En riktig svensk jul (part VI): revbensspjäll. Costolette e buffet pantagruelici

Namasté amici-ci, la ricetta natalizia che vi propongo oggi sono le costolette di maiale, o revbensspjäll.

ribs

E’ un piatto estremamente semplice da preparare, e anche bono a bestia, e (ma questo vale un po’ per tutto ciò che ho cucinato) non è necessario farlo a Natale, lo potete fare quando vi pare, anche quando avete una cena romantica alle viste, perché la cottura lenta nel forno fa sì che le costolette rimangano belle tenerine e si stacchino facilmente dall’osso, senza mettervi di fronte al dubbio cocente del “lascio mezzo porco attaccato all’osso e sembro una persona civile, o mangio sgranocchiando la costola con le mani e perdendo ogni rimasuglio di sex appeal ma godendo spasmodicamente?”.

Allora, giunta a questo punto della rubrica natalizia, mi rendo conto che io non vi ho spiegato una sega di come funzioni nella pratica il Natale nel biondomondo. Sono una pessima blogger, chiedo venia.

Per cui procedo.

Come vi avevo già detto secondo i viKi il giorno di Natale è il 24. Hanno fretta.

La mattina del 24 si fa colazione, si fa un pranzo leggero e si cucina tutto il giorno per prepararsi ad ingurgitare una quantità abnorme di roba durante la Julafton, ovvero la “sera di Natale”, il cui esito è sempre ubriachezza molesta, molto spesso un Salto Angel di vomito, spesso un bypass gastrico e in qualche caso morte.

natalecomunista

Ah ecco, parentesi… io non so se si va in chiesa la sera del 24 o il giorno del 25, perché non ho mai assistito ad una messa in vita mia, né al Sud né al Nord, e quindi quando ho fatto il Natale in Svezia non ho partecipato a niente di religioso.
E’ stato già uno shock festeggiarlo, il Natale, dato che sono stata allevata da due alquanto tediosi marxisti ortodossi, per cui nella mia famiglia neanche abbiamo l’albero.

Però i viKi ci vanno anche loro a messa, non crediate che siano cose da terroni: come vi ho spiegato qui i viKi sono un popolo discretamente baciapile.

E comunque via, penso che ormai saprete che se cercate un bollettino teologico avete nettamente sbagliato blog, io vi parlo di cibo, di alcol e di generiche trivialità, scherzo coi fanti e lascio stare i santi, quindi se volete sapere quando si va in chiesa per il viKiNatale cercate meglio su Google, che siete fuori strada.

Bene, a proposito di non religione stavamo parlando di Natale. Curioso.

Allora, durante la sera del 24, che se siete stati attenti ricorderete essere il dopparedagen (per questo stomachevole motivo), si prende un bel tavolone di quelli lunghi e ci si piazzano sopra 6 o 7 tonnellate della roba che si è cucinato per tutto il giorno, in quello che si chiama julsmörgåsbord “buffet di Natale”, o julbord “tavolo di Natale”.

Il buffet di Natale comprende obbligatoriamente pane di segale di ogni forma e consistenza, aringhe marinate (che vi ho già fatto qui e qui, ma ce ne sono altri milioni di tipi), il prosciutto di Natale, la tentazione di Jansson, il salmone con la salsa di senape, le costolette di maiale che vi faccio oggi, le famose polpettine, l’insalata di barbine rosse, il leverpastej, il risgrynsgröt (di cui vi ho parlato qui), i prinskorvar che sono würstel piccini fritti nel burro (oh yes) e serviti con la senape, fagioli neri e pancetta, patate lesse come se non ci fosse un domani, e altre milioni di cose che ora non mi vengono in mente.julbord

Io non so se vi cucinerò tutto, di sicuro non vi farò i würstel fritti nel burro sia perché non so fare i würstel, sia perché voglio arrivare a 30 anni senza che mi schizzino le coronarie. Le altre cose proverò a farvele, ma se un giorno smetto è perché mi sono rotta le balle di fare la roba di Natale, e allora aspetterete l’anno prossimo.

Come spesso nelle occasioni di viKifesta in cui ci sono più piatti presenti in tavola che cinesi nel mondo, si cena in piedi e ci si serve con ognuno il suo piattino (e il suo bicchierino soprattutto, perché si deve anche trincare di molto, obviously).

Il pomeriggio della vigilia, comunque, oltre a cucinare come matti, c’è un appuntamento IMPERDIBILE, alle 15:00 stecchite.

A quell’ora ogni viKi si rincoglionisce e corre davanti alla televisione, che nemmeno un 14enne su Youporn.

E per vedere cosa?

Questo non ve lo dico, ve lo dico la prossima volta così avrò un altro argomento di cui parlare.

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

  • 1 kg di costolette di maiale
  • 2 cucchiaini di sale
  • 1/2 cucchiaino di pepe nero
  • 1/2 cucchiaino di zenzero in polvere
  • 1/2 cucchiaino di maggiorana in polvere
  • 1/2 cucchiaino di pepe di Caienna
  • (15-20 piccole patate lesse per servire, ma potete usare anche un altro contorno)

PREPARAZIONE:

Accendere il forno a 175 °C.

Mescolare in una ciotolina il sale, il pepe, lo zenzero, la maggiorana e il pepe di Caienna e cospargere le costolette.

Mettere le costolette su una griglia avendo cura di mettere sotto la griglia una teglia capiente per raccogliere il grasso che si scioglierà.

Far cuocere per un’ora e mezzo, rigirando le costolette di tanto in tanto.

Servire con delle patate lesse su cui avrete versato il sughetto che si sarà raccolto nella teglia (mai detto che fosse un piatto dietetico).

Revbensspjäll pronte!

