♫ Malmö è mille culure, Malmö è mille paure ♫: la skånsk äppelkaka

Prima o poi sarei tornata.

La Svezia è come quando ti prude la mano che ti hanno amputato anni prima. E ora ho nostalgia di Svezia.

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Il Turning Torso, grattacielo residenziale progettato da Calatrava, simbolo di Malmö

Sono scomparsa dalle polpette per una serie di ragioni, più importante tra tutte quella che mi sono trasferita a Malmö per un’estate. Doveva essere la svolta della mia vita lavorativa ma non lo è stata.

In compenso è stata una svolta per miliardi di altri motivi: ho iniziato a capire lo skånese, ho conosciuto un sacco di persone splendide, ho fatto un bellissimo viaggio on-the-road in Norvegia, mi sono sentita a casa e lontanissima da casa nello stesso istante, ho avvistato un cucciolo di alce con babbo alce e mamma alce, sono stata vittima di mobbing, ho avuto amici svedesi, croati, costaricani, siriani, greci, mauriziani, americani e perfino pisani, sono entrata in dipendenza da Breaking Bad, mi sono innamorata, ho avuto un viKimolestatore telefonico, ho ascoltato tantissima musica nuova, ho scoperto di non aver bisogno di cose di cui pensavo di aver bisogno, mi sono sentita davvero felice e serena.

Il lavoro non l’ho trovato, vuoi per il momento sfavorevole (mi sono trasferita a giugno), vuoi perché il mio svedese quando sono andata era molto più scarso di quando sono tornata, poi il contratto d’affitto è scaduto; e per farla breve io sono tornata con le pive in valigia a Livorno.

Il fatto che mi trovassi in Svezia in effetti non ha un diretto nesso logico con il fatto che abbia completamente ignorato il blog fino a questo momento, ma come avete letto sono stata molto molto molto impegnata.

Ammetto che quando sono tornata in Italia ho gridato un “SUCAAAA” mentale a Malmö, alla Svezia, ai biondi e ai pallini sulle a, ma anche questo fa parte dell’epifania da cui sono stata colpita, perché ora invece mi manca. Ora il Belpa mi ha stancata, vedo un’Italia in crisi nera, un paese in pieno Medioevo economico e culturale, una mentalità con cui continuerò a scontrarmi per l’eternità (e certo vivere in una città gretta, ignorante e mediocre non aiuta).

Ho avuto avventure e disavventure a Malmö, quindi sono stata contenta di tornare pensando alle disavventure, e ora sono nostalgica perché penso più che altro alle avventure, lo riconosco. Le cose stanno sempre nel mezzo.home

Però cercando di astrarre lo sguardo riesco a capire che il punto è sostanzialmente che ormai quello è come se fosse una specie di altro mondo che ho imparato a conoscere negli anni, ad amare, a odiare, a tollerare, comunque sia è mio.

La Svezia per me è l’Italia alla fine. Certo, io nel mio intimo penso in italiano, mangio in italiano (e menomale), mi incazzo in italiano, e rido in italiano. Però so come si pensa in svedese, come si mangia, come ci si incazza e come si ride. Non è un approccio che nel mio processo cognitivo attivo mi riesce naturale, no, ma mi risulta familiare, questo sì.

Perché io, è vero, sono fondamentalmente un’inquieta, ma poi alla fine penso anche che non sentirsi a casa da nessuna parte è come sentirsi a casa dappertutto, in un certo senso.

Insomma, mi sono sorpresa a riflettere su cosa sia “casa”. E credo che casa sia il posto dove quasi osmoticamente ti confondi nei comportamenti degli altri, non ti stupisci quasi per niente, né nel bene né nel male, capisci il mondo che ti circonda, lo ami a tratti e ancora più spesso lo detesti.

Nessuno a Malmö poteva supporre che io non fossi svedese, tranne forse per i capelli scuri, ma potevo essere di seconda generazione. Non ho scritto “turista terrona” in fronte, non porto marsupi obsoleti che gli italiani in viaggio risfoderano da bauli anni ’80, non cerco di far passare 10 kg in più di bagaglio all’aeroporto e non fumo dove è vietato fumare.

