Did you think I’d crumble? Did you think I’d rabarberpaj? Oh no, not I, I will survive! Lagom e rabarbaro.

No invece “Oh yeah, I”, ma mi piaceva che rabarberpaj ci stesse così bene in metrica, e poi il gioco di parole con crumble, insomma… No è vero che se spieghi le battute o le rovini o significa che non erano divertenti già da prima (come questa), ma tant’è, non avevo pensato a titoli migliori.

Ariecchime con mesi di ritardo, as usual. Sono incostante. Sempre stata. Vi rivogo sempre le solite scuse, ma la verità è che sono incostante.

Però torno con il botto, perché ho fatto la rabarberpaj, che non avevo mai neanche assaggiato, figuriamoci cucinato, e oh, è BONA! Forse ho ecceduto con la cannella e sapeva solo di cannella, ma se voi evitate di farvi prendere dall’entusiasmo e ce ne mettete meno penso rimarrete piacevolmente stupiti da questo dessert.

Innanzitutto da quando sono emigrata in Sverige ho scoperto diverse cose, tra cui che il rabarbaro è una pianta. Scegliete pure il vostro commento a questo fact of the day:
a) Nooo ma dai, è una pianta?
b) Grazie al cazzo, mi ci volevi te

Oh, io non lo sapevo e non me ne vergogno. Έτσι, δεν γνωρίζω.

Rabarbaro

Rabarbaro

L’unica cosa più vicina al rabarbaro che avevo mai avuto il dispiacere di assaggiare da piccolissima erano delle caramelle che piacevano tanto a mio babbo ma che secondo me sapevano di cerume, e quindi non mi ero poi più interessata alla faccenda.

Comunque sia, è una pianta erbacea perenne, di cui si mangia il picciolone rosso. Fate conto di avere un sedanone rosso. Quello è il rabarbaro.
Pare abbia proprietà digestive e purificanti. Si possono mangiare anche le foglie come succedaneo degli spinaci (non è una bellissima parola, “succedaneo”?) ma l’uso è fortemente sconsigliato (da Wikipedia, almeno, da dove proviene la mia scienza) perché pare contengano un casino di acido ossalico che fa venire cose simpatiche come irritazioni intestinali e calcoli renali (e qui si torna al mio odio per le cugiate del “naturale fa bene”, al centro di buona parte dei miei folli sproloqui).

Il dolce è un crumble, che in svedese si dice smulpaj, ovvero, per voi digiuni di Masterchef, una base di frutta cosparsa con un impasto friabile che durante la cottura diventa croccante mentre il sotto resta morbidoso e marmellatoso (per soddisfare la vostra curiosità sull’argomento “cose svedesi uguali a cose americane ma con nomi viKinghi invece che anglosassoni”, leggete qui).

È un dolce molto buono, se non altro perché è dolce.
Mi spiego meglio: la cioccolata sa di cioccolata, le fragole sanno di fragole, e via dicendo con altre tautologie. Se vi dessi un pezzo di kläddkaka riconoscereste la cioccolata, se ve ne dessi uno di jordgubbstårta riconoscereste le fragole, etc.

Bene, il rabarbaro secondo me non sa di un cazzo.

Con questo non voglio parlar male del mio dolce, eh, che è venuto buonissimo, ma ecco, si sentiva lo zucchero, il burro, cannella, la vaniglia della vaniljsås con cui ho cosparso il dolce, etc. Ma il sapore del rabarbaro, se proprio dovessi descriverlo, dé… non l’ho capito molto bene.

Non stucchevole, ovviamente non salato… direi lagom.

E voi direte, e che minchia è lagom?
È IL concetto svedese. Talmente intrinsecamente legato alla cultura viKi che mi meraviglio di non avervene ancora parlato, probabilmente perché io sono la persona meno lagom del pianeta.

Lui non sta bevendo lagom

Lui non sta bevendo lagom

Etimologie popolari vedono in lagom una contrazione da laget om, originariamente “intorno al gruppo”: i Vichinghi (quelli originali, infatti lo scrivo senza la K) si sedevano in cerchio e bevevano idromele da un pittoresco cornino, lagom era la quantità giusta da bere per non fare le bestie (lo si sa, come ci tenevano all’etichetta i Vichinghi, nessuno mai).
In realtà, fidatevi della linguista, l’etimologia deriva da un arcaico dativo plurale della parola lag, “legge”, traducibile con “secondo la legge [comune]”.

Si può tradurre in italiano con “abbastanza“, “medio”, “sufficiente”, “equilibrato” e corrispettivi avverbi. Né troppo né troppo poco, quindi.

Ma troppo o troppo poco di cosa?

Di tutto.

È un concetto filosofico difficilmente traducibile in italiano. ‘Morigeratezza’ dà più l’idea di qualcosa di morale, ‘appropriatezza’ dipende da un contesto, ‘conformità’ rientra anche nel lagom ma è in realtà un altro concetto.

È la misura ottimale. Di ogni cosa.

È la porzione che ti fai al buffet per non fare la figura del porcello, è il modo in cui racconti ad un amico di un tuo successo lavorativo in modo da non apparire tronfio, è la cottura della bistecca che chiedi al tuo amico che sta cucinando, è il modo in cui esulti quando vedi una partita accanto a qualcuno che tifa per l’altra squadra, il modo in cui giochi a calcetto con gli altri anche se pensi che tutte le tue azioni sarebbero maradonesche.
Non si ostenta, non si enfatizza.

Ecco, è il godersi le cose ma con una trave nel culo, per come lo definirei io.

Tempo fa vidi un video di una portoghese emigrata in Svezia che raccontava una scena che l’aveva sconvolta.
Supermercato. Madre con bimbo di circa 6-7 anni. La madre chiede al bimbo di prenderle le cipolle, e il bimbo chiede “quante?”. La madre risponde “lagom” e il viKinfante corre sorridente con la bionda chioma a prendere le cipolle.
LO SA.
Sa quante sono lagom cipolle, lo sa, ce lo ha nel corredo genetico.
La ragazza portoghese si chiede nel video: ma non dovrebbe dipendere da cosa devi cucinare? Quante cazzo sono lagom cipolle? 2,3,10, 20? Ditemelo! Credo che ci abbia perso il sonno su questo.

Dal parrucchiere immagino sia tutto più semplice. Io non ci sono mai andata dal parrucchiere in Svezia, perché una piega costa come una tiara di diamanti, ma immaginatevi come deve essere facile: non più scene come “vorrei una spuntatina leggera qui dietro, però magari davanti me li fai scalati, e poi me li sfiletti un po’ sulle lunghezze, sai tipo Rachel di Friends? Ecco, però un pochino più corti con un ciuffetto laterale sai tipo quella cantante di quel gruppo, dai come si chiamano? Dai quelli della canzone che fa la la la la la, capito?”, che poi comunque esci, ti specchi nel finestrino della prima macchina che vedi e ti sembra di essere Malgioglio.

“Lagom è meglio”

No, qui mi immagino che entri, ti siedi, il parrucchiere ti dice: “come volere taglien?” e te “lagom“. Tiè, pulita. Gli dai il tuo bravo milione di euro e sono tutti contenti.

Però lagom è essenzialmente il concetto che in medio stat virtus.

C’era una barzelletta che io e le mie eleganti amichette ci raccontavamo da piccole: una signora entra al ristorante e dice “vorrei un bicchiere d’acqua, né troppo calda, né troppo fredda, ma SMUACK al punto giusto, poi un piatto di pasta né troppo cotta, né troppo al dente ma SMUACK al punto giusto, e poi una fettina di carne, né troppo al sangue, né troppo cotta, ma SMUACK al punto giusto”; il cameriere allora le risponde “senta signora, lei m’ha fatto du’ palle così, né troppo mosce, né troppo dure ma SMUACK al punto giusto“.

Questa amena facezia, che ci concedeva alla tenera età di 6 anni il lusso di pronunciare la parola “palle” (dimostrandovi tra l’altro che non sono cresciuta tra l’alta nobiltà), riassume però in un certo senso lo spirito italiano per le cose SMUACK al punto giusto.

Gli italiani non sono lagom. Non ci pensano nemmeno.

Anzi, anche solo a livello nazionale noi italiani siamo sicuramente all’opposto, almeno per come funziona il nostro paese: si muore per una tonsillite da qualche parte, si viene operati con le tecniche migliori (e gratis) da un’altra; ci si compra una laurea in un’università da una parte, e si studia nella scuola migliore da un’altra. E guardate che non sto facendo il facile (e non veritiero) gioco dei Nordici e Sudici che ultimamente va un casino (anche qui, abbiamo Salvini ma anche Gino Strada), perché di pozze di sfacelo e ignoranza nella ridente Padania ce ne sono a bizzeffe.

Ma noi italiani non abbiamo uno standard, le oasi felici sono a macchia di leopardo, se caschi bene caschi benissimo, se caschi male, ciaone.
In Svezia non hanno una media luccicante tanto come vorrebbero far credere al mondo, ma più dell’Italia sì.

La Svezia è pallosamente lagom.

Non mi fraintendete, secondo me la società ideale è quella senza nessuna prevaricazione, e una società in cui io arraffo di più e te rimani a becco asciutto non mi piacerebbe per niente. Va da sé, non mi piacerebbe neanche una società in cui è il mio becco a rimanere asciutto, per cui una ripartizione salomonica è, secondo il mio umile parere, ontologicamente sinonimo di giustizia.

Però, a parte che ecco, da parte di un paese che ha un cazzo di re con una cazzo di corona e un cazzo di scettro, il concetto di lagom mi sembra quantomeno divertente, e poi secondo me questo concetto in Svezia rischia di creare mostri.

È un po’ lo stesso discorso dell’appiattimento delle differenze di cui vi ho parlato tempo fa a proposito dell’ideologia del gender.
Ottima cosa l’uguaglianza, le pari opportunità, etc. ma creare bambole e bamboli senza wulwe né piselli se no i bambini e le bambine pensano che oVVoVe, siamo diversi, ecco, no. Qui si esagera. No Merchandising. Editorial Use Only. No Book Cover Usage. Mandatory Credit: Photo by Moviestore Collection / Rex Features (1555426a) Antz Film and Television

L’auspicarsi una popolazione fatta di individui simili, dove menti brillanti cercano di non dare troppo nell’occhio, dove si aspira al livellamento, è malato, e fascista, e pericoloso.

Se non credete a me guardate Z la formica, in quel cartone c’è più verità di quanta ne troviate da gente che si crede di sinistra ma ha in realtà il cervello pieno de mmmerda.

Beh, in realtà io vivo a Malmö, e qui, vi dico la verità, l’ideologia del lagom non è assolutamente così evidente.
Qui è pieno di immigrati, creativi, folli, bianchi, gialli, neri, e anche fascisti, nazisti, etc.
Ma via, benvengano i nazisti se sopportare loro mi porta anche ad una società variegata, non omologata, imperfetta ma brulicante: “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva il Presidente Mao.

INGREDIENTI PER CIRCA 6 PERSONE:

  • 3 sedanoni di rabarbaro
  • 200 gr. di zucchero
  • 1,5 cucchiai di fecola di patate
  • 1 cucchiaino raso di cannella
  • 200 gr. di burro
  • 240 gr. di farina
  • 40 gr. di fiocchi d’avena
  • vaniljsås
  • lamponi e foglioline di menta per guarnire

PREPARAZIONE: Accendere il forno a 200°C e togliere il burro dal frigorifero. Tagliare il rabarbaro in pezzetti di circa mezzo centimetro di spessore e mettere i pezzetti in una teglia di circa 25 cm di diametro. Spolverare con 100 gr. di zucchero, fecola e cannella. In una terrina mescolare burro, farina, il resto dello zucchero e i fiocchi d’avena. Mischiare con le mani fino ad ottenere un impasto brignoccoloso con cui cospargerete la teglia dove avete messo il rabarbaro. Cuocere a metà forno per circa 25-30 minuti, fino a quando la ricopertura avrà un bel colore dorato. Servire cospargendo di vaniljsås e guarnire con qualche lampone e qualche fogliolina di menta.

Rabarberpaj pronta! - Ph. Gianluca La Bruna

Rabarberpaj pronta! – Ph. Gianluca La Bruna (gianlucalabrunaphotography.com)

Buon appetito! I.

Ambientalismo come pratica di sfruttamento, nucleare in Svezia e prinsesstårta

Oggi parlerò di ambientalismo.

Come saprete meglio di me, l’ambientalismo è l’ideologia e il conseguente attivismo che si propongono di migliorare l’ambiente naturale attraverso movimenti volti a sviluppare politiche e legislazioni in questo senso.

Fa parte delle classiche cose affiorate negli anni ’60-’70, periodo che ci ha portato anche tante puttanate.
Ideologicamente furono certo anni interessanti sotto diversi punti di vista, come una rinascita del marxismo (senza però capirci una sega, a mio modesto parere), idee innovatrici, libertà sessuale, uguaglianza (sbandierata ma poco realizzata), et cetera et cetera.

Furono però anche anni parecchio cugi (per una definizione di cugi, vedi qui), o quantomeno che si sono prestati a rivisitazioni cugi.

Non dico che un seme di ganzitudine non ce lo avesse, questo periodo, ma insomma. Da uno pseudo richiamo agli anni ’60-’70 sono venute fuori aberrazioni odierne come l’idea che il femminismo sia non depilarsi le ascelle e farsi la mappa astrale (scusate se non difendo la categoria, ma le donne, almeno nella mia empirica esperienza, dicono spesso molte più cazzate degli uomini, d’altronde millenni a fare la calza portano anche a questo, povere noi), che si possa vedere il colore dell’aura delle persone, che esistano energie positive e negative, e tante altre cazzate vaginali che costellano il panorama cognitivo di persone che amo definire teste di ‘azzo.hippy

Deriva anche un’insana idea di ‘natura’, che spesso le suddette teste di ‘azzo scrivono col maiuscolo per richiamarsi a un’idea divina (e per quanto mi riguarda, per me anche dio si scrive minuscolo), che va protetta, coccolata, vezzeggiata, idolatrata dalla meschina volontà del genere umano.

Bon. Al di là del fatto che, filosoficamente parlando, il genere umano, checché se ne dica, appartiene alla biosfera, i.e. natura, quindi c’è un controsenso di fondo.

Ma più che altro, è un’ideologia completamente sballata nel caso in cui ci si voglia schierare contro uno sfruttamento massivo delle risorse del pianeta, che per carità, c’è: il pianeta Terra produce due volte il fabbisogno alimentare necessario ai suoi abitanti, questo vuol dire che potremmo mangiare tutti e per di più mantenere un altro pianeta identico a noi abitato da gente che non fa assolutamente niente.

Ma sbagliano. E ora vi spiego perché.

