da un uomo a una donna (sì ok, gli angeli non hanno sesso, ma questo si chiama Gabriele). Che sì, insomma, ciò ha anche senso, perché poi Gesoo è nato il 25 dicembre, quindi la Vergine in stato interessante 9 mesi di gestazione se li è fatti. Cosa che invece non torna se si festeggia l’Immacolata Concezione l’8 dicembre, per cui la Madonna dovrebbe aver avuto una gravidanza o di 17 giorni (roba che nemmeno gli orsetti russi) o di 382 (ovvero più di un anno di dolori articolari, nausee, pesantezza e astensione da alcol&cicchini, essendo oltretutto vergine… inculata maxima).

Ma poi invece pare che l’8 dicembre si festeggi qualcos’altro, in realtà, qualcosa sul peccato originale di Maria che non mi ricordo e non ho voglia di cercare. Anche perché, ecco, ce ne frega qualcosa? No, bene.

Comunque, alla fine delle fatte fini, quel giorno i viKi mangiano våfflor, bella per loro.

Potete cucinarli anche senza l’apposita piastra, e li fate tipo crêpe, però la cosa bella di avere una piastra per våfflor è che vengono tutti bellini uguali che sembrano fatti con il CTRL+C; CTRL+V.

E agli svedesi il copia e incolla piace parecchio, tanto che hanno una religione che celebra proprio questo.

No, non ho bevuto, dico davvero.

Allora, dovete sapere che in Svezia le confessioni religiose hanno cospicui sgravi fiscali (tipo l’esenzione IMU de’ noantri), e ciò a parere mio, ed evidentemente non solo mio, non è per niente giustino.

No, perché se io sono una cazzo di organizzazione atea ma promuovo cose ganze tipo, che so, ripetizioni gratuite a ragazzini che vanno male a scuola, corsi di cucito a ex galeotti, lezioni di shàolínquán a vecchiette aggressive, etc. non risparmio il becco d’un quattrino, in compenso se ululo al cielo che un’entità invisibile ma che permea l’universo risolverà tutti i miei problemi se porgo l’altra chiappa, ho aiuti economici.

Isak Gerson

Isak Gerson

Allora uno studente di filosofia molto gggiovane e astuto, tale Isak Gerson, ha voluto creare una nuova religione per avere anche lui un alleggerimento delle tasse. Non che non lo avesse anche prima, essendo tesoriere anche del Movimento degli Studenti Cristiani di Svezia (sì, esiste davvero), ma evidentemente ne voleva un po’ di più.

Per cui si è inventato un nuovo credo, e lo ha chiamato kopimism, in italiano “copimismo” (dall’inglese copy-me). Evidentemente il buon Isak doveva essere un nerdone di quelli seri, insomma: tesoriere degli studenti cristiani, particolarmente cesso e particolarmente genialoide = la sua vita sociale doveva limitarsi alle pippe su internet, e infatti proprio dall’informatica (no, non dalle pippe) ha preso ispirazione.

La religione copimista infatti si propone di diffondere ogni tipo di informazione per via telematica, si oppone al copyright in ogni sua forma e incoraggia ogni tipo di pirateria su ogni tipo di medium.

Inizialmente le richieste del movimento di essere riconosciuto come comunità religiosa furono rigettate diverse volte da persone dotate di buon senso. Però spesso il buon senso e la legge sono due cose diverse. E alla fine hanno dovuto riconoscerlo.

Anche perché alla fine, se riesci a sfruttare la legge per fare liberamente i cazzi tuoi, vuol dire che è la legge il problema più grande, perché è fatta col chiulo. Condono docet.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Poi oltre ai soldi c’è anche la questione sottile della “protezione delle comunità religiose” in Svezia, e farsi riconoscere come religione per questa ghenga di tangheri che si definiscono “copimisti” vorrebbe dire anche ottenere una sorta di protettorato continuando a esercitare (e molto probabilmente lucrare su) la pirateria.