Tutti mi hanno sempre parlato subito in svedese, mai in inglese. È solo dopo che sanno che sono un’outsider che fanno gli stronzi.

"Nazionalista?" "Ma certo che sì!"

“Nazionalista?” “Ma certo che sì!”

Perché sì, diciamocelo, gli svedesi hanno tante qualità, ma in media sono delle grandi facce di merda, nazionalisti, saccenti, paternalisti, senza contatto con la realtà, servi di un regno fasullo senza neanche rendersene conto. Ostentatamente ingenui ai limiti del bischero, perché forzati a pensare che essere sospettosi nel loro mondo non serva.

Invece serve. Nel loro mondo come nel mio, e questo perché, checché se ne dica e ci si raccontino cazzate, di mondo uno ce n’è. E uno soltanto.

Ovviamente parlo della media degli svedesi, non tutti e non sempre si comportano in questo modo, ma nei grandi numeri è così, e comunque sia questi lati emergono anche in persone adorabili e intelligenti, quindi è una questione culturale.

Quando ero una ragazzina ebbi anche io la fase di idolatria del Nord Europa, ed ero convinta di cose che sparavo a caso senza conoscere, cose che avevo sentito dire e ripetevo per dare aria ai denti, cose che si sono rivelate dei buchi nell’acqua: la libertà sessuale, la religione non invadente, la cordialità. Se ci penso ora mi viene da ridere, sono forse i tre flop più mastodontici su cui mi sono imbattuta nel regno di Svezia.

E mi sono arrabbiata da morire con la Svezia per aver deluso così tanto le mie adolescenziali aspettative. È subentrato un odio acuto per aver constatato che erano sessualmente bigotti, religiosamente rompicoglioni e palpabilmente xenofobi.

Poi un giorno che ero in treno e ho sentito la vocetta che mi annunciava la nästa station ho avuto una rivelazione.

Io in un certo senso appartengo anche a quel posto, io e la Svezia ci conosciamo da tanto, e bene. Ci siamo reciprocamente presentate i nostri lati migliori e i nostri lati peggiori.

Ho creduto che col tempo avrei imparato ad apprezzare, o almeno ad ignorare, il lato odioso della Svezia, ma la verità è che non lo farò mai. Così come non riuscirò mai a non odiare il casino italiano, l’incapacità di pensare agli altri, di metterci d’accordo perfino quando stiamo collassando economicamente, politicamente e moralmente, l’andare oltre le regole “perché mi va”, “perché sono più furbo”.keepcalmitaly

E l’ho sempre saputo, e sempre lo saprò, che dietro le università diroccate e fatiscenti del paese dove sono nata vengono formati gli studenti migliori d’Europa, che al primo anno di triennale hanno frequentato un corso che in Svezia nemmeno gli Emeriti riescono a seguire, visto che al dottorato in matematica fanno ancora le tabelline.

Però questi studenti eccelsi dall’Italia se ne vanno, e se ne vengono in Svezia, dove se non paghi le tasse non giri in motoscafo con un troione che ha 40 anni meno di te, ma vai in galera. E non in una galera sovraffollata, malata e cupa, ma in una galera dove non sarai libero, ma sei pur sempre un cazzo di essere umano.

Uscito dalla galera in Svezia poi ti mancheranno persone genuine e ospitali, che ridono quando non c’è niente da ridere, e non perché sono stupide, ma forse perché lo sono troppo poco, a patto che si possa essere troppo poco stupidi a questo mondo; troverai persone talmente politically correct che escludono più categorie di quante apparentemente ne includano.

Ti mancheranno persone che ti vogliano far sentire a casa, uno/a di loro, che imbraccino una chitarra in un ristorante per cantare tutti insieme mentre gli spaghetti al dente fumano ancora sul tavolo.

Ma non si vive solo di schitarrate, si vive anche di treni di pendolari puliti e puntuali, di piste ciclabili, di file alle poste veloci e sorridenti, di burocrazie facili e snelle, di salari dignitosi. Si vive di un sacco di cose, a pensarci bene…

E insomma, meditando su tutto questo ho capito che casa è un posto dove ti senti talmente te stesso che riesci a raggiungere vette di odio e vette di amore che non avresti mai pensato di poter raggiungere. Chi è che ti fa più incazzare al mondo, infatti? I tuoi, di solito.