Revbensspjäll pronte!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part I): operazione Natale, città di biscotto e pepparkakor

Il Natale (in svedese jul) si avvicina e, nonostante quest’anno io sia più Grinch del solito, non potevo certo non parlarvi del Natale svedese.grinch

Il Natale in Svezia comincia presto. A novembre già si trova nelle vetrine dei negozi tutto il Christmas merchandising di cui (non) si ha bisogno: lucine, alberini, babbinatalini, corettini, etc., e poi la neve rende sempre tutto più nataloso.
Capita anche che ci sia a giro qualche banchetto improvvisato: una volta al supermercato beccai un buffet di Natale completamente gratuito e mangiai come una scrofa, fu una delle giornate più belle della mia vita (ci vuole poco a rendermi felice, e il cibo gratis è una garanzia).
Oppure i mercatini per strada, con tanti animali pelosi e bambini imbacuccati che strillano per fare un giro in pony (che gli svedesi chiamano ponny).

In realtà il Natale in Svezia (e credo anche in Norvegia e Danimarca) non è il 25 dicembre come nel resto del mondo. E’ il 24. Così, per andare in controtendenza.

Però io avrei da dirvi tante cose sul Natale in Svezia, perché l’anno scorso mi sono fatta il vero viKristmas, e quindi devo divulgare la mia scienza, però voglio anche postarvi in fretta questa ricetta, per cui rimando le spiegazioni sul Natale ad altri post (neanche nel prossimo ve ne parlerò, in realtà), ammesso che ve ne freghi qualcosa.

Tanto non importa che ve lo spieghi prima di Natale, no? Posso spiegarvelo anche dopo.

Comunque per Natale va da sé che ci siano piatti tradizionalerrimi, e qui arrivo io. E per tenermi al passo con questo stupido clima di festa (io ooooodio le feste), dovrò pubblicare i miei post a un ritmo un po’ più serrato.

Ma tanto a Natale a Natale si può fare di piùùù, e quindi questo è il mio regalo per voi (pensate un po’ che culo, quasi come il regalo-pacco del pigiamone di pile anti-vita sessuale che puntualmente a ogni Natale arriva a tutti).

E’ stata la mia consulente di strategia e marketing Laisa (quella che a suo tempo ribattezzò le chokladbollar “palle di merda”, proprio lei) a suggerirmi di sbombolarvi di post natalizi. Per i reclami, potete scrivere a me e io vi lascio il suo numero di telefono, così cazziate lei.

Insomma, io ci provo, poi non garantisco, anche perché tra un cazzeggio e l’altro dovrei anche scrivere una tesi, così a tempo perso, per cui non posso passare tutte le giornate a scrivere stronzate sulla Svezia, capitemi. Però ecco, se scrivo post brevi e non particolarmente ispirati è perché punterò sulla quantità e non sulla qualità, a differenza di quando non è Natale, che non punto né sull’una né sull’altra.

Allora, per avere en riktig svensk jul (che sarebbe letteralmente “un Natale svedese vero e proprio”, ma che io per licenza poetica definirei “un viKinatale coi cazzi“) è obbligatorio avere i biscottini speziati, quelli di solito fatti a omino come Zenzy di Shrek, in svedese pepparkakor, accompagnati preferibilmente dal glögg.

Lo so che le danze maori non c’entrano una sega, ma ho trovato un video su Youtube con gli omini di pan di zenzero che fanno l’haka tipo gli All Blacks, e sono quanto di più dolce abbia mai visto, per cui ve li posto lo stesso, tanto il blog è mio e me lo comando io (come si diceva all’asilo). Oltretutto, vi prego di notare il dettaglio geniale del biscottino che, preso dalla danza, si stacca un bottone da solo al secondo 00:23.

Right. Il pan di zenzero, ovvero l’impasto speziato dei biscotti, fu portato in Europa da tale Gregorio di Nicopoli, un monaco armeno che nel 992 insegnò la ricetta ai preti di Pithiviers, cittadina nel centro della Francia. I francesi poi insegnarono a fare i biscottini ai tedeschi, che durante il 1300 li esportarono in Svezia.

In Svezia si sa per certo che i pepparkakor furono preparati nel ‘300 per il matrimonio tra il re Magnus Eriksson (Magnus IV di Svezia) e Blanka av Namur (meglio conosciuta per aver dato il nome ad una Weiss belga, la Blanche de Namur). E anche nel ‘500 abbiamo notizie sui biscottini da nientepopodimeno che (rullo di tamburi) Gustavo Vasa, proprio lui, che scrisse a Germund Svensson a proposito di una nave che aveva fatto naufragio (oh, le navi svedesi probabilmente erano guidate da tanti Skettinsson, perché si sfracellavano sempre) e tutto il carico di pepparkakor era andato ai pesci. Che carino Gustavo, tutto preoccupato per i biscottini.

Ancora durante il ‘500, perfino il re della viKiunione di Danimarca-Norvegia-Svezia, Giovanni di Danimarca, per gli amici Hans, si faceva commissionare dal medico personale casse e casse di biscottini per curare il suo brutto carattere. Ecco perché io sono incazzosa, perché non mangio abbastanza biscotti. Urge rimedio.

Documentazioni su un vero e proprio mercato di biscottini risalgono al ‘700, in cui questi venivano venduti in monasteri, mercati rionali e farmacie (perché dice combattessero l’indigestione; poi certo, se te ne sgonfiavi 20 kg magari l’indigestione ti veniva, e allora ti toccava inventare un’altra cosa che facesse passare l’indigestione da biscottini allo zenzero, e così via).

In Svezia hanno perfino un giorno dedicato ai pepparkakoril 9 dicembre, e io sinceramente non so che cosa voglia dire… boh, forse se ne mangiano di più, forse si prega un dio biscottone, forse ci si traveste da gingerbread man, non lo so, ma mi piace tempestarvi di informazioni a caso.