Che poi alla fine a me la pirateria mi sta anche simpatica in linea di massima, però è un po’ come il discorso Megavideo, no? Io diffondo materiale soggetto a copyright, però te lo rovino un pochino, e se te lo vuoi tutto per benino mi paghi… ecco, che differenza c’è allora tra te e una mayor? Voglio dire, se ci lucri sopra mi stai sul cazzo, perché dietro a espressioni pompose di “libertà dell’informazione”, “intelligenza collettiva”, “patrimoni intellettuali universali” si nasconde in fondo in fondo, uno stronzone come gli altri.

Poi ci mancherebbe, magari i copimisti sono solo una banda di gonzi, ma io sono dell’idea che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci s’azzecca, quindi diffido.

Per essere definiti comunità religiosa i copimisti si sono dovuti inventare simboli, liturgie e credo, e quindi i loro principi sono: “Copio dunque sono”, “Copiare è cosa buona e giusta”, “L’informazione è sacra e la copiatura è il suo sacramento”. Il credo da pronunciare è: “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti”. I simboli sacri sono CTRL+C e CTRL+V.

No ma gente, non sto esagerando stavolta, eh. E’ davvero così.

Matrimonio copimista: notare la maschera del 'prete', il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Matrimonio copimista: notare la maschera del prete, il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Il 28 aprile dell’anno scorso a Belgrado si è celebrato il primo matrimonio della Chiesa missionaria del Copimismo (che a questo punto vuol dire che è sbarcato anche in Serbia, a dimostrazione del fatto che l’erba più fertile sono le stronzate apocalittiche).

Che poi è il discorso che facevamo l’altra volta sulla Chiesa anglicana, no? Io capisco che uno ci prova a inventarsi una religione per fare i cavoli suoi, nel caso di Enrico VIII divorziare, per esempio, ma è la gente che ci crede che mi sdubbia.

Sì ecco, come si fa a meravigliarci di come ideologie pericolose e folli prendano piede nel mondo, se c’è anche solo un gruppetto che crede in cose come il copimismo?

Bah, comunque, lasciando perdere i malati mentali, i våfflor sono buonissimi, e io sono molto orgogliosa della mia nuova piastra.

E del mio ateismo.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 VÅFFLOR:

  • 125 gr. di burro
  • 270 gr. di farina
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 100 ml di latte intero
  • 500 ml di panna fresca
  • 2 uova
  • 2 dl di acqua fredda di frigorifero
  • 20 cucchiaiate abbondanti di lamponi e marmellata di lamponi (o fragole, o mirtilli, o frutti di bosco, o more)
  • frutti di bosco vari a piacere

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro e farlo raffreddare. Mischiare farina, lievito, zucchero e vanillina in una terrina e aggiungere il latte e 1 dl di panna (il resto andrà poi montato per farcire i våfflor).

Sbattere brevemente le uova e aggiungerle al composto. Aggiungere il burro.

Aggiungere lentamente l’acqua fredda e mischiare.

Coprire e lasciare riposare per una ventina di minuti.

Riscaldare la piastra per våfflor, o una per crêpes, o una padella antiaderente, imburrarla e versare una mestolatina di impasto. Far dorare.

Montare la panna rimasta e versare su ogni våffla un paio di cucchiaiate di panna, un paio di marmellata, e cospargere di lamponi (o le bacche che avete usato).

Våfflor pronti!

Våfflor pronti!

Buon appetito!

I.

Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.

Fenomenologia del cugi svedese: moda, inglese e kladdkaka

Bene, per la ricetta di oggi devo necessariamente servirmi di un termine vernacolare… E non perche io me la tiri particolarmente sul fatto di essere figlia del Granducato (tipo i Sud Sound System che, diverso tempo fa, col Salento ci hanno davvero trifolato le palle), ma perché questo è un termine intraducibile.

Al pari di poeticità e di espressività dell’altrettanto intraducibile spleen baudelairiano sta la parola cugi. Cugi è un aggettivo per definire chi segue uno stile fideisticamente, qualsiasi stile esso sia. Anche chi con spirito di intransigente militanza dichiara di non volerne seguirne nessuno è tuttavia un cugi, e qui mi sto addentrando in un ginepraio perché cugi in livornese vuol dire tutto e il contrario di tutto.