E soprattutto casa è il posto per cui provi una nostalgia incredibile, che neanche lo sapevi, ma che ti arriva come una secchiata d’acqua in faccia non appena senti dei suoni che dopo molta fatica hanno finalmente un significato.

E quindi sì, alla fine questa Svezia del cazzo è casa.

Quindi poi, tornando al vero scopo di un foodblog, io la ricetta di oggi la dedico a Malmö proponendovi la skånsk äpplekaka, una torta di mele particolarmente sbriciolosa, che come dice il nome proviene dal Sud della Svezia.

Ma visto che questo post è talmente smelencio che mi si stanno cariando i denti, sento il bisogno irrefrenabile di aggiungere qualcosa sulla scia del “siamo tutti figli dell’universo”, “amalgamiamoci tutti insieme” e “siamo tutti fratelli”…

Pisa merda.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

  • 100 gr. di pangrattato normale
  • 100 gr. di pangrattato integrale (meglio sarebbe di segale)
  • 50 gr. di granella di mandorle
  • 400 gr. di purea di mela
  • 50 gr. di zucchero di canna
  • 90 gr. di burro
  • 4 mele
  • un cucchiaio raso di cannella in polvere
  • un cucchiaino di cardamomo in polvere
  • vaniljsås

PREPARAZIONE:

Ungere una teglia (di circa 20 cm di diametro) e preriscaldare il forno a 200 °C. Mettere da parte circa 10 gr. di burro che serviranno alla fine.

Sciogliere il burro in un pentolino. Spegnere il fuoco, aggiungere il pangrattato, 2 cucchiaini di zucchero, la cannella, il cardamomo, la granella di mandorle e mescolare bene.

Sbucciare le mele e tagliarle a fettine abbastanza sottili.

Nella teglia mettere metà del pangrattato dorato nel burro, metà della purea di mela e metà delle mele tagliate.

Fare un ulteriore strato di pangrattato/purea/mele e spolverare l’ultimo strato con lo zucchero rimasto e qualche fiocchetto di burro.

Cuocere per circa 30 minuti e servire con abbondante vaniljsås calda.

Buon appetito!

I.

Sul mare luccica santa Lucia: glögg, vestaglie e lumini da morto

Non siamo ancora a Natale, e dal titolo del post avrete già capito che sto parlando di uno dei classiconi dei cibi natalizi svedesi, ma ad ogni modo a partire dalla prima pioggia d’autunno il glögg ci sta sempre bene, soprattutto se bevuto davanti a una finestra da cui potete osservare la gente che rabbrividisce sotto un temporale… ma va bene, io sono particolarmente crudele.

Allora, per gli ignoranti il glögg è una specie di vin brulé, con un sacco di spezie profumose, da servire con mandorle ed uvetta; la parola glögg deriva dall’antico svedese glödg, derivato a sua volta dal verbo glödga “riscaldare”. Ci sono miliardi di modi per preparare il glögg. La ricetta che vi do oggi è quella che faccio sempre puntualmente ogni Natale, perfezionata e approvata da tutti i viKi a cui l’ho sottoposta.

L’idea di fare il glögg mi era venuta in realtà qualche settimana fa, che ero ad una festa a Parigi (come fa posh detta così… Ah! Le feste a Parigi e la tauromachia) e c’era questo pentolone con il glögg fumante che profumava tutta la casa.
Poi mi è passato di mente e non ci ho più pensato, ma poi la settimana scorsa ero a Budapest (bella la vita del fancazzista, vero? Quanto mi invidiate?) e c’era vin brulé ovunque (che lì si chiama forralt bor), e allora mi sono detta: “Minchia, ho postato la ricetta del caffè all’uovo e non ho postato quella del glöggPessima”.

Quindi eccomi qui per rimediare.