Comunque con la pasta dei biscotti, oltre alle solite forme come omini, stelline, peni, cerchi (per gli sfigati che non hanno le formine e lo fanno con i bicchieri), ci si può fare una bellissima casetta, la pepparkakshus. E io volevo anche farvela, però è una menata: si devono misurare precisamente tutti i lati della casetta, incastrarli l’uno nell’altro e poi fissarla con lo zucchero caramellato, che puntualmente mi si brucia e fa cagare.
Con tutto il bene che vi posso volere, non avevo voglia di fare la casetta, vi ho fatto gli omini e vi accontentate.

La Pepperkakebyen a Bergen

La Pepperkakebyen a Bergen

Però per amore di cultura vi informo che a Bergen, in Norvegia, ogni anno dal 1991 costruiscono una città di pan di zenzero (la Pepperkakebyen), con le casette, gli omini, le chiese, il treno, i ponti, le barchette, etc. (eh beh, quando si hanno 20 minuti alla settimana di orario lavorativo, con 961 giorni di ferie pagate l’anno, capita che per ingannare il tempo si costruiscano città di pasta di biscotto, che ci volete fare).

La cosa figa di questi biscotti è che l’impasto lo potete fare tutto in una volta sola, dividerlo in vari pezzetti, e surgelarlo. E poi, quando siete particolarmente presi bene, tirate fuori i pezzetti e li preparate.
Comunque nel frigorifero l’impasto si mantiene per una decina di giorni, quindi potete tranquillamente fare una pausa tra una mandata e l’altra. Anzi, è ancora meglio tenerli qualche giorno nel frigo prima di farli, così sono più speziosi.

In Svezia al supermercato troverete l’impasto per i biscotti già bell’e pronto, però insomma, io vi avverto, nel 2002 hanno trovato tracce di sostanze cancerogene nell’impasto preconfezionato, nello specifico l’acrilammide, per cui se avete voglia di perderci un po’ di tempo e farveli da voi è anche meglio. Anche perché sinceramente io non capisco, cazzo… allora, o non vuoi sbatterti a cucinare, e te li compri già fatti in scatola, che sono buonissimi lo stesso, o mischi due stronzate e in 10 minuti hai fatto l’impasto. L’impasto pronto, che tanto devi comunque stenderlo, farci le forme e cuocerlo, non lo concepisco. Davvero.

Ho una curiosità: nel 2006 l’astronauta svedese Christer Fuglesang ha offerto ai suoi colleghi nonché compagni di viaggio, rigorosamente nello spazio, un tipico pranzetto svedese, e insieme all’alce e allo knäckebröd, ci ha infilato pure i pepparkakor. Simpatico, vero?

INGREDIENTI PER UN CENTINAIO DI BISCOTTI:

Per i biscotti:

  • 300 gr. di burro
  • 400 gr. di zucchero
  • 1 dl sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaio di zenzero in polvere
  • 2 cucchiai di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano in polvere (o una 40ina di chiodi di garofano sbriciolati)
  • 2 cucchiaini di cardamomo
  • 1 cucchiaio di bicarbonato
  • 2 dl. d’acqua
  • 1 kg di farina

Per la ghiaccia reale:

  • 1 albume d’uovo
  • 200 gr. di zucchero a velo
  • il succo di mezzo limone
  • colorante alimentare (opzionale)

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro in un pentolino. Aggiungere lo zucchero e lo sciroppo d’acero e mescolare.

Aggiungere le spezie e il bicarbonato, e continuando a mescolare aggiungere l’acqua. Aggiungere la farina e impastare bene, dando qualche pugno alla palla di impasto (così vi sfogate anche).

Avvolgere con la pellicola e far riposare una notte in frigorifero.

Stendere la pasta sottilissima (un paio di millimetri circa) e fare tutte le formine che volete.

Preriscaldare il forno a 200-225 °C.

Mettere un foglio di carta da forno su una teglia molto piatta e cuocere nel ripiano medio. Ricordatevi di farli raffreddare prima di smuoverli, e di non appoggiare la nuova mandata sulla teglia calda, altrimenti vi si spezzano.

Quando i biscotti saranno pronti montare a neve l’albume e aggiungere il succo di limone e lo zucchero a velo setacciato. Mescolare, aggiungere l’eventuale colorante (dividere le parti se volete avere più colori) e mettere la glassa in una sac à poche, o un un cono di carta, o in una siringa a cui avrete tolto l’ago. Decorare i biscotti a piacere.

Pepparkakor pronti!

Pepparkakor pronti!

Buon appetito!

I.

Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.

Snaps med ingefära, quando il Systembolaget prova maldestramente a salvare i viKi da loro stessi

Approfitto dell’attualità… in questi tempi in cui gli ubriaconi svedesi si addormentano sui binari della metropolitana (e vengono derubati da dolci personcine che non danno neanche l’allarme), è giusto parlare (nuovamente) di alcol.

Vi faccio un altro test situazionale, che mi garbano sempre parecchio: chiudete gli occhi e immaginatevi in una casetta IKEA, in una città/paese/foresta in un qualunque posto a caso in Svezia. Volete fare la ricetta di oggi, oppure volete anche solo una bottiglia di vino per cenare come dio comanda. Sono le otto di sera, e mentre i viKi intorno a voi hanno già mangiato, digerito e sono in procinto per il letto, voi e il vostro equilibrio biochimico che vi impedisce di cenare alle 18 state preparando la cena, e pensate che un goccio di qualcosa ci starebbe proprio bene.
Ma il giorno avete lavorato (magari in un posto di merda, e ciò rende il tutto molto più neorealista) e non avete avuto il tempo di attrezzarvi.
Qual è il primo pensiero che vi viene in mente? “Ah, menomale che in Svezia i supermercati chiudono alle 23“!

Poi però lentamente capite che la vostra frase contiene qualcosa di agghiacciante, anche se non capite cosa, e spostando il mento da un lato e guardando in alto alla J.D. di Scrubs, dolorosamente realizzate: Giàààà, siete in Svezia! “AL SUPERMERCATO GLI ALCOLICI NON LI VENDONO!!!!! *#§+$£%&”.

Been there, done that. Anche con il particolare neorealista del lavoro di merda.