Ora voi sapete del mio odio verso la categoria umana definita (non da me, io sono affezionata all’espressione di cui sopra che inizia per T) “fricchettoni“, perché ve ne ho già parlato qui.
Ma il mio rancore non deriva dal fatto che venivo picchiata da piccola da giovani rasta, deriva dal fatto che questi si confermano vieppiù imbecilli nei loro ragionamenti.

Prendiamo gli OGM, ad esempio. La scienza ci permette di accedere al patrimonio genetico di un qualcosa, prendiamo ad esempio il mais, che è quello più trendy, ed eliminare le cazzate strutturali di questo qualcosa.
Trasposto agli umani è come se ora gli ingegneri genetici eliminassero, che cazzo ne so, la miopia. BUM. Spariti gli occhiali.

Emofilia, distrofia muscolare, celiachia, nanismo, sindrome di Down, fibrosi cistica. BUM BUM BUM BUM BUM BUM. Sparite tutte. Ecco cosa vuol dire migliorare il patrimonio genetico.

Senza contare che una selezione genetica in campo agricolo viene fatta da quando esiste l’agricoltura (e gli animali: il carlino, il dalmata, il gatto siamese, sono tutti OGM): i semi sono quelli selezionati da migliaia di generazioni per essere più resistenti e produrre di più. D’altronde lo si sa, la fame è una brutta bestia (di solito infatti sono quelli ben pasciuti che si schierano contro i miglioramenti produttivi, una famiglina etiope che pianta arachidi ringrazierebbe una selezione che gli permettesse di campare).

OGMMa se nonostante si produca troppo non ci sono risorse per tutti, perché si ricerca sugli OGM?

A parte il fatto che si ricerca per il fine stesso della ricerca scientifica, prendersela con gli OGM per la cattiva distribuzione di risorse sarebbe come prendersela con Einstein per la bomba atomica. E poi vi siete risposti da soli…

Se si continua a non avere risorse per tutti forse allora non è la scienza che è sbagliata, forse è il sistema economico di produzione a essere sbagliato, che dite?

In un sistema, quello capitalistico, per cui si deve sempre produrre di più per non collassare, in cui costa meno distruggere una produzione e rifarla, mi dite cosa trovate di logico? Come si può pensare di essere ambientalisti se si dà per scontato un sistema a cui non frega niente di niente a patto di espandersi?

Essere ambientalisti è come mettere la cipria a Danny de Vito: se vedete un miglioramento vi posso garantire che è minimale.

E allora il segreto non è fare i francescani col culo di quegli altri, come va un casino tra gente benestante che poi però usa tutti i social network esistenti su tutte le piattaforme esistenti, tipo l’iPhone (costruito da milioni di cinesi che si sono suicidati per le condizioni di lavoro disumane a cui sono sottoposti per permettervi di fare i fricchettoni di stocazzo), di non pagare la manodopera che vi viene a lavorare i terreni di cui siete PADRONI (per poi chiamare wwoofing questa pratica di sfruttamento 2.0 dopo le obsolete servitù della gleba e mezzadria).

Il segreto è essere comunisti.

Chissà se verrò arrestata per un post di nonsolopolpette. Eppure io non sfrutto nessuno. Anche perché non ho soldi per comprarmi un campo da far lavorare a giovani con problemi relazionali che si sono fatti abbindolare da queste pericolose stronzate alla moda.

Ma cosa c’entra con la Svezia, direte voi?

C’entra.

Questa lunga premessa serviva innanzitutto a sfogarmi, come sempre. E poi anche a farvi capire chi avete davanti, non sto certo a farmi le pippe sull’ambiente.

Però in Svezia un po’ di queste pippe ammetto di farmele, perché in Svezia gli ambientalisti della domenica sono molti. Moltissimi.

Di provvedimenti ce ne sono diversi in Svezia, tipo la carbon tax, un’ecotassa sull’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, e qui, bravi (in Italia c’era, poi sospesa). Poi vanno a dire ai quattro venti che puntano a eliminare il petrolio entro il 2020 e allora boh, crediamoci.

Ma a parte i provvedimenti, è proprio una cosa che si vede in piccolo. Ad esempio al supermercato. Ogni prodotto tipo banane, arance, etc. ha il corrispettivo ecologico che costa sette volte di più, soldi che i viKi spendono davvero, li ho visti.
Di fragole ci sono quelle normali e quelle svedesi, che ovviamente costano anch’esse sette volte di più. E anche qui i viKi spendono, convinti di sostenere un km zero, che secondo me è più una specie di protezionismo al contrario, dato che i beni costano di più (ma forse la gente è più tonta, quindi abbassare il prezzo non serve).bregott

Il burro. Questa è bella. C’è una marca, tale Bregott, che vende il burro nei pacchettini, e fa un sacco di selezioni diverse per accontentare i diversi tipi di consumatore (burro più magro, burro più salato, meno salato, etc.), tra cui per l’appunto l’ambientalista della domenica. C’è infatti il Bregott ekologiskt! Capito?! Stessa identica azienda, ma ci scrivono “ekologiskt”, alzano il prezzo e alé, i viKi se lo comprano.

Ci sono tanti vegetariani che amano l’ambiente e che poi si rimpinzano di sfilatini di salmone, ché a noi vegetariani il pesce CI STA SUL CAZZO.

Ci sono contratti della luce dove la gente paga parecchio di più a patto che gli venga garantito che una quota pari a quella dei loro consumi venga ottenuta da fonti rinnovabili.

Ecco ma va bene, se vi sentite meglio con la vostra coscienza fatelo.

MA, ci sono diversi ma.

Innanzitutto io non ho mai visto uno spreco come quello che ho visto in Svezia.

Di cibo nei ristoranti (è quasi tutto a buffet, la gente riempie a cupola il piatto e lascia mezza roba lì), ma non è neanche tanto questo che lascia basiti.

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Macchinetta elettrica che vi dà il resto in spiccioli

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Cestino elettrico che si apre quando passate davanti al sensore

Lo spreco vero è quello di elettricità: luciluciluciluci ovunque, si lasciano le luci accese in casa quando si esce, così quando si torna la casa “è più accogliente“; a Lund nella mia università ci sono le CATTEDRE ELETTRICHE! Ovvero, hanno un pippolo che se lo pigi la scrivania attaccata alla corrente si alza e si abbassa (della serie, hanno inventato le sedie con la pompettina manuale, bestie!); un attrezzo tipo spada Jedi che attacchi alla presa, diventa rosso e incandescente, e te lo piazzi nel carbone per scaldare la brace (a tal proposito un coglione svedese che ho malauguratamente conosciuto a cui avevo fatto notare lo spreco energetico, mi disse “ma anche i fiammiferi consumano ossigeno”…); le piastre elettriche in cucina; i cestini elettrici che macerano i rifiuti; le macchinette elettriche al supermercato che ti danno il resto in spiccioli, etc.

E secondo voi perché consumano come delle merde? Ve lo dico io perché.

Gli ambientalisticissimi (esiste il superlativo assoluto di “ambientalista”?) viKi non pagano un cazzo di elettricità perché hanno il nucleare.

nuclearplant

Nel ’47 crearono una viKiorganizzazione di ricerca sul nucleare e dal 1965 (ah, gli anni ’60, quelli di cui si parlava prima) decisero che era giunta l’ora di mettere qualche centralona, per evitare le incertezze dei prezzi del petrolio.

Nel tempo hanno aperto e chiuso vari reattori, tra cui uno nella contea di Uppsala che ebbe un guasto nel 2006: pare che la fusione del nucleo non sia avvenuta solo per puro chiulo, e che sia stato l’evento più pericoloso dopo Three Mile Island e Chernobyl (nel 2008 poi ci sono state fessurazioni nelle barre di controllo sia in questa centrale che in un’altra in un’altra città, e quindi l’hanno rifermata, ma per poco tempo).

Poi si fece un referendum, se si voleva togliere subito il nucleare o aspettare un po’ (per poi comunque toglierlo). Gli svedesi vollero aspettare, e si decise che nel 2010 il nucleare sarebbe stato abbandonato. Ma gli svedesi questo nucleare lo volevano per forza, perché secondo un calcolo abbastanza ovvio, senza avrebbero dovuto pagare cara l’elettricità (e cazzo, fanno il barbecue con la spada di Yoda, ti pare?). Il partito di centro allora diventò da antinuclearista a nuclearista e alla fine, ecco, nucleare fu.

Oggi ci sono 10 reattori operativi che solo nel 2011 hanno prodotto il 39,6% dell’energia elettrica del paese. Paese (oltretutto pieno di cascate, fiumi, risorse idriche) che ospita, ve lo ricordo, soltanto 9 milioni e mezzo di persone.

Ecco perché se ne fottono e alzano e abbassano le scrivanie elettriche che è un piacere. Tanto poi coi rifiuti nucleari cosa ci si fa? Si vendono alla camorra e vaffanculo all’ambiente.

Ecco ma allora, se è un mondo che funziona così, mi capite perché io poi vomito acidità nei miei post, vero?

Quindi io quest’oggi vi cucino la prinsesstårta per tre ragioni: la prima è che è la cosa più buona che abbia mai mangiato, panna ripiena di panna, intervallata da panna.

La seconda è che è la torta d’amore tra me e mia mamma, che quando è venuta a trovarmi a novembre scorso mi ha fatto talmente tanto piacere che quando se ne è dovuta tornare a casa ho pianto come una bimba per circa 4 ore ininterrottamente.

La terza ragione è che è verde uranio.

Alla prossima e no nukes!

INGREDIENTI PER 6 PERSONE:

Per la base:

  • 4 uova a temperatura ambiente
  • 175 gr. di zucchero
  • una bustina di vanillina
  • 70 gr. di farina
  • 1 dl. di maizena (vedi peso)
  • 16 gr. di lievito in polvere (una bustina)
  • 50 gr. di burro fuso a temperatura ambiente
  • burro e pangrattato per la teglia
  • un pizzico di sale

Per la farcitura:

  • 5 fogli di colla di pesce (possono essere esclusi ma il ripieno verrà più liquido)
  • 3 dl. di vaniljsås
  • 1 cucchiaino di vanillina
  • mezzo litro di panna fresca
  • due cucchiai di zucchero
  • marmellata di lampone (vedere quanta!!)

Per la ricopertura:

  • 300 gr. di marzapane
  • colorante alimentare verde
  • roselline da decorazione dolci
  • zucchero a velo

PREPARAZIONE:

Imburrare una tortiera di 24 cm di diametro e cospargere di pangrattato.

Sbattere le uova insieme allo zucchero e a un pizzico di sale finché il composto non diventa spumoso, aggiungere il burro, il lievito e la vanillina. Poi aggiungere farina e maizena e mescolare con un cucchiaio di legno dal basso verso l’alto finché il composto non è liscio.

Mettere l’impasto nella tortiera e cuocere a 160 °C nel ripiano più basso del forno per 40 minuti. Gli ultimi dieci minuti cuocere con il forno aperto per uno spiraglietto (infilateci dentro un mestolo di legno).

Far raffreddare la torta 5 minuti nel forno spento, toglierla dal forno e lasciarla raffreddare altri 5 minuti nella tortiera, poi sformarla e farla asciugare sopra una gratella.

Mettere i fogli di colla di pesce in acqua fredda.

Scaldare la vaniljsås in un pentolino. Quando è calda togliere il pentolino dal fuoco, strizzare i fogli di colla di pesce e metterli nella vaniljsås calda. Mescolare finché non si sciolgono e far raffreddare.

Montare la panna bella solida insieme alla vanillina e allo zucchero.

Mentre la panna si monta aggiungere la vaniljsås e continuare a sbattere fino ad ottenere un composto fermissimo.

Tagliare la torta in tre parti (quindi due tagli).

Primo strato: ricoprite il fondo di marmellata di lamponi e mettere uno strato alto più o meno un centimetro di crema.

Appoggiare il secondo strato sul primo e fare la stessa cosa (marmellata + crema).

Appoggiare l’ultimo strato e coprire tutta la torta di marmellata e poca crema ai bordi. Dovrebbe esservi avanzata un bel po’ di crema che deve essere messa tutta in cima alla torta.

Mischiare il marzapane al colore alimentare e stendere un foglio sottile. Ricoprire la torta con il marzapane, spolverare di zucchero a velo e applicare una o più roselline.

Servire dopo 5/6 ore di frigorifero.

 

Buon appetito!

I.

 

“Con l’amore io voglio giocare”: la Trombonave e lo stekt strömming med potatismos och rårörda lingon

Io perdo i colpi, perché vi propino cose tipo post di storia, post di linguistica, cose che non vi interessano assolutamente, e lascio da parte le cose importanti.

Perché vi ripeto che io so cosa cercate, lo vedo nella mia dashboard e so che a voi della cultura che trasuda dalla mia nobile persona ve ne sbattete, voi cercate “cazzi mosci“, “figa svedese“, e poi vi va male e finite su un blog di viKicucina.

Ma oggi si cambia. Oggi è per voi.

Oggi si parla di Trombonave! Yuhu!
Quanto ci avete sperato che affrontassi l’argomento Trombonave, ditelo un po’.

La Trombonave in tutto il suo splendore

La Trombonave in tutto il suo splendore

Per i pochi di voi che non sanno cosa sia la Trombonave, è presto detto. La Trombonave è un traghetto della compagnia Viking Line che fa una minicrociera sul Baltico. Le vere Trombonavi sono due (ma il realtà LA mitica è solo una): la Mariella che copre la tratta Stoccolma-Helsinki e ritorno, e la Cinderella (lei, la mitica) che fa una giratina sul Baltico, si ferma alle isole Åland, e poi ritorna indietro.

La leggenda narra che su questi traghetti accadano cose inenarrabili, tipo bionde nude che vi bussano in cabina pregandole di cospargerle di Nutella, che non vedono l’ora di gettarvisi tra le braccia, che non riescono a trattenersi appena vedono un italiano.

Come potete capire anche da soli, mi dispiace per il diludendo, ma queste storie sono leggende metropolitane. E’ più probabile che leggiate sul vostro specchio la scritta “Benvenuto nel mondo dell’AIDS” fatta col rossetto, che incontriate un alligatore nelle fogne di New York, che vi avveleniate con le scie chimiche, che vostro cuggino trovi in spiaggia un cane e invece era un topo.

In realtà se la leggenda è nata, forse c’è stato un tempo in cui le Viking Line erano dei tromba-tromba a cielo aperto, forse tutta la faccenda funzionava di più quando i ragazzi europei viaggiavano low cost usando l’interrail (difatti la Trombonave, forse anche per dimostrare l’attaccamento a una clientela gggiovane, prevedeva fortissimi sconti per chi era in possesso di biglietto interrail). Arrivavano stanchi e puzzolenti dopo aver percorso un intero continente in treno (che l’Europa, per quanto piccola, è pur sempre un continente) e una volta sulla nave si facevano una doccia e erano pronti per il divertimiento. Di turisti giovani se ne vedevano ancora pochi in quelle zone (perché altri preferivano perdere gli ultimi neuroni nei coffeeshop di Amsterdam) e le bionde si incuriosivano.