Il glögg a partire da metà novembre (ma si può iniziare anche prima) è immancabile in ogni casa svedese, per diverse ragioni: primo perché è buono, poi perché è caldo, e poi perché è alcolico.
Io lo vedo come una Christmas version della fika: al posto del caffè c’è il vin brulé e al posto dei kanelbullar ci sono i pepparkakor e i lussekatter (che arriveranno prossimamente per voi su questi schermi). Infatti è comune invitare gli amichetti a casa a bere vino e mangiare biscottini, oppure anche cucinarli, e c’è sempre il solito buontempone che fa tutti i biscotti a forma di cazzo (io in Svezia non l’ho fatto perché conoscevo tutti molto poco, ma nel gruppo delle mie amiche quel buontempone di sicuro sarei io).

Poi oh, il vino caldo fa anche strabene: se avete la febbre vi mettete a letto, ci date di sgancino di glögg caldissimo, e la mattina dopo siete freschi come delle roselline.

GustavoVasa

Gustavo I Vasa, che se anche non ha inventato niente, possiamo notare come abbia lanciato per primo i meggins, gli stivali Ugg e il leopardato. Fescion is Gustav’s profescion.

Allora, secondo molti svedesi questo cavolo di glögg l’ha inventato Gustavo Vasa… Bene, cari viKi, non è che per ogni fottutissima cosa che esiste al mondo si debba ringraziare sempre Gustavo Vasa. Gustavo Vasa non ha inventato la posizione eretta, lo shampoo secco, il punto croce o il lettore mp3, Gustavo Vasa non era uno stregone, una rockstar, un pattinatore acrobatico o un fisico teorico: Gustavo Vasa è stato solo un pidocchiosissimo re che ha dato il nome a degli orribili crackers di cui voi andate ghiotti, fatevene una ragione! Chi se lo incula Gustavo Vasa!

Se proprio vogliamo andare alle origini del glögg, allora, la mia mediterraneità gongolante può ricordare che un mix di vino, miele, cipolle, formaggio caprino grattugiato, peli superflui, caccole, etc. è documentato di sicuro già nell’Iliade, quando una serva prepara questo ciceone (traducibile in questo caso con “troiaio”) a Nestore e Macaone.
Nell’Odissea abbiamo un improvement, perché invece delle schifezze summenzionate abbiamo miele e non meglio identificate ‘droghe magiche’.
E comunque, ad ogni modo, il più antico boccale appositamente forgiato per contenere vino caldo è tedesco (avevate dubbi in proposito? I crucchi hanno un utensile per tutto), risalente al XVesimo secolo, ed apparteneva al conte Giovanni IV dell’Alto Katzenelnbogen, primo coltivatore del vitigno Riesling Renano.
Quindi viKi, non rompete il cazzenelnboghen: Vasa non ha inventato una cippa, e poi il vino è cosa nostra, non ve ne occupate.

Bene, in Svezia è fin dall”800 che il vino caldo è associato al Natale, ed è tradizionalmente bevuto a partire dalla prima domenica dell’avvento fino a san Knut il 13 gennaio. Noi abbiamo l’Epifania-che-tutte-le-feste-le-porta-via, e loro hanno san-Knut-arriva-lui-e-kaputt. Solo che questo merdone arriva una settimana dopo la Befana, e quindi loro hanno 7 giorni in più di cazzeggio, ‘tacci loro.
La prima domenica dell’avvento sarebbe la prima delle quattro domeniche prima di Natale.
In Svezia, dove le cose che puoi comprare già belle e pronte sono sempre un passo avanti a tutti, hanno proprio un cosino composto da quattro candele e ne accendono una ogni domenica prima di Natale. Uno pensa “Beeeeello, le candeeeeeele”, e invece rimane fregato, perché i viKi hanno la passione per lo spreco di energia elettrica, e quindi le candele non sono quelle belle cose di cera che da piccolo passavi il dito attraverso il fuoco e ti meravigliavi di non farti niente… no, sono della specie di lumini da morto che mettono un’angoscia unica.

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Lumini da muerto da accendere nelle quattro domeniche prima di Natale

Comunque, come vi ho detto, si inizia a berlo anche da novembre, e si continua a farlo anche fino a febbraio, però se uno vuole proprio essere un super conserviKi, è dal primo lumino fino a san Knut il periodo in cui si dovrebbe tracannare vin brulé.