Uno tra i mille tipi di cugi

Cugi è un modo di essere, di parlare, di muoversi e di esternare le proprie emozioni. Cugi è portare i jeans con il cavallo alle ginocchia per gli uomini e sbavare sulle borse di Gucci per le donne, cugi è ridere sui sui film di Boldi e De Sica (questo per l’esattezza è cugi & squallido), cugi è chiamarsi Deborah o Maicol (in questo caso la cugezza dei genitori ricade sui figli), cugi è ascoltare Vasco Rossi e Ligabue, cugi è litigare sbracciando in modo scoordinato usando espressioni iperboliche che sostengano dialetticamente la pericolosità reale di una minaccia (“Ti do ‘n caRcio ‘n culo ‘e quando la finisci di gira’ i tu’ vestiti so’ passati di moda”). Cugi è raccontare un avvenimento con la manina a megafono appoggiata all’angolo della bocca, cugi è risciacquarsi la bocca di luoghi comuni usati da chiunque utilizzando un tono solenne di chi sta per annunciare una grande verità, un timbro di voce molto grave, e un marcato accento livornese che cerchi malamente di imitare un penoso italiano standard (“Venezia è bellissima ma ‘un ci vivrei mai”, “Sean Connery è meglio ora di ‘vando era giovane”).

Ma soprattutto, cugi è parlare in inglese a sproposito.

Sì, esattamente come faccio io ogni tanto, ma vedete, il mio non essere cugi sta proprio nel fare cose cugi senza voler per forza assumere una sfacciata cugi attitude (anche nel modo in cui scrivo cugi attitude, notate come io non sia cugi pur essendo esteriormente cugi?).
E’ un po’ come i pois, che possono essere pacchianissimi o elegantissimi solo a seconda di come vengono portati, a seconda se l’indossante, o il cugizzante nel nostro caso, possieda quello che comunemente è noto come charme. D’altronde charmant(e)s si nasce, ed io modestamente lo nacqui.

Volete vedere un artifizio retorico di commistione tra significante e significato, così, per puro divertissement? Ecco: koojie, o koojy, stanno per cugi ma sono scritti in modo cugi. Bellino, vero?

Ma sto divagando…

Tornando a noi, perché tutto questo pippone su un termine livornese?
Ecco, perché gli svedesi sono tendenzialmente un popolo di cugi, e io non avevo altre parole per farvelo capire.

Bene, i modi in cui gli svedesi palesano tutta la loro cugezza sono virtualmente infiniti (così come i modi in cui lo fanno i livornesi, state tranquilli), però in particolare due aspetti del cugi wannabe svedese risaltano agli occhi: 1) i vestiti 2) l’uso dell’inglese.

Per quanto riguarda i vestiti, tendenzialmente gli svedesi si vestono puliti e carini, senza accostamenti assurdi o cose che dimostrano che si sono vestiti alla cazzo. O meglio, è più esatto dire che anche quando vanno vestiti in modo assurdo e improbabile (sì sì sì, anche nel caso del calzino-ciabatta), non è mai frutto del caso, loro ci hanno pensato, e questo in un certo senso aggrava la loro posizione.

Ma al di là dell’aspetto qualitativo, che ora vi spiego meglio, se vi piccate di guardarvi intorno e focalizzare la vostra attenzione solo ed esclusivamente sui vestiti della gente, dopo 4 o 5 ore a Stoccolma vi farà male la testa. Eppure insomma, avete trovato tante cose che vi piacciono e che volete comprare anche voi, e allora cos’è che non vi torna?
Sono vestiti TUTTI CAZZO UGUALI.

Niente, non c’è versi, a seconda dell’anno e delle collezioni gli svedesi cambiano in massa i loro outfit (con ritmi più brevi per le donne).