Ma oggi i pischelli si sono evoluti.

In realtà anche la mia generazione vede l’interrail come una cosa da fratelli grandi, noi già giravamo con gli aerei, e a quindici anni avevamo un’incredibile dimestichezza con i check-in e i gate, sapevamo ridurre il necessario da portare in 10 kg di bagaglio a mano e facevamo già i weekend a Londra e Parigi. Sì. Sono gggiovane anche io.

I pischelli 2.0 quando sono annoiati prenotano un volo Ryanair o Easyjet (e già Ryanair non è più trendy come quando ero adolescente io), buttano automaticamente le bottigliette d’acqua prima di stendere i braccini per il controllo sicurezza, non hanno più un coltellino svizzero, accendono automaticamente l’i-Pad quando il segnale delle cinture di sicurezza si spegne, non sanno neanche più cos’è un interrail: l’interrail fa così anni ’90, quindi dovrebbero inventare un Trombojet stile The Wolf of Wall Street, perché ormai la Trombonave è passata, se voglio andare a Helsinki in un nanosecondo ci arrivo.

E anche gli altri europei si sono, loro malgrado, abituati ad avere a che fare coi ragazzini italici. Così riconoscibili quando li vedi, vestiti di solito malissimo (nonostante l’aura di eleganza che l’italiano si porta appresso: si deve essere adulti per emanarla, i ragazzini in Italia si vestono di merda, soprattutto quando viaggiano), coi marsupi, biascicando un inglese stentato, mostrando tutta la loro incapacità genetica di pronunciare i nomi dei luoghi come si dovrebbero pronunciare.

smileybrufoliMalati di figa, certo, ma questo non direi in un modo particolarmente diverso dai loro coetanei germanici: anche loro si imbarcano in viaggi improbabili verso Firenze e Roma perché le italiane, lo si sa, la sganciano facile. Ho conosciuto un sacco di svedesi che mi raccontavano che da ragazzini si mettevano i soldi da parte per andare in Italia, convinti che, appena scesi, miliardi di morone tettone con le labbra rosse si spogliassero davanti a loro.

Rassegnatevi: il mito che le donne degli altri posti scopino più e più volentieri di quelle della vostra terra natìa è una costante di ogni latitudine.
Il problema caro ragazzino brufoloso che mi stai leggendo, è che se nella tua vita scopi poco non è perché sei nato nel paese sbagliato e le donne (e forse i buoi) dei paesi tuoi sono recalcitranti. E’ perché sei con buone probabilità uno sfigato.
Non preoccuparti, con gli anni passa (nel 70% dei casi), ma levati i prosciutti dagli occhi, fatti una pulizia del viso, lavati le ascelle, vestiti decentemente, non ti scaccolare e se ti manca lo charme prova a farti un corso di teatro. Il problema non sono le italiane (se sei italiano, o le tedesche se sei tedesco, o le svedesi se sei svedese). Il problema sei te.italian

Le svedesi poi, poveracce, ormai si sono stancate dell’italiano macho col collanone d’oro sul petto villoso che è convinto di avere dei punti in più perché non si cheta mai e sa cucinare un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino.

Di copulare no, non credo siano stanche, anche perché altrimenti la popolazione svedese si sarebbe estinta, ma la globalizzazione ha fatto sì che un ricciolo moro non stupisca più nessuno. Voglio dire, ci emigrano un sacco di somali, senegalesi, etiopi, se le svedesi la devono dare a qualcuno perché è più scuro di loro, sappiate cari amici italici che in Svezia c’è gente molto più scura di voi. E il popolare adagio insegna: once you go black, you never go back.

Se volete che vi faccia da consulente di turismo sessuale faccio anche questo per voi, figuriamoci, ed è più facile di quello che sembra. Per quanto riguarda la Svezia siate splendidi ma non troppo, improfumatevi, vestitevi da hipster, andate in un locale trendy e costoso ma che non lo dà a vedere, prendete una bionda e parlatele di cinema e fotografia mentre la ingozzate di Black Russian (e siete in Svezia, quindi calcolate un 10-15€ a bicchiere). In questo modo ci sono buone possibilità che raggiungiate le triangolare meta. Insomma via, fate come fareste in Italia, in Giappone, in Francia e in Portogallo.

Smettetela di credere alle puttanate che i nordici (e le nordiche) sono diversi, che in Svezia le donne sono più emancipate e quindi la danno a tutti, che le italiane sono più acide perché è un paese cattolico… insomma, davvero credete ancora a queste cose?

Oltretutto io a Linköping ho conosciuto un sacco di ragazze intrippate con sette gesuitiche che volevano arrivare vergini al matrimonio, e nel resto della Svezia ho conosciuto mille svedesi che non volevano “concedersi” troppo in fretta (come se durante l’atto sessuale la donna si concedesse e basta e non si divertisse anche lei), che in ogni rapporto del cazzo vedevano il grande amore, e dal canto opposto ho conosciuto parecchi svedesi maschi che se una donna “gliela dava” al primo appuntamento era una donnaccia, che non volevano che la loro ragazza facesse cose troppo spinte (ovvero con una squinzia occasionale ci faccio i numeri ma la sposa solo a missionario, se no mi si sciupa), e altre aberrazioni del genere.

Quindi tutta questa libertà sessuale io in Svezia non l’ho vista.

Però le testine a pinolo e le persone intelligenti esistono dovunque, quindi secondo me cambia poco.

Ad ogni modo, il mito della Trombonave (come molte cose in viKinghia) deriva probabilmente dal discorso alcol.
Sulla nave infatti gli alcolici sono esenti da tasse, e questo, lo si sa, piace molto ai viKi, che hanno la mordacchia del Systembolaget.

Quindi, essendoci poi due discoteche a bordo, ecco che si crea una miscela esplosiva: discoteche + litri di alcol a poco prezzo + gioventù. Ed ecco che l’ormone schizza più velocemente e rimbalza su più bersagli, ed ecco che la nomea di Trombonave si espande a macchia d’olio.

Ci sono però i suoi effetti collaterali, ovvero: nordici/nordiche che collassano pisciando vomitandoque perché dal momento che gli alcolici costano poco si sentono autorizzati a devastarsi fino al delirium tremens (pare che nei Nineties la maggior parte della gente non scendesse neanche dal traghetto per un secondo perché troppo dilaniata per muovere un muscolo, con scene da Notte dei Morti Viventi di Romero, bella vacanza), turisti che sperano nelle procaci bionde, e last but not least, le suddette bionde che lo sanno e quindi si tengono alla larga da questo girone dantesco, e soprattutto le tardone cesse che sperano di ruscolare qualcosa.

Insomma, un epic fail.

Dando poi un’occhiata su siti specializzati (come “gnoccatravel.com”) risulta che queste trombonavi siano sempre state delle voliere di napoletani con la bava alla bocca da un lato, e gite di sedicenni finlandesi in modalità devasto dall’altro, quindi ecco, si riconferma il fatto che se vi prospettavate con gli occhialini da sole, la camicina aperta e due bionde che vi sventolano con in sottofondo “Mareee profumo di mareeee”, avete nettamente sbagliato nave.
La Genova-Barcellona è sicuramente più festaiola. Lo dico per esperienza diretta.

Sono sempre pronta a smentite comunque eh, fatemi sapere, magari si dice in giro che è tutta una fuffa perché è una specie di Fight Club che nessuno sa, nessuno parla, e invece appena entri sembra di essere in Eyes Wide Shut, non lo so.

TROMBONAVEPare che una fetta di mercato però ci sia: le donne nordiche che viaggiano sole per ruscolare dell’affetto risultano essere nate nell’entredeuxguerres, quindi, per chi ama il genere granny, ci sono buone probabilità di riuscita di conquistare una notte tra flaccide braccia e baci al sapore di Algasiv.

Negli anni inoltre, qualcosa è cambiato: hanno chiuso il duty free dei negozi di alcolici in orario serale ad esempio, perché la Viking voleva evitare il fenomeno di quelli che compravano alcol non tassato nei negozietti per fare i festini privati nelle stanze (distruggendole come sbabbari) e non spendere nemmeno una corona nei pub e nelle discoteche.
Pare ci siano state delle sollevazioni popolari per questo, ma alla fine la compagnia decide, o così o Pomì. Se volete le vostre scorte private di booze le comprate solo la mattina, la sera disco.

Certo, è comunque molto più economico comprare alcolici in questi pub che non in quelli a giro per le strade svedesi, poi pare che sulla Cinderella non stiano così attenti all’età (in Svezia devi avere 20 anni per poter bere in un pub; ma capita, specie a Stoccolma, che il padrone del locale faccia un po’ come vuole, e se non vuole una clientela troppo giovane alza la soglia a 30, lo può fare), e poi non ci sono i buttafuori fascisti che ho visto in Svezia. Forse dovrei scrivere un post a parte sulla security dei locali.

In sostanza sono dei parasbirri, si sentono chissà chi, hanno la facoltà di buttare fuori e mazziare chi vogliono perché rispondono alle direttive del locale, che ha carta bianca su chi far entrare e chi no. Almeno, così mi hanno detto degli svedesi, mi piacerebbe controllare personalmente qualche legge e regolamento perché mi sembra abbastanza anticostituzionalino, perché insomma, se il padrone del locale decide che butta fuori chi vuole, e lui non vuole zingari nel suo locale, glielo fanno fare? Ecco, spererei bene di no, spererei che fosse LUI a rischio mazzate, non i clienti sgraditi. Se sapete illuminatemi perché mi interessa molto.

Insomma, alla fine delle fatte fini io sulla Trombonave non ci sono mai stata, anche se mi piacerebbe perché ti vedi tutto l’arcipelago bellissimo e fai scalo alle isole Åland, e poi viaggiare in nave a me piace un sacco. Ci farò un salto e vi farò sapere.

Anzi no, non vi farò sapere perché “tutto quello che accade in Trombonave, rimane in Trombonave“.

Spero di esservi stata utile.

Per quanto riguarda il piatto di oggi, visto che si è parlato di mar Baltico, vi propongo l’aringa.

Che poi si fa presto a dire aringa, perché c’è una diatriba sul nome dell’aringa tra la costa est del Baltico e la costa ovest del Mare del Nord. Se vi interessa saperne di più, leggete qui.

Ma siccome faccio le cose per benino, io non vi faccio l’aringa a caso, vi faccio proprio lo strömming, che è il modo in cui a Stoccolma e in generale nella baltica costa est si chiama l’aringa. Nella costa ovest la chiamano sill, ma i biologi hanno concordato che si tratta più o meno dello stesso pesce; lo strömming è solo leggermente più piccolo.

Lo strömming, tra l’altro, sta alla base della preparazione del noto surströmming (“strömming acido”), aringa decomposta e fermentata che odora di palude dello Stige e di cui avevo parlato qui, postandovi anche un video.

E vi avevo già promesso di assaggiarla e filmarmi (tipo le 2 girls 1 cup reactions), ma ancora non mi è riuscito trovare questa prelibatezza al supermercato. La troverò prima o poi.

La ricetta di oggi è invece una profumatissima aringa impanata e fritta, servita con potatismos rårörda lingon, che sarebbe il mirtillo rosso (potete usare il ribes se non lo trovate) riscaldato con un pochino di zucchero.

Fidatevi che questa è bona!

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 4 filetti di aringa
  • 50 gr. di farina di segale
  • 50 gr. di pangrattato
  • 50 gr. di burro
  • 1/2 dl di olio di semi
  • sale
  • potatismos
  • rårörda lingon

PREPARAZIONE:

Mischiare la farina di segale e il pangrattato, togliere la spina principale alle aringhe e infarinarle bene, lasciandole per 5 minuti dentro la farina.

Mettere a scaldare il burro insieme all’olio e quando è caldo buttare le aringhe infarinate.

Servire le aringhe con il potatismos (è buono anche freddo, ma se preferite potete dargli una scaldatina) e i rårörda lingon.

stektstromming

Stekt strömming med potatismos och rårörda lingon pronto! Foto di Gianluca La Bruna www.gianlucalabruna.com gianlucalabruna.tumblr.com www.gianlucalabrunaphotography.com

Buon appetito!

I.

War is not over (at least not in Sweden). I non pacifici viKi, la Guerra di Finlandia e la romsås

Oggi ho deciso di parlare di guerra.

Così, perché agli svedesi gli garba parecchio dire che sono pacifici, che in guerra non c’entrano mai, che sono il popolo più pacioccoso del mondo, salvo poi essere i primi produttori di mine antiuomo, vendere armi a destra e a manca, essere pionieri dell’aeronautica militare nella produzione di caccia multiruolo a decollo verticale di ultima generazione (tipo il simpatico Saab Jag-39 Gripen), finanziare megaindustrie missilistiche in Arabia Saudita e Pakistan (della serie, boia, e poi vuoi processare Assange perché non sei d’accordo su come tratta le donne!), avere l’industria bellica come il primo datore di lavoro privato del paese, essere il terzo paese al mondo per valore pro-capite nell’export di armi dopo Israele e Russia, aver mandato i suoi soldatini in Bosnia e Kosovo, essere stata tra i paesi più entusiasti per la guerra nella campagna in Libia e avere un contingente in Afghanistan.

viKisoldato in Afghanistan. Possiamo notare i classici simboli di pace: bandiera, divisa, mitra, sguardo cattivo, etc.

viKisoldato in Afghanistan. Possiamo notare i classici simboli di pace: bandiera, divisa, mitra, sguardo cattivo, etc.

E ve l’ho già detto ma lo ridico: una testina di minchia svedese che ho avuto la disgrazia di conoscere, quando feci notare che la Svezia era in guerra, mi disse: “Guarda che noi siamo in Afghanistan in missione di pace“. Capito?

Un paese che ufficialmente non fa parte della NATO, ma che ha con la NATO una particolare partnership, per cui partecipa alle sue campagne militari pur senza farne parte.

Il final boss del paraculismo.

Quindi NO. Ho deciso che si parla di guerra, cazzo. Anche se la guerra di cui sto per parlarvi è finita già da un po’ di tempo.

Oggi infatti vi puppate un post storico e magari vi fate anche una cultura sulla storia moderna. Capre!
Si parla della guerra di Finlandia, ovvero quel conflitto che vide la perdente Svezia firmare il Trattato di Fredrikshamn perdendo così ogni diritto sulla Finlandia.
Con buona pace dei finlandesi, penserete voi. Beh, non proprio perché la Finlandia passò sotto il controllo russo, e anche i Russi non sono esattamente dei pezzi di pane, chiedete ai Ceceni.