Ehhh cari i miei sapientoni, mi dispiace per voi ma in Svezia al supermercato si trova solo la birra quasi analcolica. Credo che non si trovi neanche il Bacardi Breezer, ma su questo non ci giurerei, attendo conferme. Poi, per carità, trovate circa sei miliardi di bibite gassate zuccherose aromatizzate a tutti gli aromi sintetici del mondo (alcune di esse buonissime, ma ci torneremo in futuro, in particolare sul Trocadero e sullo Julmust), ma di una cazzo di bottiglia di vino rosso, che sul filetto di agnello che avete preparato con tutti i cazzi ci starebbe proprio bene, (Cristo, ancora mi viene da piangere) non c’è traccia.

Il vostro cordoglio però non vi ha impedito di notare al supermercato un mostro creato sicuramente dal sonno della ragione: il vino analcolico! Lo so che è come dire l’acqua asciutta, o lo sporco pulito, ma vi ripeto, lo so io e lo sapete voi. In Svezia non lo sanno. Oltretutto per dargli una parvenza di italianità lo hanno anche chiamato Bella Ella (chissà cosa poi voglia dire Ella, lo sanno solo loro)…

Bella Ella in tutto il suo macabro e inutile splendore

Che poi secondo me dovrebbe essere data la lapidazione su pubblica piazza per chi usa nomi italiani per proporre ‘sto genere di merda, come la pizza-ittaliana-pesto-pollo, la focaccia-belpaese-avocado-lontra-e-gabbiano, o i maccaroni al copertone-bruciato-e-ketchup. Dio santissimo, già abbiamo avuto Berlusconi fino a ieri, lo sappiamo che ci riconoscete, almeno Bella Ella risparmiatecelo.

Comunque, un consiglio en passant: NON provate a fare gli spaghetti alle cozze con il vino Bella Ella, perché dopo avranno magicamente il sapore di stallatico. Io mi sono trovata in questa situazione ed è stato brutto. Molto brutto.

Bene, e allora giustamente vi chiederete… E se voglio cazzo bere un po’ di vino? Innanzitutto non lo bevete a pranzo o i viKi vi emargineranno, perché qualcuno ha detto loro una volta che bere vino a pranzo è da alcolisti e loro ci hanno creduto e non si sono più posti il problema (ve lo avevo già accennato qui). Poi questo qualcuno sì è scordato di aggiungere che pisciare, vomitare e rantolare il sabato sera per strada sì che è davvero da alcolisti, e quindi loro questo lo fanno sentendosi a posto con la coscienza, perché nessuno glielo ha detto.

Una volta risolto il quando berlo, rimane il problema del dove trovarlo. Ma pensateci bene, camminando per le viKi-strade non avete mai visto un cartello giallo con una scritta nera… no, quello era per Bocca di Rosa, volevo dire un cartello verde con una scritta gialla che diceva “Systembolaget”? Bene, mission accomplished 😉

Cartello alcolico che si staglia ottimisticamente nel cielo

Il Systembolaget, familiarmente systemet,  è lo sfolgorante mercato monopolistico degli alcolici. Trovate birre, vini e superalcolici, e boh, forse anche analcolici, ma non so, non credo avrebbe molto senso. Diciamo tutto tranne l’assenzio, che pare in Svezia sia addirittura illegale.
Ci sono circa 400 punti vendita in Svezia, e 500 agenti, alias tizi che portano cicchettini in zone impervie tipo nel Nord, quei paesini da 100 abitanti umani e 200 renne, roba così. Pare che questi agenti siano espertissimi di accostamenti alcol-cibo. Non ho mai avuto il piacere di affrontare una conversazione con un agente systemico, ma io non mi fido dei loro accostamenti, non lo farò mai.
Chiamatemi pure nazionalista, ma fidarsi di un viKi che pontifica sul cibo è bene, non farlo è molto meglio.

Volete divertirvi un pochino? Praticamente sul sito del System hanno pubblicato una ricerca di fantastoria/scienza (tipo i libri di Saramago) sulla fatidica quaestio sul “come sarebbe la Svezia senza monopolio degli alcolici”, che, voglio dire, sarebbe come andare al Vaticano e chiedere ai cardinali di fare una ricerca su come sarebbe il mondo senza il cattolicesimo… cosa ti predicono secondo te, l’apocalisse oppure ‘più figa per tutti’?! Suvvia!

Comunque questa presentazioncina in flash, che vi mostra quanto il System tenga alla vostra salute e che trovate qui, è davvero delirante.
Raffigura una piccola cittadina svedese, voi passate il mouse nelle varie zone della cittadina, nelle case, nei negozi, etc. e vi dice come cambierebbe quel posto se non ci fosse mamma System a sculacciarvi.

Scene tipo famiglina felice che va in vacanza con uccellini che cinguettano in sottofondo e la scritta che dice “aumenterebbero un casino gli incidenti“, oppure altra scena familiare di uomo con spalle curve sul tavolo e bottiglia davanti, stile L’assenzio di Degas, e la moglie che fa la lavastoviglie (che anche lì, per una volta non potrebbe essere la donna attaccata al boccione e l’uomo a strapparadicchio che pulisce, cristodiddio?!) e la scritta “aumenterebbero un casino le violenze“… Ah! Oltretutto!! Io ti pulisco casa mentre te scoli, e poi mi prendi anche a ciaffoni? Mah. Oltretutto poi come se ora la Svezia non fosse uno dei primi paesi europei per violenza sulle donne…

Insomma, cose che fanno capire come l’autocontrollo in materia di alcol non sia previsto, e allora menomale che Systo c’è.
Secondo me gli svedesi sono abituati dal loro stato a non prendere decisioni autonome, lo stato ti indirizza, lo stato pensa a te e ti istilla nel cervello il fatto che lo fa nel migliore dei modi (che poi su questo si potrebbe discutere per mesi).
Se gli svedesi fossero lasciati liberi di pensare, a quanto pare, secondo il loro stato sarebbe il delirio.