Classico esempio di viKi-Lei: notare stronzo in testa, sciarpona, giubbottino di pelle corto e cosce fasciate

Dal punto di vista della moda femminile: il primo anno che bazzicavo la Svezia erano le camicie a quadri lunghe con leggins neri sotto e ballerine a dominare, poi iniziarono le gonne a vita alta portate sopra la maglietta, poi i vestitini stretti sotto il seno tipo tutù, poi i leggins tipo di pelle, poi le magliette con le spallone rigonfie alla “momenti più neri degli anni ’80”, poi i giubbottini di pelle corti con sciarpa tutta vaporosa annodata in un modo che non ho mai capito, e poi l’orrido leopardato (che sembrava che la Svezia fosse stata invasa da uno stuolo di maîtresses). MUST: cosce fasciatissime (anche se hai le gambe simili a quelle di un mammut ibernato, è uguale, prima regola della Svezia: seguire la moda anche se quell’anno va qualcosa che ti sta di merda -vedi le sagre di culi cellulitici durante l’estate 2009 quando mi resi tragicamente conto che andavano gli shorts, che schifo amisci-). ACCONCIATURA: cipollotti fatti tirando tantissimo i capelli in cima al cranio, pettinatura che ho ribattezzato “stronzo in testa”, anche se sfortunatamente tale denominazione non ha preso piede nei saloni più fashion.

Classico esempio di viKi-Lui: notare ciuffosessuale, scollo a V su pettino di pollo, maglione larghettino, pantalone germa troppo corto alla caviglia

Dal punto di vista della moda maschile invece non ho notato grandi cambiamenti nel tempo, solo qualcuno, perché me ne importava poco, e poi perché da questo punto di vista gli uomini di ogni nazionalità dimostrano di avere più cervello delle donne (ribadisco: da QUESTO punto di vista), ma comunque le costanti sono: jeans attillati stretti alle caviglie meglio se Cheap Monday (con marca bene in vista, perché l’importante è essere cugi), Converse All Star rigorosamente sempre anche con neve alta 47 m., camicie strette a quadrettini piccoli molto accollate in stile british, cardigan o maglie con scolli improbabili a V che aprono una vista panoramica su petti bianchicci e implumi e, a tratti, nei momenti di festa, papillon (ve lo avevo già detto così en passant qui del papillon, ma non posso fare a meno di stupirmi, scusate). MUST: le camicie devono essere strette e accollate, le maglie al contrario larghe e mostrare il pettorale (anche qui vale il discorso di cui sopra: se avete il fisico di Piero Fassino, andate lo stesso petto-in-fuori-pancia-in-dentro incontro alla sorte). ACCONCIATURA: ciuffi strani tra emo e metrosexual con possibilmente tanto tanto gel. Ah, l’anno scorso c’è stata un’esplosione di basette, ma non so dirvi se siano ancora in o meno.

Oooooh, finalmente chiuso il discorso moda, dal momento che non me ne frega un sontuoso cazzo.

Molto più divertente è il discorso sull’inglese.
Usare frasi a caso in inglese è, diciamolo, una cugi-tendenza che sta dilagando ovunque in Europa, per il motivo che tutti conosciamo, ovvero il dominio del modello americano (eeeh, ma verranno i cinesi a levarvi le ruzze, e chissà come sarà divertente infilare parole cinesi random in una conversazione, non vedo l’ora che i miei nipoti lo facciano).

In Svezia però il fenomeno ha del parossisistico e una conversazione può svolgersi così (le parti in svedese saranno sostituite da parti in italiano per rendere la conversazione di comprensione immediata):
Due viKiamiche. Viki-x si avvicina a viki-y.
Viki-x: “Hi lady! Come stai?”
Viki-y: “Bene sweetie, tu? Ma hai litigato con Viki-z o what’s the deal?”
Viki-x: “Sì, ci ho litigato perché è una fucking bitch
Viki-y: “Keep your head high, è solo colpa sua. Oh shit! Sono in ritardo, scappo!”
Viki-x: “Call you later Viki-y. Ciao!”