Ad ogni modo gli eserciti dell’Impero Russo di Alessandro I e del Regno di Svezia di Gustavo IV prima e Carlo XIII poi si fronteggiarono per più di un anno, dal febbraio del 1808 al settembre del 1809.

L’antefatto, come quasi ogni antefatto nella storia europea dell’800, riguarda Napoleone: il nanetto infatti aveva riconosciuto alla Russia ogni sua pretesa egemonica sulla viKinghia, dal momento che questa era alleata con i British, fumo negli occhi per la Francia imperiale.
In questo modo Napoleone sperava che di fronte a un avversario come la Russia (sì ecco, non Guasticce) gli svedesi avrebbero abbassato il crestino, sciolto l’alleanza con il Regno Unito e aderito al Blocco Continentale.

Nano che ha rotto le balle all'Italia prima del duce e di Berlusconi

Nano che ha rotto le balle all’Italia prima del duce e di Berlusconi

Dal canto suo, lo zar puntava alla Finlandia, che ha sempre fatto gola a tutti per la sua posizione superstrategica, i laghi, il death metal, il Nokia 3210, Haikkonen & Räikkönen e Babbo Natale, e ci spostò tutti i suoi carrarmatini del Risiko.

Gli Svedesi, per esprimersi in regali termini, si trovarono allora col culo scoperto, perché il grosso del loro esercito doveva tamponare un possibile attacco al Sud del paese da parte dei Danesi, che erano invece alleati di Napoleone, e che in effetti attaccheranno dopo poco senza però raggiungere nessun cambiamento territoriale, e quindi nessun risultato se non la morte di non so quanta gente (e di cavalli. Nessuno si chiede quanti cavalli in media morivano nelle guerre del passato, chissà).

Insomma, i Russi conquistano la Finlandia meridionale in poco tempo incontrando molta poca resistenza (o provaci te a resistere all’esercito russo? Un po’ come il Tibet che fa il pacifico con la Cina… grazie al piffero, sarei anche io pacifica contro la Cina, capirai).

Ma gli svedesi contrattaccano e riescono comunque a bloccare l’avanzata russa nella Finlandia centrale, vincendo dignitosamente anche qualche battaglia (ecco, non come la resistenza francese della Seconda Guerra Mondiale che è consistita in un mettersi tutti a pecorina e sperare che finisse presto, e poi si vantano anche di averla vinta la guerra, così son boni tutti).

Siamo al punto che i viKi se la stavano anche cavando bene, e poi ecco, non dimentichiamoci che erano alleati con l’Impero Britannico, voglio dire, non l’ultimo degli stronzi, dato che ha colonizzato più o meno tutto l’orbe terracqueo. Era però un’alleanza del menga, perché gli Inglesi ci provarono anche a inviare un contingente nel porto di Göteborg, ma visto che il generale John Moore e il re Gustavo IV si becchettavano come galline, il contingente venne levato di torno e inviato in Spagna, e agli svedesi rimase una misera flottina di sostegno. Questo vi sia di insegnamento: se avete l’Impero Russo che vi vuole menare, magari evitate di sclerare col generale inglese vostro alleato, se no poi è peggio per voi.

Nazioni invase dalla Gran Bretagna (quelle rosse)

Nazioni invase nella storia dalla Gran Bretagna (quelle rosse)

I Russi infatti si inalberano e prendono gli svedesi a schiaffi coi piedi (nonostante una sonora sconfitta nella battaglia di Jutas il 13 settembre) e li obbligano a sgomberare dalla Finlandia.

Dopo queste vittorie però, non si capisce bene perché (dice perché l’inverno era arrivato molto presto in Finlandia quell’anno e il generale non voleva rischiare, ma io sinceramente dubito che un russo a caso si faccia intimidire da condizioni climatiche avverse), il generale russo dal temibile nome di Fyodor Fyodorovich Booksgevden si caga sotto. Esatto. Nonostante si chiamasse Fyodor Fyodorovich Booksgevden. Quest’uomo chiede una tregua.

Lo zar cosa fa allora secondo voi? Si incazza, ovviamente, lo manda a chiamare, gli dice “Nini, non puoi cagarti sotto come la nazionale di Prandelli”, lo caccia e lo sostituisce con Bogdan von Knorring, Knorring come il dado Knorring, a cui rompe le balle affinché la faccia finita una volta per tutte e sbaragli il viKiesercito. Ma anche lui è prudente, se la prende con c-c-comodooo come i Lil Angel$ e aspetta la primavera dell’anno successivo.

Che poi è una primavera solo sulla carta, quella del marzo sul golfo di Botnia, perché dopo l’ordine del generale Knorring le truppe russe marciano sul golfo ghiacciato per andare a divaricare i viKiani, quindi ecco, se in primavera marci su un mare ghiacciato, mi chiedo cosa tu faccia d’inverno.

Mentre i russi son lì che camminano sul mare come Gesoo, a Stoccolma avviene un golpe, perché l’esercito dà la colpa a Gustavo IV di non aver saputo gestire la faccenda con i russi e aver perso la Finlandia, e lo detronizza. Sul trono sale allora Carlo XIII.

I russi intanto si sono divisi in tre frange; una ha preso le isole Åland, una ha preso Umeå, e una si è fermata a 70 km da Stoccolma.

Ma Carlo XIII serve alla Svezia come (e qui cito un leggiadro detto livornese) “il cazzo alle vecchie”. Diciamo che ormai la guerra è persa, il buon Carlo cerca solo di ottenere migliori condizioni di pace e negozia fino alla morte.

Io ora non so dirvi se era meglio se chiamava Samuel L. Jackson per una negoziazione o se alla fine questo era comunque il meglio che sarebbe riuscito a fare, considerata la situazione, sta di fatto che con il trattato di pace di Fredrikshamn la Svezia cede alla Russia la Finlandia e parte della Lapponia (territori che poi la Russia unisce), e poi viene obbligata ad aderire al Blocco Continentale e dichiarare formalmente guerra al Regno Unito.

Insomma, usciti malissimo, poveracci.

“Obladì Obladà” “Quella… vuoi chiudere quella boccaccia? Non Lennon, Lenin! Vladimir Il’ič Ul’janov!”  Trovatemi la -facile- citazione e avrete il mio amore

“Obladì Obladà” “Quella… vuoi chiudere quella boccaccia? Non Lennon, Lenin! Vladimir Il’ič Ul’janov!”
Trovatemi la -facile- citazione e avrete il mio amore

Ma usciti ancora peggio direi i Finlandesi, che dovranno aspettare il grande Lenin, che farà un bel po’ di casino nel ’17 e avrà grane più grosse a cui pensare piuttosto che all’indipendenza finlandese.
Quindi i finnici dichiarano la loro indipendenza, provano per un po’ la monarchia ma (in questo di molto superando in argwzia i viKi) capiscono che è una cagata e dopo una guerra civile diventano nel ’19 la Repubblica di Finlandia che tutti conosciamo.

Così finisce la triste storia della guerra di Finlandia. Con l’esercito svedese che soccombe miseramente.

Il luogo che si considera essere la Waterloo dell’esercito di Svezia nella guerra di Finlandia è Kalix, cittadina svedese del Norrbotten, abitata da poco più di 7.000 anime.

A Kalix si trova una specialità marchio DOP dell’Unione Europea e sarebbe il caviale di Kalix, o Kalix Löjrom. In realtà “caviale” si dice solo rom, il löjrom è più specificamente il caviale di coregone bianco, salmonide molto comune nel Mare del Nord e nel Mar Baltico.

Quello di Kalix è però una roba a sé, perché a causa dei miliardi di fiumi intorno alla città che si riversano in quel tratto di mare (tanto che il golfo di Botnia ha acqua dolce nonostante sia un mare, ecco perché a marzo ci puoi camminare sopra), la carne e le uova di questo pesce lì hanno un altro sapore. Queste acque ricche di oligoelementi come Bromo, Bario (BReaking BAd), Stronzio, Iodio, Selenio, Molibdeno e Litio rendono infatti il Kalix Löjrom unico e ricercatissimo, tanto da essere presente nel menu di quasi tutte le cene del premio Nobel.

Per fare il piatto di oggi, che è la romsås, una salsa a base di uova di pesce, si raccomandava l’uso del caviale di Kalix. Ma siccome io non ho a cena il re di Svezia né un’armata di sapientoni su tutti i campi dello scibile umano provenienti da tutto il mondo, e sono povera in canna, ho deciso di sostituire il caviale di Kalix con delle banali uova di salmone, tanto insomma, ‘sto coregone bianco è un salmonide, quindi va bene.

Questa salsa è ottima su ogni tipo di pesce, soprattutto il salmone, ma è ottima anche per fare degli sfizioserrimi crostini. In questo caso consiglio di guarnire poi il crostino con aneto o erba cipollina, come preferite.

INGREDIENTI PER CIRCA 3 DL DI ROMSÅS (CIRCA 6 PERSONE):

  • 1 dl di panna acida o gräddfil (vi consiglio di dimezzare la mia ricetta)
  • 1 dl di maionese
  • qualche goccia di succo di limone
  • 2 cucchiai abbondanti di uova di salmone (o di coregone bianco di Kalix se ve la sentite)
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di zucchero
  • 1 spolverata di pepe bianco
  • un pochino di aneto spezzettato finissimo

PREPARAZIONE:

Mischiare la panna alla maionese e aggiungere sale, zucchero e pepe.

Aggiungere il limone, le uova di pesce, l’aneto spezzettato e mescolare delicatamente.

Buon appetito!

I.

Essere gravida in Svezia assolutissimamente non bevendo del Kurant Blush

Bene, immolo sull’altare di nonsolopolpette la vittima sacrificale Kazziimjei per un post di (non) interesse generale.
Generale quantomeno per chi, come me, affronterà una gravidanza nel regno di Svezia.

Bene, la gravidanza in Svezia è un avvenimento discretamente frequente, se si prendono come fonti autorevoli gli occhini aperti per strada. Basta fare del peoplewatching quando si cammina per giungere alla conclusione che o è sport nazionale ingoiare cocomeri interi, o qui figliano conigliamente.

"Vero svedese". Con bandiera. Su bavaglino. Rabbrividiamo.

“Vero svedese”. Con bandiera. Su bavaglino per neonato. Rabbrividiamo.

In Italia le italiane (altro discorso per le immigrate, fortunatamente) si riproducono poco e tardi.
Tempo fa ho fatto un controllo a Pisa ed ero la più giovane (di diverse lunghezze) tra tutte, e voglio dire, ho 27 anni, non sono una teenager rimasta fregata da un party selvaggio.

Ma le differenze non sono solo in frequenza ed età di donne gravide, le differenze sono molte. Moltissime.

Essendomi trasferita in Svezia definitivamente quando ero di tre mesi, posso dire di essermi fatta un’idea di entrambi gli iter medici di Belpa e Vikiland. E proprio per questa ragione, continuerò a utilizzarli entrambi. Pagherò un po’ più d’aereo, ma il sistema italico io non lo lascio.

Dunque, io in Italia nei primi 3 mesi ho fatto:
1) Test del cacchio in farmacia per capire se piangevo a caso, morivo di fame e avevo le tette di Pamela Anderson per qualche ragione particolare. E vabbè, questo me lo sono pagata perché funziona così (costa anche abbastanza). Funziona così anche in Svezia.
2) Test ormonale per vedere i livelli di BetaHCG, cioè dell’ormone che produce l’embrione, la gonadotropina corionica. Pagamento ticket, non test.
3) 4 ecografie (di cui una di emergenza causa paranoid moment, quindi una non conta, nonostante gratis anch’essa) completamente gratis, con vista embrione/feto, doppler per battito del cuore, e ad ogni ecografia è corrisposta una visita ginecologica.
4) Test urine, test sangue (emocromo, HIV, pap test, gruppo sanguigno, rosolia, antiglobulina, toxoplasmosi). Tutto gratis. L’Italia (o per lo meno la Toscana, poi ‘ste cose sono regionali spesso) prevede un toxotest al mese in gravidanza.
5) Bi-test. Ovvero test comprendente esame del plasma ed ecografia per avere un range di probabilità di avere un neonato affetto da anomalie cromosomiche (soprattutto sindrome di Down). Gratis. (Specifico che in Svezia si fa solo ed esclusivamente in clinica privata e costa più di 200€).
6) Ad agosto farò un’ecografia morfologica (anche qui gratis). Ma se volessi mi spetterebbero di diritto anche altri esami delle urine, altri esami del sangue, e poi più avanti un’altra ecografia e un altro monitoraggio del battito fetale. Se avrò voglia tornerò in Italia, se no, no.

N.B. Se fossi stata una over 35 avrei avuto l’amniocentesi o la villocentesi gratis.

Cosa ho ricevuto:
1) Cartellina rigida in tessuto con su scritto “La mia gravidanza”, che a sua volta conteneva:
2) Libretto/ricettario medico verde con un fiocchino sopra che contiene i foglietti/impegnativa da presentare alle visite.
3) Opuscolo “Aspetti un bambino?… Aspettiamolo insieme” con dentro scritti tutti gli incontri, i corsi e le consulenze ostetriche, mediche e psicologiche a cui ho diritto GRATUITAMENTE prima, durante e dopo la gravidanza alla mia ASL, numeri utili, orari.

Opuscoli italici

Opuscoli italici

4) Cartellina personale della Regione Toscana con i miei dati, i dati del padre (sperando sia davvero lui e non il cubista botswanese della mia festa di compleanno), anamnesi familiare, personale e ostetrica, diario delle visite, dei test fatti e delle mie condizioni ogni volta, altezza, peso, etc. ovvero materiale che distruggerò appena il caccolino nascerà.
5) Dieta di 1700 kcal al giorno per i primi mesi, che sul retro ha quella di 2000 kcal per gli ultimi mesi (vorrei dire a tutti i miei nemici che stanno leggendo che no, non sono diventata una balena, ho preso pochissimi chili e faccio un sacco di attività fisica, sono più bella di prima. Tiè!).
6) Opuscolino sull’allattamento che non ho ancora letto perché tanto c’è tempo.

Specifico che se fossi tedesca, albanese, cinese, algerina, sudafricana, di un paesino non conosciuto dall’essere umano delle regioni estreme della foresta amazzonica, o clandestina, sarebbe la stessa cosa.

Ho una ginecologa che mi segue (e che amo), con ostetriche adorabili che rispondono a ogni mio quesito, e poi dal momento che sono particolarmente stronza e fortunata, ho a mia disposizione la madre del padre del mio pargolo che è ostetrica, una zia che è ostetrica, e un’amica che è ostetrica. Ma vabbè, questo è culo, coglionazzi (è una citazione fantozziana, non vi sto offendendo a caso).

Ora passerò in rassegna invece ciò che so (perché mi è stato illustrato alla mia prima visita) del Biondomondo, nella fattispecie di Malmö.