Comunque, considerazioni a parte, divertitevi su questa “”ricerca”” perché merita davvero!

Dentro il System il vino è diviso per colore e poi ulteriormente per nazione di provenienza. Costa ovviamente più che in Italia, perché oltre all’importazione pagate anche la tassa del bria’o (eh ragazzi, se l’alcol non fosse stato tassato che bisogno avevano del ghetto per non-astemi?), però non esageratamente di più, es. la stessa bottiglia di Verdicchio dei Castelli di Jesi che nella mia Ipercoop costa sui 2€, al System viene mi sembra 62 corone (7,20€ più o meno), quindi dai, insomma, si può fare.

Certo, andrebbe anche aggiunto che la birra è tassata molto meno del vino, e questo è stato specificamente fatto per proteggere i produttori SVEDESI di birra, che se no non ne uscirebbero bene. Una sorta di protezionismo democratico.
Quindi vedete, la salute c’entra fino a un certo punto, come anche dimostrato dalle mazzette che i manager del System sono stati pescati a intascarsi, elargite dai rivenditori di alcol interessati a corrompere gli alti vertici del System per far sì che le loro marche di alcolici fossero vendute dal monopolio statale.
Insomma via, è tutto un magna magna, o un bevi bevi, che dir si voglia (che syNpatica umorista).

Le cose che mi turbano di quel posto sono essenzialmente 4: 1) Dover mostrare il mio documento, e quindi far circolare i miei dati, per poter bere un cazzo di bicchiere di vino a casa mia… e chi minchia siete, la Gestapo dello sbronzo? 2) L’idiozia dei cassieri e cassiere, che apre uno squarcio sull’idiozia del sistema organizzativo generale 3) La compagnia intorno a me che soprattutto a seconda della zona/ora/giorno della settimana raggiunge apici di molestia notevoli 4) Il fatto che il Systembolaget non serve a un cazzo! Insomma, fatevene una ragione, avete i più alti tassi di alcolismo in Europa, come vedete sotto i fumi dell’alcol vi addormentate anche sui binari della metro, d’inverno vi sdraiate sulla neve perché è soffice e ci rimanete… ditemi un po’ che il System vi ha fatto passare la voglia di tazzare… Vero? Cosa vi ho detto? NON SERVE A UN CAZZO!

Il System di sabato pomeriggio…

Allora punto per punto:

1) = la vendita di prodotti alcolici superiori a 3,5% è proibita al di sotto dei 20 anni. Sì, 20 anni. Boh, se vado indietro nel tempo dentro la mia vita psichica, credo che se già a 16 anni mi avessero proibito un bicchiere di vino con il cacciucchino avrei fatto una strage.
Ma non vedo più che altro come questo giustifichi il fatto che io debba fornire le mie generalità a un cassiere. E non lo dico con il tono da “Oh mio dio, un cassieVe! Ah che soVdido lavoVo, quanto odio il pVoletaViato”, ma voglio dire, già mi girano le balle quando devo darle a uno sbirro, figuriamoci a uno che non può sbattermi in galera perché deve passare le mie bottiglie su un lettore di codici a barre.

2) = tendenzialmente puoi comprare tutto l’alcol che vuoi (a meno che tu non sia sbronzo, perché gli ubriachi non vengono serviti… e non sto scherzando, è proprio una regola del System).
Mettiamo che voi e un vostro amico andate al System e siccome volete fare una bella cena con un sacco di gente, prendete 10 bottiglie di vino. Arrivati alla cassa, il tizio vostro amico si accorge che non ha il suo documento di identità. Cosa succede?
Ve lo dico subito, tanto non ci arrivereste mai…
Tolgono la metà delle bottiglie! Però, se dietro di voi c’è un losco ceffo che ha preso 10 bottiglie di vodka e se le vuole sgonfiare tutte da solo, e ha il documento ma non un amico distratto, lui può portarsele a casa tutte e 10!
Nel senso, non si pongono il problema che se uno dei due volesse davvero fare il furbo aspetterebbe fuori invece di farsi togliere 10 bottiglie, oppure andrebbe con l’amico con 20 bottiglie, così poi potrebbe averne ancora 10… Insomma dai, la puoi rigirare quando e come vuoi questa regola idiota!

3) Al Systembolaget ovviamente non c’è una selezione che distingue se sei una persona normale che vuole solo bere un bicchiere di vino con una fetta di agnello fumante a cena, o se sei un alcolista in incognito che non vede l’ora di distruggersi per poi picchiare la moglie e morire qualche mese dopo di cirrosi, o se sei uno studente imbecille che vuole imbucarsi a un festone solo per rubare oggetti inutili da casa di un altro e pisciargli sull’accappatoio… è uguale.
E a me, che appartengo alla prima categoria, e come me spero molti altri, essere mischiata alla teppa, e obbligata a condividerne gli spazi, mi fa anche un po’ rodere il culo. Sarebbe come mettere un ladro di polli nel braccio della morte per qualche settimana, insomma, vediamo un po’ come ne esce.

Se la gente del System fosse tutta come loro, io vorrei vivere lì 🙂

Direi a questo punto che il punto 4) viene da sé = se volevi far sì che la tua popolazione avesse un rapporto sano con l’alcol, cara Svezia, il Systembolaget non è stata un’idea così intelligente… Comunque grazie lo stesso, così io ci ho scritto un post sopra.

Pertanto, per la ricetta di oggi, vi dico subito che stiamo parlando di un alcolico, quindi se siete in Svezia premunitevi. E più precisamente dello snaps allo zenzero, ovvero snaps med ingefära.

Allora, vi ho già accennato qui allo snaps, traducibile volendo con shot o chupito, perché a noi italiani ci mancano le parole. Tradizionalmente ogni snaps della serata ha un nome (sì, durante la cena se ne trangugiano molti più di uno), il primo dei quali si chiama Helan (e da qui la canzone dei briai sempre del suddetto post, che si chiama Helan Går).