Cosa mi manda ai matti è lo shit. Allora, non è mia intenzione stracciarvi le balle con questioni di linguistica, per quanto sia una cosa che mi garberebbe assai, ma due paroline sullo shit devo dirvele.

L’imprecazione è la parte del discorso meno controllabile, quella che se state per 15 anni a Londra o a Berlino continuate a pronunciare “MERDA”, perché magari avete chiuso la portiera della macchina lasciandoci un dito dentro, perché avete rovesciato il caffè sul divano bianco appena comprato, o perché vi siete dimenticati di avere un appuntamento con Jude Law che vi ha aspettato nudo in vasca da bagno, poi si è rotto e se n’è andato… ehm… vabbè sto fantasticando un po’ troppo, il punto è: non si impreca mai in un’altra lingua, perché non è naturale, perché viene dalla pancia, perché non si programma l’inserimento di un “cazzo” in una frase, sale in bocca e basta. E’ più o meno come contare velocemente a memoria, chi di voi lo fa spontaneamente in un’altra lingua? Io credo nessuno.
Da ciò ne deriva che nell’ordine dei prestiti linguistici, l’imprecazione tendenzialmente non si trova.

Gli svedesi infatti, che sono dei gran furboni, usano lo shit quando l’imprecazione ha il minor grado di naturalezza possibile.
E io questa cosa la so perché sullo shit mi ci sono incaponita, e li ho studiati come fanno gli etologi che dietro un albero osservano gli scimpanzé che si spulciano e prendono appunti (gli etologi prendono appunti, non gli scimpanzé).
E ho notato che: se uno svedese cade di testa in una buca per strada, difficilmente userà shit, se tagliando il pane si pota un mignolo, difficilmente userà shit, etc. Userà fan magari, o se è davvero incazzato e/o avvilito il volgarissimo fitta, ma di sicuro mai l’inglese, perché, nonostante siano viKi, hanno comunque anche loro reazioni spontanee.
Ma se uno svedese comunica di essere in ritardo, o commenta un episodio spiacevole di qualcun altro, o informa di aver dimenticato qualcosa, o ad ogni modo esprime al mondo esterno una consapevolezza che è sorta in lui in un momento precedente alla volontà di trasporre questa consapevolezza dall’ordine emotivo interiore all’ordine verbale esteriore, bene, in quel caso usa shit.

E perché lo fa?

Perché lo svedese è internamente, atavicamente, profondamente cugi! E quindi, caro il mio viKi, se vuoi che te la dica in un cugi-modo che mi faccia sentire parte della vostra cugi-cerchia: you can kiss my linguistic ass, perché la mia ricerca sperimentale dimostra scientificamente la tua cugezza.

E, per venire alla ricetta di oggi, il fatto che i dolci svedesi siano praticamente la stessa zuppa dei dolci americani (carrot cake, cheesecake, cinnamon rolls, pancakes, etc.), per quanto ciò sia probabilmente dovuto al fatto che gli svedesi sono emigrati in massa negli Stati Uniti (e quindi l’origine sia tutta viKi), mi fa inevitabilmente pensare ai cugi.

La torta di oggi, infatti, la kladdkaka (letteralmente “torta appiccicosa“) può essere descritta come una torta al cioccolato con un libidinoso cuore tutto appiccicoso (per l’appunto), la cui perfetta traduzione cugi potrebbe essere senza ombra di dubbio brownie.

Anyway, it’s fucking good.

INGREDIENTI PER CIRCA 8 PORZIONI:

  • 100 gr. di burro
  • 2 uova
  • 250 gr. di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 5 cucchiai abbondanti di cacao amaro
  • 200 gr. di farina
  • 500 ml di panna fresca
  • 150 gr. di marmellata di frutti di bosco

PREPARAZIONE:

Scaldare il forno a 175 °C.

Sciogliere il burro in un pentolino. Mentre il burro raffredda separare i tuorli dagli albumi e montare gli albumi a neve insieme allo zucchero.