Anche perché è questo il periodo in cui i Systembolaget rigurgitano bottiglie di glögg (o anche i supermercati normali, però in questi ultimi il glögg è analcolico). E certo, che credevate? Che i viKi se lo facessero da soli?! Ve l’ho già detto, hanno tutto pronto. Oggi addirittura mentre lo stavo preparando ho scoperto che in Svezia vendono le scorzette d’arancio già tagliate dal frutto… nel senso, mai pigrizia fu così commercializzata.

Ovviamente va da sé che in Svezia siano venduti anche bicchieri appositamente per glögg, ciotoline appositamente pensate per metterci mandorle e uvetta per il glögg, e bacinelle che tengono calda la brocca del glögg.

Bene, ma se nessuno di voi avesse notato che giorno è oggi, ve lo dico io. Oggi è santa Lucia. E se mentre a noi (tranne forse solo a Siracusa) di santa Lucia ci importa una sega, in Svezia se la vivono tantissimo.

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l'onore di portare la luce agli svedesi...

Sofia Högmark, Lucia di Svezia 2009 che si è definita orgogliosa di avere l’onore di portare la luce agli svedesi…

La festa tradizionale con le ragazzine vestite con una vestaglia bianca con una cinta rossa stretta in vita e con le candele in testa nacque nel ‘700 nelle famiglie dell’alta borghesia delle città intorno al lago Vänern, per poi diffondersi nel XIX secolo in tutto il resto della Svezia.
Inizialmente era la figlia maggiore di ogni famiglia che girava in casa in camicia da notte e portava i dolcetti e il caffè ai genitori; poi nel 1927 a Stoccolma fu indetto il concorso della “miss Lucia” dell’anno, e la manifestazione di ragazze che a dicembre girano vestite da Lucia è diventata pubblica (per cui, che ridacchino prendendoci paternalisticamente per il culo perché in Italia abbiamo in televisione le zoccolette che fanno i concorsi di bellezza, a me innervosisce anche un po’… insomma, à chacun ses putaines).
Ancora oggi tante città e tante scuole eleggono la Lucia più bella, che dovrà prestarsi a fare da ‘ragazza immagine’ (già il concetto di ‘ragazza immagine’ mi fa rizzare i peli che non ho in quanto anche io vittima del concetto di ‘ragazza immagine’) cantando la canzone di Santa Lucia, salutando con la manina a conchetta nei supermercati, nelle chiese, e in tutte le occasioni in cui è richiesta una minorenne bionda e gnocca che offre biscottini e caramelle.
Ovviamente c’è anche l’elezione di miss Lucia di Svezia, e se ottieni quella puoi ritenerti una donna arrivata.
Si dice che moltissime miss Svezia (visto? Ce li hanno anche loro i concorsi di bellezza, però lo negano sempre) siano passate almeno una volta nella vita da un miss Lucia, alla faccia del ‘trampolino di lancio’.

Comunque gli svedesi, che sono notoriamente bi-partisan per quanto riguarda le puttanate (perché per le molestie, le violenze e gli stipendi sono nettamente partisan), durante il ‘900 hanno introdotto anche dei maschi nella sfilata di santa Lucia, che possono essere dei folletti (tomtenissar), delle stelle (stjärngossar), o dei biscottini allo zenzero. Niente “mister Lucìo” per loro, però, ahi.

Oddio, in realtà da qualche parte ci hanno pure provato a eleggere dei ragazzini maschi come mister Lucìe nelle scuole, ma l’esperimento è andato male, e gli svedesi hanno deciso di rinunciare: a Karlstad nel 2008 un pischelletto eletto per cantare con le candele in testa è stato bombardato di e-mail, lettere, molestie, prese per il culo, etc. tanto che ha rinunciato al titolo per tutta la violenza che ha subito; a Motala nello stesso anno, un Lucìo piaceva invece molto ai compagni, ma la preside della scuola ha fatto salire a sorpresa una ragazzina che ha strappato le candele di mano al povero pische e si è presa il premio; a  Jönköping un maschio ha piantato un casino per essere un Lucìo e alla fine gli hanno piazzato una ragazzina accanto affinché ci fossero due Lucìì, un maschio e una femmina.