Comunque sia lo snaps è fatto da brännvin o akvavit, che sono essenzialmente distillati di frutti molto ricchi di amido come grano, patate, etc. Esatto, come la vodka.
La vodka può essere considerata un brännvin, ma non necessariamente un brännvin può essere considerato una vodka, dato che l’Unione Europea distingue tra brännvin e vodka solo per 1 o 2 gradi di differenza.
Dove voglio arrivare con questo? Io ho usato la vodka, però era la Absolut, per cui sempre svedese, quindi comunque la ricetta è rimasta in famiglia.

INGREDIENTI PER 600 ML:

  • 70 gr. di zenzero fresco
  • 600 ml di vodka, o acquavite, o brännvin, o un qualunque distillato che abbia proprietà simili a quelle di questi tipi

PREPARAZIONE:

Pulire lo zenzero e tagliarlo a striscioline finissime, con l’aiuto di un pelapatate, tagliate ulteriormente in pezzettini ancora più piccoli e mettete in un barattolo di vetro a chiusura stagna con 100 ml. di vodka.

Lasciare riposare circa 10 giorni fuori dal frigorifero.

Filtrare lo zenzero strizzandolo molto bene e aggiungere gli altri 500 ml. di vodka. Far riposare altri 3 o 4 giorni.

Servire fresco e conservare in frigorifero.

Snaps med ingefära pronto!

Buon appetito,

I.

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere e che ho preparato qui), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (eccoli qui) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.

Avanti popolo! Bamse e gli honungsflarn.

Aujourd’hui il piatto che vi propongo sono gli honungsflarn, ovvero dei buonissimi biscottini al miele

E’ una ricetta elementare, anche perché non c’è il lievito, quindi non c’è la menata di aspettare, coprire, non fare casino nella stanza dove lievita la pasta, etc. Si mischia, si inforna, si mangia. Olé.

Con lo zucchero a velo non si creano grumi, e il miele poi non li rende troppo dolci, resta come retrogusto ma senza essere stucchevole, e in più fa sì che la pasta sia morbida ed elastica e facile da lavorare.

Occhio alla cottura! Come tutti i biscotti che si rispettino, può capitare che in un forno bastino 2 minuti, in un altro 6, e così via. Ovviamente dipende anche dallo spessore, ma secondo me dipende anche dai forni. Comunque basta affidarsi alla prova empirica guardando la cottura per la prima infornata, registrare e ripetere. Io una mandata l’ho bruciata, ma mi consolo perché è un’inevitabile certezza: almeno qualcuno uscirà carbonizzato, fatevene una ragione, (tanto la ricetta che vi scrivo è per 97 biscotti -contati uno per uno-, quindi anche se 7 o 8 vanno a puttane, ci può stare, no?).

Bene, dopo avervi dato i classici consigli di tipo materno, ovvero intrinsecamente inutili, della serie: “non perdere le chiavi”, “se hai fame mangia”, and so on, and so on (infanzia difficile), vi passo a parlare dell’ingrediente principale, ovvero il miele.

Mia madre (quella di cui parlavo sopra, quella dei consigli superflui come i peli sotto le ascelle) mi ha attaccato la paranoia del miele italiano. Da Chernobyl infatti non si è più ripresa, povera donna. No, no… non nel senso che ha una coda di macaco in mezzo agli occhi o i denti sui gomiti, ma nel senso che per il miele c’è andata in crisi, e quindi dall’86 compra solo miele 100% italiano, e siccome io ho la capacità di farmi attaccare le paranoie come l’influenza, lo compro anche io. Grazie mamma per un’altra turba mentale che ho aggiunto alla lista per colpa tua.

Ma tralasciamo i drammi familiari e continuiamo sull’argomento miele.

Un dolcissimo svedese intrippato con il miele è Bamse, Världens starkaste björn, ovvero l’orsetto più forte del mondo.

Bamse fu creato negli anni ’60 da Rune Andréasson, ed ebbe subito un grande successo: è un piccolo orsetto marrone, che diventa il più forte del mondo quando mangia il Miele del Tuono della nonna (Farmors dunderhonung), e lo fa sempre per aiutare i deboli contro i potenti. Bamse vive su una collina (tra l’altro disegnata da Andréasson dopo una vacanza in Italia e dopo essere stato folgorato da Taormina) con i suoi amichetti (tra cui un gattino tanto carino che si chiama Jansson come il mio fidanzato).

Bamse con il suo Miele del Tuono

Comunque può sembrare un banale fumetto per bambini ma non lo è: la serie nel tempo ha trattato di argomenti molto seri, come bullismo, razzismo, abuso sui minori, disabilità, alcolismo, traffico d’armi, xenofobia, etc. schierandosi apertamente su posizioni antimilitaristiche, animaliste, di responsabilità sociale, di eguaglianza, contro l’ignoranza e i falsi miti (es. ha apertamente criticato l’astrologia), e sull’importanza della conoscenza per combattere gli affamatori del popolo.

Uno dei cattivi sarebbe infatti un topo ricchissimo e avido, simbolo del capitalismo, che compie ogni azione per soldi, e va da sé che le azioni che compie sono sempre nefande (amo la parola ‘nefando’) e dirette contro i poveri animaletti abitanti della collina, che chiedono così aiuto al Che GueBamse.

“Bene, se non fate come dico io, chiudo la galleria. Arrivederci!”. Vediamo qui rappresentato un fenomeno noto come serrata, dove il padrone chiude baracca e burattini e si rifiuta di cacciare soldi se gli operai non accettano tutto quello che lui vuole. In Italia (ma non in Svezia) la serrata è fortunatamente un illecito sindacale (art. 28 Statuto dei Lavoratori).