A parte mescolare i tuorli, la vanillina, il cacao con un mixer alla velocità più bassa e aggiungere la farina setacciata. Aggiungere il burro e poi, delicatamente, gli albumi montati.

Mescolare delicatamente fino ad ottenere un impasto liscio e abbastanza liquido e versare in una tortiera rotonda di circa 20 cm di diametro imburrata e infarinata.

Cuocere per circa 30 minuti nel centro del forno. Per una torta ancora più appiccicosa ridurre il tempo di cottura di 5 minuti.

Quando la torta è pronta lasciare raffreddare e servire con panna fresca montata e marmellata di frutti di bosco.

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Kladdkaka pronta!

Buon appetito!

I.

“Chiamale come vuoi”, io le chiamo palle. Le chokladbollar.

Le mitiche palle. FINALMENTE.

Era da una vita che le volevo fare, ora le ho fatte e sono venute strabone. Cara amica Laisa, questa ricetta è solo per te.

Le chokladbollar sono delle palle di zucchero, fiocchi d’avena, caffè, cacao e cocco che si sciolgono in bocca. Si trovano più o meno in ogni caffetteria, perché sono il classico dolcetto da fika, ma si trovano anche impacchettate al supermercato e tra i surgelati, perché tra i vari pregi che hanno c’è anche quello di poter essere tranquillamente piazzate nel freezer per essere poi tirate fuori nei momenti di carenza d’affetto.

La storia del nome delle chokladbollar è un po’ particolare, infatti il loro nome d’origine è negerbollar, letteralmente “palle di negro” (anche se c’è chi sostiene che il neger venga dal latino niger per indicare “palle nere”… ho i miei dubbi su questo, ma servirebbe uno studio etimologico che non ho voglia di intraprendere perché, credeteci o no, ho cose più importanti da fare).

Il termine neger in svedese, esattamente come il termine negro in italiano, non è sempre stato offensivo, ma lo è diventato con il tempo, più o meno intorno agli anni ’70, probabilmente sotto l’influsso dell’inglese nigger, che offensivo invece lo è sempre stato.

In realtà non sono sicura se la questione in Svezia e in Italia sia: 1. è sempre stato offensivo ma prima se ne sbattevano le palle se i neri si offendevano 2. è una connotazione che è venuta dopo che la parola si è affermata, appunto su modello inglese. Comunque ora lo è, per cui chiamatele chokladbollar, per favore.

Ovviamente i problemi si presentano nel bel mezzo delle fasi intermedie… Non avviene mai che un giorno un termine è accettato, e il giorno dopo è tabù, anche considerando il fatto che le persone cresciute a negerbollar si sono ritrovate a cambiare un termine familiare con uno sentito magari come la classica sviolinata del politically correct. Obiettivamente… chi di voi dice diversamente abile invece di disabile? Mia nonna continua a chiamare le liquirizie Saila, le “caccole di Menelik” (pronuncia: /menelikkE/), perché piccole e nere, e non lo fa perché è un membro segreto del KKK, ma perché lo ha sempre fatto.

“Chiamale come vuoi”

Qualche simpaticone ha risolto il problema ironizzandoci su e definendole “chiamale come vuoi“, sia per evitare un termine definito come un’eccessiva gravità linguistica, che un termine ormai dichiaratamente offensivo.

Comunque queste palle (che io e la mia amica Lisa, di cui sopra, ancora più prosaicamente definiamo palle di merda) sono apparse in Svezia prima della massiccia immigrazione, di conseguenza il termine non era sentito offensivo anche perché non c’era nessuno da offendere. Certo, questo non vuol dire niente, ma si capisce come il termine si sia diffuso senza resistenze. Il nuovo termine chokladbollar è oltretutto entrato da pochissimo nel dizionario ufficiale dell’Accademia svedese (creata sul modello della Crusca) che lo registra soltanto dal 2006, benché fosse entrato nell’uso da molto prima. E comunque accanto al termine chokladbollar l’Accademia continua a considerare come variante senza connotazioni il termine negerbollar. Boh.