Dunque, vabbè, serve la tessera sanitaria europea, perché se sei europeo bene, se no paghi.

Se non hai il codice fiscale svedese non puoi andare di persona, ma devi telefonare ad un numero con una voce registrata che parla skånska (dialetto di Malmö), sforzarti di capire quando ti sembra ti stiano chiedendo di inserire il tuo numero di telefono, inserirlo e aspettare che ti richiamino. Ti richiamano, ti tengono un’oretta al telefono perché non hai lo stramaledetto viKicodicefiscale (che si meriterà un post a parte) e ti fissano una visita.

La visita è una chiacchierata con un’ostetrica.

Cose che si notano: sono tutte donne. Non ci sono ostetrici, non ci sono infermieri, non ci sono medici. È un mondo rosa che profuma di cipria e che è cosparso di riviste su gossip, moda e maternità. Oh yeah. Essere donna oggi.
Ostetriche donne, infermiere donne e… dottori donne? No. Niente dottori né dottoresse.nodoctors

Sì, perché la gravidanza non la segue MAI un medico (a meno che tu non abbia complicazioni, allora lo chiamano), solo le rosa ostetriche.

È inutile che vi depiliate la frilli per la “visita” o che vi mettiate delle mutande dove non ci sia sopra Minnie o qualche buco, tanto l’ostetrica che vi assegneranno non è interessata a scosciarvi sull’imbarazzante sedia, vorrà solo parlare con voi.

La piacevole chiacchierata si svolge nello studio dell’ostetrica disseminato di quadri con bambini, donne nude, wulwe & wagine stilizzate, e vi verrano fatte diverse domande, tra cui:

1) Il tuo partner ti picchia? A parte che no, non lo fa, e poi ecco, ci sono andata indovinate con chi? Col mio partner, quindi insomma, magari non te lo direi… Oddio, per un nanosecondo mi è passato per il cervello di dire “Sì sì, ogni tanto mi rompe una sedia sulla schiena, poi mi lega e mi prende a frustate con un gatto a nove code, vero amore? Diglielo!”, poi però mi sono ricordata che gli svedesi non sono famosi per essere il popolo più ironico del pianeta, e quindi alla fine mi sono resa conto che questa uscita sarebbe appartenuta alla lunga lista di cose che fanno ridere solo me, ma scandalizzano il resto del mondo, e siccome mi hanno già detto di fare attenzione a questa mia tendenza, sono stata zitta buona buona e ho risposto “No”.

2) Bevi durante la gravidanza? Bene, dal momento che io non sono svedese, e quindi non concepisco l’abitudine di non bere mai dal lunedì a venerdì per poi tracannare decalitri di vodka economica il sabato sera, per me dire “Mah, un bicchiere di vino ogni tanto capita”, vuol dire davvero “Mah, un bicchiere di vino ogni tanto capita”. Quindi è inutile che mi sfracassi la minchia sui danni dell’alcol, io se capita un bicchiere di vino non solo lo bevo,  ma lo bevo di quello bòno, e GODO. Alla facciaccia tua e del tuo Systembolaget dei miei coglioni.
absolutepregnantLa viKiostetrica mi ha detto che fanno malissimissimo anche 10 cc di vino. Corrucciata, ha scritto istericamente qualcosa dove ho letto la parola “vin” sul suo maledetto diarino, e ha osato dirmi che “fa male al bambino e io sono qui per lui“, alché io ho iniziato ad alterarmi e ho risposto che anche io ero lì per il bambino, visto che è MIO. Grrrrr.

Poi mi ha detto che in Svezia ho diritto a:
1) Questa famigerata chiacchierata che stavo avendo in quel momento.
2) Un’eventuale visita dal medico se si hanno problemi gravi.
3) Una chiacchierata più seria con esami urine e sangue (gonorrea, clamidia, gruppo sanguigno. Mai toxo).
Tra l’altro, io che sono sfigata ho avuto un’infezione renale e dovete sapere che qui manca il concetto di “orinocultura” e “antibiogramma”, quindi visita d’emergenza: ho pagato 5 euro una “visita” da un’infermiera, alla quale ho detto che avevo bisogno di un antibiotico, lei (tra l’altro simpatica come la sorella sgradevole di Sgarbi) ha pleonasticamente detto che avevo bisogno di un medico, il quale si è beccato altri 20 euro e, dopo che IO gli ho detto che avevo un’infezione ai reni, dato che è la terza e ormai riconosco i sintomi, mi ha prescritto della penicillina.
A quel punto ho chiamato il mio medico in madrepatria che mi ha detto, visto che non sono nata nel ’12 e non ho un marito al fronte e una bimba tisica, di sostituire la penicillina così démodé con un Augmentin preventivamente messo in valigia.
4) 1 (sì sì, ho scritto 1) ecografia alla 18° settimana(che sono 4 mesi e mezzo, questo significa che se dall’ecografia vedo che il bimbo ha 4 paia di zampe aracniformi, un alluce in mezzo agli occhi, o una dozzina di teste, deciderò se abortire quando il feto è già bello formato).
5) Un’altra chiacchierata ostetrica alla 25° settimana.
6) Un controllo del diabete tra la 27° e la 28° settimana.
7) Un’altra chiacchierata se questo è il primo figlio alla 31° settimana (se non è la mia prima gravidanza vuol dire che so già come funziona e mi attacco al cazzo).
8) Dall’ottavo mese e una settimana, una chiacchierata ogni due settimane finché non sgravo.

Mi ha anche detto che in tempi remoti si faceva un’altra ecografia all’8° mese, ma ora non si fa più. Abitudini antiche, oh my god.
Capito?! Una sola ecografia per tutta la gravidanza, per di più in un periodo in cui abortire è sicuramente diverso dal farlo con un certo anticipo.

OpuscoliSvezia

viKiroba consegnatami

Dopo avermi detto tutto questo mi ha dato:
1) Foglio con i numeri utili tutto scritto in svedese (in Toscana perlomeno, la documentazione viene data in italiano, inglese, spagnolo, albanese, romeno, cinese e arabo, e se c’è necessità viene chiamato un mediatore culturale).
2) Informativa che dice che i risultati dei miei test verranno conservati nel caso dovessero riguardarli nel corso del tempo (cosa vorresti fare, buttarli via appena letti? Il concetto di cartella clinica forse risulta misterioso).
3) Foglio che oltre a farmi vedere come cresce un bambino di settimana in settimana mi dice a cosa ho diritto (vedi sopra).
4) Librino Having a baby (in svedese Vänta barn) sull’aspettare un bimbo: crescita del bimbo, risposte a domande varie (posso andare in palestra, posso fare sesso), divieti vari (il suddetto, temibile, non meglio identificato ALCOL, le sigarette e lo stupido tabacco da gengiva), la spiegazione su come la gravidanza cambia il tuo corpo, su come le ostetriche svedesi ti aiutano (ve lo dico io: male), i problemi/malattie che si possono avere in gravidanza, informazioni su cosa fare durante il parto a parte soffrire (raccomandano anche cosa portare, tra cui macchina fotografica e caricabatterie… grazie), informazioni sui tipi di anestesia, informazioni sul cesareo, sulla ventosa e sull’allattamento al seno. Mi hanno dato un libro in inglese, io ho chiesto anche quello in svedese e a casa ho notato che quello inglese ha 64 pagine, quello svedese 144. Non so cosa c’è scritto in più, se vi interessa leggo anche quello svedese e ve lo dico.
5) 2 bicchieri di plastica (non sterili) dentro cui fare pipì, per poi trasferirla dentro una provetta (questa invece sterile, ma tanto ormai…) da portare per la prossima chiacchierata con esame urine accluso.

Ah, mi hanno dato anche un codice fiscale temporaneo da portare sempre con me, se no gli svedesi ci vanno in paranoia.

Poi io ho chiesto specificatamente informazioni sulla toxoplasmosi, dato che in Italia ti fai un test al mese. Lei inizialmente non ha capito la parola toxoplasmosis (faccio notare che in svedese si dice toxoplasmos), poi mi ha detto che era la prima volta che lo sentiva e che non aveva idea di come richiedere questo strano esame.

Io ho detto: “Guarda, basta che mi dici dov’è un laboratorio analisi, o una clinica privata, e lo pago io il test, non c’è problema”. Niente. Lei non sapeva dove, non sapeva chi, ha detto: “In caso si vogliano più controlli medici so che esistono cliniche private, ma un’analisi privata boh, mai sentita”.

Sì ecco, un altro mondo. Tra l’altro, curiosità: se decidete ragionevolmente di farvi un’ecografia prima della 18° settimana, quantomeno per vedere se l’embrione è in utero o no, o per essere certe di essere in stato interessante, o perché cazzo, è così che si dovrebbe fare, sperate di non avere due gemelli, perché in quel caso costerà il doppio! Ahaha, zecche, vero?

L’ecografia (che farò tra poco ma ancora non ho fatto) la fa anch’essa un’ostetrica, e se c’è del disagio nel feto chiama il medico. Ti preparano all’ecografia dicendoti che è molto importante guardare un video sulla diagnostica prenatale, realizzato dal servizio nazionale della salute, il Vårdguiden.
Il video dà informazioni su Bi test (che io, ripeto, ho fatto in Italia gratis in un centro di eccellenza, in Svezia 200 euri sull’unghia e solo in clinica), villocentesi, amniocentesi e l’unica ecografia della 18° settimana.

Bene, in questo video si affrontano temi come la sindrome di Down (perché è comprensibile che un genitore voglia sapere se suo figlio rischia di essere Down) specificando come le scuole aiutino i bimbi Down, non c’è tutta questa necessità di abortire, scene di bimbi Down che giocano a pallone, etc. Ora, io non giudico nessuno, ma ho la pretesa sacrosanta di non voler essere giudicata a mia volta se ammetto con tutto il candore del mondo che se il mio Bi test avesse dato risultati negativi io avrei abortito. E non mi servono le scene di rosei bambini Down per farmi sentire una merda, perché io una merda non mi ci sento.

Poi, a proposito della pidocchiosa ecografia: famiglia che racconta che durante questo test hanno visto che il bimbo aveva la spina bifida. Moglie e marito specificano che avrebbero tenuto il bimbo anche se disabile, perché lo amavano e lo desideravano, ma poi il medico ha detto che sarebbe stato MOLTO disabile, e loro “non hanno voluto essere egoisti”. Il marito specifica che è orribile dover “giocare a fare Dio” (era scritto anche maiuscolo nei sottotitoli in inglese), ma era nell’interesse della creatura e hanno abortito, nonostante ripetessero allo sfinimento che lo avrebbero tenuto e amato anche disabile.
Ecco, immagino sia stato difficile per loro, ci mancherebbe, un aborto è sempre difficile, anche per una ragazzina a cui si buca il preservativo è difficile, figuriamoci se il bimbo è voluto ma malato. Grazie a ‘sto cazzo che è una tragedia.

Ma che lo stato si permetta di parlare di dio (io lo scrivo minuscolo) su di un video consigliatomi da un cazzo di ospedale, un video che mi parla di diagnostica prenatale e mi fa vedere bimbi Down sorridenti e genitori che si sentono in colpa di aver giocato a dio, un video che sembra una copia più lacrimevole e tecnicamente fatta peggio dell’Oprah Winfrey Show, bene, NO. Siete pessimi.

no abortoComunque sia, visto che mi sto incazzando da sola, vi linko ‘sto video de mmmerda e concludo: io ho deciso che sfrutterò il sistema sanitario di entrambi i paesi, infatti mi farò l’ecografia sia qui (e se il fagiolino collabora scoprirò presto se è maschio o femmina) che in Italia al quinto mese.

Non mi potrò controllare la toxoplasmosi così spesso come i medici italiani raccomandano, ma se 27 anni di graffi di gatti, lettiere pulite, salami e prosciutti e frutta mai lavata non hanno portato a niente, spero davvero che non mi venga proprio ora.

Ancora non so dove partorire, ma credo qui in Svezia, perché nonostante in Italia ci siano babbo, mamma, ostetriche vicine, amici e amiche, non ho voglia di tornare un mese e mezzo prima del parto e tornare un mese e mezzo dopo. 3 mesi sono troppi.

Ecco, se poi vedrò asciugamani, acqua bollente (nei film con partorienti non mancano mai) e un forcipe in sala parto mi allarmerò, per ora me la godo.

E siccome sono acida (come potete notare, le dolci gioie della maternità non hanno apportato nessun beneficio al mio carattere) la ricetta che vi posto è un cocktail stoccolmese a base di vodka. Non lo berrò, non rompetemi le balle anche voi. Però lo posto.

INGREDIENTI PER 1 BICCHIERE DI KURANT BLUSH:

  • 30 ml di Absolut Kurant (o comunque della vodka al ribes nero)
  • 15 ml di liquore alla fragola
  • 30 ml succo di cranberry (in Italia questo frutto non esiste, sarebbe il mirtillo rosso americano, da non confondersi col semplice mirtillo rosso, o lingon. Sostituite pure con altro succo di frutto di bosco acidulo)
  • succo di due spicchi di lime
  • zucchero per guarnire
  • ghiaccio

PREPARAZIONE: 

Mettere nello shaker (se siete stilosi, se siete persone normali e non James Bond, mescolare in un altro bicchiere) la vodka, il liquore, il succo di cranberry e il succo del mezzo lime.

Bagnare i bordi del bicchiere e appoggiare i bordi bagnati su dello zucchero. Mettere il ghiaccio nel bicchiere e versare il cocktail.

Buon appetito!

I.

Gimme! Gimme! Gimme! A knäck after midnight

Non si può avere un blog sulla Svezia senza affrontare l’argomento Abba.
No, no, no, no, non si può.
E allora vai col nuovo articolo, anche e soprattutto perché l’ho promesso a Irene F., compagna adolescenziale di concerti e richieste di autografi di dubbio gusto, persa negli anni e poi ritrovata all’isola d’Elba.

Dunque, ognuno di noi conosce almeno una canzone degli Abba. Forse non proprio ognuno di noi, ma molti (me inclusa) si ritrovano talvolta sotto la doccia a cantare “Fernandooooo” usando la cornetta come microfono.Abba

I ritornellini degli Abba ti si piantano nel cervello in un modo tale che neanche una lobotomia sarebbe d’aiuto.

Perfino Madonna ha ceduto al fascino degli Abba riproponendo un campionamento di una loro canzone (quella che ha citato anche la sottoscritta per il titolo di questo post) nella sua Hung Up, leitmotiv della mia ubriachezza molesta la notte di Capodanno del 2005 sotto la porta di Brandeburgo assieme a tre miei amici.
Ma credo che i cazzi miei vi interessino in misura limitata, quindi torniamo a parlare degli Abba.