Quindi i fremiti del ’68 colpirono duramente (e giustamente, direi) anche il fumetto, e Bamse iniziò ad essere visto come un cospiratore, come un sobillatore: fu apertamente ‘accusato’ di essere un comunista, perché i suoi slogan come Många små svaga tillsammans kan besegra den starke, “tanti piccoli e deboli possono distruggere il forte”, facevano temere la ridente socialdemocrazia, che per colpa di uno stupido orsetto vedeva smascherate tutte le sue stronzate nell’armadio (o forse erano scheletri).

Addirittura studenti universitari scrissero tesi per affermare questo orientamento politico di Bamse, orsetto rosso che esaltava i regimi comunisti (ecco però, voi immaginatevi questi professori poverini, che dovevano mettersi a discutere una tesi su uno pseudo Topolino… io avrei bocciato tutti senza pietà), etc…. Povero Bamse, mammamia.

Nel 1988 ci fu un altro albo che fece scandalo: si voleva condannare l’uso di droga, e si presentarono tre figure chiamate Eragord, Nifrom e Nioreh (leggetele un po’ al contrario) che offrivano una strana bevanda fatta di fiori alla tartarughina, che dopo aver bevuto iniziava a volare su nuvole rosa e ad avere la cosiddetta botta del giaguaro, sostanzialmente. Allora ci fu una sollevazione popolare di genitori incazzati (tipo quella dei Simpson “perché nessuno pensa ai bambiiiiiniiiiii?”), insegnanti incazzati, tutti incazzati.

Comunque nel 2004 Andréasson morì, e Bamse, come da prevedere, si annacquò, per la buona pace della classe dirigente svedese. Addirittura il suo creatore aveva assolutamente proibito che Bamse avesse una schiera di merchandising con il suo marchio, per evitare che fosse commercializzato, mentre invece oggi abbiamo: dentifrici, spazzolini, shampoo, balsami, creme solari, chewing gum, un gioco per Game Boy, un gioco per PC, un gioco per Nintendo DS/DSi, una sala per bambini in una grande catena di hotel svedesi, una collezione di vestiti del marchio Lindex,  e… al colmo dell’umiliazione, la catena svedese di fast-food chiamata Clock (che non ha retto alla concorrenza dei colossi yankee e ha chiuso), aveva addirittura il Bamse Meal… Che bruttissima fine… Un po’ come Gorbaciov che pubblicizza Pizza Hut.

Bene, dopo questa storia tristissima di crollo di ideali, e omologazione del primo mondo, e logica del potere e del denaro, passo a illustrarvi la ricetta di oggi.

Le quantità prendetele con le molle, perché dipende dalla consistenza che volete per la pasta, io ad esempio ho aggiunto della farina, regolatevi un po’ a occhio, tanto i biscotti sono buoni sempre. Ah, se non volete passare i prossimi 4 giorni a mangiare honungsflarn potete anche dimezzare le dosi.

Sono buonissimi cosparsi di honungsnötter, ovvero miele + noci, mandorle, nocciole, arachidi, anacardi (insomma, la frutta secca che si mangia a Natale). Sostanzialmente prendete le nötter (ovvero la frutta secca) che volete, le fate a pezzi piccoli ma non troppo, tipo granella, e poi aggiungete il miele finché non ha la consistenza che vi piace. Io non l’ho aggiunta ai biscotti perché sono una deficiente e me lo sono dimenticata, ma voi fatelo perché secondo me ci sta benissimo (consiglio fuori tema: provate la honungsnötter anche su macedonia e gelato alla vaniglia).

Questi biscottini sono ottimi da servire con tè e caffè e anche con il gelato, se li fate sottilissimi come una cialdina. I golosi svedesi raccomandano anche questa simpatica soluzione: prendere biscotto 1, spalmarlo di nutella o marmellata, prendere biscotto 2, sovrapporre biscotto 2 a biscotto 1 farcito = mini sandwich di biscotto.

Come sono creativi questi svedesi!

INGREDIENTI PER 97 BISCOTTI:

  • 200 gr. di burro
  • 125 gr. di zucchero a velo
  • 250 gr. di farina
  • 4 cucchiai colmi di miele
  • 2 uova
  • 5 cucchiaini di zenzero

PREPARAZIONE:

Riscaldare il forno a 200 °C.

Far sciogliere il burro in un pentolino e aggiungere tutti gli ingredienti. Rovesciare su un piano infarinato e lavorare bene la pasta con le mani.

Stendere la pasta in uno strato sottilissimo e fare dei biscottini con una tazzina da caffè.

Mettere su carta da forno e sopra una teglia e infornare. Cuocere per 3-5 minuti, girare i biscotti e cuocere per altri 3-4 minuti.

Far raffreddare.

Honungsflarn pronti!

Buon appetito!

I.

Midsommarsill moooolto in anticipo

Ho deciso che è estate. Sia perché il freddo mi ha francamente rotto, sia perché a Milano c’è uno stellone assurdo e una sessantina di gradi, quindi fino a prova contraria E’ estate.

Per queste ragioni, ma non solo per queste, ho deciso che la ricetta di oggi sarà la ricetta tipica del Midsommar svedese (non lo avevate notato il titolo? Dai, ormai sapete come funziona, attaccare parole per fare altre parole).

Il Midsommar è la festa del solstizio d’estate, e viene celebrata il 24 giugno, la notte di san Giovanni (come i fuochi a Firenze). Adesso è solo una festa a base di alcol (come tutte le feste svedesi, peraltro), ma c’è stato un tempo in cui si diceva che la notte di mezza estate (sì, in effetti lo ha detto anche Shakespeare) era la notte in cui le proibizioni cadevano e ci si dava all’amore libero e selvaggio… Anche in La signorina Julie, opera teatrale dello svedese August Strindberg, si parla della festa della notte di San Giovanni, ed effettivamente i protagonisti prima di diventare personaggi di una tragedia se la spassano parecchio…

…a pensare che hanno smesso di fare tutto questo per attaccarsi alla bottiglia, mi ci piange il cuore.