Nel 2003 addirittura in Scania (regione nota per la tolleranza verso gli immigrati, nota bene: IRONIA) il proprietario di una caffetteria è stato portato davanti a una specie di tribunale per aver scritto sul cartellino delle palle negerbollar, però non gli è stato fatto nulla perché hanno dimostrato (e sarei tanto curiosa di sapere come) che non voleva davvero offendere le persone di colore. Insomma, alla fine ci sono anche loro purtroppo nel mondo…

Uno sketch molto carino sul problema del nome da dare a queste palle si trova nel film Sunes sommar, dove quando un gruppo di afroamericani chiede il nome di questi dolci, il tipo della caffetteria ci va in paranoia e dice istintivamente il nome di un dolce danese che si chiama wienerbröd, che non ci combina niente con le palle.

Oltretutto, piccola digressione: l’attore svedese di questo sketch, Peter Haber, è stato sia Martin Beck nella serie Beck, che uno di Uomini che odiano le donne, su cui non posso essere più specifica perché non voglio fare la spoiler… cercatevelo da soli. Comunque oh, su 9 milioni e mezzo di persone 8 milioni e mezzo hanno a che fare con qualche giallo. Buon per loro.

E comunque, siccome la mia missione nel mondo è rompere i coglioni, ci tengo a precisare che in realtà il termine chokladbollar è cazzo sbagliato. Per il semplicissimo motivo che di choklad ce n’è davvero poca. Il poco di cacao previsto dalla ricetta serve solo, insieme al caffè, a dare colore. A Göteborg ad esempio tagliano la testa al toro e le chiamano kokosbollar, dal momento che c’è il cocco dentro… Era elementare, suvvia, ci potevano arrivare anche gli altri.

Si possono definire anche havrebollar, che starebbe per “palle d’avena” però di solito con questo termine si tende a specificare che dentro non c’è il cocco né il cacao… insomma, le palle sfigate.

Inoltre, siccome un’azienda svedese che produce palle si chiama Delicato (il nome italiano associato al cibo viKi di solito mi spaventa molto, non so a voi…), ha proposto di chiamarle delicatobollar, così, un nome a caso… Non so neanche se le converrebbe comunque, a volte conoscere un prodotto soltanto con il suo nome commerciale manda paradossalmente a puttane l’aspetto pubblicitario… insomma, gli Scottex sono gli Scottex, ‘sticazzi se non sono Scottex, o no?

E comunque ‘ste palle sono davvero buone, sono una stronzata da fare e insomma, col caffè, il cacao, lo zucchero e quant’altro, risvegliano i morti.

Se il cocco non vi piace potete toglierlo dalla ricetta e strofinare le palle nella granella di zucchero, oppure nei cosini colorati che si mettono sulle torte dei bambini, oppure ancora nel cacao in polvere tipo tartufini, o nella farina di mandorle, o nel parmigiano. Cosa? Nel parmigiano?! Volevo vedere se stavate attenti.

INGREDIENTI PER CIRCA 25 PALLE:

  • 150 gr. di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di cacao amaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 150 gr. di fiocchi d’avena
  • 70 gr. di farina di cocco da mettere dentro più circa 30 gr. con cui ricoprire
  • 2 cucchiaini di caffè solubile in 2 cucchiai d’acqua

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro il un pentolino e aggiungere zucchero, vanillina e cacao. Mescolare bene e aggiungere avena, cocco e caffè. Far riposare in frigo per 30 minuti, così diventerà tutto un po’ più duro e sarà semplice fare le palle.

Su un piattino rovesciare 30 gr. di farina di cocco (potrebbero servirne di più, ma non ho pesato quella che ho usato per farcire, quindi vado un po’ a occhio, chiedo venia). Fare le palle e rotolarle nella farina di cocco.

Far riposare altri 30 minuti nel frigo e alé! Pronte.

Si possono anche surgelare!

Chokladbollar pronte!

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere e che ho preparato qui), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (eccoli qui) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.