Gli Abba nascono nel lontano 1970, quando Agnetha Fältskog & Björn Ulvaeus, e Benny Andersson & Anni-Frid Lyngstad decidono di formare una band composta da una doppia-coppia canterina; la struttura chiastica con cui vi ho detto i loro nomi serviva a contenere la spiegazione sul perché del nome Abba, ovvero le iniziali delle due coppiette, anche se pare che il nome Abba sia stato anche un furbo stratagemmino usato per far sì che i loro album fossero sempre ai primi posti nei negozi di dischi.

Ad ogni modo, vuoi per lo stratagemmino, vuoi per due bionde mezze ignude che si sgolano su un palco, vuoi per le tutine di lustrini (indossate sia dalle summenzionate bionde, sia dai mariti), gli Abba hanno venduto oltre 375 milioni di dischi in tutto il mondo, e sono considerati tra i gruppi più influenti del pop internazionale.

Ecco, io personalmente non credo che gli Abba siano propriamente i Mozart del pop, quelli sono i Beatles (dei primi tempi, perché dopo abbandonano il pop per darsi alla genialità). Penso che la viKiband abbia inventato poco e che musicalmente non sia poi particolarmente creativa. Ma nessuno come loro trasmette energie positive sul mondo, questo va riconosciuto. Se il mondo è una merda, come è, una canzone degli Abba ti dà una carica diocristo, che poi vai a manetta.

E quindi a me stanno davvero simpatici.

Bene, per tornare alla loro storia personale, le coppiette si sfasciarono dopo poco e alla fine il gruppo si sciolse. Fu proposta loro una reunion nel 2000 per una tournée che avrebbe fruttato ai 4 biondi circa un miliardo di dollari… evidentemente non avevano problemi economici perché hanno rifiutato per “non deludere i fan”. No, bravi eh, per carità. Io per un miliardo di dollari prendevo la macchina e li mettevo sotto, i miei fan, ecco forse perché di fan non ne ho e vivo in un sereno anonimato.

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

E come non dimenticare gli sbarazzini Woxidos?

Ad ogni modo, gli Abba furono i pionieri di tutto un filone di svedesi travestiti da anglosassoni che portò e continua a portare alla Svezia diversi soldini nell’esportazione di musica in tutto il mondo. Vi avevo già scritto questo post che parlava di svedesi insospettabili, ma vi rinfresco la memoria nel campo musicale: Ace of BaseRednexRoxetteThe CardigansEuropeAlcazar, The Ark, Meja, Eagle-Eye Cherry, The Hives, Emilia, e altri ottocento milioni che mi sto dimenticando.

Comunque, per tornare agli Abba

L’incontro primordiale nasce dai due uomini, che negli anni ’60 suonano entrambi in due gruppi non particolarmente affermati, ma comunque con un loro seguito; i due iniziano a collaborare musicalmente insieme nei tempi morti e continueranno per sempre, anche dopo la fine degli Abba, a dimostrazione del fatto che i veri amici non ti lasciano mai, la figa prima o poi sì.

Agnetha nel frattempo era già conosciuta per aver fatto la Maddalena nella versione svedese di Jesus Christ Superstar. Sì perché gli svedesi sono come gli americani, devono avere la loro versione di tutto, se no non capiscono.
Era particolarmente famosa in Germania e cantava spesso in concerti hippy svedesi. Durante uno di questi, tra un acido e un’ascella pezzata, aveva conosciuto Björn e se lo era sposato qualche anno dopo, per la gioia delle rivistacce sceme di viKigossip che documentarono maniacalmente il matrimonio un po’ come hanno fatto con la principessa Vittoria ai tempi nostri (se vi interessa sapere di più su quest’ignobile storia leggete qui).

Frutto dell'amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l'incendiaria

Frutto dell’amore tra il Grinch col parrucchino e Carrie l’incendiaria

Anni-Frid, l’unica non svedese del gruppo (perché come dimostrano gli Aqua, una topa norvegese ci sta sempre bene), si fece conoscere un po’ di più nella serata in cui in Svezia cambiò il senso di marcia automobilistico da sinistra a destra. Gli astuti governanti infatti quella sera organizzarono grandi concerti e spettacoli televisivi per convincere le persone a restare a casa davanti allo schermo evitando così di far loro prendere la macchina per poi spiaccicarsi nei pali.

Qualche tempo dopo, ad un concerto hippy anche lei, conobbe Benny e ecco gli Abba pronti e impacchettati.

Poi c’è stato il revival Abba anni ’90 grazie anche al musical Mamma mia! che io non ho visto perché nutro un odio profondo per ogni genere di musical. Ho provato a vedere anche Hair e Jesus Christ Superstar. No, non ci riesco. Se canti e balli, mi stai sul cazzo.
Però ammetto che è un problema mio.

I miei solerti lettori mi hanno giustamente ricordato che a Stoccolma l’anno scorso è stato creato: ABBA The Museum. Nasce come mostra itinerante e diventa un museo stabile, rientrando nel novero dei musei “non c’ho un cazzo da far vedere, beccati questo”, di cui la Svezia è piena, e di cui ho già parlato a proposito della famosa nave Vasa.
In questo museo, pensate, potete cantare e ballare in una cabina con ologrammi degli Abba indossando anche un’ologrammica tutina imbarazzante, e scaricare la vostra ignobile performance per poi condividerla sui social network per meglio esporvi al pubblico ludibrio.
Il mio modesto consiglio (poi fate come volete) è: andate a Copenhagen, compratevi una chilata di erba buona, portatevela a Stoccolma, fumatela prima di entrare e infilatevi nella cabina ologrammica. E poi mandatemi i vostri video e io li posto qui. Per favore.

Tornando a noi, normalmente si ritiene che gli Abba abbiano inventato uno stile. Sono ricordati sicuramente più per i completini che per i loro nomi di battesimo.
Si pensa spesso (credo almeno, io di solito non penso che le rivoluzioni siano fatte coi vestiti, ma nazionalpopolarmente lo si crede): “hanno voluto dare un segnale di rottura pur seguendo l’onda degli anni ’70”, “liberavano il corpo liberando anche ciò che lo comprimeva”, “i colori dei tessuti con cui si fasciavano rappresentavano gioia e serenità”.

Bene, no.

Gli Abba si vestivano da cazzoni per non pagare le tasse.

È una dura verità da accettare, ma è così. È difficile accettare che l’Italia sia fuori dai mondiali, che John Lennon sia stato ucciso, che Roberto Bolle sia gay, e quindi provate a ingoiare un po’ di Xanax e a mandare giù anche questa.

Il solerte Benny ha addirittura detto: “Nessuno si vestiva male come noi, ci vestivamo da idioti solo per non pagare le tasse”. Capito? Al vostro amico Benny le frange luccicose che voi trovate tanto sovversive FACEVANO CAGARE!!

costumiabbaSì perché in Svezia c’era (o forse c’è ancora, non so) una legge per cui i costumi di scena potevano essere detratti dalle tasse, e per qualificare un vestito come “costume di scena”, questo avrebbe dovuto suscitare una reazione del genere: “Cara viKiagenzia delle Entrate… Ti pare che io normalmente vo a giro con questa merda addosso?”.

Ecco perché i colori sgargianti, le vertiginose zeppe e tutte le mise degne dei migliori Cugini di Campagna.

Oltretutto il caro Benny aveva già avuto dei disagi con il fisco biondo, dal momento che pare avesse evaso tipo 10 milioni di euro.

Quindi, nulla, a parte queste storiacce, il piatto che vi illustro oggi non c’entra in realtà un cazzo con gli Abba, con l’evasione fiscale, con luglio, con l’estate, ma era un ottimo monosillabo che stava nella metrica del mio titolo.

Lo knäck è un dolcetto tradizionale tipico del Natale svedese (se volete altre ricette natalizie tipiche svedesi cercate “en riktig svensk jul” su questo blog) e deve il suo onomatopeico nome al fatto che quando lo mangiate vi sembrerà di tornare nel Medioevo per essere sottoposti alla tortura dello schiacciatesta, perché basta un morso di queste caramelle per frantumarvi gli alveoli dentari.
Si può porre rimedio aggiungendo molto latte alla ricetta e cuocendoli un po’ meno, però ecco, agli svedesi piace così.

Però se ciucciate e non mordete è buono. Sa di mou, anche se ho letto che è più precisamente un toffee, anche se poi non ho mai capito la differenza tra le due cose.

Dentisti del mondo, ringraziatemi per aver postato questa ricetta.

INGREDIENTI PER 10-15 KNÄCK:

  • 90 gr. di zucchero
  • 170 gr. di miele (o di sciroppo d’acero)
  • 2 dl di panna fresca
  • 90 gr. di granella di mandorle (o di nocciole). Se non la trovate già pronta spezzettate tutto voi con un coltello affilato.

* Servono 10-15 stampini da minicupcake!

PREPARAZIONE:

Mischiare lo zucchero, il miele e la panna in una pentola dal fondo spesso (così non si brucia tutto).

Portare a ebollizione mescolando e abbassare il fuoco appena bolle.

Far cuocere per 20-30 minuti finché diventa appiccicoso e marroncino (il tempo dipende da quanto è grande la pentola).

Per vedere se è pronto fare quella che gli svedesi chiamano kulprovet (hehe), che non è la prova del culo: prendere un bicchiere pieno di acqua fredda e un pezzettino piccolissimo di impasto bollente con un cucchiaino. Buttare l’impasto nell’acqua fredda e se si riesce a formare facilmente una palletta vuol dire che è pronta.

Spegnere il fuoco, aggiungere la granella di mandorla.

Versare tutto negli stampini da minicupcake facendo molta attenzione, perché il caramello bollente fa effetto napalm.

Mettere in frigo e far raffreddare per un paio d’orette.

Si conservano per un paio di mesi a temperatura ambiente.

Buon appetito!

I.

Äggtoddy, finlandssvenska e dolcissimi Mumin

Io sono quella delle ricette postate a cazzo. Infatti questa è una bevanda pasquale.

Kevin McKidd, aka Tommy, aka dottor Hunt

Kevin McKidd, aka Tommy, aka dottor Hunt

L’äggtoddy è una bevanda molto dolce a base di uovo e cognac (ma c’è anche chi ci mette rum, o whisky o calvados o, Sacré Bleu, lo analcolizza), ed è sostanzialmente la stessa cosa dell’eggnog, bevanda natalizia, non pasquale, diffusissima in Canada e Stati Uniti, della cui esistenza so grazie a Big Bang Theory, How I Met Your Mother, Grey’s Anatomy, e altre mille serie yankee che mi guardo con eguale ingordigia nelle mie segrete stanze, quando smetto di essere una persona seria e piango per l’Alzheimer della moglie del dottor Webber.

Tra l’altro, mi sono sentita particolarmente deficiente per non aver riconosciuto subito nel dr. Hunt il povero Tommy di Trainspotting, voi lo avevate notato?

Grey’s Anatomy a parte, l’äggtoddy può essere servito molto caldo, molto freddo con ghiaccio dentro, molto alcolico, molto dolce, molto speziato, insomma, potete modificare la ricetta come vi pare, tenendo comunque presente che l’uovo e il cognac tendono ad aumentare in modo sproporzionato la forza gravitazionale che attira il grasso sottocutaneo della vostra panza al terreno. Quindi andateci piano ché se no poi strisciate come le bisce.

Tempo fa un tipo svedese mi fece notare che gli italiani passano molto, moltissimo tempo a parlare della loro digestione, forse ve lo avevo già accennato, e difatti in tutte le pagine Wikipedia in lingue a me note non c’è il minimo accenno alle difficoltà digestive che l’äggtoddy provoca se non, naturalmente, in quella italiana.

Dai via, provate ad andare per strada e chiedere a caso alla gente: “Ti piacciono i peperoni?“. Secondo un mio umile pronostico, su dieci persone 6 risponderanno con “Molto, ma non li digerisco bene”, 3 con “Molto, e li digerisco senza nessun problema”, e soltanto una reagirà con un “Sì/No”.
Oppure fate anche caso al fatto che se in un caldo pomeriggio estivo si parla di anguria, nel gruppo ci sarà sempre il saccente che informa gli altri con un tono di voce reso più acuto da un rovente autocompiacimento: “Eppure sembrerà strano, ma l’anguria è sorprendentemente indigesta“, tra gli “uuuuuh” sorpresi degli astanti.

Bene, Wikipedia italiana avverte che l’äggtoddy si digerisce male, e quindi ecco, visto che voi siete italici, io vi ho avvertito.

Tutte le varie cose che possono essere infilate nell'äggtoddy

Tutte le varie cose che possono essere infilate nell’äggtoddy

Come vi dicevo prima, le varianti sono infinite. La costante sono sempre tuorli e zucchero, ma le altre cose le mettete a caso.

Innanzitutto l’äggtoddy può essere alcolico o analcolico, ci si può aggiungere latte o acqua o un po’ di salsa di vaniglia, ci si può mettere del cacao o delle arance candite, della cannella, della noce moscata, dei pezzettini di mela o delle fragole o altre bacche. A volte ci si mette anche il bianco dell’uovo montato a neve a parte.

Altre varianti note sono: quella con panna montata, quella con mandorle tostate, quella con fiocchi di cocco, e quella con le caramelle dentro, per i bambini pare. A me l’idea di infilare le caramelle in un bicchiere di uova e latte mi avrebbe rovesciato lo stomaco anche a 5 anni, ma i bimbi viKinghi non sentono cazzi.

Una variante che ha un suo statuto istituzionale, come dimostrato da un nome tutto per sé, è l’Hobbel Bobbel, che è la variante più sgrausa di tutte, perché è composta da uova e zucchero e servita a temperatura ambiente. That’s it.

Ma per quanto sia, come potete notare, una variante inutile e pallosamente fastidiosa, la Hobbel Bobbel a noi ci interessa molto perché ci permette di affrontare un discorso serio che riguarda la linguistica (vi mancava vero?), però dai, in modo meno noioso di altre volte.

Dunque la Hobbel Bobbel fu inventata negli anni ’60-’70 nell’Uusimaa (in svedese Nyland), una regione della Finlandia meridionale che fino non molto tempo fa era una zona in cui si parlava quasi soltanto lo svedese. Poi col tempo i finlandesi si sono giustamente rotti le balle di essere i deficienti obbligati a parlare la lingua dell’invasore, e per evitare di finire come i Celti, hanno ripreso le penne e ora parlano in finlandese che è un piacere.

Apertura estiva di una discoteca di tendenza in Osterbotten

Apertura estiva di una discoteca di tendenza in Osterbotten

Lo svedese di Finlandia (o finlandssvenska) indica l’insieme dei dialetti svedesi parlati in Finlandia come lingua madre dagli svedesi di Finlandia. Questi dialetti vengono racchiusi sotto un’unica denominazione perché sono fondamentalmente intercomprensibili, tranne alcuni dialetti dell’Ostrobotnia (o Österbotten) che non li capisce una sega di nessuno, né svedesi, né finlandesi, né finlandosvedesi. Tanto capirai, in Ostrobotnia fa troppo freddo per parlare.