Ecco, io non commento, perché secondo me fare le lotte di genere per essere eletti miss o mister Lucia vuol dire non aver capito proprio un cazzo di parità di diritti, rivoluzioni e egualitarismo.

Tornando al 13 dicembre, durante questo giorno si mangiano i tipici dolcetti allo zafferano che si chiamano lussekatter, che io amo con tutta me stessa, e che vi farò molto presto (e quel giorno non saprò di cosa parlare nel post perché l’argomento “santa Lucia” me lo sarò già bruciato).

Ecco, ma la cosa più divertente secondo me è la canzone di santa Lucia (Luciasången). Se leggete ogni libro svedese di tradizioni nordiche o ogni sito svedese che parli della festa di santa Lucia in Svezia, o viene glissato l’argomento dell’origine della canzone, oppure questa viene definita come “La canzone svedese di santa Lucia”.
Sììì, certo… come la pizza svedese e il gelato svedese.
Quella cavolo di canzone nient’altro è se non “sul maaare luccicaaaaaaaa, l’astro d’argeeeentoooo” (dal titolo, pensate un po’, Santa Lucia), canzone napoletana scritta da Teodoro Cottrau (capito? Teodoro, non Erik… Cottrau, non Andersson), prima canzone napoletana cantata in italiano e non in dialetto (interpretata perfino da Elvis in un sorprendentemente ottimo italiano, con sexyssimi tocchi di Mississippi).

Ecco ma poi questa canzone con la santa non c’entra una sega! Nel senso, sì, è vero, il titolo è Santa Lucia… ma cari viKi, nonostante siamo italiani, noi non cantiamo sempre per le divinità come potete pensare nella vostra testolina, e quindi se sentite un “Santa X”, non è detto che stiamo facendo odi sacre. Santa Lucia è un rione di Napoli (quello dov’è nato Massimo Ranieri, se proprio ci tenevate a saperlo), e la voce narrante della canzone è un barcaiolo che se la scialla sulla sua barchettina e si gode il bellissimo panorama partenopeo, nello specifico il quartiere di Santa Lucia che è possibile ammirare dal mare, e mentre è lì che rema pensa “cazzo com’è bella la mia città però, menomale sono nato qui e non sono nato a Skellefteå!”.

Quindi viKi, avete anche copiato male.

Comunque se vi dovesse capitare di essere in Svezia nei giorni intorno al 13 dicembre, innanzitutto copritevi bene perché si sbrezzona dal freddo (e grazie nuovamente dott. ing. Bergamo di ripescare queste dotte voci vernacolari), e poi se vi interessa vedere anche le processioni di Lucìe (ricordate però che per ognuna di quelle manifestazioni c’è un piccolo e fragile ragazzo che si sente discriminato, quindi potete anche decidere per il boicottaggio), sappiate che le migliori sono a Stoccolma, a Göteborg e a Malmö.

A Stoccolma presso lo Skansen (una specie di zoo + parco didattico per mostrare come vivevano i viKi quando non c’era il riscaldamento, con tristissime ricostruzioni di casette vecchie adibite a fini turistici), c’è il corteo il 13 dicembre e poi spiegazioni, canti, musiche, concerti, etc. Deve essere carino.

A  Göteborg sulla piazza Kungstorget un giorno prima di Santa Lucia (ovvero il 12 dicembre) abbiamo invece l’incoronazione della Lucia più figa di tutte, e a seguire anche qui canti, roba cristiana e candele.

A Malmö invece il 13 dicembre la Lucia della città fa una giratina a cavallo fino alla piazza Stortorget, dove vengono fatti poi anche lì cori, sacrifici umani, e cose così.

Se invece boicottate santa Lucia potete rimanere al calduccio a scolarvi del glögg, ma dovete essere ben consci del fatto che quello che trovate già pronto non ha niente a che vedere con quello fatto con le mie manine.