Comunque continua a essere una festa molto sentita. Io in realtà il Midsommar in Svezia l’ho visto solo una volta un paio d’anni fa, ed è stato un semplice pranzetto tra amici, però a giro per strada ho visto che c’è chi si mette il vestito tradizionale, una corona di alloro in testa, e fa un ballo imbarazzante intorno ad un bastone che sembra un fallo ricoperto di foglie… Oddio, a pensarci bene l’alcol ti serve proprio tanto.

Questo piatto è a base di aringhe, come moltissimi piatti in Svezia. In realtà non c’è un periodo dell’anno in cui l’aringa non vada bene: si mangia a Natale, a Pasqua, a Midsommar, etc. Quindi mi sento anacronistica a proporre questo piatto a febbraio, ma non così tanto, insomma.

Il nome completo di questo buonissimo e freschissimo piatto è: Matjessill med gräddfil och gräslök. Un nomino facile da ricordare che significa “aringa marinata con panna acida e erba cipollina”; per gli amici Midsommarsill “aringa del Midsommar”.

E’ una ricetta facile una volta che le aringhe sono già marinate, la cosa lunga è appunto marinarle, perché devono stare una notte a macerare. Certo, si possono comprare le aringhe già “matjeate” all’IKEA, ma allora perché non vi comprate tutto all’IKEA e non la smettete di leggere il mio blog?

Dal momento che in Svezia è molto più comune comprarle già pronte (la marca più famosa di aringhe marinate si chiama Abba, non è carino?) ho passato la mattinata (bella la vita quando non hai un cazzo da fare, vero?) sui siti svedesi di cucina a cercare il modo di marinarle partendo da zero, e finalmente ho trovato due siti. Allora ho fatto una sintesi tra le due versioni per trovare la migliore. Spero di esserci riuscita.

Anche la panna acida me la sono fatta da sola (vedi ricetta qui).

Ecco, si torna al solito discorso sull’accompagnamento liquido… Stavolta non ho trovato suggerimenti abominevoli tipo latte, orzata, urina, etc. in compenso la tradizione vikinga impone l’uso dello snaps, la grappa svedese. Abbiamo già visto che ci servirà per ballare intorno a un pene verde, per cui anche se esagerate diciamo che vomitarsi addosso è comunque meno imbarazzante, quindi conviene tracannare a più non posso. Lo snaps più o meno in tutte le feste svedesi funziona così: ad un certo punto qualche allegro buontempone tra gli invitati dà il via ad una canzone (accanto al piattino i padroni di casa vi fanno spesso trovare i testi con le canzoni che si canteranno, quindi non c’è modo di fuggire), gli altri cantano insieme a lui e poi finita la canzone si dice tutti Skål! (ovvero “salute”) guardandosi negli occhi e si butta giù alla goccia.

Ebbene sì, ho dovuto farlo anche io reiterate volte… posso assicurarvi che i primi due o tre brindisi sono stati imbarazzanti, poi dopo era lo snaps ad agire per me, sarei potuta anche salire sul tavolo e cantare “O’ sole mio” a pieni polmoni.

Comunque, se non volete dare spettacolo di voi stessi e volete invece servire le Midsommarsill a una cenetta estiva carina e tranquilla, io opterei per un vino bianco, magari anche frizzante. E poi accompagnerei le aringhe con della focaccia/schiacciata/pizza bianca, meglio se croccante e ancora calda. Per il resto secondo me vanno lasciate così, sono fresche e buone, e per essere un piatto svedese anche relativamente leggere, e poi l’erba cipollina tagliuzzata sulla panna acida è anche carina da vedere.

Ah ecco, fondamentale: secondo voi cosa usano gli svedesi come contorno per questo piatto? Usano due cose, una ve la dico io perché non è così intuitivo, ovvero delle fettine di uovo sodo. L’altra invece? Vi lascio un minuto per pensarci, quando avete capito controllate in fondo alla pagina*.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

3 aringhe affumicate (si dovrebbero usare fresche ma non sono riuscita a trovarle da nessuna parte, comunque la mia viKinga dolce metà dice che il sapore era identico a quelle fresche)

200 ml. di aceto di vino bianco

100 ml. d’acqua

200 gr. di zucchero

una puntina di cucchiaino di senape

25 gr. di pepe nero

25 gr. di pepe bianco

25 gr. di zenzero fresco

25 gr. di legno di sandalo (io non sono riuscita a trovarlo)

25 gr. di origano

5 o 6 foglie di alloro

1/2 cipolla rossa

2 o 3 ciuffetti di aneto

1 uovo sodo

un mazzetto di erba cipollina

5 o 6 patate lesse

panna acida

PREPARAZIONE:

Se le aringhe sono affumicate metterle a bagno in acqua fredda per 5 o 6 ore, cambiando l’acqua spesso per togliere il sale.

Aringhe nel barattolo (chiedo scusa per la foto storta)

In un pentolino bollire l’aceto e l’acqua e aggiungere lo zucchero, mescolare e lasciare raffreddare. Aggiungere il pepe nero, il pepe bianco, lo zenzero, il sandalo, l’origano, le foglie d’alloro a pezzi, la senape, la cipolla spezzettata, e qualche ciuffetto di aneto (se le aringhe sono fresche aggiungere 25 gr. di sale, se sono affumicate non serve).

Sfilettare e tagliare a tocchetti le aringhe e aggiungerle a questo intruglio. Mettere tutto dentro un barattolo a chiusura stagna e lasciare una notte in frigorifero.

A questo punto è tutto fatto: mettere i pezzetti di aringa in un piatto e aggiungere la panna acida. Tagliuzzare l’erba cipollina e spolverarla sulla panna acida. Servire con delle patate lesse e con un uovo sodo tagliato a fettine (io sono fashion e l’ho tagliato a fiore).

In realtà mi sono fatta prendere dal momento e ho cosparso TUTTO con l’erba cipollina perché mi faceva simpatia. A voi la scelta.

Midsommarsill pronte!

Buon appetito!

I.

*patate lesse!