Il finlandosvedese è considerato una lingua ufficiale ed è parlato dal 5% circa dei finlandesi come madrelingua, e da quasi tutta la popolazione delle isole Åland, ufficialmente sotto la Finlandia, tecnicamente autonome, praticamente svedesi.

Lilla My

Lilla My

Un personaggio finlandosvedese particolarmente simpatico fu Tove Jansson, una scrittrice e pittrice che inventò i Mumin, libri per bambini con protagonisti dei troll bianchi col nasone particolarmente pacioccosi attorno ai quali ruotano altri personaggi, di cui il mio preferito è Lilla My, perché è esattamente come me: piccola, casinista e sempre incazzata.

In Finlandia dedicati ai Mumin troviamo un parco a tema vicino a Turku, e un museo tutto per loro a Tampere. E io vorrei tanto andare in entrambi questi posti, però siccome devo mantenere un certo decoro devo aspettare di sgravare una creatura o rapirne una già sgravata da qualcuno, così posso dire che ho portato il pupo a divertirsi, mentre invece mi faccio fare le foto con i pupazzoni.

Tornando alla nostra ricetta, ve ne do una abbastanza basilare però stilosa, ovvero ci aggiungo una spruzzatina di panna e delle stecche di cannella per guarnire, comunque se voi volete aggiungere o togliere cose fate pure, se poi inventate qualcosa di particolarmente cazzuto fatemelo sapere. Però ecco, l’alcol ce lo metto, quello sì, cribbio.

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 2 tuorli
  • 4 cucchiai di zucchero a velo
  • 2 cucchiai di cognac
  • 2 bicchieri di latte intero caldo
  • 3 o 4 cucchiaiate di panna montata
  • 4 stecche di cannella

PREPARAZIONE:

Sbattere i tuorli con lo zucchero finché non diventano spumosi. Bollire il latte e versarlo lentamente sopra i tuorli mescolando continuamente. Aggiungere il cognac.

Aggiungere panna montata e guarnire con un paio di stecche di cannella per bicchiere.

Äggtoddy pronto!

Äggtoddy pronto!

Buon appetito!

I.

Våfflor, copimismo e religioni del cazzo

piastra

La mia bellissima piastra

Non c’è stato niente da fare, ho deciso di fare un altro dolce. Sono sotto tesi e in carenza d’affetto, in Toscana piove as usual, fa freddo e quindi i maglioni nascondono il fatto che io sia grassa, e in più ho comprato una fantastica piastra per waffel, che mi implorava di essere immediatamente usata non appena avessi barbaramente distrutto l’imballaggio.

E chi sono io per dire no ad una piastra per waffel? Nessuno, quindi famo ‘sti waffel.

In Svezia i waffel si chiamano våfflor.

E comunque vedo su Wikipedia che in Italia sono conosciuti anche come gaufre, che sono ‘parenti prossimi’ dei pancake, e della stessa famiglia di crêpe, canestrelli, tegole dolci (che non so cosa cazzo siano), e se seccati si trasformano in wafer e coni gelato.

Non avevo idea che ci fosse una classificazione linneana dei biscotti a cialda. Si impara sempre qualcosa.

In Svezia ad ogni modo i våfflor hanno la tipica forma a 5 cuoricini uniti in modo da sembrare un fiorellone, che è peraltro la forma della mia piastra nuova di zecca, perché io se devo fare le cose le faccio per bene, cribbio.

E’ dal 1600 che nelle case svedesi si cucinano i våfflor, e siccome ve l’ho sempre detto che gli svedesi sono pedanti, ogni variante dei våfflor in svedese non si limita a chiamarsi “variante di våffla“, ma ha uno stupido nome. Io ora non sono una grandissima esperta di våfflor, per cui non vi sto a ammorbare con le differenze tra varianti e rispettivi nomi anche perché non lo so, però fidatevi che è così.

Ma anche un’altra cosa tipicamente viKi è strettamente legata ai våfflor: il fatto che il calendario svedese preveda un cazzo di giorno del våffla, il Våffeldagen, che è il 25 marzo.

C’è un giorno per tutto in Svezia. Un po’ come la leggenda metropolitana sulla Svizzera, che se lavi la macchina un giorno che non sia il sabato subisci un ostracismo sociale, perché il “giorno di lavamento macchina” è il sabato. Cose che noi terroni non riusciamo a concepire neanche con uno sforzo psichico sovrumano.

Sì lo so, stavolta sono stata puntuale, nonostante normalmente vi posti le ricette di Natale a febbraio o cose così, ma tanto voi capitate su questo blog solo perché cercate i “culi di maiale svedesi” (per approfondimenti sulle vostre ricerche, vedi qui), quindi spero che mi perdonerete.

By the way, il 25 marzo si mangiano i våfflor per festeggiare l’Annunciazione, ovvero il momento in cui l’arcangelo Gabriele è andato da Maria a dirgli “Cara, ti devo parlare. Puntini di sospensione”. Prima volta in cui il discorsetto viene fatto da un uomo a una donna (sì ok, gli angeli non hanno sesso, ma questo si chiama Gabriele). Che sì, insomma, ciò ha anche senso, perché poi Gesoo è nato il 25 dicembre, quindi la Vergine in stato interessante 9 mesi di gestazione se li è fatti. Cosa che invece non torna se si festeggia l’Immacolata Concezione l’8 dicembre, per cui la Madonna dovrebbe aver avuto una gravidanza o di 17 giorni (roba che nemmeno gli orsetti russi) o di 382 (ovvero più di un anno di dolori articolari, nausee, pesantezza e astensione da alcol&cicchini, essendo oltretutto vergine… inculata maxima).

Ma poi invece pare che l’8 dicembre si festeggi qualcos’altro, in realtà, qualcosa sul peccato originale di Maria che non mi ricordo e non ho voglia di cercare. Anche perché, ecco, ce ne frega qualcosa? No, bene.

Comunque, alla fine delle fatte fini, quel giorno i viKi mangiano våfflor, bella per loro.

Potete cucinarli anche senza l’apposita piastra, e li fate tipo crêpe, però la cosa bella di avere una piastra per våfflor è che vengono tutti bellini uguali che sembrano fatti con il CTRL+C; CTRL+V.

E agli svedesi il copia e incolla piace parecchio, tanto che hanno una religione che celebra proprio questo.

No, non ho bevuto, dico davvero.

Allora, dovete sapere che in Svezia le confessioni religiose hanno cospicui sgravi fiscali (tipo l’esenzione IMU de’ noantri), e ciò a parere mio, ed evidentemente non solo mio, non è per niente giustino.

No, perché se io sono una cazzo di organizzazione atea ma promuovo cose ganze tipo, che so, ripetizioni gratuite a ragazzini che vanno male a scuola, corsi di cucito a ex galeotti, lezioni di shàolínquán a vecchiette aggressive, etc. non risparmio il becco d’un quattrino, in compenso se ululo al cielo che un’entità invisibile ma che permea l’universo risolverà tutti i miei problemi se porgo l’altra chiappa, ho aiuti economici.

Isak Gerson

Isak Gerson

Allora uno studente di filosofia molto gggiovane e astuto, tale Isak Gerson, ha voluto creare una nuova religione per avere anche lui un alleggerimento delle tasse. Non che non lo avesse anche prima, essendo tesoriere anche del Movimento degli Studenti Cristiani di Svezia (sì, esiste davvero), ma evidentemente ne voleva un po’ di più.

Per cui si è inventato un nuovo credo, e lo ha chiamato kopimism, in italiano “copimismo” (dall’inglese copy-me). Evidentemente il buon Isak doveva essere un nerdone di quelli seri, insomma: tesoriere degli studenti cristiani, particolarmente cesso e particolarmente genialoide = la sua vita sociale doveva limitarsi alle pippe su internet, e infatti proprio dall’informatica (no, non dalle pippe) ha preso ispirazione.

La religione copimista infatti si propone di diffondere ogni tipo di informazione per via telematica, si oppone al copyright in ogni sua forma e incoraggia ogni tipo di pirateria su ogni tipo di medium.

Inizialmente le richieste del movimento di essere riconosciuto come comunità religiosa furono rigettate diverse volte da persone dotate di buon senso. Però spesso il buon senso e la legge sono due cose diverse. E alla fine hanno dovuto riconoscerlo.

Anche perché alla fine, se riesci a sfruttare la legge per fare liberamente i cazzi tuoi, vuol dire che è la legge il problema più grande, perché è fatta col chiulo. Condono docet.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Logo della Chiesa copimista, suoi simboli sacri e unico comandamento.

Poi oltre ai soldi c’è anche la questione sottile della “protezione delle comunità religiose” in Svezia, e farsi riconoscere come religione per questa ghenga di tangheri che si definiscono “copimisti” vorrebbe dire anche ottenere una sorta di protettorato continuando a esercitare (e molto probabilmente lucrare su) la pirateria.

Che poi alla fine a me la pirateria mi sta anche simpatica in linea di massima, però è un po’ come il discorso Megavideo, no? Io diffondo materiale soggetto a copyright, però te lo rovino un pochino, e se te lo vuoi tutto per benino mi paghi… ecco, che differenza c’è allora tra te e una mayor? Voglio dire, se ci lucri sopra mi stai sul cazzo, perché dietro a espressioni pompose di “libertà dell’informazione”, “intelligenza collettiva”, “patrimoni intellettuali universali” si nasconde in fondo in fondo, uno stronzone come gli altri.

Poi ci mancherebbe, magari i copimisti sono solo una banda di gonzi, ma io sono dell’idea che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci s’azzecca, quindi diffido.

Per essere definiti comunità religiosa i copimisti si sono dovuti inventare simboli, liturgie e credo, e quindi i loro principi sono: “Copio dunque sono”, “Copiare è cosa buona e giusta”, “L’informazione è sacra e la copiatura è il suo sacramento”. Il credo da pronunciare è: “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti”. I simboli sacri sono CTRL+C e CTRL+V.

No ma gente, non sto esagerando stavolta, eh. E’ davvero così.

Matrimonio copimista: notare la maschera del 'prete', il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Matrimonio copimista: notare la maschera del prete, il reggiseno della sposa, e i capelli dello sposo.

Il 28 aprile dell’anno scorso a Belgrado si è celebrato il primo matrimonio della Chiesa missionaria del Copimismo (che a questo punto vuol dire che è sbarcato anche in Serbia, a dimostrazione del fatto che l’erba più fertile sono le stronzate apocalittiche).

Che poi è il discorso che facevamo l’altra volta sulla Chiesa anglicana, no? Io capisco che uno ci prova a inventarsi una religione per fare i cavoli suoi, nel caso di Enrico VIII divorziare, per esempio, ma è la gente che ci crede che mi sdubbia.

Sì ecco, come si fa a meravigliarci di come ideologie pericolose e folli prendano piede nel mondo, se c’è anche solo un gruppetto che crede in cose come il copimismo?

Bah, comunque, lasciando perdere i malati mentali, i våfflor sono buonissimi, e io sono molto orgogliosa della mia nuova piastra.

E del mio ateismo.

INGREDIENTI PER CIRCA 10 VÅFFLOR:

  • 125 gr. di burro
  • 270 gr. di farina
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1 bustina di vanillina
  • 100 ml di latte intero
  • 500 ml di panna fresca
  • 2 uova
  • 2 dl di acqua fredda di frigorifero
  • 20 cucchiaiate abbondanti di lamponi e marmellata di lamponi (o fragole, o mirtilli, o frutti di bosco, o more)
  • frutti di bosco vari a piacere

PREPARAZIONE:

Sciogliere il burro e farlo raffreddare. Mischiare farina, lievito, zucchero e vanillina in una terrina e aggiungere il latte e 1 dl di panna (il resto andrà poi montato per farcire i våfflor).

Sbattere brevemente le uova e aggiungerle al composto. Aggiungere il burro.

Aggiungere lentamente l’acqua fredda e mischiare.

Coprire e lasciare riposare per una ventina di minuti.

Riscaldare la piastra per våfflor, o una per crêpes, o una padella antiaderente, imburrarla e versare una mestolatina di impasto. Far dorare.

Montare la panna rimasta e versare su ogni våffla un paio di cucchiaiate di panna, un paio di marmellata, e cospargere di lamponi (o le bacche che avete usato).

Våfflor pronti!

Våfflor pronti!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part V): gravad lax con hovmästarsås, svedesi enormi e rimNing (non rimming)

E come potrebbe mancare il salmone all’appello…

Infatti non manca, eccolo qui.

Vi dico la verità, mi sono abbastanza annoiata di fare le ricette di Natale, anche perché ormai l’ebbrezza delle feste (se mai ce n’è stata una) è finita, visto che siamo a gennaio inoltrato.

Però io sono abbastanza autistica, e finché non vi ho fatto almeno le ricette più importanti, mi tocca continuare. E il problema è che i viKi non sentono cazzi.

Voi pensate che “Italiani Zempre manCiare”: e il capitone, e i cappelletti in brodo, e il pandoro, e via così… ma non avete idea di cosa possono fare gli svensKi.

Io in Svezia

Io in Svezia

A parte che sono strutturalmente più grossi, e quindi ci vuole più materia per riempirli (per darvi un’idea delle viKidimensioni, quando le ragazze formato-Shrek ci provavano con il mio ex, io e il mio possente fisico di un quarto di sega le lasciavamo sempre fare con rassegnazione), e adding to that, oltre a sfondarsi di cibo fino al punto in cui le pareti degli organi interni tirano a bestia, si deve bere.

Quindi il viKi-Natale è il trionfo dell’edonismo, si beve, si mangia, si ribeve, si rimangia, si collassa, si vomita per rimangiare, si ribeve di nuovo, si ricollassa, etc.

Ça va sans dire, en riktig svensk jul durerà ancora per un po’. A meno che non vi siate rotti proprio i maroni e allora me lo dite e io la pianto. Finché non protestate, lo prendo come un silenzio-assenso.

Che poi sì, queste sono cose che non è detto che dobbiate cucinare per forza a Natale, no? Nel senso, noi non siamo viKi, e quindi non pensiamo “Piatto di Natale, ja? Io cucina a Natale”, no noi siamo della Casa della Libertà e facciamo un po’ come cazzo ci pare (Brigitte Bardot-Bardot ♫).

Tornando a noi, il gravad lax (lax = salmone; gravad = continuate a leggere che ci arrivo) è buonissimo e arrogantemente facile da preparare, sebbene si debba aspettare la marinatura per circa 48 ore.

La marinatura è simile al rimning, di cui vi avevo parlato l’altra volta qui.