INGREDIENTI PER 4 TAZZE:

  • 1 dl di brandy o di vodka
  • 20 chiodi di garofano
  • 5 stecche di cannella
  • 30 semi di cardamomo pestati con il mortaio
  • mezzo zenzero grattugiato
  • qualche strisciolina di scorza d’arancio (più o meno la scorza di un quarto d’arancio)
  • 140 gr. di zucchero di canna
  • 1 bottiglia di vino rosso di media qualità
  • 1 bustina di vanillina
  • 4 cucchiai di mandorle intere sgusciate
  • 4 cucchiai di uvetta

PREPARAZIONE:

In una tazza versare la vodka e aggiungere, spezzettando con le mani, i chiodi di garofano e le stecche di cannella. Aggiungere i semi di cardamomo precedentemente pestati nel mortaio, mezzo zenzero grattugiato e qualche strisciolina di scorza d’arancio.

Coprire con la carta d’alluminio e far riposare un giorno.

In una pentola scaldare il vino a fuoco lento e farvi sciogliere lo zucchero. Aggiungere la vodka filtrata con un colino e la vanillina. Scaldare il vino a fuoco bassissimo per una mezzoretta.

Nel frattempo far riprendere l’uvetta in una ciotolina d’acqua tiepida per almeno 20 minuti.

Servire il vino con una cucchiaiata di mandorle e uvetta.

Glögg pronto!

Glögg pronto!

Buon appetito!

I.

Cosa ne pensate della fika? Morotskaka e pausa caffè

FIKA… Un’istituzione. Ciò intorno a cui ruota la vita di uno svedese medio, ciò di cui puntualmente a metà giornata o a metà mattinata (a seconda dei gusti) uno svedese non può fare a meno, ciò per cui esistono un sacco di attività commerciali su tutte le strade della Svezia.

Ma cosa avete capito, scusa?!?

Fika è un termine neutrale per definire la semplice, banale, pausa caffè. Prevede caffè lungo, dolcetti (biscottini, pasticcini o fette di torta), e poltroncine sofficiose su cui stare seduti comodamente, a casa o ad un bar.

Ricapitolando: espressino trangugiato al volo prima della lezione micidiale delle 9 = NON è una fika; caffettino digestivo dopo pranzo domenicale dalla nonna = NON è una fika; Borghetti accompagnato da urla e danze tribali al derby = NON è una fika.

SOLO gustare tranquillamente un caffè sciacquone parlando di discorsi profondi quanto il cervello di Gasparri è da considerarsi fika.

La fika è considerato inoltre un ottimo modo per toglierti dall’imbarazzante situazione di volere la fika (stavolta nel senso più conosciuto del termine, infatti non l’ho messo in corsivo) senza però dargli troppa importanza… Ovvero: nel caso in cui vi piaccia una ragazza, invece di proporle una cena fuori, un cinema, o roba così, potete direttamente chiederle una fika e sono tutti più felici. Senza gravità importanti da relazione seria, senza sudorini freddi ai lati della fronte in stile “ommioddiononcelafaròmaiachiederlediuscire”.

Gli svedesi infatti dormicchiano un pochino, ecco… hanno bisogno di essere tirati fuori dalle situazioni scomode.

Con la fika è tutto più facile. Da un lato è esattamente come l’espressino al bar, in cui “ti va di prendere un caffè insieme?” può preludere ad acrobazie sessuali più o meno violente, o a una casta chiaccherata senza alcun impegno. Ma il problema dell’espressino è che dura 0.7 secondi, mentre la fika dura tutto il pomeriggioChiacchieratio praecox VS tutta la giornata… fate due conti voi.

La parola fika fu coniata dai gggiovani dell”800 che volevano essere tanto cool (pensate che lo slang idiota giovanile esista solo ora? Purtroppo no), e girarono quindi la parola kaffi, nello svedese dell’epoca “caffè”. Insomma, com’è, come non è, erano talmente trendy che questa parola si è mantenuta nel tempo ed è usata ancora oggi.