Ecco, piccolo inciso… Cercavo notizie più specifiche sul rimning e Google mi ha detto “Ma sei proprio sicura che invece non cercavi il rimming?” e mi è comparsa tutta una schiera di risultati di gente gioiosa di praticare l’anilingus e ancor più gioiosa di darne testimonianza…rimming A parte, fate caa’ (livornese per “fate cagare”, in dialetto rendeva di più). E poi tengo a specificare che sono due cose diverse, quindi non pensate che io vi dica parole porno a caso, intendevo rimNing, con la N.
Non sapevo neanche dell’esistenza del rimming (sai quanti viewers mi becco con questo tag, adesso? Io ce lo strametto).
Vi garantisco che niente delle cose che cucino ha avuto una preparazione che abbia previsto un contatto ravvicinato tra una lingua e un bucio di…

Vabbè, continuiamo.

Come vi avevo detto, il rimning prevede una marinatura con sale e zucchero. Il gravning invece, tecnica di conservazione alla base del gravad lax, anche.

Documentandomi, io sinceramente non ho capito che minchia di differenza ci sia.

Però boh, qualche differenza ci sarà.

Ecco, è molto importante stare attenti alle proporzioni tra sale e zucchero, se no si rischia la morte per avvelenamento da cibo, che non è mai simpatica.
No scherzo, magari non si muore, però vomitare fluorescente per 5 giorni è altrettanto molesto, quindi no panic, seguite la mia ricetta, e via. Se poi vomitate uguale, io non sono responsabile.

In realtà la storia di questa tecnica di conservazione risale al Medioevo, quando i pescatori per conservare il salmone lo sotterravano (grav in svedese sarebbe infatti “fossa” o “tomba”… ve l’ho detto che questa stupida lingua è uguale all’inglese).

Magari potrebbe essere che prima si sotterrava e quindi era usato il gravning, poi si è smesso e ora si usa il rimning, ma per tradizione i piatti che venivano seppelliti continuano a essere definiti come risultato di un gravning, anche se all’atto pratico sono il risultato di un rimning

Bo, vabbè, ma anche chi se ne frega.

Knäckebröd. Foto di Gianluca La Bruna - www.gianlucalabruna.com http://gianlucalabruna.tumblr.com/

Knäckebröd. Foto di Gianluca La Bruna – http://www.gianlucalabruna.com http://gianlucalabruna.tumblr.com/

Questo salmonuccio viene preferibilmente servito su una fetta di knäckebröd, pane croccante di segale, ovviamente imburrata, e la sua salsina viene cosparsa sopra il salmone. Oppure può anche essere mangiato senza il pane, l’importante è che ci sia la salsina.

La salsina si chiama hovmästarsås (“la salsa del maître“), ma è talmente inscindibile dal gravad lax che viene anche detta semplicemente gravlaxsås, quindi è necessaria.

Io credo che la salsa si possa usare un po’ così su quello che capita, tipo patate lesse, tacchino, salsicce, pesce a caso, crostacei… boh, è senape alla fine, quindi vedete un po’ voi.

Vi giuro, prossimamente vi parlerò del Natale svedese, magari a Pasqua, chissà… Tanto DeWitt ha scoperto che ai fini della descrizione dell’universo la variabile tempo è utile come i capezzoli negli uomini, per cui spero mi perdonerete.

INGREDIENTI PER 6/7 PERSONE

Per il salmone:

  • 2 pezzi di  filetto di salmone da circa 250 gr. l’uno
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di sale
  • aneto come se non ci fosse un domani
  • un pizzico di pepe bianco

Per la salsa:

  • 2 cucchiai di senape delicata
  • 2 cucchiaini di senape di Digione
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 2 cucchiaini di aceto
  • 2 dl di olio di semi di girasole
  • 3/4 mazzi di aneto
  • un pizzico di sale
  • fettine di limone per guarnire

PREPARAZIONE:

Mettere un sacco di aneto sul fondo di una pirofila e appoggiarvi sopra un filetto di salmone facendo sì che la pelle rimanga a contatto con l’aneto e la parte rosa sia verso l’alto.

Cospargere con un cucchiaio di sale, uno di zucchero, poco pepe bianco e un sacco di aneto.
Cospargere la parte rosa dell’altro filetto di salmone di nuovo con sale, zucchero e pepe e appoggiarla sull’altro filetto, di modo che le due parti rosa si tocchino, con l’aneto nel centro.

Coprire con la pellicola e lasciare in frigo per un paio di giorni. Ogni 7-8 ore girare i filetti e togliere l’acquetta che si sarà formata.

Prima di servire sciacquare abbondantemente sotto l’acqua fredda e asciugare con la carta assorbente.

Tagliare a fettine molto sottili.

Preparare la salsa al momento di servire mettendo in una ciotola la senape, lo zucchero, il tuorlo e l’aceto.
Mischiare e aggiungere l’olio a filo, girando lentamente e sempre nello stesso verso.

Sminuzzare l’aneto con una mezzaluna e aggiungerlo alla salsa sempre continuando a mescolare. Aggiustare di sale.

Guarnire con fettine di limone.

Gravad lax!

Gravad lax pronto!

Buon appetito!

I.

En riktig svensk jul (part IV): julskinka, dopp i grytan e cinghiali nell’alto dei cieli

Julskinka, ovvero “prosciutto di Natale”.

Non esiste viKiNatale senza prosciutto di Natale. Questo ve l’ho detto per ogni piatto fin qui presentato, ma è la verità. Non si può festeggiare Natale in Svezia senza mangiare lo julskinka.

Pensate che ogni Natale in Svezia vengono vendute tra le 6000 e le 7000 tonnellate di julskinka, e gli svedesi sono solo 9 milioni, quindi, ecco… è un piatto importante.

E’ purtroppo una ricetta particolarmente pallosa e lunga, ed è molto probabile che anche all’IKEA italiana lo vendano già bell’e pronto.
E sì, per quanto io boicotti l’IKEAmerda (soprattutto la stupida bottega svedese, visto che si tratta di concorrenza spietata), questo vi consiglio di comprarlo lì.
Ma siccome io vi voglio tanto bene, l’ho preparato dall’inizio alla fine, solo per voi, quindi se non avete un cazzo da fare seguite pure la mia ricetta.

Julskinka sgrauso dell'IKEA

Julskinka sgrauso dell’IKEA

Lo julskinka è un prosciutto conservato con la tecnica del rimning (in inglese curing), che consiste nello strofinare sale e zucchero sulla carne (o sul pesce), perché la loro azione combinata ne impedisce il disfacimento.

Moltissimi piatti svedesi sono marinati utilizzando questa tecnica, ma il rimning è utilizzato anche in moltissime altre cucine.
Ecco, Wikipedia italiana non conosce questa tecnica, e io mi sono fatta l’idea che se noi del Belpa vogliamo conservare la roba, non ci limitiamo a spalmarci sale e zucchero, ma inventiamo la mortazza, il salame, il lardo di colonnata, il San Daniele, etc.
Ma io pecco sempre di sciovinismo alimentare, per cui è anche probabile che ci siano spiegazioni più politically correct.

Dopo averlo conservato in questo modo il prosciuttone va bollito, dopodiché dovete togliere il grasso dal cosciotto, mettere il suddetto grasso di nuovo nel brodo, ridargli un’altra scaldata affinché il grasso si sciolga nel brodo, e conservare la brodaglia grassa ottenuta, perché così avrete fatto un’altra specie di ‘piatto’ natalizio svedese
Nel senso, per loro è un piatto, per me è miseria, ma comunque si chiama dopp i grytan.

Già il nome vi dà l’idea: dopp i grytan significa infatti “puccia nella pentola“, e consiste nell’infilare pezzi di pane di segale mezzo raffermo per raccattare il brodo che si sarà formato bollendo il prosciuttone.

Un invitantissimo dopp i grytan

Un invitantissimo dopp i grytan

Il giorno 24 dicembre, per questa ragione, è anche conosciuto infatti come doppareda’n, “il giorno dell’inzuppamento”.

Praticamente, dovete spalmare di burro le vostre appetitosissime fette di pane di segale raffermo, e infilarle nel pentolone. Le lasciate lì uno o due minuti, così che si impolpino bene di brodo&grasso, e poi le recuperate con un mestolo forato.

Sentite, io mi rifiuto di scrivere un post a parte per questa sottospecie di piatto, perché mi rifiuto anche di considerarlo un piatto.
Non voglio fare la snob, io lo capisco che i piatti poveri si basano sul riuscire ad avere il maggior apporto calorico con il minor dispendio di fatica, davvero.
Ma io il “puccia in pentola il pane nero raffermo e rufola nel grasso di porco” non ve lo cucino. Rassegnatevi.

Comunque sia lo julskinka è un piatto molto antico, addirittura precristiano.
Ma questo stupisce fino ad un certo punto perché prima del cristianesimo l’Europa vedeva la contrapposizione nettissima di due civiltà (o meglio, di una civiltà e di una barbarie): da un lato i semi-vegetariani e posati romani, che mangiando alimenti a base di grano e olio d’oliva e bevendo vino, vedevano nella compostezza e nella misura gli assi fondanti della vita civile; e dall’altro lato i carnivori e scalmanati Germa, che scotennavano maiali a caso, bevevano birra e ruttavano, e vedevano nel casino e nelle razzìe gli assi fondanti della vita… beh, non civile, ma insomma, sì, della loro vita.

Sarcofago Grande Ludovisi, altorilievo che mostra una battaglia Romani VS Sbabbari

Sarcofago Grande Ludovisi, altorilievo che mostra una battaglia Romani VS Sbabbari

Quindi si capisce abbastanza facilmente che il cosciotto di maiale sia un piatto tradizionale molto antico, perché con la diffusione del cristianesimo e il crollo dell’Impero romano d’Occidente, che mischiò le carte in tavola, perché i Germa si trovavano a quel punto improvvisamente membri della classe dirigente, le tradizioni gastronomiche e non solo, si sono un po’ confuse, e noi abbiamo mangiato più carne e bevuto più birra, mentre loro hanno iniziato a mangiare pasta (salvo poi aggiungerci il ketchup) e mettere l’olio nell’insalata (ad eccezione, a quanto ne so, degli olandesi, che continuano a volte a metterci burro fuso, OMG).

Inoltre il cristianesimo ha introdotto l’uso di ostia, vino, olio santo, insomma… tutti orpelli derivati da una cultura prettamente romana.

E questo fu un peccato (a parte per motivi di colore… vuoi mettere come doveva essere pirotecnica una preghiera a Odino?), perché si persero le leggende e le tradizioni supermetal che ruotavano attorno alla mitologia nordica.
E poi da una parte ho letto la seguente, illuminante, frase: “Jesus promised the end of all sin, Thor promised the end of all Ice Giants. Don’t see too many Ice Giants these days”. Non fa una grinza.

Riguardo allo julskinka, ad ogni modo, si dice che avesse degli illustri avi, e si è indecisi tra due: o Särimner (Sæhrímnir in antico nordico), un cinghiale che nella mitologia norrena viene ucciso e mangiato ogni notte dai guerrieri del Valhalla (bella vita di merda), o Gyllenborste (Gullinbursti in antico nordico), suino dalle setole d’oro cavalcato dal dio Freyr (certo, i viKi sono ridi’oli anche nella mitologia).

Ecco via, le religioni politeiste sono sempre più ganze, perché tifi un dio invece di un altro, assisti a risse divine, a orge sante… insomma, è sempre un gran casino.

Gullinbursti: aureo cinghiale splendido splendente

Gullinbursti: aureo cinghiale splendido splendente

E ascoltatemi bene, se mai diventerò credente in qualcosa, crederò in un dio che cavalca un cinghiale coi peli dorati. Cazzo.

Tornando al nostro prosciuttòn, sappiate che addirittura nel 1988 è stata fatta una canzone dedicata allo julskinka: Vår julskinka har rymt, ovvero “Il nostro julskinka è scappato”. E per quanto già solo il titolo vi sembri idiota, fu il singolo più venduto in Svezia quell’anno.

Ma non solo il titolo è idiota… io, IMHO, penso sia la canzone più brutta mai stata scritta, cantata da tali Werner och Werner, ovvero due personaggi di finzione che rappresentano due cuochi tedeschi, interpretati dagli attori ‘comici’ Sven Melander e Åke Cato.
Pare facessero davvero ridere, ma io l’umorismo svedese non lo capisco… ci ho provato seriamente, roba stile Alex DeLarge coi divaricatori oculari, ma niente.
I viKi mi fanno quasi innervosire da quanto non mi fanno ridere.

(E comunque, dove la ritrovate una che vi posta le ricette col salnitro?!?)

INGREDIENTI PER 10 PERSONE:

  • 1 piccolo cosciotto di maiale intero e disossato (2-6 kg)
  • 900 gr. di sale
  • 5 cucchiai di zucchero
  • 1/2 cucchiaio di salnitro (opzionale)
  • 6-7 lt. d’acqua
  • mezza cipolla bianca
  • 1 carota
  • 1 foglia d’alloro
  • 2 spicchi d’aglio
  • 4 grani di pepe nero
  • 1 uovo
  • 2 cucchiai di senape delicata
  • 2 cucchiai di pangrattato
  • una manciata di chiodi di garofano
  • senapi varie per servire

PREPARAZIONE:

Mischiare 4 cucchiai di sale, 2 cucchiai di zucchero e il salnitro e strofinare il cosciotto da tutte le parti.

In una pentola mettere il resto del sale, il resto dello zucchero, e 5 lt. circa di acqua fredda. Portare ad ebollizione, schiumare e far raffreddare.

In una pentola abbastanza fonda mettere il cosciotto e versare l’acqua col sale e lo zucchero facendo in modo che la carne sia completamente coperta (se necessario aggiungere acqua).

Lasciate riposare per 12 giorni in frigorifero, girando il cosciotto ogni giorno.

Scolare la carne e sciacquatela con acqua fredda, asciugatela e metterla in una pentola molto capiente con mezza cipolla bianca spezzettata, una carota, una foglia d’alloro, il pepe e l’aglio. Coprire con acqua fredda e portare ad ebollizione.

Coprire con il coperchio e far bollire a fuoco bassissimo per un’ora e mezzo. Togliere il grasso in eccesso (un pochino lasciatecelo), scolare la carne e metterla in una pirofila.

Mettere due o tre cucchiai di brodo nella pirofila e il pezzo di carne.

Nel frattempo scaldare il forno ventilato a 220 °C. Mescolare la senape, l’uovo e il pangrattato e spalmare il cosciotto.

Incidere la cotenna con un coltello in modo da formare dei quadratini, e al centro di ogni quadratino inserire un chiodo di garofano.

Mettere nella parte alta del forno e cuocere per 20 minuti, fino a formare una bella crosticina dorata. Coprire con la carta d’alluminio e far raffreddare per almeno mezzora.

Tagliare a fette sottilissime e servire con senapi varie.

Julskinka pronto!

Julskinka pronto!

Buon appetito!

I.