Comunque sia gli svedesi bevono un sacco di caffè, ma davvero in quantità impressionanti: il paese che consuma più caffè al mondo in realtà è la Finlandia (circa 12 kg di caffè all’anno pro capite), seguono Norvegia, Danimarca e Svezia che oscillano più o meno tutte intorno agli stessi livelli, ovvero 9 kg l’anno. L’Italia? Un miserrimo 5-6 kg l’anno. Il caffè italiano è famoso quindi solo perché è il più buono, non perché ne beviamo tanto (muahaha).

Insomma, comunque il caffè nei paesi del Norden va tantissimo, e quindi c’è tutto questo rituale di fike, fikette, fikone, etc.

La cosa più bella di questa pausa caffè è il cibo, come sempre. Perché al caffè si devono rigorosamente accompagnare dei dolci morbidoni, o dei biscottini, insomma, cose meritevoli.

Tra i dolci più comuni ci sono i kanelbullar (di cui ho ampiamente parlato qui), chockladbollar (palle enormi di cioccolata che la mia amica Lisa ricorda con piacere e che ho preparato qui), torta di mandorla che prima o poi farò, cookies enormi, brownies altrettanto enormi, a febbraio semlor (la mia prima ricetta), a Natale lussekatter (eccoli qui) e la morotskaka, ovvero la torta di carote.

Vi ricordate le Camille del Mulino Bianco? Bene, io no perché odiavo la ragazzina della pubblicità e per principio non le ho mai prese (e poi scusa, ti pare che io da bambina tra cioccolata del Kinder Délice e carote delle Camille, scegliessi le carote?!), ma presumo fossero buone.

La mia torta ad ogni modo era sensazionale, e perfino Sua Biondezza che ha seri problemi mentali e non mangia dolci se ne è sgonfiato due fette in pochi secondi.

Comunque la morotskaka per fare la fika è perfetta: sia nel senso svedese, ovvero che ci sta benissimo, sia nel senso immediato, ovvero che fate un figurone, perché la glassina di Philadelphia dà alla torta un aspetto professionale e sembra molto più difficile di quello che è.

Se poi volete fare gli smargiassi allora grattugiate anche un pezzettino di carota e mettetelo sulla torta per guarnizione. Potevo io non farlo?

E sai quanti viewers avrà ora il mio blog con “fika svedese” tra i tag?

INGREDIENTI PER LA TORTA:

  • 2 uova
  • 75 gr. burro
  • 4 cucchiaini farina di mandorle
  • 1 cucchiaino di zenzero
  • 1 cucchiaino di cannella
  • 1 bustina lievito in polvere
  • 1 cucchiaino bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina
  • 0.5 cucchiaino cardamomo
  • 1 pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero di canna
  • 4 cucchiai di zucchero bianco
  • 180 gr. di farina
  • 3 carote abbastanza grandine
  • 7 cucchiai di olio di semi di girasole

INGREDIENTI PER LA FARCITURA:

  • 50 gr. di burro
  • 4 cucchiai zucchero a velo
  • 250 gr. di philadelphia
  • 1 cucchiaio e mezzo di vanillina
  • il succo di un lime

PREPARAZIONE:

Mescolare cannella, zenzero, vanillina, cardamomo, bicarbonato, lievito, farina di mandorle, farina e sale. Aggiungere l’olio e mescolare.

Amalgamare a parte burro fuso, zucchero e farina di mandorle e aggiungere le uova. Aggiungere poi a burro, zucchero, mandorle e uova anche le carote passate al mixer oppure grattugiate se siete obsoleti.

Aggiungere cannella, zenzero, olio, etc. a burro, zucchero, carote, etc. e mettere tutto questo in una teglia preferibilmente rotonda di circa 24 cm di diametro, dopo averla imburrata e infarinata.

Cuocere a metà forno a 175 gradi per circa 40-45  minuti (verificare con uno stuzzicadenti).

Far raffreddare.

Per preparare la glassa sciogliere il burro e mischiare Philadelphia, zucchero a velo e succo di lime. Aprire la torta che nel frattempo si sarà raffreddata e spalmare metà glassa dentro e metà sopra la torta.

Conservare in frigo.

Morotskaka pronta!

Buon appetito!

I.